Sulla Ue

Stiglitz: l’Europa continua a sbagliare ricetta economica

Il Nobel per l’economia 2001, Joseph Stiglitz, è tornato sulla crisi di Eurolandia. Ripeteno concetti noti ma che sembrano sfuggire ai politici europei ed italiani: in assenza di crescita il rigore non serve a superare una crisi, anzi tende a peggiorarla… Il mondo cambia rapidamente sotto i colpi dell’innovazione tecnologica e forse presto al posto di banche e assicurazioni potremmo vedere Apple e Alibaba concedere credito e assumersi rischi. Ma in Europa e in Italia in particolare il tempo sembra scorrere più lentamente, quasi fino a fermarsi. Così ancora ieri Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia 2001, già consigliere economico del presidente Bill Clinton e capo economista della Banca mondiale dal 1997 al 2000, a Roma per un intervento allo Strategic Forum della Banca d’Italia e poi ad una lectio magistralis sulla crisi dell’euro a Montecitorio, ha dovuto ripetere concetti che per quanto noti da almeno un paio d’anni evidentemente non riescono a far breccia nel mondo “da sogno” della politica italiana.

Primo concetto: la colpa “originaria” di Eurolandia, quella per cui il vecchio continente ha visto calare la sua produttiva pur in assenza di guerre o eventi devastanti come in passato, è stato voler far partire un progetto (l’euro) che doveva avere natura politica e invece si è limitato ad un’unione monetaria. Unione che è una camicia di forza molto più rigida di qualunque precedente accordo sui cambi (come lo Sme) e dunque avrebbe richiesto preventivamente una serie di azioni (di politica economica e fiscale) per ridurre i divari esistenti tra i vari paesi intenzionati ad aderire all’euro. Cosa che non è avvenuta perché i politici di tutta Europa ritenevano che da sola la moneta unica avrebbe reso l’Europa più coesa innescando un processo virtuoso che invece non c’è stato. Col risultato che la Ue è attualmente più divisa di quanto non fosse fino al 2001 e che movimenti populisti e nazionalisti stanno riprendendo forza in tutto il vecchio continente.

Secondo concetto: tentare di dar vita agli “Stati Uniti d’Europa” imitando il modello americano, limitandosi alla sola unione monetaria, per di più con tempi di reazione decisamente deludenti e una grande rigidità “culturale” da parte del paese egemone (la Germania) che neppure dopo la crisi del debito sovrano greco del 2010 ha cambiato strategia, continuando a puntare solo su una politica di repressione fiscale, semplicemente non è possibile. Perché? Perché “i 50 stati federali degli Usa hanno un quadro di bilancio comune, con due terzi della spesa a livello statale e se un singolo stato ha un problema entrano in gioco meccanismi di salvaguardia” automatici attraverso un fondo che serve ad assorbire gli shock economici. Fondo di cui il Meccanismo europeo di stabilità (Esm) non è che un parente molto alla lontana. Inoltre negli Stati Uniti se uno stato attraversa un momento di crisi i lavoratori possono facilmente spostarsi in cerca di lavoro in altri stati, cosa che in Europa non è altrettanto agevole, vuoi per barriere culturali vuoi linguistiche.

Terzo concetto: è stato un errore pensare che bastasse porsi come obiettivo bassi rapporti di deficit/Pil o debito/Pil per risolvere la questione. La crisi ha dimostrato che anche paesi fino a quel momento in eccellenti condizioni (“Spagna e Irlanda -ha ricordato Stiglitz- avevano dei solidi avanzi di bilancio prima della crisi del 2008, eppure ora hanno difficoltà gravissime”) possono subire l’effetto di shock dovuti a varie cause, dalla volatilità dei flussi di capitali mondiali alla crisi del mercato immobiliare fino alla dipendenza dell’economia solo o quasi dalla domanda interna (come in Grecia) o di un solo grande mercato di sbocco estero (come nel caso del Portogallo, legato a doppio filo alla Spagna). Insomma: “il Fiscal Compact, che impone forzosamente di superare il disavanzo e il debito, non risolverà i problemi dell’Eurozona e non aiuterà a prevenire la prossima crisi”, almeno se continuerà a mancare un elemento chiave, la crescita.
 

