Il Centro Destra risorgerà

Su questo non ci sono dubbi.
La politica è fatta di vittorie e sconfitte e il Centro Destra tornerà al governo.
Il come e il quando dipendono peraltro da molteplici fattori.
Quanto sarà fortunato il bulletto fiorentino ?
Finora lo è stato molto, troppo.
La fortuna sua (e, in questo caso, anche nostra) è che la crisi iniziata con il fallimento Lehman del 15 settembre 2008 ha ormai sei anni, tanti, ed è alla fine del suo ciclo.
Dopo i sette anni di vacche magre, avremo i sette anni di vacche grasse.
Indipendentemente da quel che si farà in Italia, come in passato, beneficeremo della ripresa mondiale.
Il secondo fattore riguarderà il modo in cui Renzi trasformerà la fortuna che gli è capitata di essere presidente nel momento della ripresa internazionale, in benefici per i cittadini.
Gli ottanta euro equivalgono alla scarpa di Lauro, però a fronte di una platea di una decina di milioni di Italiani che hanno incassato gli ottanta euro, ce ne sono trenta milioni che vedranno aumentare le tasse sui risparmi (a cominciare dai conti correnti), aumentare la tassazione sulla casa, sui passaporti, ma anche avere meno sicurezza per le strade con tossici e spacciatori in libertà e persino meno sicurezza sanitaria con il flusso immigratorio, favorito da mare nostrum, che ci sta riportando morbillo, polio e lebbra.
Ultimo, ma non per questo meno importante, il putto fiorentino che fa il gradasso a parole perchè vuole cambiare l’europa, poi si spertica in lodi esagerate per la Merkel e allora bisogna chiedersi quanta autonomia avrà (io credo nessuna).
Il terzo fattore è interno al Centro Destra.
Come reagirà alla scoppola elettorale ?
A differenza dei comunisti dopo il 1994, il 2001 e il 2008, nel Centro Destra pare esserci molto fermento, forse troppo, che ripropone un vecchio e mai risolto dualismo strategico, tra chi ritiene di riorganizzarsi in doppio petto e chi indossando elmetto e mimetica.
Non importa aggiungere che personalmente sono per elmetto e mimetica, anche se non pongo alcun veto al doppio petto, purchè non sia lui a porlo a me.
Tasse, immigrazione, euro ed europa, giustizia, droga, omosessualità, sono gli elementi distintivi che marcano la differenza tra Destra e sinistra e, ancora una volta, il Centro Destra può risorge, presto, impugnandoli come bandiera del nostro rinnovamento.
Un rinnovamento sicuramente più credibile di quello che potrà mai proporre Renzi perchè:
– il Centro Destra le tasse le ha abbassate e abolite realmente, la sinistra le ha sempre aumentate;
– il Centro Destra ha combattuto realmente la droga, la sinistra ne ha sempre favorito la depenalizzaizone;
– il Centro Destra si è sempre opposto, con più o meno successo ma comunque rallentandola, alla deriva morale, mentre la sinistra l’ha sempre cavalcata e favorita;
– il Centro Destra ha emanato leggi e attuato accordi internazionali per bloccare l’immigrazione, mentre la sinistra è arrivata al punto da andare a prendere (a spese nostre) i clandestini per portarli in Italia ed alloggiarli, nutrirli e curarli sempre a spese nostre;
– il Centro Destra guarda con diffidenza quando non con palese ostilità all’euro ed all’europa tanto che il proprio Leader è stato vittima di un complotto internazionale per eliminarlo dalla scena internazionale tanto ostacolava i disegni degli europeisti, mentre la sinistra, al richiamo dell’unione sovietica, è la più accesa sostenitrice di questo aborto sovranazionale e Renzi definisce la Merkel “un modello”.
Il Centro Destra che si impossessasse, ognuno con la sua peculiare sensibilità, di questi temi e li rilanciasse costantemente, metterebbe alle corde la sinistra, perchè il Centro Destra interpreta correttamente il sentimento popolare, mentre la spocchia e l’arroganza della sinistra pretenderebbe di indirizzarlo anche contro gli interessi del Popolo stesso.
Il dibattito che si è aperto ci dirà se il Centro Destra potrà riprendere presto il timone del comando o se, invece, l’attesa sarà più lunga.


