L’Angelo di ottobre

Sotto una pioggia battente, su questa terra umida e odorosa, in questo scorrere veloce del tempo, un lasso fugace, a spiare la natura che si sveste e scoprirne la bellezza di una ninfa … prima di uscire dal suo grembo, di questa vita agreste, a sgranare l’ennesimo rosario in preghiere e litanie e speranze di […]

Lega e Fratelli d’Italia, ultime chiamate

Leggo un sondaggio, lanciato da Libero con il solito stile strillato “Il sondaggio che spaventa Silvio” , che Lega e Fratelli d’Italia vengono accreditati rispettivamente dell’8 e del 4 per cento e, assieme, raggiungono sostanzialmente Forza Italia cui è attribuito il 13%.
Non credo nel valore dei sondaggi, perchè se possiamo concedere che siano veritieri, rappresentano però solo quello specifico momento e senza la necessità di esprimere un voto reale, per cui potrebbe prevalere nella scelta più un valore di appartenenza, di speranza e di protesta, che una scelta concreta nella cabina elettorale.
Ma la tendenza è significativa, soprattutto se doppiata dalla considerazione e fiducia verso i leaders che vedono Salvini e Meloni al secondo e terzo posto, meglio posizionati di Grillo e di Berlusconi.
Il tutto senza poter fruire di alcuna copertura mediatica, essendo tutti diventati megafoni di Renzi con uno spazio marginale per Berlusconi.
Agli altri, nulla.
E nessuno, tra l’altro, che protesti.
C’è chi dice che la “patriotticaMeloni non potrebbe conciliarsi con il “padanoSalvini: perchè, no ?
Immigrazione, tasse, Marò, omosessuali, droga, manipolazione genetica, sono tutti argomenti per i quali i due partiti combattono la medesima, giusta e buona battaglia.
Contro tutti gli altri, compresa la nuova Forza Italia della signorina Pascale amica del signor Guadagno.
La Meloni, che sostiene la Patria, perchè dovrebbe essere contraria alla Patria Lombarda o Veneta ?
Ma, soprattutto, perchè dovrebbe, lei che sostiene il principio delle “primarie”, cioè della Sovranità Popolare, essere contraria alla massima espressione della Sovranità di un Popolo, cioè l’autodeterminazione mediante libero referendum ?
E Salvini perchè dovrebbe essere contrario al riscatto del meridione, lui che sostiene la costituzione di un partito autonomista, di una Lega del Sud ?
Non si chiede a Lega e Fratelli d’Italia di unificarsi in un unico soggetto, ma di combattere assieme la comune battaglia, nella consapevolezza che è la battaglia su Valori sentiti dagli elettori di Centro Destra e, assieme, potrebbero diventare polo di attrazione per tanti che si sono allontanati nell’astensione o che sono ancora in Forza Italia ma insoddisfatti dalla piega che sta prendendo.
Certo che Silvio deve essere preoccupato se Salvini e la Meloni si mettessero d’accordo, magari iniziando dalle elezioni regionali del 23 novembre in Emilia Romagna dove veramente potrebbero ottenere più voti di una alleanza neocentrista tra Forza Italia, Ncd e Udc.
E’ un bene che Silvio sia preoccupato, magari potrebbe ripensare alle ultime devastanti mosse e riprendere le redini, mettendo il morso alla signorina Pascale che sta allargandosi un po’ troppo, incentivando la fuga da Forza Italia.
Perchè di Forza Italia c’è ancora bisogno per creare una alternativa vincente contro Renzi.

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Il treno dei desideri





La metafora dell’Italia è un lungo treno che non arriva mai a destinazione. Come dice la canzone “ma il treno dei desideri, dei miei pensieri, all’incontrario va”.
Non è uno slogan dire che le nazioni si giudicano dai loro treni, segni di civiltà. Mi trovavo in Francia, sulla tratta della Penisola del Cotentin. Quando sbarcai a Lisieux (la cittadella della piccola Teresa del Bambin Gesù) arrivai con cinque minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia, e una voce all’altoparlante non finiva mai di scusarsi per quel poco di ritardo accumulato. Cioè cinque minuti.

Altri scenari e altri ritardi disastrosi qui da noi in Italia.

