Sempre più in basso

La Merkel ha comprato il gelato a Renzi (consentendogli un’altra esibizione di propaganda, solo chiacchiere e niente sostanza, soprattutto niente carne per gli Italiani)  accettando che nell’inutile ruolo di ministro degli esteri dell’unione sovietica europea si insediasse Federica Mogherini, diventata famosa unicamente per aver cercato di ritardare il parto pur di dare espressione al suo odio contro Berlusconi (e i milioni di Italiani che lo hanno votato e in parte continuano a farlo) presenziando al voto di sfiducia del 2010 (fallito, nonostante il tradimento dei finioti).
Ruolo inutile perchè la politica estera che conta la fanno le nazioni che contano e queste – Regno Unito, Francia, Germania – agiscono in proprio, le prime due guardandosi bene dal rinunciare al seggio permamente nel consiglio di sicurezza e la terza mettendo sul piatto la propria potenza economica.
La buona fede(rica) comunque è presunta e la attendiamo al varco per la liberazione dei nostri Marò sequestrati dai rapitori indiani.
Tanto l’unione sovietica europea non conta nulla per l’Ucraina, il Medio Oriente e l’Isis, quindi, almeno, che si occupi dei nostri Marò a tempo pieno, come non ha mai fatto in questi sei mesi incolori da ministro italiano.

