Mutande in faccia per continuare a mantenere il mostro rai

Canone anche sui computer. Rivolta contro l’estorsione Rai. Un imprenditore di Como lancia la sfida: “Non lo pagherò mai, ora mi vengano pure a prendere” di Gabriele Villa

Furioso. Giorgio Colombo, 59 anni, firma d’eccellenza, per tradizione di famiglia, dei Cantieri Nautici con sede a Grandola e Uniti è furioso. Sdegno che tracima il suo, mentre sventola il bollettino che gli ha inviato la Rai: 407,35 euro di «canone speciale» perché, con il pc che ha in azienda, potrebbe guardare la tv.

«Ma vi pare possibile? Siamo qui in cantiere tutti i santi giorni a spaccarci la schiena, da una vita, e la Rai ci viene a chiedere questi denari per qualcosa che neanche sappiamo se e come si possa riuscire a combinare. L’unico computer ci serve per i fornitori, per tenerci al passo con l’evoluzione della cantieristica e per le mille procedure burocratiche imposte dallo Stato assieme a una fiscalità senza pari nel mondo. E adesso è arrivata anche la Rai ad appiopparci questa nuova tassa camuffandola come un pagamento dovuto per godere della tv». Se vogliamo dirla tutta e bene è praticamente un tentativo di estorsione. Ecco perché si accendono di indignazione i computer della piccole e medie imprese artigiane, come denunciato anche dal quotidiano locale la Provincia di Como. Perché è da qui, chissà poi perché, che è cominciato il grande «rastrellamento» della Rai. Una raccolta di denari arrivata, come fanno notare i funzionari della Cna di Como, al Cantiere nautico di Giorgio Colombo ma anche a metalmeccanici, ad alimentaristi, persino ad un paio di auto-demolitori. «Siamo all’assurdo– sottolineano nel quartier generale della Cna in viale Innocenzo XI – perché molti di questi titolari di imprese artigiane sanno a stento come funziona un computer, figuratevi se si sognano di andare a capire se nel loro pc è installata o meno la scheda del sintetizzatore che permettere di guardare le trasmissioni televisive».

Invece è vero il contrario. Che sui video dei pc, delle piccole e medie imprese della provincia di Como, è comparso un enorme punto esclamativo. Il punto esclamativo della protesta. Della rabbia di chi si sente braccato, vessato. Di chi vuole urlare il proprio no all’ennesima provocazione. Di chi non ci sta alla libertà vigilata e condizionata adesso anche dalla Rai. Un’esasperazione che, ancora una volta le parole di Giorgio Colombo, presidente, tra l’altro, della Cna di Menaggio evidenziano concretamente: «Sa che cosa le dico e che cosa mando a dire ai signori della Rai? Che questa è una follia, soltanto una pura follia. Vengano pure a prendermi con il carro armato, se credono, ma io non intendo pagare e non pagherò mai una tassa così ingiusta. Lo scriva, lo scriva, lo scriva pure. Vengano. Io sono qui ad aspettarli. Per dimostrare, una volta di più, che questo è anche un Paese fatto di gente che, dalla mattina alla sera sgobba per rimanere a galla. E mai questo termine è stato più appropriato in un settore come il nostro. Qui in provincia siamo tutti sconcertati. Pensavamo che si trattasse di un errore. Di uno scherzo, addirittura. E invece? Ecco il bollettino».