Abbiamo sempre avuto una rete ferroviaria sgangherata, ma mai come da quando le FFSS sono diventate private, trasformandosi in Trenitalia, il trasporto sulle rotaie ha raggiunto livelli di guardia allarmanti. Da allora muoversi col treno è diventato un vero incubo anche per brevi distanze chilometriche in grado di essere percorse finanche in bicicletta o a piedi. Treni regionali per tratte brevi che partono in ritardo per guasti al locomotore, perché le porte automatiche vanno in blocco, perché arrivano troppi turisti e per ogni altro banale pretesto. O che accumulano ritardi in fieri.

La cosiddetta “automazione” ha eliminato posti di lavoro e i controllori (quando ci sono ) servono a comminare multe solo agli autoctoni. Lì c’è ancora da raschiare il barile. Poiché gli extracomunitari invece, oltre ad avere il vizietto di non essere in regola col biglietto, sfuggono ai controlli scendendo rapidamente dal treno, per poi risalirvi di soppiatto in altra carrozza (sono stata testimone oculare di questi fatti), facendosi beffe del controllore. Questo, quando va bene e quando poi le minacce verso i controllori, in orari di minor afflusso, non si fanno ben più feroci (si leggano ordinari fatti di cronaca).

Ma limitiamoci al discorsetto sui ritardi e sui pesanti disagi.

Ricordate l’annuncio ferroviario di un recente passato dove si spiegavano le cause? Scordatevelo! Ora, quando va bene, si limitano a pubblicare un pannello negli atri delle stazioni col ritardo indicato. I viaggiatori sono sempre più nelle mani del Signore, dato che il treno si riempie come un uovo e…salgono turisti tedeschi, turisti americani con ingombranti zaini salgono inglesi, francesi, spagnoli, giapponesi, ma…il treno non parte. Che succede? Fa caldo e le bottigliette di acqua minerale vengono scolate con rapidità.

Si cerca di aprire i finestrini, ma è impossibile farlo, perché c’è l’aria condizionata che spiffera un freddo cane sulle ossa e i finestrini restano ermeticamente sbarrati: è il progresso Bellezza! Che fare? Passa un quarto d’ora, venti minuti, mezz’ora…40 minuti, 45, ma il treno non si schioda dai binari. La tratta rivierasca è breve, di neanche mezz’ora: La Spezia-Bonassola ore 10.  Ma il treno non va. Non resta che scendere: chi me lo fa fare di fare il bagno di sudore, in luogo di quello di mare? Cerco di aprire la portiera, ma è sbarrata anche quella. Che angoscia claustrofobica! Qualche turista impietosito mi dà una mano e preme e ripreme il tasto verde finché le portiere si aprono. Una volta uscita, chiedo spiegazioni dell’accaduto ai capotreni, i quali  mi spiegano che le portiere sono andate in blocco, e che questo ha prodotto il guasto al locomotore. “Allora, visto che non lo utilizzo più, posso avere il rimborso del biglietto”?

“No, perché il ritardo è di 45 minuti e non di un’ora”.  Ah, beh…

Tratta Monterosso-SP. Pochi chilometri anche lì. Stavolta la giornata balneare l’avevo già piacevolmente trascorsa: è già qualcosa!. Ore 17, 30 e annuncio ritardo di mezz’ora. Ma da dove vengono questi dannati treni per accumulare simili  disastrosi ritardi? Poi i 30 minuti diventano 45 minuti. Sempre i soliti 45 per impedire che i passeggeri possano richiedere il rimborso del biglietto. Che figli di buona donna! Intanto sfreccia la Freccia Rossa di Montezemolo e fa marameo ai viaggiatori stressati sul binario. Io sì che vado al massimo! basta super-pagare e zac! Si arriva in orario, belli miei! Questione di classe! 
Il treno regionale imbarca una marea umana spaventosa e accaldata. Dopo pochissimi chilometri, si ferma in galleria a Vernazza e imbarca altri poveri bagnanti sventurati. Poi a Corniglia, poi a Manarola e infine e Riomaggiore. E ogni volta io a dirmi: “Non avrà mica il coraggio di imbarcare ancora altra gente? ” Eh sì che ce l’ha ‘sto coraggio! Siamo ben al di fuori da tutte le norme di sicurezza, in quanto a moltitudini imbarcate. Non avevo provveduto a procurarmi la fatidica bottiglietta di acqua e faceva un caldo feroce. Stavolta l’aria condizionata non c’era. Però il finestrino non si apriva lo stesso (è sempre questione di progresso Bellezza!).
 Nel caso, qualcuno avesse un malore, cavoli suoi: lì non c’era un controllore, né un poliziotto, né un presidio sanitario nelle stazioncine delle 5 Terre. Speriamo bene…
Alla fine si arriva sì, ma in condizioni pessime. E quando si sbarca al capolinea si percepisce quasi lo stesso effetto di Cristoforo Colombo quando toccò terra dopo fortunali e tempeste.
Stazione Cadorna di MilanoFerrovie Trenord (sono quotate pure in Borsa). Dopo un anno e
mezzo di pesanti disagi, nel quale i passeggeri pendolari sono stati costretti a  recarsi in ritardo al lavoro, è partita una class-action a carico di Trenord. Qui la notizia. riportata dall’associazione Altro Consumo. Viaggiatori in ostaggio di improvvisati imprenditori senza scrupoli della rete ferroviaria che non fanno manutenzioni, riempiono i treni come carri bestiame, vogliono guadagnare in fretta e rendono incivili i trasporti e la qualità del viaggiare. Privato, fa ancora più schifo che pubblico! Gran Bretagna docet!