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La troika ringrazia

1. Renzi imposto all’Italia
Sì. Missione compiuta o in via di rapido compimento per il pericoloso guitto mediatico-subpolitico fiorentino. Il governo Renzi, collaborazionista della troika, sta raggiungendo uno dopo l’altro i suoi veri obiettivi nel paese, pur con qualche relativa difficoltà e qualche ritardo sulla tabella di marcia. Mi riferisco agli obiettivi non dichiarati, opposti alle promesse renziano-piddine fatte agli italiani. Per la buona riuscita dell’operazione e per imporsi nel paese, il terzo, piccolo Quisling in ordine di apparizione – dopo il “capostipite” Monti e il transitorio Letta – ha potuto godere di molti, importanti sostegni. Una maggioranza, creata ad hoc, nel principale partito euroservo e filo-atlantista italiano, ossia il pd. L’appoggio determinante dei suoi padroni (troika, grande capitale finanziario, unione europoide, usa, mercati&investitori). La visibilità offertagli dall’apparato ideologico-massmediatico e un certo sostegno della cosiddetta stampa internazionale. Il consenso di massa abbondantemente idiotizzato, estorto con slogan e false promesse. Renzi è stato subdolamente imposto all’Italia da un complesso di forze ultraliberiste, legate alla dimensione finanziaria, che usa come arma, per il controllo politico del paese e delle sue fatiscenti istituzioni, il partito democratico, inteso come serbatoio inesauribile di pedissequi che seguono fedelmente il padrone sopranazionale e di imbroglioni subpolitici, che ingannano con grande abilità la popolazione. Anche se il suddetto ha “vinto le primarie” e ha fatto fare al pd il pieno dei voti nelle europee di maggio, possiamo affermare che si è affermato con l’inganno e la manipolazione, non solo mediatica. Con Monti, Letta, Renzi, siamo entrati nella fase finale dell’”operazione Britannia”, simbolicamente pianificata nel 1992 durante la breve gita sul panfilo della corona britannica, cioè stiamo arrivando rapidamente alla “soluzione finale” del problema Italia nell’economia globalista. Il cerchio non si chiuderà con Renzi, che farà una parte significativa del lavoro per “normalizzare” in senso ultraliberista e globalista il paese, trattenendolo grazie alla sua “popolarità” e alla sua immagine truffaldina. Dopo di lui, ci sarà probabilmente un governo-troika guidato dal “liquidatore finale”, non di origine subpolitica, ma squisitamente “tecnica”, che porterà l’opera a definitivo compimento con modi spicci. 
2. Come Monti e più di Monti
Renzi trionfa, spaccia i risultati delle elezioni europee per risultati di elezioni nazionali, al fine di legittimarsi furbescamente con oltre il 40% dei consensi, e le opposizioni nel parlamento liberaldemocratico mostrano tutta la loro vergognosa inconsistenza, nonché l’assenza di vere alternative al programma piddino. Che poi è semplicemente il programma imposto nel 2011 dalla troika, con la bce a dettare le linee di politica strategica per il terzetto (5 agosto 2011, Francoforte/Roma, lettera Trichet-Draghi). Nonostante lo jobs act annunciato e gli 80 euro erogati (ma non a tutti), il cambiamento in cui Renzi pare indaffarato vuol dire, sotto la superficie degli annunci e delle elemosine elettorali, inderogabile impegno “per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali” (esattamente come prescrivono nella loro lettera Trichet e Draghi). Naturalmente la “sostenibilità” dei bilanci pubblici è legata alle dinamiche neocapitalistico-finanziarie, che dominano l’eurolager imponendo tagli lineari alla spesa, e le riforme strutturali vanno contro lavoratori e pensionati. Quel che è peggio, è che una parte rilevante, in questo caso decisiva, della popolazione italiana segue a ruota, come un branco di pecore, e scambia Renzi per una specie di salvatore del paese, così come è accaduto, all’inizio, con il primo Quisling “mandato” d’autorità dai poteri esterni, ossia Mario Monti, che l’apparato ideologico, subpolitico e massmediatico al gran completo vendeva, appunto, come il “salvatore”.
Per imporsi e ottenere gli “splendidi” risultati concreti ai quali, poi, accenneremo, continuando sulla strada di Monti, con l’acquiescenza del rieletto Napolitano (basista istituzionale) e il favore della stampa, Matteo Renzi ha potuto contare segretamente su tutto il pd. Anche se l’apparato del partito collaborazionista ha finto un’opposizione interna al bulletto fiorentino, per trattenere voti e tessere di eventuali scontenti e per simulare pluralismo, ne ha segretamente favorito l’ascesa, a partire dalla vergognosa sceneggiata delle primarie per la segreteria nazionale (8 dicembre 2013, Renzi contro Cuperlo), in cui il vincitore era predeterminato. Poi l’escalation renziana è stata rapida, perché la situazione e la troika lo imponevano. Letta era da mettere da parte, da archiviare nel breve, per evitare fastidiosi problemi elettorali e di consenso. Con l’insipido, burocratico e poco “telegenico” Enrico Letta ancora al governo, i migliori collaborazionisti del grande capitale finanziario, in Italia, avrebbero rischiato di perdere la presa sul paese. Urgeva un nuovo esecutivo emanazione dei poteri forti esterni, il terzo dalla fine del 2011, che continuasse con determinazione l’”opera”, iniziata da Mario Monti, di privatizzazione completa e di definitivo annichilimento di questo paese.
Il punto centrale, per capire la strada seguita dai tre governi di Quisling non eletti che si sono succeduti in Italia, è la diabolica combinazione fra trattati europei, da rispettare fino in fondo, senza inopportune concessioni alla “flessibilità”, e l’ormai arcinota lettera della bce del 5 agosto 2011, che delineava le linee strategiche del programma. Il vero programma politico del governo collaborazionista piddino-renziano, tenuto conto di quanto precede, è di facile individuazione, e così i risultati concreti ai quali si tende.
Nonostante le sparate propagandistiche di Renzi, che millanta di voler sfruttare la flessibilità concessa dalle regole europee, la ferrea norma del rapporto del 3% fra deficit e pil è rispettata in modo maniacale, anche se la motivazione renziana è che si fa così per se stessi, perché è giusto e “non perché lo dice la Merkel”. Infatti, secondo l’abile parolaio e saltimbanco del capitale finanziario, “Dobbiamo rispettare tutti gli impegni, compreso il 3% del rapporto deficit-Pil, e non perché lo dice la Merkel ma perché è giusto.” Renzi continua sulla strada di Monti e anche le sue dichiarazioni lo rivelano, perché Monti aveva dichiarato, nel giugno del 2012, qualcosa di simile, ad uso e consumo propagandistico interno: “La Merkel dice che l’Italia ce la fa, ma l’Italia ce la fa non perché lo dice la Merkel”. I trattati europei non si discutono, ma si applicano a qualsiasi costo, e questo Renzi l’ha ben presente, esattamente come Mario Monti. Se violasse questa regola, imposta dai padroni che lo tengono al guinzaglio (e gli gettano l’osso da spolpare sotto il tavolo), salterebbe il banco, cioè il sistema di potere neocapitalistico in Europa chiamato unione europea. Addio moneta comune e strumenti di dominazione elitisti. Si tratterebbe allora – e qui sta l’inghippo – “di utilizzare tutti i margini e le flessibilità già previsti dall’attuale Patto di stabilità e crescita”. Ciò vorrebbe dire, secondo Renzi e i suoi compari, escludere dal computo del 3% alcune voci. Come? Non conteggiando nel deficit il cofinaziamento dei fondi strutturali europei (i 43 miliardi aggiunti da Roma fra il 2014 e il 2020, qualche miliardino del tutto insufficiente ogni anno) e altre, sparute, spese per investimenti. Davanti alla drammatica crisi che sta attraversando il paese è chiaro che la “flessibilità”, secondo Renzi insita nei trattati europei, anche se sfruttata appieno non costituirebbe che un palliativo, perché per uscire dal circolo vizioso della crisi strutturale neocapitalistica è necessario cambiare radicalmente le politiche economiche, riacquisendo la piena sovranità monetaria, uscendo dall’unione europoide e stracciando i trattati-capestro imposti al paese. Purtroppo, con Renzi e il pd saldamente al potere, non solo ciò non potrà accadere, ma seguiremo la stessa direzione di marcia dell’esecutivo Monti, fino alla fine.