Quarto concetto: come fare a superare lo stallo quando non si ha a disposizione una propria valuta per indebitarsi, visto che “quando un paese si indebita in euro, che non è una moneta emessa da un singolo stato, si crea automaticamente una crisi del debito sovrano”, come confermato dai casi di Argentina e Indonesia, impiccatesi ad una valuta (il dollaro) che non potevano controllare? Semplice, ci si deve poter indebitare in euro, emettendo eurobond (coi quali stimolare la ripresa attraverso un vasto programma di investimenti pubblici in infrastrutture, anche se Stiglitz questo ha evitato di dirlo). Peccato che “questa soluzione non trova il consenso della politica e dei paesi aderenti”, Germania in testa.

Ferruccio De Bortoli…

De Bortoli stronca Renzi e il suo governo. Il direttore del Corriere attacca frontalmente il capo del governo di Raffaello Binelli

Ferruccio de Bortoli ha scelto un giorno non a caso – il lancio della nuova grafica del Corriere – per rifilare una pesante bordata a Matteo Renzi. Non tanto (e non solo) al suo esecutivo ma proprio a lui, Presidente del Consiglio e leader del Pd. L’incipit dell’editoriale va dritto al sodo: “Devo essere sincero: Renzi non mi convince”. E spiega subito cosa intende: “Non tanto per le idee e il coraggio: apprezzabili, specie in materia di lavoro. Quanto per come gestisce il potere. Se vorrà veramente cambiare verso a questo Paese dovrà guardarsi dal più temibile dei suoi nemici: se stesso”. L’attacco di De Bortoli è frontale: “Una personalità egocentrica è irrinunciabile per un leader. Quella del presidente del Consiglio è ipertrofica. Ora, avendo un uomo solo al comando del Paese (e del principale partito), senza veri rivali, la cosa non è irrilevante”.

Il direttore è in uscita da via Solferino. L’ha annunciato lui stesso alla fine di luglio, dopo mesi di scontri con il gruppo che detiene la maggioranza nella proprietà, chiarendo che non era per sua scelta (“Non ho dato io le dimissioni”). Guiderà il giornale fino alla prossima primavera. In questo momento particolare per il Paese – che fatica a riprendere slancio – e particolare anche per lui, vicino al commiato dai lettori, De Bortoli decide di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. E lo fa impugnando l’alabarda. Perché l’attacco non può essere derubricato a mera critica costruttiva. Il direttore del Corriere se la prende anche con la squadra di Palazzo Chigi: “E’ in qualche caso di una debolezza disarmante. Si faranno, si dice. Il sospetto diffuso è che alcuni ministri siano stati scelti per non far ombra al premier. La competenza appare un criterio secondario. L’esperienza un intralcio, non una necessità”. Dei ministri salva solo l’ottimo Padoan, sottolineando però che il suo ruolo “è svilito dai troppi consulenti di Palazzo Chigi”.

Altre critiche molto forti: “Il dissenso (Delrio?) è guardato con sospetto”. E un’altra che andrà dritto al cuore del premier: “La muscolarità tradisce a volte la debolezza delle idee, la superficialità degli slogan. Un profluvio di tweet non annulla la fatica di scrivere un buon decreto”. De Bortoli riconosce a Renzi il merito di “circondarsi di forze giovanili”, ma osserva che “lo è meno se la fedeltà (diversa dalla lealtà) fa premio sulla preparazione, sulla conoscenza dei dossier”. Non può non riconoscere, il direttore del Corriere, che “l’oratoria del premier è straordinaria”, ma puntualizza che “il fascino che emana stinge facilmente nel fastidio se la comunicazione, pur brillante, è fine a se stessa”. Insomma, è forte il rischio che, alla fine, tutto si riduca alle chiacchiere, al “marketing della politica”, al trucco (cosmesi). E su questo punto specifico osserva con malizia: “In Europa, meno inclini di noi a scambiare la simpatia e la parlantina per strumenti di governo, se ne sono già accorti”.