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Francesco all’ Olimpico.

Dopo i Papa Boys, oggi sono ufficialmente nati i:

Papa Forever Ultras, Papa Fighters, Papa CUCS, Papa Commandos Tigre, Papa Eagles Supporters, Papa Viking, Papa Fossa dei Grifoni e Papa Ultras Tito.
Presto, nuove formazioni…  

Aleè oh oh , aleeeee, oh oh !

Dedicata ai vari rossobruni Fasciocomunisti

Il Panfascismo di Asvero Gravelli.
Il Panfascismo mirava all’affermazione del Fascismo quale ideologia universale in diretta concorrenza con il nazionalsocialismo di stampo hitleriano, che veniva definito dallo stesso Gravelli “anticristiano e antioccidentale”. Secondo Anton Hilckman, collaboratore di Gravelli, il pensiero nazista era legato ai miti nordici e germanici, facendo “rivivere i sinistri misticismi dell’antico wotanismo”, oltre che al paganesimo e al protestantesimo.

Fosse vivo oggi, che sberle darebbe ai vari rossobruni nazionalbolscevici e simpatizzanti di Eurasia…

La speranza di morire sul posto di lavoro…

Pensioni, Padoan: “Diminuzione dell’età? Semmai un graduale aumento”. Il ministro dell’Economia poi precisa che in Italia esiste un adeguamento all’allungamento delle aspettative di vita e che il riferimento era piuttosto alla Germania. Intanto manda a dire a Bruxelles che “se si vogliono dare le raccomandazioni devono essere complessive e esaustive”. La Tasi? “Aumento apparentemente gigantesco, ma era atteso”

Premiare i Paesi che si dimostrano seri in Europa e che sono in grado di implementare le riforme strutturali. Rimettere al centro dell’agenda europea crescita e occupazione. Trovare le soluzioni per rilanciare gli investimenti. A due giorni dall’arrivo delle raccomandazioni europee a Roma, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, torna ad insistere sulle priorità che l’Italia porterà in Europa nel corso del semestre di presidenza europeo. Ma, pur alle prese con problematiche di carattere sovranazionale, il ministro non può che guadare anche a casa nostra e alle questioni che quotidianamente impegnano cittadini e governo, a partire dalla Tasi. L’aumento della tassazione sulla casa sembra “apparentemente gigantesco”, ma era atteso, perché nel 2013 l’Imu sulla prima abitazione non è stata affatto pagata e perché comunque saranno i Comuni a decidere l’aliquota, ridimensiona dunque il ministro dopo l’allarme scaturito dai dati della Banca d’Italia che ha spinto anche il sottosegretario Zanetti a ipotizzare un ripensamento complessivo con un’unificazione della tassazione nel 2015. Le rassicurazioni di Padoan arrivano quindi anche sul bonus Irpef, per il quale grazie a misure strutturali e “tagli permanenti di spesa” si troveranno coperture sufficienti per garantire gli 80 euro in più in busta paga in modo altrettanto permanente.