Anche se il famigerato “pareggio strutturale di bilancio”, che comporterà sofferenze aggiuntive per milioni di italiani, potrà subire qualche ritardo – una semplice modulazione dei tempi, secondo il bieco Padoan all’economia – la strada è segnata e da questa non si può deviare. Si tratterà, in pratica, di soddisfare i bisogni finanziari della pubblica amministrazione massacrando ancor di più la popolazione, con tagli indiscriminati alla spesa pubblica e sociale e/o con ulteriori aggravi della pressione fiscale su famiglie e imprese. Renzi, pur tuonando contro il rigore contabile fine a se stesso, e invocando con la foga di un attore professionista “la crescita”, rispetterà fino in fondo il fiscal compact, che prevede la riduzione forzata del debito pubblico eccedente il 60% del pil, nell’arco temporale di un ventennio. Quanto sarà pesante la ruberia elitista del fiscal compact, dal 2015? C’è chi dice 7 miliardi l’anno, e chi ipotizza, più realisticamente, oltre 35 miliardi, se non proprio 50 con il peggiorare del pil. C’è da mettere in conto anche lo spettro incombente del cosiddetto european redemption fund, per costringere gli stati indebitati e privi di sovranità come l’Italia, ridotti a “saldi da fine stagione”, a conferire nel fondo i loro averi patrimoniali, a garanzia del rientro dal debito per la parte eccedente il 60% del pil. In pratica, dentro la camicia di forza europoide dei trattati imposti e delle politiche del rigore selvaggio, si venderanno gli asset italiani – privatizzazione automatica! – per ridurre il debito pubblico nelle proporzioni volute con il prodotto.
3. L’Italia affonda, ma Renzi porta a compimento la sua missione
E’ soltanto un caso, ma leggo or ora sull’Ansa del primo sciopero a catena dei lavoratori di Eataly in Firenze. L’amichetto faccendiere di Renzi, quell’Oscar Farinetti che incassa col cibo italiano (alti cibi) e pontifica stronzate, fingendo di creare lavoro, vorrebbe non rinnovare i contratti precari a termine di molti giovani, riducendo alla metà il personale. Giovani precari (e non precari) tutti in strada. Nella notizia di agenzia, si aggiunge che lo store fiorentino è stato inaugurato alla fine dello scorso anno, da Farinetti in persona, con la partecipazione dell’allora sindaco Matteo Renzi. Qualcuno afferma addirittura che Farinetti è un consigliere di Renzi, forse non “accademico” come lo fu Ichino sulle questioni del lavoro, ma comunque ascoltato. Infatti, Farinetti consiglia al suo compare che ha fatto carriera di tirare ancora “due o tre bastonate grosse”. Ad esempio concedendo uno sgravio fiscale “potente” alle imprese, ma solo a quelle che esportano e vendono all’estero, per invogliare a esportare di più (che si fotta il mercato interno!), poi mettere un tetto alle pensioni (i pensionati sono un peso, non servono, per loro niente ottanta euro!) e abolire le regioni autonome (che non si provino a erogare troppi stipendi e a dare troppo lavoro alla plebe!). Lo sciopero a Eataly, proclamato per scongiurare i licenziamenti a tappeto dell’insulso e arrogante Farinetti, pur essendo un caso, ha un certo valore simbolico. Rappresenta la reale condizione del lavoro, non soltanto giovanile in Italia, nonostante le menzogne renziano-piddine e la cortina fumogena delle annunciate riforme.
Mentre Grillo – ormai in completo marasma? – invoca il ritorno dei Rolling Stones per una grande manifestazione al Circo Massimo(!) e i suoi parlamentari manifestano simpatia e comprensione nei confronti dello stato islamico, Renzi porta a compimento l’”opera” per la quale è stato ingaggiato dalle élite neocapitaliste occidentali. E’ solo questione di tempo, ma le privatizzazioni procederanno, come raccomandato nel 2011 per lettera dalla bce: “È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.” Fine del cosiddetto socialismo dei comuni, servizi pubblici che diventano privati a caro prezzo per tutti. Di recente, l’operazione “spending review” ha messo non a caso in rilievo l’antieconomicità di molte partecipate dagli enti locali, almeno una su quattro con un rendimento negativo rispetto al r.o.e. (reddito netto aziendale / capitale proprio). Altro punto cruciale del programma della bce per l’Italia è il seguente: “C’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.” Anche qui siamo a buon punto ma Renzi continuerà l’opera. “Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti”, è un elemento programmatico bce che si lega al precedente, e la revisione renziana è già cominciata con il decreto Poletti, poi ci sarà il jobs act o qualche altra porcata simile per eseguire gli ordini del padrone. La bce avrebbe voluto il pareggio di bilancio in tempi più brevi ma Renzi, che difende tutti i trattati-capestro europoidi pur invocando maggiore flessibilità, intende arrivarci quanto prima. Si impone la revisione del sistema pensionistico, alla quale ci ha già pensato il governo Monti con la riforma Fornero creando gli “esodati”, e il taglio dei costi del pubblico impiego, se necessario, voluntas bce/troika, riducendo gli stipendi al pubblico impiego. Nessun problema, fra congelamento degli aumenti contrattuali e blocco del turnover, ampiamenti praticati dai governi collaborazionisti della troika, quello di Renzi compreso. La revisione dell’amministrazione pubblica per assecondare le esigenze delle imprese, raccomandata da Francoforte, è un “cavallo di battaglia” renziano. Il vero programma di Renzi e del pd fa dunque riferimento alle sezioni 1, 2 e 3 della citata missiva e da quella linea, socialmente genocida, non ci si scosta.
Quali sono i veri effetti del programma politico applicato all’Italia da Monti in poi? Oggi sono ben visibili e i media non possono nasconderli. Deflazione già arrivata, disoccupazione in aumento, con mille disoccupati in più ogni giorno di luglio, emorragia di produzione industriale (40% in meno dall’inizio della crisi?), consumi interni in calo, pressione fiscale altissima che aumenterà ancora. Se Monti ha ammesso di aver distrutto il mercato interno, cosa dovrà ammetterà, alla fine, Renzi? Tuttavia sta portando a termine la sua missione, perché sono proprio questi gli effetti voluti dalla troika per sottomettere (e saccheggiare) definitivamente questo paese. Anche gli ottanta euro hanno raggiunto i loro veri scopi, pur non avendo avuto il ben che minimo impatto positivo sui consumi nazionali (e di prodotti nazionali). Hanno portato consenso alle europee, ingannando ancora una volta il popolo bue, preda dei collaborazionisti pd. Renzi non arriverà al 2018, come ama dichiarare, così come il suo compare euroservo Hollande, amico della mafia corsa e della classe globale dominate, potrebbe non arrivare alle presidenziali francesi del 2017. Dopo Renzi ci sarà un governo dichiaratamente “troikista”, imposto in una situazione drammatica e guidato da un “tecnico” senza scrupoli (e senza l’assillo dei quozienti elettorali), ma naturalmente appoggiato dal pd. A quel punto, se non proprio oggi, Renzi potrà ben dire: missione compiuta!