Poteva mancare un parallelo tra Renzi e Berlusconi? Ovviamente no. Parlando del Pd De Bortoli osserva che è “quasi un partito personale, simile a quello del suo antico rivale, l’ex Cavaliere”. L’attacco più forte arriva alla fine. Il direttore si pone alcune domande e lascia intendere che tra i due leader vi siano patti segreti, accordi che vanno al di là della mera politica: poteri forti, in certi casi occulti, impegnati a gestire il potere, quello vero. “Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria”. Dice e non dice De Bortoli. Allude. Manda segnali.

E conclude: “Auguriamo a Renzi di farcela e di correggere in corsa i propri errori. Non può fallire perché falliremmo anche noi”. Poi gli dà un consiglio, che sa quasi di presa in giro: “Quando si specchia al mattino, indossando una camicia bianca, pensi che dietro di lui c’è un Paese che non vuol rischiare di alzare nessuna bandiera straniera (leggi troika). E tantomeno quella bianca. Buon lavoro, di squadra”. A questo punto non ci resta che attendere la risposta di Renzi. Arriverà puntuale, smontando punto per punto le accuse, oppure il premier deciderà di ignorare l’affondo? Tra poco lo sapremo. Di certo fare finta di nulla, dopo un attacco di questo genere – mosso dalla prima pagina del primo giornale italiano – sarebbe come ammettere che De Bortoli ha fatto centro.

Renzi massacrato

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Un Pd che con l’avvento di Matteo il gelataio ha compiuto per intero la sua metamorfosi che lo ha condotto ad essere il vero partito dei padroni e della casta di papponi, tutta. Il centro destra ormai, come dico da anni è solo una coalizione di destra da operetta, la destra degli yuppies alla Morelli che è la fotocopia malriuscita di Montezemolo.

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Cambiamento violento

Renzi avrebbe dichiarato negli Stati Uniti che è ora di un cambiamento violento.
Purchè poi non si metta a frignare con la tata di Berlino, se farà come i pifferi di montagna, che vennero per suonare e furono suonati.

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La bufala depistante dell’art. 18

La sinistra litiga con la sinistra stessa. Qualcuno penserà: “Chissenefrega?”. Purtroppo il problema ci riguarda poiché trattasi di una forma di dispotico assolutismo che impedisce il reale esercizio della critica. Della serie, sinistra di governo e di lotta, di potere e d’opposizione. Per ogni Renzi, c’è sempre una Camusso o un Landini a fare da contraltare. Per ogni Serracchiani c’ è un bel Vendola che punta i piedi. L ‘ultima bufala de sinistra è l’articolo 18, con il mito del “reintegro” (pessimo sindacalese!). Per taluni addirittura “la reintegra”, che altro non sarebbe che la “reintegrazione” del posto di lavoro. Renzi vuole toglierlo perché “il liberismo è di sinistra” e lui è un liberista, seguace della Troika. La Camusso vuole mantenerlo, perché l’articolo 18 è parte integrante dello Statuto dei lavoratori, vecchio programma  di Gotha del socialismo. A dar man forte a Renzi, scende in campo Brunetta, Forza Italia, lo stesso Berlusconi. Inoltre l’art. 18 e la sua eliminazione è sempre stato il cavallo di battaglia della cosiddetta “destra neoliberista”. E il “liberismo è di destra”. Morale: gli Italiani hanno una sinistra farlocca e una destra altrettanto farlocca. Sempre nel nome del “liberismo”.

 La verità è che l’art. 18 non sposta occupati né crea disoccupati. Più semplicemente è un falso problema, una bufala depistante agitata surrettiziamente dal Renzusconi. I problemi del lavoro sono di tutt’altra natura, ma non vengono mai abbastanza menzionati  e messi a fuoco: 

