Nel continente negro…

Ancora qualche sassolino fuori dalle pantofole sui Mondiali appena terminati…

Italia 2006, Spagna 2010, Cermania 2014…
Ma non doveva arrivare l’ era dei paesi africani ? La nuova razza destinata a dominare il mondo…

Aspetta e spera… 

Balotelli e fratelli di Mandela, Malcom X e Martin Luther King, datevi pace…

E adesso indagano Maroni

Resta solo da attendere che indaghino anche Zaia.
Ma non era il Popolo ad essere Sovrano scegliendo i suoi governanti?
Eppure sembra esistere una gran voglia di esproprio, dalla rimozione per via giudiziaria alla nomina della casta come il senato che vorrebbe Renzi.


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Lo scippo al Popolo Sovrano

Da oggi in aula al senato la “riforma” costituzionale del senato.
Se passerà, avremo un senato di nominati e non di eletti, così noi Italiani saremo scippati dal diritto di votare per eleggere i senatori.
Grave è la presa di posizione di Berlusconi, che ancora non ha capito che non gli servirà per far cessare la persecuzione giudiziaria, che continua a sostenere Renzi.
Paradossalmente l’unica speranza rimane in Grillo e negli opposti di Forza Italia (l’ala contraria alle intese con i comunisti) e del pci/pds/ds/pd (l’ala comunista ortodossa che si oppone all’eresia renziana) contrari, per motivi distinti e distanti, all’inciucio del Renzusconi.

Che i senatori possano essere illuminati sulla strada di palazzo Madama.



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Emilia Romagna al voto

Con le dimissioni di Errani, anche l’Emilia Romagna andrà al voto anticipato, presumibilmente a novembre.
A parte la considerazione che l’interventismo della magistratura ci costa enormemente, ben più dei vantaggi che porta quando anche fosse tutto vero (e non ne ho alcuna fiducia) questo stillicidio di elezionirende la vita politica italiana una continua campagna elettorale in cui lo spostamento anche di un miserabile zero virgola, crea turbative, con la consueta cascata di instabilità e incertezza.
La prima riforma dovrebbe essere quella che una legislatura deve essere portata a termine comunque, a prescindere dalla magistratura, eventualmente anche con una immunità di chi viene eletto per tutta la durata del mandato, perché sono gli elettori e solo gli elettori a scegliere da chi essere amministrati e governati, non un impiegato statale che ha solo superato il concorso da magistrato.
A parte ciò i comunisti sono già in moto, in una guerra tra bande, per individuare l’erede di Errani che possa perpetuare la cappa soffocante delle coop e del “partito” per loro con la “p” maiuscola, dominante dalle nostre parti.
Bene anche il movimento dei partiti di Centro Destra che cercano un coordinamento, una intesa, spinti da giovani valenti come Galeazzo Bignami, Gianluca Pini e Manes Bernardini.
Ma si fanno i conti senza considerare il secondo partito della regione: quello grillino.

Sarebbe così fuori dagli schemi pensare a far convergere i voti del Centro Destra sul candidato grillino nel tentativo di scardinare il sistema di potere regionale (e locale) che si fonda sul binomio coop-pci/pds/ds/pd ?



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Prevenzione contro l’aids

Nei giorni scorsi sulla stampa sono apparsi articoli che indicavano come l’organizzazione mondiale per la sanità sollecitasse la prevenzione con pillole antiaids per gli omosessuali perché tale “categoria” contrarrebbe la malattia 19 volte più degli etero.
Mi ricordo che la nascita dell’Aids fu il cavallo di Troia con il quale le lobbies omosessuali ottennero posizioni di ascolto e rilievo.
E la malattia, lungi dall’essere quell’Armageddon verso gli omosessuali che inizialmente volevano farci credere, divenne una “peste” che si diffondeva verso tutti.
Non posso sapere se l’allarme sia fondato o meno, sono però convinto che se la pratica omosessuale fosse meno diffusa allora, forse, non ci sarebbe bisogno di alcuna pillola preventiva anti Aids e la stessa malattia potrebbe essere un ricordo di un’epoca malvagia.
In pratica se si ricercasse di rimuovere le cause invece di affrontarne gli effetti, allora non occorrerebbe chiedere alla comunità dei cittadini di spendere soldi per una cura preventiva che, sicuramente, verrebbe imposta a carico del servizio sanitario nazionale e non a carico esclusivo di chi ne dovesse beneficiare, per propria autonoma ed esclusiva scelta.
Perchè non importa se la malattia colpisce prevalentemente gli omosessuali, visto che colpisce anche gli eterosessuali, allora la pillola dovrebbe essere gratis per tutti.
O a pagamento per tutti.
Diversamente sarebbe l’ennesima, costosa legge privilegio pretesa dalle lobbies omo.