Le mutande in faccia di Marchionne

 Su una sola cosa ha ragione ‘sto furbone e ladro di Marchionne, sul fatto che la scenetta col carretto dei gelati, poteva risparmiarsela. Ma tant’è.
Marchionne: “Italia tutta da ricostruire. Ho incoraggiato Renzi a proseguire riforme”. L’amministratore delegato della Fiat, parlando al Meeting di Rimini, ha detto che il premier ha “un compito arduo e ingrato” e non deve “curarsi degli attacchi”. Ma i precedenti non fanno ben sperare: fino ad ora “risultati concreti se ne sono visti molto pochi, compromessi tanti”. Sugli stabilimenti italiani ribadisce: “Non ne chiuderemo nessuno, ci accolliamo i costi”. Renzi incontra Landini? “Buona fortuna, non sono geloso”

“Con questi livelli di disoccupazione la situazione si aggraverà. L’Italia non può più aspettare”. Parola di Sergio Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat, intervenuto al Meeting di Rimini, ha detto che il Paese vive una “recessione prolungata” e “abbiamo bisogno di riforme e trasformazioni strutturali” per riportarlo a un “livello competitivo”. L’Italia, per ora, “non sembra capace di reagire”. Il manager ha però espresso “massima fiducia nel governo” e ha speso parole di sostegno per il premier Matteo Renzi: “Il presidente Renzi ha di fronte un ruolo arduo e ingrato. Appare coraggioso e determinato a fare le riforme e io l’ho incoraggiato a proseguire l’intento riformatore senza curarsi degli attacchi”. Nessun trattamento di favore, comunque: ”La gente che si impegna nel fare le cose di qualunque colore è la benvenuta. Appoggio anche lui come ho appoggiato Letta e Monti. Se la sua agenda è di riforme e spingere il Paese avanti sono il primo ad appoggiarlo”.

Finora “risultati pochi, compromessi tanti” – Resta il fatto che i precedenti non fanno ben sperare: “Fino ad ora chi ha guidato il Paese si è scontrato con un muro di gomma”. Sono state fatte “gare al ribasso per toccare meno gli interessi e il sistema ha conservato se stesso”. Così, alla fine, “risultati concreti se ne sono visti molto pochi, compromessi tanti”. Dunque, è la conclusione, “saremo i primi a salutare le riforme se arriveranno, ma non possiamo riporre fiducia in un sistema che appare immobile”. “Dobbiamo avere la consapevolezza che abbiamo di fronte una Italia tutta da ricostruire”. Fatta la diagnosi, ecco la ricetta: serve una “nuova fase di ricostruzione rilancio nazionale”. Le risorse per farlo, come “le qualità umane e culturali”, non mancano. Lo Sblocca Italia? “Un buon inizio ma c’è ancora molto da fare. Bisogna andare avanti”.

“Basta ironie su gelati e barchette” – Marchionne ha anche commentato la copertina dell’Economist, a cui Renzi ha ribattuto mangiando un gelato nel cortile di Palazzo Chigi: Non sopporto più di vedere gente con il gelato, barchette e cavolate. Da italiano non lo voglio più sentire. Voglio essere orgoglioso di essere italiano, di dire che siamo veramente bravi come gli altri, perché lo siamo. Abbiamo 80mila persone che non hanno paura di impegnarsi con la sfida globale. Non ho capito perché non possa farlo il Paese”. L’uscita del settimanale britannico? “Sentirsi dare da qualcuno del gelataio non fa piacere, se lo dicono a me, non mi fa piacere”. E comunque “il gelato lo hanno dato a tutti quanti noi e non ha niente a che vedere con Renzi”. Quanto alla reazione, “sono scelte sue personali, io avrei ignorato tutto. Di vignette contro di me ne escono tante, non le ho mai inseguite”.

“Vent’anni di finte riforme” per colpa di “destra e sinistra, e imprenditori”. Ironia su Landini – “Abbiamo passato vent’anni a far finta di fare riforme sociali”, è il giudizio del manager che ha orchestrato le nozze tra il Lingotto e Chrysler. “Non abbiamo neppure approfittato dell’adesione all’euro, con cui potevamo finanziare le riforme”. “Abbiamo solo alimentato una dialettica distruttiva che ha indebolito le istituzioni, così gli investitori non arrivano, i salari si erodono e il tenore di vita cala”. E “quando dico noi, dico tutti. Destra e sinistra, e imprenditori”. Ma, naturalmente, anche il sindacato. Alla richiesta di un commento sull’incontro tra il premier e il segretario della Fiom Maurizio Landini la risposta di Marchionne è stata: ”Renzi incontra Landini? Good luck, non sono geloso”.

“Nessuna chiusura in Italia, ci accolliamo i costi di una realtà in perdita” – Quanto alla presenza di Fiat in Italia e alle prospettive che si apriranno dopo la fusione con il gruppo automobilistico di Detroit, Marchionne ha ribadito: “Non intendiamo chiudere nessuno stabilimento in Italia, accollandoci tutti i costi di una realtà operativa in perdita“. Come è noto Fiat intende “rivedere in modo radicale” la sua strategia puntando sull’alto di gamma, e su questo fronte il nostro Paese può essere la base per la diffusione di veicoli in tutto il mondo.

“Fiat dimostra che quando la concorrenza ti considera morto ti puoi rialzare” – La Fiat che si appresta a spostare la sede legale in Olanda va dunque vista come un modello per il Paese? Marchionne sembra pensarla così. “Non per fare i presuntuosi”, ma “per dimostrare che anche in situazioni disperate, anche quando la concorrenza ti considera morto, ti puoi rialzare”. “Quando abbiamo deciso di intrecciare il nostro destino con Chrysler, un’azienda in bancarotta, ci siamo giocati tutto: credibilità, reputazione e io personalmente anche la carriera”, ha ricordato Marchionne. “Invece di temporeggiare come tutti i nostri concorrenti, ci siamo mossi e siamo andati negli Usa”. All’epoca “in pochi credevano alla fusione con Chrysler, nonostante l’entusiasmo dei media”. Quindi “abbiamo rischiato di evidenziare in modo chiaro la fragilità della Fiat, senza nemmeno la sicurezza di una poltrona su cui atterrare se il progetto fosse fallito”. E anche in Italia, “se avessimo aspettato le condizioni di un sistema competitivo, non avremmo fatto assolutamente nulla”. Invece, ha rivendicato l’amministratore delegato, “abbiamo deciso di assumerci la nostra parte di rischio e responsabilità, abbiamo fatto delle scelte coraggiose di rottura con il passato, compresa quella di uscire da Confindustria per stabilire un rapporto negoziale diretto”. ”Siamo andati avanti, incuranti delle accuse e degli sgambetti, e da quasi 5 anni che stiamo progettando la rete industriale” in Italia. Questa, secondo il manager, è la lezione che il Paese dovrebbe trarne: “Non possiamo più aspettare che vengano modificate le regole, che la gente ci segua, che troviamo accordi, che troviamo soluzioni per tutte le poltrone disponibili. A me non interessa un cavolo”.