Si sforzano di rassicurare e spegnere le tensioni alla sede centrale della Cna di Como: «Qualche anno fa la Rai ci aveva già provato. Poi tutto era rientrato. Ora ci riprova, con la scusa che, oltre alla radio, che un imprenditore può tenere in azienda e al pc, eventualmente dotato di sintonizzatore, ci sono anche gli smartphone con cui, in teoria si può accedere ai programmi televisivi. Ma noi, che ci stiamo muovendo anche a livello nazionale per tutelarci, consigliamo ai nostri associati della provincia di non perdere tempo in risposte inutili. Eppure la situazione rischia di degenerare perché, se questo tentativo di racimolare denari andrà a coinvolgere più o meno tutte le nostre imprese si parla di diciottomila associati. E le prime avvisaglie non fanno altro che alzare la tensione dato che, da tre giorni a questa parte, stiamo ricevendo decine di telefonate di protesta per questi bollettini». Come dire? Da Como prove generali di ennesimo saccheggio nelle tasche degli italiani. Un programma monotono che può avere effetti collaterali: nel caso migliore sbadigli, nel caso peggiore fuga per la salvezza verso altri lidi. E se va in onda la provocazione allora spegniamola con il telecomando della protesta.

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù

I primi impulsi alla devozione del Sacro Cuore di Gesù provengono dalla mistica tedesca del tardo medioevo, in modo particolare da Matilde di Magdeburgo (1207-1282), Matilde di Hachenborn (1241-1299), Gertrude di Helfta (ca. 1256-1302) ed Enrico Suso (1295-1366). Tuttavia la grande fioritura della devozione si ebbe nel corso del XVII sec., prima ad opera di […]

I cento anni di Giorgio Almirante

Ieri ne Il Giornale, Marcello Veneziani ha scritto  un bellissimo ricordo di Giorgio Almirante, indimenticabile e indimenticato Segretario del Movimento Sociale Italiano negli anni ruggenti 1969-1987, nato il 27 giugno 1914, l’anno in cui iniziò la Grande Guerra.
Non posso certo competere con Veneziani, tanto più che mi sarebbe difficile scegliere tra i mille ricordi di quei venti anni che mi formarono e di cui, inevitabilmente, provo grande nostalgia.
Preferisco invece onorare questo importante centenario, richiamando alla memoria l’azione di un politico di razza, un grande oratore, un uomo coerente, come l’esempio di quel che dovrebbe essere il Leader futuro del Centro Destra.
Quando nel 1946 Almirante iniziò la sua attività politica nell’Italia post fascista, tutto era contro di lui.
Fu uno dei primi otto deputati dell’MSI nel 1948 e fu sempre rieletto.
Superò brillantemente la scissione dei demonazionali che gli scipparono più della metà dei parlamentari eletti nel 1976 e poi evaporarono alle elezioni del 1979.
Combattè con Fanfani la battaglia contro il divorzio avendo ben compreso che quello sarebbe stato il grimaldello per scardinare i Valori fondanti della nostra Nazione.
Ottenne il rispetto anche degli avversari politici, anche se erano altri tempi, con meno cinguettii e più concretezza e cultura.
Giustamente Veneziani invita a non santificare Almirante come i comunisti stanno facendo con Berlinguer, ma questo non significa che Almirante non possa e non debba entrare nel Pantheon dei Grandi della Destra Italiana e che a lui si possa e si debba far riferimento per ricostruire quella comunità umana e politica che sopravvisse alle persecuzioni del dopo 25 aprile e a quella degli anni di piombo.
Ricordare Almirante diventa quindi uno stimolo per ricompattarsi, come giustamente chiede Berlusconi, per togliere al putto fiorentino quel sorrisino ebete che ha, ogni volta che pensa al “suo” 40,8% che usa unicamente per taglieggiare i nostri risparmi, i nostri redditi e le nostre proprietà.



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Onda su onda

Stacco per una settimana, cari amici.  Mi pare che ci abbiano già abbastanza seviziato con crisi feroci, cataclismi, drammi,  torti, storture, abusi e ingiustizie e iniquità d’ogni tipo.  So bene che anche non pensarci, non informarsi, sospendere la  lettura dei  giornali,  non serve a niente, perché il mondo storto va indietro (e a pezzi) lo stesso. Siamo, come dice la canzone di Paolo  Conte , “in balia di una sorte bizzarra e cattiva“.
 Ma ogni tanto è corretta igiene mentale  liberare un po’ il cervello. La canzone è molto italiana, perché anche nella tragedia di cadere in mare da una nave che è già “una lucciola persa nel blu” che si allontana, insomma da un naufragio, può saltar fuori una nuova vita in un’ isola felice con donne belle, frutti esotici e musica. Ve ne offro due versioni: quella del suo autore Paolo Conte, quella di Bruno Lauzi. Ciascuno scelga la  versione preferita.