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Sugli zingari

Tutelano più loro di noi due. Una donna scrive al Giornale per denunciare l’aggressione ai turisti da parte di un gruppo di zingari. Ma siamo un Paese civile, non si può più dire che gli zingari non mandano i figli a scuola ma sui marciapiedi a fare accattonaggio di Alessandro Sallusti

Egregio direttore, sono indignata e spaventata. Stamane (ieri, ndr), stazione di Roma. Treno delle 12.50 Freccia Argento per Venezia. Sul marciapiede del binario una cinquantina di zingari strappavano letteralmente i bagagli di mano ai turisti che, intimoriti, accettavano di farsi aiutare. A un turista che non ha accettato hanno sputato sulla gamba. Nella carrozza di prima classe ho trovato 30, dico 30, di questi signori ai quali ho urlato di scendere immediatamente. Mi hanno minacciata, stessa sorte a un’addetta delle ferrovie che li cacciava dai binari. È intervenuta la polizia che ci ha detto di averne altri 50 in ufficio da identificare. Che sta succedendo? Lettera firmata
 

Cara signora, dopo aver accertato la sua identità e la verità dei fatti da lei raccontati, ho deciso di omettere il suo nome (non lo renderò pubblico per alcun motivo) per proteggerla non dai rom, ma dallo Stato e dagli intellettuali di questo Paese. Lo dico a ragion veduta, perché caso vuole che io stamane sia sotto processo all’Ordine dei giornalisti per rispondere di un reato grave. Si tratta di un articolo dal seguente titolo, pubblicato circa due anni fa: «Prova a rapire un bimbo: un nomade ricercato e campi rom al setaccio». A denunciarmi è stato il presidente del Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio. Il quale non contesta la verità del fatto (c’è stata pure una sparatoria con ferito), ma l’uso delle parole «rom», «nomadi» e «zingari». Secondo loro sarei razzista, in quanto non ho rispettato i trattati che, cito testualmente «proteggono i migranti quali sono in parte le persone di comunità rom».

Lei quindi, cara signora, ha commesso il reato di definire per «etnia» la banda di ladri che in queste settimane si sta impossessando delle nostre stazioni ferroviarie. E non solo a Roma. Anche a Firenze e a Venezia la situazione è diventata insopportabile, come da noi già documentato. E le aggiungo che per questo siamo già stati indagati dallo Stato solerte e dai vertici burocratici della nostra categoria. Ma dove pensa di vivere, signora mia? Siamo un Paese civile, non si può più dire che gli zingari non mandano i figli a scuola ma sui marciapiedi a fare accattonaggio. Bisogna parlare di ragazzi migranti vittime di problematiche complesse. Guai a mettere all’erta le vecchiette da volontarie vestite in modo simile alle gitane che si offrono di portare la spesa a casa. Non parliamo di sconsigliare di mandare il proprio bambino a giocare nel campo rom del quartiere.

Equilibrio, signora, serve equilibrio. Non mi sorprenderei se nei prossimi giorni ricevesse una denuncia per procurato allarme con l’aggravante del razzismo. E le va bene che non è giornalista, altrimenti si ritroverebbe anche disoccupata e quindi squattrinata. A differenza di quei simpatici, al massimo problematici, signori che lei ha incontrato sul treno e che a sera, protetti dalla presidenza del Consiglio e dall’Ordine dei giornalisti, si spartiscono il bottino della giornata. Esentasse.