Ed ora i giudici si credono Dio.

Ennesima sentenza choc dei giudici italiani, in attesa che passi la legge Scalfarotto che limiterà ulteriormente la libertà di pensiero: il Tribunale dei minorenni di Roma ha riconosciuto l’adozione di una povera bimba che vive presso una coppia di lesbiche, figlia biologica di una sola delle due conviventi, che aveva avuto  all’estero anni fa con procreazione assistita eterologa. 
Come in tante altre sentenze che riguardano la Vita, i giudici, grazie alla Costituzione che li dota di poteri inimmaginabili all’ estero, si sostituiscono al popolo.
Dimostrando cosi di sentirsi equiparati a Dio. Che per loro, probabilmente, non esiste.







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Partecipate? Accantoniamole, vah…

 Alcuni commenti: “E’ completamente dissociato dalla realtà”.

“Ed ecco a voi il telepresidente del consiglio che vi annuncia in diretta tutte le iniziative del governo: buone intenzioni, nel migliore dei casi, di cui è lastricato il pavimento dell’inferno, a cui non seguono i decreti attuativi senza per questo dare spiegazioni di sorta. Il cittadino teledipendente ode, approva e dimentica, il paese affonda e Renzie sorride e fa le battute che ha letto su topolino… sempre in tv”.

“Così diceva Renzi il 23 luglio all’inaugurazione dell’autostrada Brebemi: “Noi possiamo mettere in campo una operazione sulle infrastrutture che puo’ liberare da settembre 43 MILIARDI DI EURO. Soldi pompati nell’economia italiana soltanto con la rimozione di ostacoli”. Chiaro? dai 43 miliardi promesse da Renzi per le infrastrutture siamo scesi a 3,8 miliardi! Questo spara annunci ridicoli che i media riportano a gran voce ma che poi fanno cadere nel dimenticatoio evitando di ricordarli”.

“”I lavori di ristrutturazione in casa si potranno fare senza chiedere l’autorizzazione edilizia”. Un condono praticamente…”

“inoltre i 3,8 erano già stati messi in conto da governi precedenti”

“Vai Bomba, esagera! Racconta agli italiani che saremo i primi ad arrivare su Marte.”

“Non era una riforma al mese… il cavallo di battaglia del premier?”

“Bravo Renzi, visto che di cemento a deturpare coste e paesaggi ce n’era poco, hai pensato bene di metterne dell’altro… capisco, ai palazzinari va dato il bocconcino; intanto scuole fatiscenti e ferrovie per pendolari da terzo mondo possono aspettare. Ormai abbiamo capito l’andazzo: promettere mari e monti e continuare con la solita solfa. Dammi retta, autorottamati.”

Sblocca Italia, 3,8 miliardi per i cantieri. Slittano i tagli alle partecipate. Risorse destinate alle “opere cantierabili da subito”, tra cui l’Alta velocità Napoli Bari e la ferrovia Palermo-Messina. Padoan non si sbilancia sull’ammontare complessivo di fondi mobilitati. Per la banda larga defiscalizzazione al 50% ma solo nelle aree a fallimento di mercato, cioè dove senza incentivi l’investimento privato non sarebbe redditizio. I lavori di ristrutturazione in casa si potranno fare senza chiedere l’autorizzazione edilizia. Slitta alla legge di Stabilità la sforbiciata chiesta da Cottarelli

Come da anticipazioni del ministro Maurizio Lupi, il decreto Sblocca Italia uscito dal Consiglio dei ministri venerdì sera è più che altro uno “sblocca burocrazia”. Tradotto: le risorse messe in campo dai 50 articoli sono ridotte all’osso. Per le infrastrutture il governo di Matteo Renzi è riuscito a trovare, raschiando il fondo del barile (Fondo sviluppo e coesione e fondo revoche), solo 3,8 miliardi. Ben lontano dai 43 evocati da Renzi all’inizio di agosto, cifra che peraltro nessuno in conferenza stampa ha ricordato. Anzi, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan a precisa domanda ha risposto: “Non lo so”, anche se “riteniamo possano essere significative”. Zero euro sono destinati alla banda larga, per la quale è prevista solo la defiscalizzazione al 50% (alla vigilia si ipotizzavano sgravi fino al 70%) degli investimenti nelle “aree bianche” a fallimento di mercato, dove cioè senza incentivi non sarebbe redditizio l’investimento privato. E salta la prima sforbiciata alle partecipate degli enti locali, contenuta nel piano presentato dal commissario alla spending review Carlo Cottarelli il 7 agosto e prevista nelle bozze circolate in questi giorni: tutto rimandato alla Legge di stabilità, spiega Lupi. Così come la proroga dell’ecobonus del 65% per le riqualificazioni energetiche, su cui però, ha garantito Renzi, il governo ”si impegna”. Stesso discorso per l’incentivo fiscale destinato a chi compra casa per affittarla a canone concordato. Ok definitivo, invece, al gasdotto Tap, che sarà ratificato a Baku (Azerbaijan) il 20 settembre. Infine c’è il ddl delega per il nuovo codice degli appalti: “Avremo le stesse regole in Italia come nel resto d’Europa: l’Italia ha il vezzo di ‘irrobustire’, e peggiorare, la normativa Ue. Siamo noi che abbiamo inserito troppe norme, con danno economico e mancanza di chiarezza”, ha spiegato il premier. Che ha anche promesso la conferma del bonus degli 80 euro “per i prossimi anni per undici milioni di italiani”.