Parlando a tutto campo al Festival dell’Economia di Trento, il ministro si imbatte suo malgrado, anche in una delle materie in Italia più delicate, soprattutto dopo la riforma Fornero, aprendo un “caso pensioni”. Parlando della staffetta generazionale, tema caldo della riforma della Pubblica amministrazione, il ministro ha sottolineato di non aver “mai creduto che gli anziani rubassero il lavoro ai giovani”. “Non sono a favore di una diminuzione dell’età, piuttosto di un graduale aumento“, dice con parole che però lui stesso si è affretta a precisare poco dopo, spiegando che in Italia è in realtà già previsto un adeguamento all’allungamento delle aspettative di vita e che il riferimento era piuttosto ai Paesi, come la Germania, che hanno deciso di abbassare l’età e con cui lui non si trova appunto d’accordo. Qualsiasi argomento riguardi l’Italia, compreso il “vero dramma” del calo della produttività, va però inserito, insiste ancora il ministro, nella prospettiva europea e nella necessità di riportare occupazione e crescita al centro dell’agenda Ue. La bacchetta magica per risolvere il problema del lavoro lui non ce l’ha e l’unico che potrebbe averla – scherza con la platea – è il suo “energico capo” Matteo Renzi. Ma certo un cambiamento di mentalità in Europa, con una maggiore fiducia reciproca tra partner, e l’adozione di una sorta di meccanismi di premialità per chi si dimostra in grado di fare le riforme potrebbero aiutare.

“Se un Paese realizza le riforme strutturali, dovrebbe essergli riconosciuto un differente profilo di bilancio”, ha spiegato il ministro al Wall Street Journal, ripetendo quasi come un mantra in ogni occasione le sue parole chiave: crescita e occupazione. “Se nuovi argomenti vengono messi sul tavolo non è per svicolare, ma per essere seri su crescita e occupazione e questo è l’intento del governo italiano”, ha aggiunto guardando già a lunedì, quando arriveranno anche a Roma le nuove raccomandazioni della Commissione europea. Il messaggio a Bruxelles è chiaro: l’Italia farà le riforme, ma “se si vogliono dare raccomandazioni devono essere complessive e esaustive“, devono cioè tenere conto degli sforzi fatti e degli impegni presi da ciascun Paese. L’unica domanda a cui il ministro non risponde è però quella sul rapporto tra governo e Fiat e su una sudditanza del primo rispetto alla seconda. “Da piccolo mi hanno insegnato che non si risponde a una provocazione e da grande ne sono ancora più convinto”. Parole cui hanno fatto seguito quelle di Sergio Marchionne, anche lui al Festival: “Con Padoan il governo ha un asso nella manica”.

Tornano gli zombie…

Fini: “Pronto a tornare in politica. Destra italiana non può seguire Le Pen”. In un’intervista al Messaggero l’ex leader di Alleanza Nazionale critica la linea seguita da Forza Italia e appoggia il percorso seguito finora dal Nuovo Centrodestra. Poi l’attacco a Fratelli d’Italia: “Hanno utilizzato la nostra storia senza conoscerla”

Gianfranco Fini è pronto a tornare in politica per dare forma a un nuovo centrodestra. Come ha raccontato lui stesso in un’intervista al Messaggero: “Sto ragionando con me stesso e con altri amici per vedere se ci sono le possibilità di far sentire una voce organizzata di una destra che non ha nulla a che vedere con quella rimasta in campo. L’Italia ha bisogno di una destra che non scimmiotti Marine Le Pen e che non abbia come unico obiettivo quello di alleanze a prescindere dai programmi e dai valori di riferimento”.

L’ex esponente di Alleanza Nazionale fa una riflessione anche sui risultati delle Europee: “Renzi ha avuto un’affermazione innegabile. Il centrodestra al contrario versa in una condizione di assoluta difficoltà non solo per il calo evidente di voti e nemmeno per il problema della leadership che pure c’è ed è evidente”. La soluzione? Sicuramente non quella proposta da Fratelli d’Italia: “Il neolepenismo di Fdi, che ha utilizzato anche la storia di An senza conoscerla pur avendone fatto parte, scimmiotta in Italia la politica nazionalista e per certi aspetti xenofoba di Le Pen e non ha nulla a che vedere con una cultura autenticamente di centrodestra”. Fini appoggia soltanto la linea seguita dal Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano: “Quella del Ncd, che pure ha pagato un prezzo salato, è la linea giusta almeno in questa fase”. Il problema, secondo Fini, restano i contenuti: “Cosa vuol dire una politica di centrodestra? E’ quella che sta facendo il Ncd che appoggia il governo? O è quella che fa Fi di netta contrapposizione al governo? Su troppi temi non c’è un messaggio unitario”.