Franceschini e la tassa preventiva

 … quindi, di conseguenza io, dopo aver pagato tale tassa, posso sentirmi libera di scaricare tutto ciò che mi pare…
Franceschini regala 70 milioni ad artisti, autori e produttori

Alzate le mani, anzi no, gli smartphones: questa è una rapina! In Italia si vendono qualcosa come 15 milioni di smartphones ogni anno. Per quanto fossero già in corso numerosi ricorsi la tassa è già attiva dal 7 Luglio. Come già detto il principio che sta alla base di questa tassa è assurdo e persecutorio. Si impone un importo che va da 3 a 5,20 euro per ogni smartphone, perché si presume che il consumatore faccia una copia privata di contenuti multimediali. Solo una piccola percentuale dei consumatori utilizza il telefono per questo scopo. Sono 3 euro fino a 8GB, 4 euro tra 8GB e 16GB, 4,90euro tra 16 e 32GB, 5,20 euro oltre i 32GB. Traducendo in soldoni la maggior parte degli Italiani avrà dei sovrapprezzi persino del 5%. Un’altra stangata silenziosa e perfida che colpisce un prodotto che invece va incentivato e non tassato. Infine ci sono risvolti ancora più inquietanti. La differenza di importo tra smartphones di alta fascia e di medio- bassa è irrisorio. E’ studiata per colpire produttori che operano nell’entry level e mercato medio in termini di prezzi e di performance e soprattutto per facilitare colossi come Samsung ed Apple che tipicamente affidano i rispettivi margini a prodotti molto costosi high end da 32GB e 64GB. Considerando una vendita di 15 milioni di pezzi all’anno la Siae incasserà solo dal prodotto smartphone ben 70 milioni di euro (andranno sommati gli introiti da pc, hard disk, tablet) che finiranno nelle tasche dei vari artisti, produttori ed autori. Quest’ultimi saranno sicuramente molto grati a Franceschini, gli Italiani un po’ meno.

Renzie, onlus e ong…

Cooperazione internazionale, in nuova legge tappeto rosso per banche e aziende. L’aula del Senato ha dato il via libera al Ddl di riforma della cooperazione per lo sviluppo. Che affida programmazione e gestione delle iniziative a una nuova Agenzia ad hoc e riconosce a tutti gli effetti il ruolo dei “soggetti con finalità di lucro”. Anche troppo, spiega il mondo non profit: il rischio è di confondere il sostegno a Paesi economicamente deboli con la promozione delle imprese italiane all’estero. Ecco come di Chiara Brusini

Mentre la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama votava gli emendamenti al ddl che cambierà la Carta, in aula è passata un po’ in sordina un’altra “grande riforma”. Quella della cooperazione internazionale per lo sviluppo, oggi regolata da una legge del 1987 che da almeno dieci anni la politica promette di rinnovare in tempi rapidi. Ora sembra sia la volta buona, con un testo che cambia nome e connotati al ministero degli Esteri e affida programmazione e gestione delle iniziative di cooperazione a una nuova Agenzia ad hoc. Lo scatto in avanti e l’impalcatura della riforma piacciono alle organizzazioni non governative e agli altri soggetti non profit che lavorano nei Paesi in via di sviluppo, in alcuni casi beneficiando dei contributi della Farnesina. Non tutto però li convince. E ora che il ddl passa in commissione Esteri della Camera (per approdare in aula forse prima della fine dell’estate) chiedono alcune correzioni di rotta, senza le quali si rischia di confondere i ruoli e aprire la strada ad abusi. Punto primo: ben venga l’istituzionalizzazione del ruolo delle imprese private, come accade a livello internazionale. Ma solo se rispettano standard precisi e con l’obiettivo finale di creare lavoro e sviluppo. Non certo per sfruttare opportunità di promozione commerciale o delocalizzare la produzione. Secondo: il testo non prevede che le organizzazioni senza fini di lucro possano proporre in maniera autonoma progetti e iniziative di cooperazione. Un’anomalia che va eliminata, sostengono ong, onlus e cooperative, perché chi lavora in un Paese da anni conosce esigenze e priorità più di qualsiasi “esperto” di stanza a Roma. Ecco le principali novità della riforma e i punti critici.