  • La diminuzione della Domanda lavorativa
  • La fine del lavoro salariato a causa della globalizzazione che permette spostamenti di impianti e delocalizzazione, oltre a una rivalità globalizzata tra lavoratori autoctoni contro allogeni (si pensi al banale esempio degli “idraulici polacchi” in GB).
  • La totale mancanza di Accesso al Credito per le  imprese
  • La burocrazia della Pubblica Amministrazione che ingarbuglia tutto e crea difficoltà enormi a chi intraprende
  • Le tasse sul lavoro, sull’impresa , sui redditi (siamo ormai al 65% di tassazione complessiva) che ammazzano piccole e medie imprese.
  •  L’impossibilità  di stoppare le privatizzazioni da parte di  gruppi monopolisti stranieri che vengono da noi a fare “bottino di guerra”.
  • Non ultimo, l’esercito di riserva sul mercato del lavoro interno rappresentato dal massiccio ingresso di extracomunitari dai paesi del Terzo e Quarto mondo.

Renzi eliminerà l’art. 18 (così ordina la Lagarde), e alla sua sinistra inizieranno le processioni con fischietti e berrettini della Camusso, alla ricerca dei fuochi fatui di un autunno eternamente “caldo”. Se poi nella Duma (ormai è inutile chiamarlo Parlamento) non  otterrà i numeri, correranno in suo soccorso i futili idioti di Farsa Italia. Ma i problemi veri legati al Lavoro e all’occupazione non verranno toccati dall’attuale governo  con la sua destra de sinistra al potere (Renzi), e i suoi veterosinistri rossi all’opposizione (Trimurti e gruppuscoli estremi). 
La Troika ha provveduto a crearsi le sue propaggini in Italia,  in tutte le sue articolazioni. E le chiama orwellianamente “riforme del Lavoro”.

La tolleranza non basta

Oh, allora si presume che il vaticano, come l’italia abbia abolito il reato di clandestinità. O quantomeno sia in procinto di abolirlo se, secondo lui bisogna accoglierli tutti… E’ facile parlare quando sono sempre gli altri a pagare, eh e le porte del vaticano, pardon, i confini del vaticano restano chiusi?

Un paio di commenti:  “Da un articolo del Dott. Bracalini: In Vaticano si entra solo se autorizzati, con precise modalità, un permesso rilasciato dal Governatorato, e che può essere rifiutato “qualora ricorrano giusti motivi”, e che comunque è temporaneo. E veniamo al divieto di accesso. L’interdizione scatta, dice l’articolo 12, “quando sussistano giusti motivi”. E “coloro che si trovano nella Città del Vaticano senza le necessarie autorizzazioni o dopo che siano scadute o revocate possono esserne allontanati”. Si viene “allontanati”, non più cacciati con la forza pubblica, ma comunque allontanati. Come gli italiani chiedono si faccia con i clandestini che sbarcano sulle nostre coste. Salvo essere ammoniti dalla Chiesa (che in Vaticano non vuole clandestini) che così si pecca di egoismo e indifferenza. Allora caro il mio Papa, come la mettiamo? Modifica la legge e beccate un po’ de feccia pure tu!”

“Non si tratta di diffidenza etc…etc…ma di pragmaticita’. Semplicemente non si puo’ accogliere i milioni e milioni e milioni di migranti pronti ad approdare in Italia ed anche eventualmente trasferirsi nel resto Europa, se per caso qualche paese possa derogare almeno una volta ai flussi gia’ contingentati. Perché manca una condizione di fondamentale affinché tutti quelli che arrivano si sentano a loro agio (non dico integrati…). Manca il lavoro. Non é possibile illuderli, farli arrivare e poi abbandonarli buttati o nei centri o per strada. E nemmeno si puo’ pensare che la forma assistenziale di cui fruiscono all’arrivo, possa essere mantenuta in eterno. Occorrono politiche di investimento nei loro paesi per tenerli, giustamente, li’. E il Papa dovrebbe anche lui predicare in questo senso. Anche perché molti di quei paesi sono potenzialmente molto ricchi grazie a risorse naturali minerali, molto piu’ dell’Italia e dell’Europa Certo, cosa a parte sono i profughi da situazioni che si spera siano momentanee. Poi anche una buona campagna di controllo delle nascite in tutti quei paesi andrebbe predicata. Altro che crescete e moltiplicatevi. Ammesso che quando almeno meta’ Africa avra’ “invaso e fagocitato” forse l’Europa ma senz’altro l’Italia, poi dove andra’ a cercare nuove terre con il tasso di natalita’ altissimo di quei paaesi?”