Ci salveremo? E’ importante fare l’impossibile per metterci in salvo.
Ringrazio tutti i lettori e blogger che mi hanno fin qui seguita per la sentita  partecipazione e per i commenti sempre pertinenti e di qualità. Un ringraziamento speciale a Silvio, per gli importanti riscontri oggettivi con i quali supporta questo blog.

 A presto,  e buona estate!


Il pericolo dell’ingratitudine dei "nuovi italiani"

Leggo che Mario Balotelli, uno degli imputati della disfatta azzurra ai mondiali, ha dichiarato che “i negri non mi avrebbero scaricato“.
La risposta è semplice: se lo credi realmente rinuncia alla cittadinanza italiana e prenditi quella ganese.
Ma il ragionamento deve essere più articolato.
Se uno come Balotelli che è stato accolto con amore, nutrito e cresciuto da una famiglia Italiana che lo ha avviato verso un’attività sportiva che gli ha procurato soldi, belle donne e ogni divertimento che un giovane può desiderare, non trova di meglio che rifiutare le critiche e lamentarsi degli Italiani, allora quali reazioni potremmo subire dai milioni di immigrati che, con la complicità della chiesa dell’attuale vescovo di Roma e delle anime belle alla Boldrini, stiamo massicciamente importando entro i nostri confini, sulla nostra terra ?
Se uno che ha tutto come Balotelli si scopre così manifestamente antitaliano, con un odio evidente verso di noi, cosa mai potremmo attenderci da chi non ha avuto la fortuna di Balotelli ?
Domandiamocelo, finchè siamo in tempo e agiamo, finchè possiamo, per neutralizzare il pericolo che stoltamente abbiamo portato in casa e stiamo coltivando.



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Salta la passerella di Renzi in Brasile

Dopo la vittoria sull’Inghilterra i giornali riportavano la indiscrezione di una passerella di Renzi in Brasile per gli ottavi.
L’Italia invece torna mestamente (e meritatamente) a casa e al putto fiorentino non resta che invitare Prandelli ad una consolatoria mangiata di banane in compagnia.
Rigorosamente politicamente corretta.


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… non sono aumentate le tasse

Firmato il decreto sull’equo compenso: stangata sui telefonini. Firmato il decreto che aggiorna le tariffe sull’equo compenso. Nel mirino tutti i dispositivi con una memoria da almeno 16 Gb di Chiara Sarra

Il ministro Franceschini lo aveva promesso. E ieri dopo mesi di polemiche è stato firmato il decreto sull’equo compenso che aggiorna (e aumente) le tasse su smartphone, tablet e altri dispositivi elettronici. Si tratta di una tassa già presente da anni e che doveva essere rimodulata già nel 2012. Allora il governo Monti aveva altro a cui pensare, ma per Dario Franceschini sembrava una battaglia personale. Così per ogni smartphone o tablet da almeno 16 Gb di memoria allo Stato andranno 4 euro (contro i 0,9 precedenti per gli smartphone e gli 1,9 per i tablet), 6 per i pc (prima la tassa andava da 1,9 a 2,4 euro) e circa 0,4 euro su memorie Sd, chiavette Usb e altre tipologie di disco dai 4Gb in su. Smacco anche per chi compra le smart tv: si passa da nessuna tassa a un versamento di ben 5 euro.