Corsia preferenziale per aziende e banche – I “soggetti con finalità di lucro”, cioè imprese ma anche istituti bancari, diventano a tutti gli effetti soggetti della cooperazione. Su questo spinge del resto anche la Commissione Ue, firmataria di una comunicazione ad hoc sul “rafforzamento del settore privato” in queste attività. Idea che il governo Renzi ha abbracciato con entusiasmo, mettendola in cima alle priorità del semestre italiano di presidenza del Consiglio Ue nel campo della cooperazione. Non per niente il 15 luglio a Firenze, a margine della riunione informale dei ministri europei competenti, si terrà un convegno sul tema aperto a ong e imprese. Ma in che cosa consiste il ruolo dei privati? L’articolo 27 spiega che l’Italia promuove la loro “più ampia partecipazione” alle “procedure di evidenza pubblica (gare) dei contratti per la realizzazione di iniziative di sviluppo finanziate dalla cooperazione allo sviluppo nonché da Paesi partner, Unione europea, organismi internazionali, banche di sviluppo e fondi internazionali che ricevono finanziamenti dalla cooperazione”. Non solo: una quota del fondo rotativo previsto dalla legge per sostenere le iniziative di cooperazione sarà destinata alla concessione di “crediti agevolati” per costituire imprese a capitale misto (joint venture) con società di Paesi partner.

Relazioni pericolose tra aiuto e promozione economica – E i paletti sono davvero pochi: le aziende devono “aderire agli standard comunemente adottati sulla responsabilità sociale e alle clausole ambientali” e “rispettare le norme sui diritti umani per gli investimenti internazionali”. Ci mancherebbe, viene da dire. “Sono favorevole al fatto che il mondo economico si mobiliti per affrontare i problemi dello sviluppo”, commenta Gianfranco Cattai, presidente della Focsiv, federazione degli organismi di volontariato internazionale, “ma ho qualche dubbio sul come. Il focus dev’essere sulla creazione di lavoro, non sull’internazionalizzazione dell’impresa. Altrimenti ovviamente saranno privilegiati i Paesi con economie più forti, mentre nessuno andrà a fare joint venture in Burkina Faso. In più, l’attuale ddl introduce per i soggetti con fini di lucro addirittura una corsia preferenziale: da parte loro “è promossa la più ampia partecipazione”, mentre per ong e onlus c’è scritto solo che “l’Agenzia può concedere contributi”. Mentre Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, teme soprattutto “il cosiddetto “aiuto legato”, cioè condizionato all’acquisto di beni o servizi dal donatore”. Pratica finora largamente diffusa e istituzionalizzata. Anche nella forma del finanziamento per opere e infrastrutture condizionato al fatto che ad aggiudicarsi la gara sia un’impresa italiana. “Questo è sostegno all’internazionalizzazione, non cooperazione. Lo faccia il ministero dello Sviluppo”. In più, “non possiamo permetterci di lasciare margini di incertezza sui criteri che i privati devono rispettare per qualificarsi come attori della cooperazione: occorre inserire riferimenti ai principi internazionali sull’uso efficace delle risorse, al Global compact delle Nazioni Unite e alle norme Ocse sulla responsabilità sociale delle imprese”.

La nuova Agenzia e il rischio carrozzone – La legge ribattezza il Mae “ministero degli Esteri e della Cooperazione” (Maeci) e prevede l’obbligo di nominare un viceministro delegato a seguire la materia. L’altra faccia della medaglia, però, è che l’attuale Direzione generale cooperazione allo sviluppo della Farnesina viene svuotata sopprimendo “non meno di sei strutture di livello dirigenziale”. Perché a gestire le politiche di cooperazione, dall’istruttoria dei progetti ai controlli, sarà una nuova Agenzia, con un organico fino a 200 dipendenti (trasferiti dal ministero) tra Roma e le sedi estere, autonomia di bilancio e un direttore di “documentata esperienza”, esterno alla diplomazia ma nominato dalla politica. Evidente il rischio carrozzone, solo parzialmente compensato dal fatto che le risorse rimarranno invariate rispetto a quelle oggi previste dal bilancio del Mae. Cioè 231 milioni complessivi, in forte recupero rispetto agli 86 del 2012 ma ben lontano dal picco di oltre 700 milioni raggiunto nel 2008. A questo vanno aggiunti gli stanziamenti previsti da altri ministeri ma destinati anche in parte al finanziamento di politiche di cooperazione. “La legge stabilisce che dovranno essere tutti elencati in un allegato allo stato di previsione della spesa del Maeci”, chiarisce Nino Sergi, presidente dell’organizzazione umanitaria Intersos. Si spera che la novità basti a evitare che l’esistenza di fondi per lo sviluppo nelle pieghe dei bilanci ministeriali emerga solo allo scoppiare degli scandali. Come quello relativo ai fondi per opere di protezione ambientale in Iraq che ha portato all’arresto dell’ex ministro Corrado Clini.