E proprio nei giorni del dibattito tra Silvio Berlusconi e Raffaele Fitto sulle primarie, Fini interviene sulla questione:  ”Il problema delle primarie è l’ultimo, così come ultimo è quello della leadership”, sottolinea. “Le leadership non si nominano a tavolino o si inventano. Il problema fondamentale è cosa vuol dire oggi una politica di centrodestra. Se non si riparte ognuno dalla propria attuale posizione con un lavoro di approfondimento, di contenuto e di programma, non si va da nessuna parte”. Intanto continua a tenere banco la possibilità di un centrodestra moderato, come auspicato nei giorni scorsi da Alfano; anche Maria Stella Gelmini (Fi) dichiara che il suo partito è pronto “a dialogare con tutti. Tra l’altro Alfano mostra di condividere quanto noi di Forza Italia diciamo da sempre, cioè che divisi non si vince. Uniti nella confusione, però, non si va molto lontano”, ha sottolineato. “Non voglio polemizzare con Alfano, tanto più che le sue riflessioni meritano considerazione e rispetto”, continua la Gelmini, “c’è un’ambiguità di Ncd che va sciolta nel tempo e con i fatti”.

Il pentolaio e l’ennesima scadenza…

Per dovere di cronaca, ricordiamo ciò che disse il pentolaio non appena approdato al governo: FEBBRAIO, legge elettorale, MARZO, riforma del lavoro, APRILE, riforma della PA, MAGGIO, riforma del fisco. Poi, bhe, c’era la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la passeggiata sulle acque e infine, l’ascensione. Crea delle scadenze e non riesce a rispettarne nemmeno una. Fa tutto da solo rendendosi ancor più ridicolo di quanto non lo sia in realtà e, i gonzi che hanno ricevuto quei miseri 80 euro, gli hanno creduto dandogli il loro voto. Berlusconi era un dilettante.
Ue, Renzi: “Entro luglio lo sblocca-Italia”. Intanto riscrive l’agenda delle riforme. Il premier annuncia un provvedimento per far ripartire le opere pubbliche “ferme da 40 anni”. Poi insiste su Italicum e interventi su Pa, giustizia e fisco: “Siamo in ritardo perché voglio discuterne”. E sulla Rai: “Lo sciopero annunciato è umiliante. E’ il mondo più politicizzato che conosca. Si taglia ovunque, lo facciano anche loro”

Matteo Renzi rilancia. Dopo il bagno elettorale fa ripartire l’orologio, in tutti i sensi. Riforme istituzionali, del fisco, della giustizia, della Pubblica amministrazione. Tutte questioni già sul tavolo, già dal giorno della celebre conferenza stampa con le slide. Ma l’orologio riparte da ora. E il presidente del Consiglio aggiunge una data: “Entro luglio farò un provvedimento che si chiama ‘sblocca-Italia’, che lascerà fare alla gente quel che vuol fare e consentirà di sbloccare interventi fermi da 40 anni”. Il capo del governo si presenta sul palco del Festival dell’Economia di Trento per una lunga intervista con il giornalista Enrico Mentana. E annuncia un nuovo piano delle riforme, dopo che lo scadenzario degli inizi faticava ad essere rispettato. Renzi spiega che entro 15 giorni i primi cittadini dovranno rivolgersi a Palazzo Chigi e indicare i problemi locali: “Dagli investimenti bloccati per l’imprenditore al sindaco bloccato dalla sovrintendenza, fino all’imprenditore straniero pronto ad investire a Milano se non avesse i permessi bloccati”. A Palazzo Chigi, spiega Renzi, ci sarà la cabina di regia del “sblocca-Italia” che “avrà un responsabile ad hoc”.

