Ancora promesse… col 50% del tfr

Renzi: “Ogni volta che D’Alema parla guadagno punti”. Il presidente del Consiglio parla di riforma del lavoro, tfr e opposizione interna. Poi bacchetta i sindacati: “Dov’erano quando siamo passati dal 7 al 13% di disoccupazione?” di Raffaello Binelli

Il giorno dopo lo scontro, nella direzione del Pd, sull’articolo 18 (e non solo), Renzi si toglie qualche sassolino dalle scarpe. “D’Alema se non ci fosse bisognerebbe inventarlo – dice il presidente del Consiglio a Ballarò -. Tutte le volte che parla guadagno un punto nei sondaggi”. E ancora una pralina dedicata a D’Alema: “Se quando al governo c’era lui avessimo fatto la riforma del lavoro come hanno fatto in Germania o nel Regno Unito non saremmo ora a fare questa discussione”.

Sul braccio di ferro coi sindacati in matertia di riforma del lavoro, Renzi rifila una stoccata alla Cgil: “Quando sarà in piazza, mi pare abbiano detto il 25 ottobre, noi saremo a fare la Leopolda. Ci hanno anche risolto il problema di chi fa la manifestazione contro”. E ancora: “Ho grande rispetto per i sindacati, ma dov’erano in questi anni?. Dov’erano quando siamo passati dal 7 al 13 % (di disoccupazione, ndr)? Non c’erano –  ha agginto -.Tornano in piazza ora? Bene! Viva! Che bello! Io nel frattempo non mollo e continuo a cercare di cambiare un Paese che ha bisogno di avere forse un po’ meno discorsi astratti e un pò più proposte concrete come stiamo facendo noi”.

Un altro tema importante toccato dal premier è il Tfr. “Così com’è c’è solo in Italia. Se diamo il tfr in busta paga si crea un problema di liquidità per le imprese. Le grandi ce la fanno, le piccole sono in difficoltà. Stiamo pensando di dare i soldi che arrivano dalla Bce alle pmi per i lavoratori”. Il premier poi snocciola un po’ di cifre: “Ne discuteremo nei prossimi giorni. Ma anzichè tenere i soldi da parte alla fine del lavoro te li do tutti i mesi. Significa che, per uno che guadagna 1.300 euro, un altro centinaio di euro al mese che uniti agli 80 euro inizia a fare una bella dote”, circa 180 euro. Alla battuta che il premier ha fatto in un’intervista al Washington Post (“la gente è con noi, non con i sindacati”), Susanna Camusso risponde con l’ironia: “Perché togliere illusioni a un giovane presidente del Consiglio? Lasciamogliele”.

Il glorioso semestre europeo renziano… chi lo ha visto?