Non va meglio per gli Intercity, detti rapidi solo nel nome. Non sono mai riuscita a raggiungere Milano senza accumulare un ritardo di almeno 40 minuti. “Vi ringraziamo per aver scelto Trenitalia” dice alla fine del viaggio, una voce che suona davvero ironica all’alto parlante, mentre il treno entra alla Stazione Centrale di Milano. E difatti non c’è che dire: abbiano un ricco ventaglio di opzioni!

Ciascuno narri la propria Odissea ferroviaria. Ci hanno trasformato, controvoglia,  in mesti Eroi dei binari tristi e solitari!

Come nel ’29…

 Un commento:Finchè il 40% crede che un partito come il piddì possa essere una soluzione, non ci sarà nessuna via d’uscita”.
Conti pubblici, Padoan: “Caduta Pil Italia superiore a Grande depressione ’29. Il governo garantisce a Bruxelles che se le sue ricette non funzioneranno, nel triennio 2016-18 saranno chiesti agli italiani oltre 50 miliardi di euro. Il ministro dell’Economia in calce alla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza: “L’area dell’euro è a un bivio, occorre muovere con decisione su più fronti nella consapevolezza che in assenza di una ripresa robusta la tenuta del tessuto produttivo e sociale risulterebbe a rischio, la ricchezza delle famiglie minacciata, le prospettive dei giovani compromesse”. Tutti i conti che hanno portato al rinvio del pareggio di bilancio

“In termini cumulati la caduta del Pil in Italia è superiore rispetto a quella verificatasi durante la Grande depressione del ’29”. E’ la conclusione a cui è arrivato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con l’aggiornamento del Documento di economia e finanza. “L’area dell’euro è a un bivio”, aggiunge il ministro sottolineando che i Paesi in assenza di interventi “rischiano di avvitarsi in una spirale di stagnazione e deflazione”. Quindi “occorre muovere con decisione su più fronti nella consapevolezza che in assenza di una ripresa robusta la tenuta del tessuto produttivo e sociale risulterebbe a rischio, la ricchezza delle famiglie minacciata, le prospettive dei giovani compromesse”. Dal canto suo l’Italia mette un punto fermo sugli impegni presi garantendo fin da ora che se non ce la farà nel 2015, l’anno successivo i soldi mancanti saranno chiesti ai contribuenti e scatteranno in automatico gli aumenti dell’Iva e delle altre imposte indirette per un controvalore di 12,6 miliardi sul 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018.

L’impegno è scritto nero su bianco in coda alla nota di aggiornamento del Def approvata dal Consiglio dei Ministri di martedì sera, dove si certifica che a peggiorare le attese sui conti pubblici c’è innanzitutto un apporto meno ricco del previsto dalle cosiddette privatizzazioni per un peso inferiore alle stime calcolabile in 0,4 punti di Pil nel 2014, al quale si somma un fabbisogno che sarà superiore di 0,7 punti rispetto alle previsioni. Sono queste, insieme alla minor crescita, due componenti che – secondo quanto riportato nel Documento di economia e finanza (Def) – porteranno il debito pubblico a fare un salto di 3,7 punti rispetto al 2013. Il governo rassicura comunque che, per quanto riguarda le privatizzazioni – il cui controvalore quest’anno si fermerebbe quindi a 0,3 punti di Pil (circa 4,8 miliardi) – torneranno a contare per 0,7 punti di Pil annui dal 2015.