Il presidente del Consiglio promette un nuovo piano per le riforme e interventi immediati. E non si risparmia un attacco ai gufi e a chi rema contro il progetto. Così parla anche della Rai e dello sciopero annunciato per l’11 giugno dai dipendenti dell’azienda pubblica: “Vogliono fare sciopero? Lo facciano..poi andiamo a vedere quanto costano le sedi regionali.. E’ umiliante questa polemica sullo sciopero, quando nel paese reale tutte le famiglie tirano la cinghia. E’ una polemica incredibile. E’ una situazione umiliante. A questo punto, se vogliono aprire una riflessione sulla qualità del servizio pubblico, bene, altrimenti la protesta lascia il tempo che trova”.

Renzi si presenta rilassato e “spavaldo” dopo la vittoria elettorale. E parla del suo sogno di far diventare l’Italia “smart”. “La carta ce l’ho da adesso. Tra 10 anni mi immagino un’Italia smart. Non dico cool, perché magari fa storcere il naso e allora diciamo che immagino un’Italia bella, che faccia andare i giovani all’estero ma che li faccia ritornare perché è attrattiva”. Rilancia poi i due temi di riforme istituzionali su cui ha puntato fin da subito, fin dai mesi precedenti al suo arrivo a Palazzo Chigi. “La prossima settimana – annuncia – riparte la discussione sulla riforma del Senato e dopo l’approvazione in prima lettura torniamo alla legge elettorale”. Basta rallentamenti. “E’ ora di chiuderla con la stagione politica degli alibi. Se non facciamo le riforme, è colpa mia. Abituiamoci ad avere politici che si assumano responsabilità”. E a questo proposito, aggiunge il capo del governo, “la riforma del Senato molti dicevano che era messa in piedi a casaccio. Invece è frutto di 30 anni di dibattito”.

Lo scadenzario delle riforme del governo sta diventando via via un po’ diverso, meno serrato, da quello presentato i primi giorni. ”La riforma della pubblica amministrazione (prevista inizialmente per aprile, ndr) sarà in parte per decreto e in parte con un ddl delega. Bisogna rovesciare il rapporto tra lo Stato e la Pubblica amminstrazione, cambiare le regole del gioco”. Poi la giustizia, attesa “entro giugno” secondo le intenzioni iniziali: “La giustizia civile sembra barbara ma entro il 1 luglio avremo il disegno di legge delega e questa riforma”. Mentre la frenata, ammette Renzi, c’è sul fisco che avrebbe dovuto vedere una trasformazione a maggio. “La delega fiscale l’ho bloccata un po’ io – dice – martedì approfondiremo alcune cose con Padoan” tuttavia ”il fisco dev’essere una cosa semplice e invece abbiamo destagionalizzato il lavoro dei commercialisti. Il meccanismo di cambiamento è appena cominciato”.

Fin qui la politica interna. Ma non dimentica che presto l’Italia dovrà avere un ruolo oltre confine. Renzi da una parte si dice tranquillo su eventuali valutazioni dell’Europa (“Non ho timori”) e interviene anche sul dibattito che porterà alla formazione della nuova commissione europea. ”Io non credo che ci sia un problema Juncker, può essere un nome ma non il nome – risponde il presidente del Consiglio a una domanda di Enrico Mentana – Certo il problema della democrazia europea non si risolve così parlando solo di problemi. Bisogna avere una visione alta di indirizzo, la politica deve fare questo”. ”Non si fanno battaglie su base nazionale o di passaporto – precisa – Il Pd ha preso più voti assoluti della Cdu ma il consenso non va messo in una battaglia sui posti. Quest’atteggiamento rovina e distrugge l’impostazione filo-europea. Non è un problema di nomi ma di scelte, le nomine sono conseguenza delle scelte”.