Simone Di Stefano qui e Matteo Salvini qui, entrambi parlano della cancellazione dei dazi sul riso della cambogia.
L’ allarme risuona forte nelle stanze di Palazzo Chigi. A tre mesi dalla fine del semestre di presidenza europeo il governo Renzi rischia di uscire a mani vuote da quello che avrebbe dovuto rappresentare il palcoscenico della nuova centralità italiana. E salvo un’improvvisa e improbabile inversione di tendenza, togliere lo «zero» dalla casella dei risultati non sarà impresa facile. Senza perdersi in strade secondarie, ci sono tre dossier strategici per l’Italia: il «Made In»; la suddivisione del peso dell’immigrazione con i partner europei, refrattari a ogni forma di condivisione degli oneri economici e sociali degli sbarchi; l’esclusione del cofinanziamento nazionale dei fondi Ue dal calcolo del rapporto deficit-Pil.
Sul «Made In» siamo ancora fermi al voto dell’Europarlamento della primavera scorsa a favore di un regolamento che imponga di specificare il Paese di origine dei prodotti non alimentari. Il problema, come sempre, è vincere le resistenze del Consiglio. Come ha raccontato la vicepresidente di Confindustria con delega per l’Europa Lisa Ferrarini il governo sembra aver alzato bandiera bianca mentre la Germania avrebbe blindato i suoi numeri in Consiglio. «Ho scritto a Renzi sul Made in, ma non ho ricevuto risposta» ha raccontato. «Forse il manifatturiero italiano non è uno dei suoi principali problemi. Danimarca, Germania e Olanda hanno chiesto uno studio di impatto per bloccare il processo di approvazione dell’origine della materia prima. Arriveremo presto alla presidenza lituana e questo significa rinunciare per sempre a ogni speranza. Ho la quasi certezza che su questo tema ci sia stato uno scambio per determinate caselle europee. La Germania ha posto il veto. Non ha interesse a scrivere sui suoi prodotti Made in Bulgaria o quello che è». Semaforo rosso dai partner europei anche sull’immigrazione. Al di là del passaggio da Mare Nostrum a Frontex Plus – una «sostituzione» per la quale mancano risorse e volontà politica – il vero nodo è quello del Trattato di Dublino. Ma sugli accordi che fanno ricadere sullo Stato di primo approdo la responsabilità dell’accoglienza non si muove una foglia e il sistema di asilo unico europeo appare lontano.
A questo punto Graziano Delrio è pronto a giocarsi il tutto per tutto su un’unica partita: quella che punta a escludere il cofinanziamento nazionale dei fondi Ue dal calcolo del rapporto deficit-Pil, classificandoli come risorse a favore di investimenti, crescita e occupazione. In sostanza vorrebbe dire «liberare» 10 miliardi. Una battaglia per la quale Delrio sta cercando alleanze in vista del Consiglio coesione del 10 ottobre. Ma c’è un altro nodo che si profila all’orizzonte. Con un bilancio Ue d’austerity per il 2015, c’è da risolvere il nodo del taglio di oltre un miliardo di impegni di pagamento che andrebbe a ricadere su chi deve ancora incassare i fondi per il 2007-2013. «Il semestre di presidenza è stato caricato di troppo attese» commenta Antonio Tajani. «In alcuni momenti lo si è vissuto come una panacea per i problemi del nostro Paese, mentre si tratta per lo più di un lavoro di routine. L’Italia avrebbe dovuto concentrare l’attenzione sul Made in e sulla riforma per rendere più flessibile la concessione dei visti per turisti extraeuropei in vista dell’Expo».
Sotto traccia, poi, ci si comincia a interrogare anche sul fiscal compact . La tagliola è pronta a scattare a inizio 2015. Un peso insostenibile al quale si potrebbe ovviare con un rinvio di imperio al 2017 come ha fatto la Francia. «Se l’Italia facesse così – spiega l’esperto di fondi europei, Andrea Del Monaco – rischierebbe sanzioni dello 0,3% del Pil, quindi circa 5 miliardi, con un deposito infruttifero presso la Bce, a fronte di tagli pari a 45 miliardi all’anno per 20 anni». Soldi a fondo perduto, ma che potrebbero salvare l’equilibrio dei conti italiani.

Non ci credo, ma lo spero

Ho già avuto modo di esprimere la mia opinione sui comunisti ortodossi di osservanza dalemianbersaniana, oggi in guerra contro i cattocomunisti di osservanza renziana.
Non credo che i primi abbiano le qualità per dare realmente battaglia e trarre quelle conclusioni da Uomini che persino Fini, Alfano e i loro associati sono riusciti a prendere.
A dimostrazione che, per quanto meschino e traditore, uno con le radici nel Centro Destra resta superiore ad uno nato e cresciuto a sinistra.
Non credo, quindi, che D’alema, Bersani e compagni avranno il coraggio di rompere e costituire un nuovo partito dell’ortodossia comunista, anche se mascherato da orpelli “democratici”.
Non lo credo, ma continuo a sperarlo.
Perchè un tale atto di coraggio, salverebbe l’Italia e tutti noi dal proseguire con questo ragazzino incompetente e indisponente.