Dieci mesi di tempo per far partire i cantieri delle opere finanziate – I 3,8 miliardi sono destinati alle “opere cantierabili da subito”, tra cui l’Alta velocita-Alta capacità Napoli Bari per cui, dice Lupi, “sono stati già stanziati 4,4 miliardi” su 6,7 di valore totale, e la ferrovia Palermo-Messina. I cantieri di entrambe le opere, è la “grande novità”, dovranno però partire entro l’1 novembre 2015 “pena la perdita del finanziamento”. Come già annunciato, l’ad del gruppo Fs Michele Mario Elia viene nominato commissario straordinario per supervisionare e, nei piani, velocizzare la realizzazione. Tra le opere che potranno usufruire di queste risorse anche la “linea C della metro a Roma, il completamento del passante ferroviario di Torino, la metrotranvia di Firenze, la metro di Napoli”. Sempre all’articolo 1 è previsto lo sblocco degli investimenti già stanziati per gli aeroporti di interesse nazionale, cioè Malpensa, Fiumicino, Firenze, Genova e Salerno, ”che per ‘n’ problemi vedono l’impossibilità di partire nella realizzazione”. L’intervento, secondo Lupi, vale “circa 4 miliardi”, anche se Renzi aveva parlato di 4,6.

Padoan non si sbilancia sulle risorse mobilitate: “Significative” – Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha commentato il contenuto del decreto dicendo che “stimola gli investimenti pubblici e privati, e lo fa sia mobilizzando risorse sia cambiando le regole e semplificandole”. Ma non si è sbilanciato sull’ammontare di risorse private che saranno mobilitate grazie al provvedimento: “Non lo so, ma riteniamo che possano essere significative”, è stata la sua risposta a un giornalista in conferenza stampa. Quanto all’impatto netto sulla finanza pubblica, “è pari a zero” perché gli interventi “sono a piena coperture, quindi non stiamo peggiorando la finanza pubblica”.

Spazio alle priorità dei sindaci“Le 1.617 mail ricevute dai sindaci”, ha detto ancora il presidente del Consiglio, “ricevono risposta”. Il riferimento è alle priorità indicate dai primi cittadini, che hanno chiesto soprattutto, ha spiegato Renzi, “‘Dammi spazio nel patto di stabilità’, e diciamo sì. ‘Dammi denari’, e se riesco te li do subito. ‘Aiutami perché ho la sovrintendenza che blocca dei lavori’. e ci impegniamo a convocare una conferenza dei servizi per sbloccare la situazione”.

Per le ristrutturazioni in casa solo comunicazione edilizia – Chi vuole fare lavori di ristrutturazione in casa non dovrà richiedere l’autorizzazione edilizia: sarà sufficiente una semplice “comunicazione edilizia all’amministrazione” e “immediatamente il cittadino ha il diritto di fare tutti i lavori che vuole in casa propria”.

Favorito l’accesso alle defiscalizzazioni per investimenti in project financing – Viene poi allargata la possibilità di accedere a defiscalizzazioni Irap e Ires per gli investimenti in infrastrutture previsti da contratti di partenariato pubblico privato e project financing. Cioè le opere pagate da privati che in cambio ottengono la gestione del progetto, con relativi incassi, per un certo numero di anni. “Abbiamo abbassato da 200 a 50 milioni il tetto per cui opere strategiche vi possono accedere”, ha spiegato Lupi.

Renzi a Baku per il via libera al Tap – Il 20 settembre Renzi sarà a Baku, in Azerbaijan, per il via libera al Trans adriatic pipeline (Tap), che è stato definitivamente sbloccato dal Cdm. Il gasdotto da 10 miliardi di metri cubi, che dalla fine del 2019 trasporterà il gas azero in Italia approdando in Puglia, dovrebbe servire per far fronte a problemi di approvvigionamento del gas russo. Ma cittadini e enti locali del Salento sono contrari all’approdo in provincia di Lecce.

Modifiche alle norme sulla Cdp – Renzi ha anche annunciato “modifiche alle norme della Cassa depositi e prestiti che a questo punto è dotata di regole come quelle degli altri Paesi europei”. “Estensione della garanzia per investimenti alle imprese”, il titolo della relativa slide. Padoan non ha spiegato molto di più, limitandosi a parlare di una “estensione del perimetro di azione” della Cassa “sia dal punto di vista della dotazione sia per quanto riguarda i settori d’intervento”. Cambiare le regole, ha sottolineato il ministro, non è irrilevante, come dimostra il successo dei minibond, che hanno raccolto sottoscrizioni per 1 miliardo in due mesi dopo l’intervento con il dl Competitività. Con lo Sblocca Italia, ha confermato il ministro, arriveranno anche nuove misure per la finanza per la crescita per facilitare l’emissione dei project bond. E si punta poi a “facilitare l’attività delle società immobiliari quotate anche per valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico”.

Sostegno al made in Italy – Dal Cdm esce anche un pacchetto per il sostegno al made in Italy con particolare attenzione all’agroalimentare, al marchio unico e al contrasto all’Italian sounding) con cui si punta, ha spiegato il ministro dello Sviluppo Federica Guidi, a “un aumento di un punto del pil nel triennio 2015-2017″. Il piano prevede un pacchetto di “iniziative legate al supporto per l’internazionalizzazione”, in particolare delle pmi. “Il nostro obiettivo è di avere altre 20mila imprese esportatrici” rispetto al bacino attuale di 70.000 aziende che vendono oltre i confini nazionali. Il che dovrebbe fruttare “50 miliardi di export in più nei tre anni”.