Cambiare verso anche alla Commissione europea, insomma. Bastino un paio di temi, oltre alla “madre di tutte le battaglie che è il lavoro” ribadisce (come in campagna elettorale) il capo del governo e segretario del Pd. Intanto le politiche economiche che finora “hanno portato ad una disoccupazione senza precedenti in Italia. O si riparte con una nuova politica europea, con investimenti industriali e nuove regole sul lavoro, o non se ne esce”. Un altro tema è l’immigrazione. “L’Unione europea dice tutto sui decreti e sulle regole per la pesca ma se un bambino di tre anni affoga, girano la testa” dice Renzi, riprendendo anche in questo caso un cavallo di battaglia già usato durante i dibattiti pre-elettorali. Il presidente del Consiglio aggiunge che la necessità è “che l’Italia porti sul tavolo della discussione un pacchetto di proposte concrete”.

Sul conflitto d’interessi…

La sinistra affida a due furbetti la legge sul conflitto d’interessi. La proposta di riforma è sostenuta da Bassanini e Gitti. Ma proprio loro cumulano poltrone pubbliche in enti che si spartiscono affari milionari di Stefano Sansonetti

Una proposta nuova di zecca sull’eterna questione della lotta al conflitto di interessi. Nei prossimi giorni, sul tavolo del governo guidato da Matteo Renzi, planerà un testo di legge composto da 20 articoli. Chi li ha scritti? L’Astrid, pensatoio vicino alla sinistra presieduto dall’ex ministro Ds della Funzione pubblica Franco Bassanini, che oggi siede pure sulla poltrona di presidente di quella Cassa depositi e prestiti che è controllata al’80% dal ministero dell’Economia. Non c’è che dire, Bassanini e soci stanno facendo le cose in grande. La proposta sarà infatti discussa in un incontro in programma per il 4 giugno, al quale parteciperà anche il deputato dell’ormai defunta Scelta civica, Gregorio Gitti, incidentalmente genero del banchiere «prodiano» Giovanni Bazoli, dominus di Intesa Sanpaolo. Naturalmente il progetto è tale che non poteva che essere discusso e portato avanti da personaggi che di conflitto di interessi se ne intendono.

Diciamo innanzitutto che la bozza, nelle intenzioni dei «legislatori» di Astrid, dovrebbe essere applicata al presidente della Repubblica, ai parlamentari, ai componenti delle Autorità indipendenti e ai titolari della cariche di governo. Il tutto nell’assunto che, recita l’articolo 2, «sussiste conflitto d’interessi in tutti i casi in cui il titolare di una carica o di un ufficio pubblico è titolare di un interesse economico privato differenziato rispetto a quello della generalità o di intere categorie di cittadini e tale da poter condizionare l’esercizio delle sue funzioni pubbliche». Ovviamente ci vuole qualcuno che vigili. Per questo la proposta tira fuori dal cilindro l’ennesima Authority «indipendente», che dovrebbe essere costituita sotto il nome di «Autorità di vigilanza sui conflitti di interessi». Composta da 5 membri, potrebbe avere in pianta organica fino a 90 dipendenti. Di più, perché il costo del nuovo carrozzone sarebbe pari «a 30 milioni di euro a decorrere dall’anno 2014». Alla faccia della spending review.