“Che Papa ipocrita! Hanno appena inasprito le leggi sull’immigrazione in Vaticano e si permette di predicare agli altri? Ma perché non la fa finita e si leva dai piedi, che tanto ormai si è capito che ha preso il posto di Benedetto XVI solo per accelerare la caduta della Chiesa! La mezzaluna sventolerà su San Pietro e bergoglio sarà felice di essere il servo prediletto del capo imam! Che schifo! Il prossimo carico di “migranti” li preleviamo con un C-130 militare direttamente dalla Libia e ancora in volo li scarichiamo in vaticano senza paracadute. Il Papa tollererà tutte quelle “risorse”, lui è il bene…”

Immigrati, il Papa bacchetta: “Non basta essere tolleranti”. Il papa esorta gli Stati a collaborare: “Nessun Paese può rispondere da solo” all’emergenza”. E attacca la Chiesa: “Ostilità e diffidenze anche da parte dei cristiani” di Girolamo Tripoli

Bisogna accogliere i migranti, perché la sola tolleranza non basta. Gli Stati, inoltre, dovrebbero cooperare di più e la Chiesa dovrebbe farorire la “cultura dell’incontro”. Questo, in sintesi, il messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del migrante e del rifugiato che si celebrerà il prossimo 18 gennaio.

“Serve una cooperazione internazionale”: La cooperazione dei diversi Paesi è, secondo il Papa, fondamentale: “Quando un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione. I movimenti migratori – aggiunge – hanno assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi – afferma il Papa parlando dei Paesi che accolgono i migranti – è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana”. Ai governi chiede anhe un maggiore sforzo per il traffico di esseri umani: “La lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza, di sopraffazione e di riduzione in schiavitù deve essere più incisiva”.

“Ostilità agli immigrati anche dalla Chiesa”: Bergoglio parla anche delle ostilità verso gli immigrati anche da parte della Chiesa: “Non di rado i movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. La vocazione della Chiesa a superare le frontiere – aggiunge – e a favorire il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione ad un atteggiamento che abbia alla base la “cultura dell’incontro”, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno. La Missione della Chiesa, pellegrina sulla terra e madre di tutti, è amare Gesù Cristo, adorarlo e amarlo, particolarmente nei più poveri e abbandonati; tra di essi rientrano certamente i migranti ed i rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta”. Il Papa si augura anche una Chiesa senza frontiere in modo che sia “la madre di tutti” perché “nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare”.

“Non basta la semplice tolleranza”: “Cari migranti e rifugiati, voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana”, afferma il Papa. E data l’enorme vastità del fenomeno “non può bastare la semplice tolleranza”, anche se “apre la strada al rispetto delle diversità e avvia percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti”. “I movimenti migratori – continua – sollecitano ad approfondire e a rafforzare i valori necessari a garantire la convivenza armonica tra persone e culture”. Perché “le migrazioni interpellano tutti – aggiunge – non solo a causa dell’entità del fenomeno, ma anche per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che sollevano, per le sfide drammatiche che pongono alle comunità nazionali e a quella internazionale”. Il Papa ha concluso il messaggio affermando che “ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica è la vita cristiana, niente di più. Semplice, semplice. Forse noi l’abbiamo fatta un pò difficile, con tante spiegazioni che nessuno capisce, ma la vita cristiana è così: ascoltare la Parola di Dio e praticarla”.

I 5 Stelle in Europa percepiscono tanto quanto gli altri?

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Arriverà il tempo in cui vedrò i parlamentari, italiani, europei, andare a lavorare (non in palazzi principeschi, ma in capannoni) in tuta blu, con la gavetta col pranzo nella borsa, prendersi il tram e pernottare – quando è il caso – in pensioni a una stella, come ho fatto io (più o meno) per una vita? Per dire.