Per ong e società civile nessun diritto di iniziativa – Per quanto riguarda il mondo non profit, sono riconosciuti come “soggetti della cooperazione” le ong, le onlus, le organizzazioni del commercio equo e solidale, le comunità di cittadini immigrati che sostengono lo sviluppo del Paese di origine e le cooperative e imprese sociali. Oggi è il Mae a selezionare le “ong idonee” e i progetti da finanziare, con procedure che due anni fa sono finite nel mirino della Corte dei conti per “una serie complessa di disfunzioni” tra cui l’assenza di procedure concorsuali (poi superata) e gli insufficienti controlli contabili. In futuro sarà invece l’Agenzia a tenere e aggiornare un nuovo elenco di organizzazioni che potranno avere accesso a contributi ed essere incaricate di realizzare iniziative di cooperazione. “Ma con il passaggio dalla vecchia alla nuova legge le ong, ora riconosciute come onlus, perderebbero la qualifica e le relative agevolazioni fiscali, come la deducibilità dei contributi e delle donazioni”, spiega Silvia Stilli, direttore di Arci cultura e sviluppo e portavoce dell’Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale (Aoi). “Insomma: risulterebbero penalizzate rispetto alle organizzazioni non specializzate nella cooperazione”. Anche Cattai è convinto che occorra ripensare quel comma. Ma per il numero uno della Focsiv c’è un aspetto ancora più critico: “Non è previsto che le organizzazioni iscritte nell’albo possano in maniera autonoma proporre progetti di sviluppo”. Insomma: addio diritto di iniziativa. L’unica via per ricevere finanziamenti rimarrebbe quella di “essere scelti” dall’Agenzia.

Il tavolo consultivo: una volta non basta – Un ridimensionamento che fa il paio con la debolezza del Consiglio nazionale per la cooperazione. Cioè il nuovo tavolo consultivo chiamato a dire la sua sulla coerenza delle scelte politiche, le strategie, le linee di indirizzo, la programmazione, le forme di intervento e soprattutto la loro valutazione. Ora la legge ne prevede la riunione una volta all’anno, un po’ poco per poter davvero influenzare le scelte politiche. Soprattutto se si considera che “programmazione e coordinamento” di tutte le attività sono demandate a un ulteriore organismo, il nascituro Comitato interministeriale per la cooperazione allo sviluppo presieduto dal premier. “Per questo chiediamo che il Consiglio possa anche autoconvocarsi su richiesta di un terzo dei suoi membri”, spiega Nino Sergi. Che promette anche battaglia perché nel testo siano inseriti meccanismi robusti di valutazione ex post dei progetti. “Al Senato era passato un emendamento che prevedeva l’intervento, in quella fase, di soggetti esterni indipendenti. Poi è stato cancellato, penso per questioni di budget. Non è un buon motivo”.

Le parole sono importanti – Tutto il mondo non profit, infine, è concorde su un’ultima criticità: non si deve più parlare di “aiuto pubblico allo sviluppo”. Si chiama cooperazione. Non è solo questione di correttezza politica, si tratta di prendere atto che non parliamo di “beneficenza” ma di attività che sono parte integrante della politica estera e si basano su un rapporto alla pari tra Paesi partner.

Qualche foto…

Tornando a casa, un paio di foto delle (sor)ridenti campagne della mia zona
I miei capelli col sole del primo pomeriggio… sembrano fuxia ma non lo sono.
No, ma è bello avere un gatto in casa… Soprattutto quando mangi qualcosa, si pianta lì e aspetta… come un morto di fame.