Inutile dire che la bozza di Astrid si guarda bene dal toccare situazioni di conflitto d’interessi che il governo Renzi ha regalato nella recente tornata di nomine. Basti pensare a Emma Marcegaglia, nuovo presidente dell’Eni ma contemporaneamente ai vertici della holding di famiglia attivo nella trasformazione dell’acciaio. Attività per la quale il gruppo Marcegaglia è tra i maggiori consumatori di energia. Insomma, può stare la rampolla di famiglia in una società come l’Eni che produce energia? A sentir lei non c’è nessun problema. Tra l’altro l’Eni è uno dei maggiori «finanziatori» della Confindustria, che dai gruppi semi-pubblici associati riceve la quote più sostanziose. Più volte s’è detto che senza questi contributi l’associazione di viale dell’Astronomia andrebbe gambe all’aria. Anche qui, forse non si commette un peccato grave se si arriva a pensare che la Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, potrebbe attivarsi per non fare mancare il sostanzioso appoggio finanziario dell’Eni. E poi ci sono gli autori della proposta Astrid sul conflitto d’interessi. Tra questi spicca proprio Bassanini. Il quale ha una certa dimestichezza con il cumulo di poltrone pubbliche e private. Non solo è numero uno della Cassa depositi, ma è anche presidente del consiglio di sorveglianza della società Condotte. Si tratta di uno dei principali gruppi italiani di costruzioni che, guarda caso, spesso e volentieri si trova a sviluppare grandi opere commissionate dagli enti locali e finanziate proprio dalla Cassa depositi. E così Bassanini, che secondo alcuni rumors ambirebbe a inserirsi nella partita della successione a Giorgio Napolitano, tiene un bel piede in due staffe.

All’incontro del 4 giugno, come detto, ci sarà anche Gitti, pronto a discutere del conflitto d’interessi con la massima cognizione di causa. Genero del prodiano Bazoli, dopo un lungo corteggiamento con il Pd nel 2013 è riuscito a strappare uno scranno alla Camera sotto le insegne della ormai esangue Scelta civica. Ma si dà il caso che Gitti sia anche tra i titolari di uno studio legale che offre consulenze lautamente pagate proprio alla Cassa depositi, a Intesa e a Ubi Banca. Del resto i contatti tra Gitti e la Cdp sono favoriti dall’amministratore delegato del colosso pubblico, Giovanni Gorno Tempini, che vanta un passato in Hopa, Mittel e Intesa, in pratica tutta la filiera tanto cara a Bazoli. Così come i contatti tra Gitti e Ubi sono confermati da tutta una serie di poltrone occupate dall’avvocato-deputato, che è presidente di 24-7 Finance srl, Lombardia Lease Finance 4 srl, Ubi Finance 2 srl e Ubi Finance 3 srl, ovvero tutte società veicolo del gruppo bancario. Per non parlare del fatto che, come emerge dall’archivio delle camere di commercio e dalla sua dichiarazione patrimoniale pubblicata sul sito della Camera, Gitti risulta pure consigliere di amministrazione di Skira editore (gruppo Rcs) e della Bassilichi spa, società specializzata in servizi di outsourcing che vede tra i suoi clienti pubbliche amministrazioni come Asl e università. E chi più ne ha più ne metta. Il tutto per un groviglio di interessi che, c’è da scommettere, renderà quanto mai animato il dibattito sulla proposta Bassanini.

Il voto utile

Primo benefico effetto della svolta “fascista, populista, omofoba, razzista, xenofoba” etc. etc. impressa all’unione sovietica europea dal voto di domenica scorsa.
L’Ukip di Nigel Farage, primo partito del Regno Unito, ha condizionato il Premier Cameron che ha posto il veto su Juncker, il più europeista e di sinistra tra i popolari della Merkel, tanto da essere visto con simpatia anche dal kapò e dal suo partito.
Cameron minaccia, se sarà Juncker il presidente della commissione, di anticipare il referendum sull’adesione all’unione e, quindi, portare il Regno Unito alla riconquista della piena Sovranità.
Gli Inglesi cominciano ad incassare il dividendo del loro voto.
Anche noi Italiani cominciamo ad essere ripagati del voto (e del non voto) che abbiamo dato.
Aumentano i passaporti, aumenta la tassa sulla casa, aumentano le tasse sui risparmi.
E, ancora, ritornano con i clandestini di mare nostrum le malattie debellate (morbillo, polio, lebbra) , più tossici e spacciatori sulle strade, si infligge un ulteriore colpo alle fondamenta morali della Nazione con il divorzio “breve”.
Infine il nuovo Budda comunista così ha parlato: la Merkel è un modello, mentre il suo ministro dell’economia, contrario alla riduzione dell’età pensionabile, si è espresso a favore di un graduale aumento della stessa.
Ogni popolo ha quel che si merita, costruito sulle proprie scelte.