Deflazione

Italia in deflazione, prima volta dal 1959. Disoccupazione luglio: 12,6%. Cancellata la flessione del mese di giugno. 3,22 milioni senza lavoro di Lucio Di Marzo

Torna a salire a luglio la disoccupazione, che tocca il 12,6%, in rialzo di 0,3 punti percentuali sul mese precedente e di 0,5 punti su base annua, cancellando la flessione segnalata a giugno e riportando il tasso ai livelli di maggio, di poco sotto i massimi storici. Per contro cala il tasso di disoccupazione nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, al momento pari al 42,9% e dunque in calo di 0,8 punti percentuali su base mensile, tuttavia in rialzo nel confronto sui dodici mesi. 705mila under-25, secondo l’Istat, sono attualmente in cerca di lavoro. I dati rilevati mostrano una grande differenza tra le diverse aree d’Italia. Se si considera soltanto il Meridione, la disoccupazione è al 20,3%, in rialzo di 0,5 punti. Il numero degli occupati rispetto a giugno è sceso dello 0,2%, calando di 35 mila unità. Se si volesse fare una media, è come se ogni giorni mille persone avessero perso il loro posto di lavoro. La riduzione vale anche su base annua, dove fa segnare un -0,3% (71mila unità). Per la prima volta dal settembre del 1959, l’Italia ad agosto è entrata in deflazione. L’Istat ricorda che allora la variazione dei prezzi risultò negativa dell’1,1%, in una fase di 7 mesi di tassi negativi.

Se ne parla (a dire il vero da un bel pò) anche su Icebergfinanza.