Per il prossimo anno la differenza tra il saldo a legislazione vigente e quello programmatico (0,7 punti con il deficit dal 2,2 al 2,9%) “è motivata dalla volontà di finanziare impegni di spesa nei settori ritenuti più rilevanti per la crescita e ridurre la pressione fiscale per famiglie e imprese”, prosegue la nota nella quale si evidenzia come il calo delle tensioni sui mercati e sui titoli di Stato frutta circa 6 miliardi a beneficio dei conti pubblici: la spesa per interessi scende infatti dagli 82,6 miliardi dell’ultima stima del governo ai 76,7 miliardi attuali per il 2014.

Grande fiducia, sempre da parte di Padoan, nella riforma del lavoro: “La rete di ammortizzatori sociali verrà rafforzata e resa più inclusiva. Le imprese potranno gestire in maniera più efficiente l’attività produttiva reagendo con maggior prontezza alle evoluzioni cicliche”, scrive il ministro nella nota. Le riforme programmate dal governo nel 2012-14, secondo il Def, avranno un effetto sul Pil di 0,4 punti, per poi salire a 3,4 maggiori punti di sviluppo nel 2020 e arrivare a 8,1 maggiori punti di crescita nel lungo periodo. In particolare da quella della Pubblica amministrazione sono attesi 0,1 punti nel 2015, 3,4 nel 2020 e 8,1 nel lungo periodo; da quella del lavoro 0,1 nel 2015, 0,9 nel 2020 e 1,6 nel lungo periodo; mentre dalle misure per la competitività si va da 0,1 del 2015 a 3,2 del lungo periodo e dalla riforma della giustizia 0,1 nel 2015 e 1,0 nel lungo periodo. Le indicazioni del Documento di economia e finanza sono comunque state riviste al ribasso rispetto alle stime contenute in quello precedente dove per il 2015 il governo stimava un impatto di 0,7 punti di Pil.

Questo, in sintesi, il documento, che termina con dettagliatissime risposte ai rilievi Ue, fa slittare il pareggio di bilancio al 2017 e punta sui tagli di spesa.In coda a tutto, per rassicurare i “guardiani” di Bruxelles, la clausola di salvaguardia sulle aliquote Iva e sulle altre imposte indirette. Una stangata che si punta ad evitare ma che vale complessivamente oltre 50 miliardi nel triennio 2016-18 e sarà contenuta nella legge di Stabilità. L’anticipazione è stata inserita in risposta alle raccomandazioni Ue, a garanzia degli obiettivi di medio termine. Ipoteca sul futuro a parte, la manovra d’autunno conterrà una misura per il calo delle tasse che dovrebbe attestarsi tra i 20 e i 22 miliardi di euro. Per allentare la pressione fiscale servono all’incirca 10 miliardi (7 per confermare il bonus degli 80 euro e altri 2 circa per la nuova riduzione in favore delle imprese). Il menù includerà poi, l’allentamento del patto di stabilità interno (per 1 miliardo), risorse per la scuola (1 miliardo) e per i nuovi ammortizzatori sociali (1,5 miliardi). Ci sono poi da coprire le spese indifferibili (tra i 4 e i 5 miliardi) e 3 miliardi per evitare il taglio lineare degli sconti fiscali, eredità del governo Letta. Oltre a un aggiustamento dei conti, ridotto rispetto alle attese in virtù dello slittamento del pareggio di bilancio al 2017, ci sarà, si legge nel Def, una “variazione positiva saldo strutturale di 0,1 punti percentuali di Pil”, circa 1,5 miliardi.