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Napisan, Renzie e il lavoro

 Un commento: “É risaputo che in Italia, sempre legata al modello govenativo democristiano del chiagni e fotti, quando si fanno proclami di forti cambiamenti il disco rosso del mirino laser di palazzo Chigi ha come obiettivo il popolo bue soffocato dalll’esorbitanti tasse e dalle poche tutele di questo paese. Le belle parole (non di meno le intenzioni) di Renzi e Napolitano, che si sostengono come in una piéce teatrale, non vogliono incidere sui veri problemi del paese e cioè: Ricerca, Evasione, Mafia, ma dare in pasto al capitalismo straniero la forza lavoro di questo paese, ecco, cominciano da qui, perché è la cosa più facile e, allo stesso tempo, la più remunarativa da mettere sul piatto dell’Unione Europea: abbiamo cancellato l’art. 18, quindi, nella sostanza dei fatti, abbiamo abbassato il costo del lavoro, non nella parte fiscale, ma in quella salariale!! Perché questa sarà l’unica conseguenza reale, quindi venite, venite, cari investitori! Vorrei sapere se esiste in Italia un giornalista che abbia il coraggio di chiedere al “premier dalle vane promesse”: cosa impedisce oggi allo sviluppo economico l’art.18, cosa libera non averlo più? Ma sarà una ricerca vana…”
Crisi, Napolitano: “Lavoro, serve coraggio: basta conservatorismi e corporativismi”. Il nuovo appello del presidente della Repubblica alla classe politica arriva a poche ore dall’allarme lanciato da Mario Draghi sulla necessità delle riforme strutturali per la crescita in Europa, ma ha il sapore di una forte presa di posizione nella polemica scoppiata sull’articolo 18 tra il premier Renzi da una parte e la Cgil e la minoranza Pd dall’altra. Il presidente del Consiglio è a San Francisco: “L’Italia ha bisogno di una rivoluzione sistematica su tutti i principali punti, serve un cambiamento violento”

L’Italia e l’Europa “sono alle prese con una profonda crisi, economica, sociale. Possono uscirne solo insieme con politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione”. Durante l’inaugurazione dell’anno scolastico 2014/2015 al Quirinale, Giorgio Napolitano torna a parlare della necessità delle riforme strutturali, strumento indispensabile per modernizzare e rilanciare il Paese. A poche ore dalla polemica scoppiata tra Matteo Renzi da una parte e la Cgil e la minoranza Pd dall’altra sulla volontà espressa dal governo di modificare l’articolo 18, il presidente della Repubblica torna sul tema del lavoro e fornisce un’indicazione precisa: “Specialmente in Italia dobbiamo rinnovare decisamente le nostre istituzioni, le nostre strutture sociali, i nostri comportamenti collettivi: non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”.

Prima di partire per gli Stati Uniti, il premier ha telefonato al Quirinale per salutare Napolitano, raccontano i retroscenisti. Il riferimento alla polemica sull’articolo 18 appare chiaro, troppo per essere frutto del caso e non di una strategia concordata. L’indicazione fornita dall’inquilino del Colle è precisa: la crisi che attanaglia l’Europa e l’Italia, scandisce Napolitano, ci deve spingere “a rinnovarci, a metterci al passo con i tempi e con le sfide della competizione mondiale: specialmente in Italia dobbiamo rinnovare decisamente le nostre Istituzioni e i nostri comportamenti collettivi“. Ovvero abbandonare “conservatorismi” propri di una certa classe politica (la minoranza del Pd) e “corporativismi” (relativi probabilmente alle resistenze storicamente opposte dalla Cgil alle modifiche ciclicamente proposte all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori).

“Oggi non solo l’Italia, ma tutta l’Europa sono alle prese con una profonda crisi”, ha detto ancora il capo dello Stato, e deve essere chiaro per tutti che per uscirne “ci si deve non già chiudere nei vecchi recinti nazionali, e sbraitare contro la Ue, ma stringerci in uno sforzo comune”. Entrando poi nel tema della giornata, Napolitano si rivolge agli insegnanti che, insieme a tremila studenti, formano la platea al Quirinale: “Confidiamo nella chiarificazione e concretizzazione degli impegni annunciati del governo per il superamento di situazioni ormai insostenibili, che le politiche del passato non hanno mai risolto”. ”Non c’è nulla di più gratificante e importante del dedicarsi a rendere migliore la nostra scuola – continua Napolitano – renderle più libere e capaci di esprimersi, rafforzarsi” e permettere di realizzare “le vostre energie, la vostra intelligenza, la vostra creatività”.