CATTOLICESIMO E GUERRA

   Sono ancora i fatti tragici di cui ci giunge notizia, in questi giorni, dal Medio Oriente e soprattutto da Siria ed Iraq, fatti che presentano aspetti inediti, malgrado il prolificare di ogni sorta di conflitti, soprusi e violenze, da quelle parti, sia purtroppo una costante ormai da moltissimi anni, per via del tipo di minaccia che si è venuto a concretizzare, della sconvolgente brutalità delle azioni omicide e di pulizia etnica messe in atto e dal fatto che siano, per la prima volta da tempo, intere comunità cristiane a vedere a rischio la propria stessa esistenza fisica, a spingerci a qualche riflessione e precisazione su quali reazioni siano effettivamente da considerarsi lecite, ed anzi doverose, secondo l’autentica Dottrina cattolica tramandatasi nei secoli e non contestabile da nessuno che voglia mantenersi rigorosamente fedele agli insegnamenti della Chiesa, quali misure di difesa estreme in situazioni di pericolo eccezionali, nelle quali belle parole e preghiere assolutamente non possano più bastare.
   Il Cristianesimo nasce indubbiamente quale portatore di un rivoluzionario messaggio di perdono delle offese subite, di amore e di pace, in un’epoca in cui guerre di conquista, ribellioni violente e leggi del taglione, peraltro sanzionate dalle stesse religioni preesistenti, sono allegramente all’ordine del giorno. L’insegnamento del Cristo è invece di amare chi ci odia e di porgere l’altra guancia, il che, sebbene, sia chiaro, non voglia per nulla dire trasformarsi in imbelli rinunciatari all’affermazione della giustizia terrena e alla legittima difesa, costituisce pur sempre un fatto scioccante senza significativi precedenti e destinato a non essere molto ricalcato neppure dalle altre fedi che vedranno la luce in seguito, in particolare proprio da quell’Islam al centro della tragedia che si sta oggigiorno consumando: è appunto il libro sacro dei musulmani, il Corano, ad esempio, a prescrivere (IX,5): “Uccidete i politeisti, ovunque li troviate, (…), assediateli ed opponetevi ad essi, in tutte le loro imboscate”.
   E non si tratta soltanto di “teoria” o di espressioni metaforiche: già lo stesso fondatore di quella religione, Maometto (e non, quindi, qualche suo successore d’epoca posteriore, che potrebbe anche avere travisato un diverso messaggio originario), prima di morire conquista  a mano armata fior di territori e dissemina la sua strada di cadaveri. Ricordiamo tutti lo sbottare del compianto don Gianni Baget Bozzo, in una trasmissione televisiva di qualche anno fa, contro il bellimbusto di turno che intendeva spacciare la solita favoletta dell’Islam “religione di pace”: “Basta! Non possiamo mettere sullo stesso piano il Cristianesimo, che è nato con i martiri, con l’Islam, che è nato con la spada in mano!”.
   Fermi nei propri propositi, infatti, i cristiani muovono i loro primi passi all’interno dell’Impero Romano pagano: non rivestendo ancora nessuno di essi responsabilità politiche, possono permettersi di non porsi neppure il problema di eventuali guerre con altri popoli, offensive o difensive che siano, le quali rimangono, ovviamente, affari dell’Imperatore, mentre, allo scatenarsi delle persecuzioni, riguardo alle loro stesse persone, mettono eroicamente in pratica la nonviolenza evangelica avviandosi, per lo più inermi e sereni, incontro al martirio.
   Nell’anno 380, però, il Cristianesimo, già religione “lecita” e parecchio favorita sotto Costantino, diviene, con l’Imperatore Teodosio, addirittura religione di stato nonchè l’unica consentita entro i confini dell’Impero.
   Di fronte alla nuova responsabilità del governo della più grande potenza del mondo, non si può più ignorare il fatto che non è possibile escludere a priori che ci si possa trovare costretti ad affrontare, prima o poi, un conflitto armato, non fosse altro come “extrema ratio” contro aggressioni violente ed inique ed in difesa dei giusti.
   La Fede cristiana, come già detto, non ha mai negato a nessuno in  alcuna delle sue fonti, a partire da quelle evangeliche, il diritto alla legittima difesa individuale o collettiva: nel 3° capitolo del Vangelo di Luca, ad alcuni soldati che gli chiedono cosa debbano fare per farsi battezzare, Giovanni Battista risponde di accontentarsi delle loro paghe e di non portare via soldi a nessuno con la violenza, non certo di cambiare mestiere in quanto quello del militare abbia qualcosa di sconveniente, e Cristo permette senza problemi che Pietro (come presumibilmente anche altri apostoli) porti una spada con sè. Nello stesso esercito della Roma pagana, poi, i cristiani non mancavano di certo e molti sono gli episodi di martirio di soldati rifiutatisi di sacrificare agli dei pagani o di compiere stragi, come nel caso della famosa “legione tebana” comandata da S. Maurizio.
   Sorge quindi l’esigenza di regolamentare teologicamente la materia “guerra”, al fine di stabilire a quali condizioni questa possa considerarsi lecita e quali siano i limiti da non superare affinchè non si cada nell’infrazione della legge divina. Nel 19° libro della sua monumentale opera “De civitate Dei”, scritta tra il 413 ed il 426, sullo sfondo di un Impero ormai sconvolto dalle invasioni barbariche, è il Padre della Chiesa S. Agostino a farlo, affermando che, quando aggressori ingiusti rompono il “tranquillitas ordinis” (cioè la pace internazionale) e mettono in pericolo un popolo, le autorità di questo popolo hanno il dovere di difenderlo e di operare per ripristinare le condizioni minime di un assetto internazionale regolato dal diritto, se necessario con la forza militare.
   Secoli dopo, S. Tommaso d’Aquino, nella sua “Summa theologiae”, parla di una possibile “guerra giusta” a patto che: a) sia indetta da capi di stato e non da “privati” (moderno principio del monopolio statale dell’uso della forza); b) abbia una causa giusta, ovvero ripari ad ingiustizie; c) sia condotta con retta intenzione, con carità, senza crudeltà o cupidigia, per amore della pace e per soccorso ai buoni. Anche se guidata da una legittima autorità e per una giusta causa, una guerra può infatti divenire illecita se animata da intenzioni di sopraffazione e di conquista andanti oltre la semplice esigenza di difesa e di ristabilimento del diritto.
   Sono quelli anzidetti i principi che, in ogni tempo, devono informare la condotta dei cristiani di fronte all’eventualità di crisi che comportino anche l’imbracciare delle armi.
   Per venire ai nostri giorni, lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica del 1997, citando la Costituzione “Gaudium et Spes”, ancora una volta ribadisce che la legittimità morale di una guerra “spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune. Coloro che si dedicano al servizio della Patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e delle libertà dei popoli. Se rettamente adempiono al loro dovere, concorrono veramente al bene comune della Nazione e al mantenimento della pace”.
   La situazione mediorientale di questi giorni è tale da rendere straordinariamente attuale, come non lo era stato ormai da tanto tempo, il dibattito sui temi fin qui esaminati.
   Intrerrogato recentemente su cosa si possa e debba fare contro l’avanzata e la violenza cieca dell’ISIS sulle popolazioni travolte, Papa Francesco ha fornito risposte in termini forse troppo “prudenti”, che hanno indignato molti, i quali avrebbero gradito da lui un linguaggio più esplicito e meno ambiguo. Personalmente amo pure io il parlare senza peli sulla lingua ed ho spesso rispettosamente disapprovato il “dire non dire”, l’arrabattarsi nel tentativo di non dispiacere a nessuno tipico dello stile oratorio  dell’attuale Pontefice, ma penso anche di capire la difficoltà che comporterebbe l’usare termini ormai decisamente troppo desueti, il parlare magari di “guerra giusta” ad un uditorio mondiale del 2014 non più preparato a ciò, nel quale non è prevedibile lo scompiglio che simili parole, sia pure pienamente appropriate e giustificate, potrebbero provocare, e credo che, tutto sommato, il Santo Padre non abbia dato risposte in contrasto con quanto prescritto dalla Dottrina tradizionale in fatto di reazioni militare legittime.
   In buona sostanza, Papa Francesco ha giudicato lecito “fermare” un aggressore ingiusto e violento come l’ISIS, ed ha sottolineato (con precisazione forse effettivamente non troppo felice) “fermare, non bombardare o fare la guerra”. Va da sè, però, che un avversario come quello, che ti taglia la testa prima di chiederti come ti chiami, non lo puoi “fermare” se non con l’uso di qualche arma, ed inoltre il Ponteffice ha anche proposto di interessare della faccenda le Nazioni Unite (altra cosa che non è andata giù a molti, ma non è questa la sede per approfondire ciò) affinchè decidano loro i mezzi con i quali appunto “fermare” i terroristi; e quali mezzi potrebbero mai scegliere le Nazioni Unite, in una circostanza estrema simile, se non le armi?
   Quanto, infine, al non doversi “bombardare, fare la guerra”, se non si decontestualizza questa frase dal discorso in cui è inserita, si rileva che, appena dopo, il Papa ha aggiunto: “Quante volte, sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto al guerra di conquista”. Dunque, mi sembra chiaro che intendesse semplicemente mettere in guardia le potenze intervenenti dalla tentazione di “fare la guerra per la guerra”, dal fare cioè dell’ineluttabilità dell’intervento contro l’ISIS il pretesto ed il punto di partenza per operazioni aggressive con obiettivi ben al di là del sacrosanto dovere di fermare l’aggressore e di annullarne le capacità offensive, anche con l’uso delle armi non oltre la misura necessaria, da tutti condiviso.
   Proprio quella forma di degenerazione di un’operazione originariamente giusta in una guerra di sopraffazione e di conquista che, abbiamo visto, viene bollata come illecita, prima di tutto, da S. Tommaso.
Tommaso Pellegrino