Raccomandazioni…

Conti pubblici, l’Ue: “L’Italia rispetti le raccomandazioni della Commissione”. Il portavoce del commissario Katainen: “Valuteremo la legge di Stabilità, la nostra posizione è che bisogna seguire gli impegni”

L’Italia annuncia lo slittamento del pareggio di bilancio al 2017, la Francia manda a dire a Bruxelles che sui conti è seria ma ora basta austerity. L’impressione è che all’Unione Europea questi messaggi da un orecchio entrino e dall’altro escano. La Commissione non commenta direttamente le parole dei ministri di Roma e Parigi Pier Carlo Padoan e Michel Sapin ma al portavoce del commissario agli Affari economici Jirky Katainen (che diventerà poi il vice del nuovo commissario Pierre Moscovici) basta ricordare che “le raccomandazioni della Commissione devono essere rispettate. Valuteremo il progetto di legge di stabilità alla luce degli impegni presi nelle raccomandazioni, la nostra posizione è che gli impegni vanno rispettati”. Le raccomandazioni a cui si riferisce il portavoce del commissario parlavano di un confine tracciato al 2015 per il pareggio di bilancio. E, oltre all’Italia che prima aveva chiesto un rinvio al 2016 e ora afferma che non ce la farà prima del 2017, la Francia prevede di riuscirci entro il 2019, peraltro con previsioni e indicatori che appaiono più ottimistici di quelli italiani.

La fiera delle vanità

In principio fu Ciampi.
Il primo “chiamato” senza passare dal voto popolare a guidare un governo, commissariando la politica, premiato per aver disperso 40mila miliardi di riserve valutarie nell’improbabile difesa della permanenza della lira nello sme e per aver consentito ad Amato di infilarsi, nottetempo, nei nostri conti correnti.
Per ricompensarlo della devozione ai poteri che nulla hanno a che spartire con l’interesse nazionale, fu promosso al Quirinale, dopo un breve ma disastroso intermezzo come ministro dell’economia del primo governo Prodi, quello che sottoscrisse l’ingresso nell’euro, 
Non passa un anno ed ecco che si presenta Lamberto Dini.
Era il ministro dell’economia di Berlusconi ma non ebbe alcun ritegno a passare armi e bagagli al nemico in cambio della presidenza del consiglio, dalla quale potè organizzare un partito che ottenne il 4% alle elezioni del 1996 e fu fedele sostenitore della sinistra, fino a quando cambiò di nuovo tornando, figliol prodigo, dal Cav.
Sembrava che la politica avesse ripreso il controllo, ma ecco che Berlusconi disturba troppo i manovratori di Bruxelles che, con la complicità degli oppositori interni del Cav, ordiscono un pronunciamento che porta Mario Monti al soglio di Palazzo Chigi.
Sembrava destinato ad essere il salvatore della Patria, ma una cosa è pontificare dalla poltrona e davanti ad uno schermo scrivendo articoli per il Corriere, altro è fare.
Monti a mala pena, nonostante le truppe di Casini, Fini e Mauro, raggiunge il 10% e poi scompare.
Letta giovane e Renzi sono tappabuchi, ma pur sempre provenienti dalla politica.
Ma si stanno già scaldando altri “chiamati” senza voto.
E per uno (Montezemolo) che sembra ritirarsi avendo avuto almeno l’intelligenza di non presentarsi alle elezioni, evitando un umiliante bagno di voti ed ora è incerto tra il treno e l’aereo, ma comunque grazie all’automobile ha un bel pacchetto di milioni da godersi, ve ne sono altri tre che ambiscono a diventare i nuovi Berlusconi, i nuovi “chiamati” per restituire smalto all’Italia.
Il trio meraviglia è formato da Corrado Passera, che il passo l’ha già fatto e, almeno, ci sta mettendo la faccia e i soldi.
Il secondo è Diego della Valle di cui si dice frigga dalla voglia di “scendere in campo”, cercando di replicare il percorso del Cav, anche se la sua Fiorentina non ha ancora vinto nulla (a differenza del Milan di Berlusconi).
Infine, defilato e felpato come un vescovo di curia, ecco Mario Draghi.
Probabilmente lui preferirebbe la presidenza della repubblica da dove poter continuare a tenere i suoi sermoni (si spera in italiano e non in inglese) senza però essere costretto a misurarsi con i risultati.
Costoro, includendovi anche Letta e Renzi, sono riusciti nell’impresa di farmi rimpiangere i Rumor, i Fanfani, i Forlani, persino i Goria e non dico Andreotti che, se fosse vivo e giovane, se li mangerebbe a colazione, pranzo e cena tutti insieme.

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