Renzi a San Francisco: “Serve un cambiamento violento”:  Di simile tenore, mutatis mutandis, è il discorso fatto dal premier negli Stati Uniti, i cui concetti portanti sono quelli della trasformazione, del cambiamento, della rivoluzione.”L’Italia oggi è un Paese che ha bisogno di una rivoluzione sistematica su tutti i principali punti: la Pubblica amministrazione, il sistema politico, il mondo del lavoro”, ha detto Renzi a San Francisco, prima tappa del viaggio negli Usa, nell’incontro con start-up e imprenditori italiani del settore high-tech. “L’Italia ha bisogno di investire in immagine e sostanza su una campagna anti corruzione e di una giustizia civile che abbia gli stessi tempi di Francia e Gran Bretagna – ha spiegato ancora il premier – se facciamo queste cose l’Italia sarà non un Paese normale, perché l’Italia è un Paese speciale nel bene e nel male, ma un Paese attrattivo”. ”La straordinaria chance è smettere di piangersi addosso – continua il premier – io sono consapevole che alcune cose vanno cambiate in modo violento ma se voi non ci mettete la forza delle vostre idee e il cervello non si va da nessuna parte”.

“Faremo di tutto per cambiare l’Italia. San Francisco è per molti di voi e noi la capitale del futuro. Il rischio dell’Italia è di città straordinariamente belle ma città del passato. La sfida è trasformare noi stessi gelosi del passato e innamorati del futuro”. Un esempio: la Pubblica amministrazione va cambiata: “Vogliamo trasformare la Pubblica amministrazione per farla diventare uno strumento in cui non si fa una coda di un’ora e mezza per avere un certificato, ma con gli strumenti del mobile vogliamo cancellare la parola certificato e trasformare la Pa in una nuvola“.

Berlusconi, non fare scherzi da prete

Non mi è piaciuta affatto la battuta di domenica di Berlusconi per cui in Italia c’è una sola bandiera che sventola e si chiama Renzi.
Ancor meno mi piace leggere nella edizione online di Libero della ipotesi di un nuovo partito tra Berlusconi e Renzi.
Così il Cavaliere svende i suoi elettori e infama venti anni di sacrifici, esattamente come di Montanelli si ricorda il tradimento con la sua Voce e non i venti anni di guerra ai comunisti con il suo Giornale.
A Renzi ogni elettore, militante, parlamentare del Centro Destra non può che riservare le stesse cortesie che sono state usate dalla sinistra a Berlusconi dal 1994 ad oggi.

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Bastonate extranazionali

Crisi, Financial Times: “Se l’Italia non cresce farà default sul debito pubblico”. Un editoriale di Wolfgang Munchau lancia l’allarme: “Il fardello del debito italiano è un problema per tutti noi”. E il Paese non ha strumenti per uscire dalla “trappola”. Matteo Renzi “ha promesso riforme radicali ma non ha ancora realizzato nulla” ed è “ingenuo pensare che l’economia ripartirà miracolosamente quando le imprese potranno licenziare il personale”. Unica speranza è l’acquisto di titoli da parte della Bce di Mario Draghi

“La situazione economica italiana è insostenibile e porterà a un default sul debito a meno che non ci sia un improvviso e duraturo cambiamento nella crescita. Se così non fosse, il futuro dell’Italia nell’eurozona sarebbe in dubbio, e di fatto lo sarebbe il futuro dell’euro stesso”. E’ quanto si legge in un editoriale del Financial Times, a firma Wolfgang Munchau. Secondo il quale “Matteo Renzi, il primo ministro italiano, ha promesso riforme radicali, ma non ha ancora realizzato nulla. E comunque, questo non basta. La sostenibilità del debito italiano richiede politiche a livello europeo che finora sono state escluse. E’ qui che si deciderà il successo o il fallimento dell’eurozona”.