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Una prospettiva che non mi piace

Ultimamente leggo di ipotesi che continuo a sperare siano frutto solo di menti malate o, almeno, alterate.
Leggo, infatti, di un partito unico tra Berlusconi e Renzi che rappresenterebbe la cancellazione di venti anni di sacrifici e di politica tendente a creare un soggetto politico, unitario o federato, di Destra (o di Centro Destra).
Addirittura appaiono improbabili sondaggi che darebbero un simile, aberrante, soggetto politico al 45%, lasciando un 20% ciascuno alla sinistra dei funzionari di partito, un altro 20% ad una alleanza di Destra composta da Lega, Fratelli d’Italia e la parte migliore di Forza Italia ed un 15% al movimento di Grillo.
Sarebbe, in sostanza, la ripetizione della alleanza che guida l’unione sovietica europea dove il ppe è alleato dei socialisti, invece di esserne l’opposto e, nella prospettiva che sembra cara ad alcuni editorialisti, avremmo il blob Renzusconi assieme ai funzionari del pci.
Io non credo, comunque, che questa prospettiva possa trasformarsi in realtà.
Renzi non vale Berlusconi e se perdesse l’apparato comunista del partito, sarebbe prigioniero del Cavaliere.
D’altra parte i comunisti ortodossi non abbandonerebbero il putto fiorentino per almeno due ragioni fondamentali.
La prima è che nel loro dna c’è scritto: non capisco, ma mi adeguo, per cui alla fine non “ucciderebbero” il segretario in carica.
La seconda è che sono solo una pletora di funzionari di partito, incapaci di rischiare in proprio, di navigare in mare aperto, di assumersi dei rischi, sono un corpo senza testa come è stato dimostrato da tutte le scadenze elettorali precedenti a quella del maggio scorso.
Non comprendo quindi l’ostinazione con la quale il Cavaliere continui a perdere consensi (in ultimo mandando la fidanzata alla festa degli omosessuali e lasciando che straparli in tale occasione di un ufficio per i diritti “civili” in Forza Italia) , dissanguandosi per sostenere il nulla del parolaio fiorentino.
Adesso persino i solitamente prudenti vescovi hanno abbandonato il linguaggio felpato e criptico per denunciare le troppe chiacchiere e niente fatti di Renzi, abbandonato pure dal suo sostenitore della prima ora Della Valle.
Perchè Berlusconi deve continuare a sostenere quel cavallo ?
Perchè dare spazio a scenari fantapolitici per un partito Renzusconi ?
E’ ovvio che chiunque di noi, al di là dei propri auspici o delle dietrologie più o meno fondate, non ha la conoscenza di tutti gli elementi necessari a comprendere questo stadio della politica italiana.
Nel dubbio, quindi, non resta che sostenere e spingere per l’unica ipotesi che appare chiara e con un perimetro Ideale e di Valori ben definita e che trova nella Lega e in Fratelli d’Italia due soggetti che DEVONO trovare un accordo prima di tutto tra loro, poi con la parte migliore di Forza Italia che non vuole morire renziana o, meglio, visto il dissanguamento che provoca il sostegno a Renzi, non vuole morire tout court.


P.S.: Oggi è il 29 settembre, data resa celebre da una canzone di Lucio Battisti portata al successo dall’Equipe 84 e che è anche il giorno del compleanno del Cavaliere.
Peccato che siano 78 e che si vedano tutti, soprattutto con la scelta di sostenere il parolaio di Firenze.
Comunque, in ringraziamento per i venti anni passati, buon Compleanno.

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Perchè questa Italia merita di sparire

La guardia forestale, nota per i telefilm con Terence Hill e per i migliaia di addetti calabresi, ha denunciato il Sindaco di Verone, Flavio Tosi della Lega (guarda un po’ il caso …) per aver autorizzato i cittadini a sparare ai lupi che infestano la zona.
Le solite organizzazioni ambientaliste e animaliste sono insorte, preferendo come al solito gli animali alla sicurezza degli Umani.
Se io mi trovassi davanti a un lupo e avessi un fucile, gli sparerei senza aspettare l’autorizzazione del sindaco, fregandomene altamente dei forestali e degli ambientalisti.
La mia vita e la mia proprietà, che comprende anche i miei animali, valgono ben più di un lupo.

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ISLAM MODERATO? SOLO SE RIFIUTA LA SHARIA.