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Si può essere più viscidi e imbecilli di così?

Pasticciano pure sulle pensioni. Tasi: cittadini a rischio multe. Archiviate le elezioni arrivano al pettine molti nodi e qualche pasticcio, previdenziale e fiscale. Come quello della Tasi di Antonio Signorini

Roma – Aria di prima Repubblica nel governo Renzi, tra ingorghi fiscali e rigore all’italiana sulla previdenza, con ministri che lodano innalzamenti dell’età pensionabile. Finite le elezioni, insomma, arrivano al pettine molti nodi e qualche pasticcio, previdenziale e fiscale. Come quello della Tasi. Il dato nuovo è che i centri di assistenza fiscale non ce la fanno a evadere le pratiche della prima rata e molti cittadini che risiedono nei Comuni che hanno deliberato le aliquote, non riusciranno a pagare entro il 16 giugno. Quindi saranno a rischio sanzioni. La misura della tegola che sta per cadere sulla testa dei contribuenti la dà un appello – inascoltato – lanciato dalla Consulta dei Caf: «Chiediamo ai Comuni di non applicare sanzioni ai contribuenti che verseranno l’acconto Tasi oltre il 16 giugno e rinnoviamo con urgenza la richiesta di prorogare la scadenza per la trasmissione del modello 730». In altre parole, questo il messaggio dell’organismo che rappresenta la gran parte dei centri di assistenza fiscale: cari sindaci, spostate in avanti la scadenza delle dichiarazioni. Poi, mettetevi nell’ordine di idee che tanti cittadini non riusciranno a pagare entro il 16 giugno, ma toglietevi dalla testa di applicare le multe, perché la colpa non è dei contribuenti.

In nove giorni si concentrano infatti le scadenze dei 730 e quelle della Tasi per i Comuni che hanno deliberato entro i tempi. Fino a ieri erano 2.176. Di questi un centinaio hanno mandato i bollettini ai cittadini, una quarantina ha rinviato di sua iniziativa il termine. A giustificare la richiesta di una moratoria sulle sanzioni da ritardo, non c’è solo l’ingorgo. Parte della colpa ce l’hanno gli stessi Comuni, perché molti hanno previsto procedure di calcolo «particolarmente complesse, caotiche, spesso contraddittorie», tanto da risultare «nei fatti impossibile riuscire a “tabellarle”». Per quelle fatte bene, spiegava un esponente di un Caf, serve circa mezz’ora per inserirle nel sistema informatico. Altre sono incomprensibili. Il dato certo, per il momento, è il salasso subito dalle famiglie. Grazie al moltiplicatore Monti e alla Tasi, rispetto all’Ici 2011 si pagheranno fino a 44,1 miliardi in più, ha calcolato Confedilizia. «Solo» 40,9 miliardi nell’ipotesi di applicazione dell’aliquota minima.

I soldi servono e, passata di moda la spending review, succede che un ministro di peso come quello dell’Economia Pier Carlo Padoan, parli di pensioni. «Non sono a favore di una diminuzione dell’età pensionabile, ma di un graduale aumento. Mi chiedo cosa succederà in Germania dove sono andati nella direzione opposta», ha detto al Festival dell’Economia di Trento. Parole, ha precisato poi, che non preludono a una misura del governo e si riferiscono all’indicizzazione già presente nelle riforme. Comunque la prova che il governo, sulle pensioni, segue il vecchio assioma della prima Repubblica: risolvere i problemi colpendo le generazioni future.