Senza crescita del pil non c’è via di uscita dalla “trappola” –  Se anche nel 2015 e 2016 l’economia rimarrà stagnante, ricorda Munchau, “il rapporto debito/pil salirà fino al 150%”. Anche se proprio lunedì l’Istat ha diffuso i dati sul pil ricalcolato sulla base del nuovo sistema di contabilità pubblica Esa 2010, dati che comportano una revisione al ribasso anche per i parametri di finanza pubblica. Il debito/pil 2013, in particolare, cala al 127,9%. Si tratta però di puri effetti contabili. Mentre l‘unica via d’uscita dal circolo vizioso, spiega l’editorialista, consiste dunque in una crescita solida dell’economia, che deve essere “più veloce di quella del debito”. Il fatto è che il Paese “non ha gli strumenti” per stimolarla: al contrario del Giappone, che ha un rapporto debito/Pil del 200% ma è ancora considerato “solvente”, Roma “non può abbassare il tasso di interesse“, “non ha banca centrale che possa finanziare con la moneta i suoi debiti”, “non ha un tasso di cambio da poter svalutare”. Naturalmente tutte queste leve esistono ancora: sono nelle mani della Bce di Mario Draghi. Ma “i tassi di interesse dell’Eurozona sono ancora a zero”, “la Bce non sta (ancora) comprando titoli di Stato italiani” e “l’euro dovrebbe svalutarsi di circa il 60 per cento perché l’Italia possa ottenere una svalutazione di portata simile a quella del 1992, quando la lira lasciò temporaneamente il sistema monetario europeo“. 

“Ingenuo pensare che economia riparta se imprese possono licenziare” – E le invocate riforme economiche, che tutti indicano come indispensabili e salvifiche? “Possono contribuire alla crescita nel lungo periodo, ma è un po’ ingenuo pensare che l’economia ripartirà miracolosamente una volta che le imprese potranno licenziare il loro personale”. L’aggiustamento economico necessario “va molto al di là di qualche riforma strutturale. L’Italia ha bisogno di cambiare il sistema legale, di ridurre le tasse alla media dell’Eurozona e di migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione“. “In altre parole, deve cambiare l’intero sistema politico“, scrive Munchau, che in passato non ha risparmiato critiche al governo tecnico di Mario Monti ma nemmeno alla Cancelliera Angela Merkel, rea di un eccesso di rigore.

Solo Draghi può “comprare tempo” per Roma – In questo quadro, secondo l’editorialista, le speranze migliori risiedono in un programma di acquisto di titoli da parte della Bce che “dia tempo ai tassi di inflazione di tornare normali, all’economia europea di riprendersi e al governo italiano di implementare almeno alcune riforme”. Francoforte dovrebbe comprare non solo Asset backed securities e covered bonds, come annunciato il 4 settembre, ma anche altri tipi di strumenti finanziari:  per esempio “bond del Meccanismo europeo di stabilità (il cosiddetto fondo salva-Stati, ndr) e della Banca europea degli investimenti”. La Commissione “potrebbe poi usare la Bei per lanciare un grande programma di emissione di titoli per finanziare infrastrutture”. E all’Italia non resta che sperare che “parte di questi interventi si trasmetta all’economia reale”.

Renzi “ha promesso riforme ma non ha realizzato nulla”. E interventi nazionali “non bastano” – Ma le previsioni di Munchau non sono rosee: “Sono ottimista sul fatto che questi programmi avranno un notevole effetto positivo sull’Eurozona nel complesso, ma molto meno sul loro impatto sull’Italia”. “Abbiamo bisogno di un’azione politica estrema e coordinata per permettere all’Italia di crescere, sostenere il debito e in definitiva rimanere dentro l’Eurozona”, è la conclusione del columnist del Ft. “Matteo Renzi, il primo ministro italiano, ha promesso riforme radicali, ma non ha ancora realizzato nulla. E comunque, questo non basta. La sostenibilità del debito italiano richiede politiche a livello europeo che finora sono state escluse. E’ qui che si deciderà il successo o il fallimento dell’eurozona”.