In questi giorni si è sentito un gran parlare di “Islam moderato”, contrapposto ai tagliagole dell’ISIS, che stanno destabilizzando tutta l’area del Medio Oriente. In Italia la comunità musulmana ha addirittura organizzato una manifestazione contro l’ISIS, bruciando le sue bandiere nere in piazza e adottando lo stesso coraggioso slogan usato da chi si oppone alle mafie nel sud:

“E ora ammazzateci tutti!”

I musulmani intervistati, sopratutto alcune affabili signore, non hanno perso l’occasione per ribadire come la manifestazione dimostrasse che l’Islam è “religione di pace”, che si batte per il rispetto dei diritti umani, della sacralità della vita, ecc.

Tutto ciò mi ha fatto sicuramente piacere, ma vorrei pacatamente ricordare che non basta opporsi ai tagliagole e ai bombaroli per potersi, automaticamente, definire “moderati”. Il mondo è infatti pieno di “moderati islamici” che ripudiano violenza e terrorismo, ma che seguono scrupolosamente i precetti della Sharia, anche quelli che fanno a pugni con le nostre consuetudini, e che brevemente riassumo: l’inferiorità giuridica della donna, il rifiuto della divisione tra stato e chiesa, la pena di morte per l’apostasia, l’obbligo di convertire all’islam il mondo intero, volente o nolente, il divieto di far sposare la figlia a un “infedele”, a meno che non si converta, ecc.

Dunque se l’Islam vuole definirsi moderato, almeno secondo i nostri standards di democrazia, deve innanzi tutto prendere le distanze dalla Sharia, relativizzandone i contenuti come espressione di antiche norme medioevali che non hanno più senso al giorno d’oggi. Cercare di conciliare la Sharia con le nostre leggi sarebbe come pretendere di trovare la quadratura del cerchio e l’”Islam moderato” sarebbe solo un’Araba Fenice, nel vero senso della parola.

A mio parere, dal punto di vista teologico la relativizzazione della Sharia non dovrebbe essere un’impresa così disperata: gli stessi islamici, sopratutto quando inneggiano alla loro “Religione di pace”, fanno appello ai famosi cinque pilastri dell’Islam, la cui osservanza è sufficiente per potersi definire buoni musulmani e che vengono qui sotto elencati. (Per un loro approfondimento rimando il lettore al sito www.arab.it o alla pagina analoga di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Cinque_pilastri_dell’Islam )

1 – La testimonianza: “non c’è altro Dio fuorché Dio* e Muhammad è il suo Profeta” ( asc-Sciahada );

2 – le cinque preghiere quotidiane (as-Salat);

3 – il pagamento dell’imposta coranica (az-zakat);

4 – il pellegrinaggio alla Sacra Casa cioè a La Mecca (al-Hagg);

5 – il digiuno del mese di Ramadan (as-Saumu).

Come chiunque può constatare, nei “Cinque Pilastri” non si fa il benché minimo accenno alla Sharia e all’obbligo di seguirla, dunque la nascita di un Islam autenticamente moderato, nel senso inteso sopra, dovrebbe essere senz’altro possibile, oltre che auspicabile. A livello mondiale, questo ipotetico movimento politico-religioso riscuoterebbe un enorme successo e segnerebbe subito un punto a suo favore: creare una vera distinzione, nel mondo musulmano, tra coloro che vogliono il Califfato, anche a costo di stragi e decapitazioni, e coloro che vogliono vivere in pace con l’Occidente e il resto del mondo, condividendone in pieno i valori.

Bel risultato davvero per l’ISIS e per chi lo finanzia: pretendere di unire tutto l’Islam sotto le bandiere del Califfato, ma provocarne invece la scissione tra fanatici integralisti e veri moderati, nel senso delineato sopra! Tutto ciò segnerebbe una sconfitta politica per l’ISIS di dimensioni tali da indebolire per sempre il fronte, apparentemente compatto, degli integralisti violenti e di tutte le sigle che li identificano in tutto il mondo, siano essi Boko Haram, Isis, Salafiti o Wahabiti che dir si voglia.

Sarebbe anche la migliore dimostrazione che la ferocia e la violenza gratuita esibite dall’ISIS non pagano e hanno finito per ritorcersi contro di esso, un po’ come è successo nella Cambogia degli Khmer Rossi e di Pol Pot: un omiciattolo passato alla storia per essere un grande macellaio, certo, ma uno statista fallito su tutta la linea!

Può l’Occidente, e in particolare l’Europa, aspettarsi un simile miracolo dal mondo islamico?

O meglio: ha l’Occidente la forza per “fare da levatrice” al vero Islam moderato, pretendendo che i musulmani si adeguino ai nostri standards oppure se ne vadano? Pretendendo, certo, dato che a pretendere, fin’ora, sono stati solo gli immigrati islamici, come ha scritto la Fallaci, ma è ora che la musica cambi.

Cosa che speriamo tutti vivamente, perché, se ciò non dovesse accadere, manifestazioni come quella dei musulmani di Milano assumerebbero solo il senso di un atto dovuto per puro opportunismo politico.

Gli aiuti per chiudere le aziende

Così il micidiale mix Imu-Tasi mette in ginocchio le imprese. In tre Comuni su quattro la tassazione sui capannoni aumenta rispetto al 2013. Bortolussi: “Incrementi spaventosi” di Sergio Rame

L’azione combinata di Imu e Tasi ha prodotto un ulteriore aggravio fiscale per le imprese italiane. Secondo uno studio degli analisti della Cgia di Mestre, infatti, in tre Comuni capoluogo di provincia su quattro la tassazione sui capannoni aumenta rispetto allo scorso anno. In termini percentuali, gli incrementi più “pesanti” si registrano a Pisa dove gli imprenditori hanno dovuto far fronte a rincari del 31%, circa 791 euro in più. Non se la passano meglio a Brindisi, dove si ha avuto una recrudescenza del 18% per un aggravio di 2.314 euro. A Treviso, poi, c’è stato un balzo 17% che si è tradotto in un rincaro di 321 euro. Gli imprenditori che, invece, beneficiano della riduzione fiscale più significativa sono quelli che possiedono il capannone nel Comune di Nuoro (-14%, pari a -147 euro), in quello di Modena (-15% che si traduce in un risparmio di 309 euro) e in quello di Siracusa (-15%, pari a 463 euro).

La Cgia di Mestre ha esaminato le decisioni prese dagli ottanta Comuni capoluogo di Provincia che per l’anno in corso hanno stabilito e pubblicato sul sito del Dipartimento delle Finanze (entro il 24 settembre 2014) le aliquote Imu e Tasi da applicare ai capannoni (categoria catastale D1). “Da un punto di vista metodologico – fa sapere l’ufficio studi della Cgia – gli importi versati sono al netto del risparmio fiscale conseguente alla parziale deducibilità dal reddito di impresa dell’Imu (pari al 30% dell’imposta nel 2013 e al 20 per cento dal 2014) e alla totale deducibilità della Tasi e della maggiorazione Tares”. Inoltre, sono state utilizzate le rendite catastali medie presenti in ciascun Comune capoluogo. “Per l’anno in corso – fa notare la Cgia – l’aliquota Imu sui capannoni può oscillare da un valore minimo del 7,6 per mille a un valore massimo del 10,6 per mille”. Quella della Tasi, invece, da zero al 2,5 per mille. Il legislatore, comunque, ha stabilito che la somma delle aliquote Imu più Tasi da applicare agli immobili strumentali non può superare il valore massimo dell’11,4 per mille.

“Negli ultimi anni – dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia – l’incremento della tassazione a livello locale è stato spaventoso”. Dalla metà degli anni Novanta ad oggi, l’impennata è stata del 190%. Per quanto riguarda la tassazione sugli immobili, con l’Imu e, da quanto si è capito fino a ora, anche con la Tasi, i sindaci hanno cercato, nel limite del possibile, di non penalizzare le abitazioni principali a discapito delle seconde e terze case e, in parte, degli immobili ad uso strumentale. Bortolussi ci ha tenuto, comunque, a far notare che “un ulteriore aumento del carico fiscale sugli immobili produttivi e commerciali rischia di mettere fuori mercato molte aziende, soprattutto quelle di piccole dimensioni, che sono sempre più con l’acqua alla gola per la mancanza di liquidità”.