Le tariffe per “il compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi previsto dalla legge sul diritto d’autore”, recita il comunicato del Mibact, saranno valide per i prossimi tre anni. “Con questo intervento si garantisce il diritto degli autori e degli artisti alla giusta remunerazione delle loro attività creative, senza gravare sui consumatori”, ha commentato Dario Franceschini, secondo il quale “parlare di tassa sui telefonini è capzioso e strumentale: il decreto non introduce alcuna nuova tassa ma si limita a rimodulare ed aggiornare le tariffe che i produttori di dispositivi tecnologici dovranno corrispondere (a titolo di indennizzo forfettario sui nuovi prodotti) agli autori e agli artisti per la concessione della riproduzione ad uso personale di opere musicali e audiovisive scaricate dal web. Un meccanismo esistente dal 2009 che doveva essere aggiornato per legge”.

Nessun automatismo sui prezzi di vendita. “Il decreto non prevede alcun incremento automatico dei prezzi di vendita. Peraltro, com’è noto, in larga parte gli smartphone e tablet sono venduti a prezzo fisso”, assicura Franceschini. Ma la polemica non si placa, soprattutto da parte dei produttori. Un “provvedimento ingiustificato che non riflette il comportamento dei consumatori e l’evoluzione delle tecnologie”, dice il presidente di Confindustria Digitale Elio Catania, “Si tratta di un provvedimento certo non in linea con lo sforzo che il paese deve compiere per sostenere l’innovazione digitale”.

I pasticci dei coglioni di governo

Governo Renzi, l’avvertimento di Napolitano: basta pasticci sui decreti. Bozze confuse, scatole vuote, articolati che mettono insieme la magistratura e le mozzarelle di bufala. Con una lettera riservata, il Quirinale richiama all’ordine l’esecutivo. I testi su Pubblica amministrazione e anticorruzione non ancora pubblicati dopo l’annuncio del 13 giugno. Problemi anche sulla riforma del Senato di Sara Nicoli

Per ora è stato solo un avvertimento, brusco e allo stesso tempo risoluto: pasticci sui decreti non saranno più tollerati. Ieri, dal Quirinale è partita una lettera riservata verso Palazzo Chigi. Firmata da alcuni tecnici del Colle, sul cui tavolo, dopo giorni e giorni di attesa, era finalmente arrivato l’agognato decreto sulla riforma della Pubblica Amministrazione. Dal 13 giugno, giorno della conferenza stampa di Renzi durante la quale aveva stupito tutti dicendo “intanto vi dico che abbiamo varato il decreto, ma i dettagli e i testi ve li diamo domani”, sul tavolo di Napolitano erano arrivati solo ed esclusivamente bozze informali di tutte le norme. Poi, solo due giorni fa, alla fine, ecco un articolato. Il secondo è stato inoltrato solo per mail, fatto assolutamente inusuale trattandosi di decretazione d’urgenza. Ad oggi, per riassumere, al Colle non sono ancora in possesso delle carte comprendenti la riforma quadro del sistema Pubblica Amministrazione. Colpa, sostengono a Palazzo Chigi, della Ragioneria Generale che frena la fretta di Renzi e, soprattutto, che mette a repentaglio i suoi effetti annuncio che – certo – influenzano l’opinione pubblica e si traducono in un crescente consenso, ma poi, nel concreto, mostrano il bluff. E la triste realtà. Ovvero che il governo Renzi è molto bravo a far credere di aver fatto, ma poi non mostra mai le carte del suo straordinario lavoro di “rottamazione” del sistema Paese. E nessuno sa se la rivoluzione c’è o resta una promessa.

E’ dall’inizio del governo Renzi che i testi dei provvedimenti adottati non vengono mostrati sul sito del governo contemporaneamente alla loro presentazione in conferenza stampa post Consiglio dei Ministri come è sempre avvenuto, invece, per i governi Monti e Letta. E bisogna attendere giorni, il più delle volte, per entrare in possesso di carte che gli uffici dei ministeri competenti riescono a scrivere solo dopo aver dato un’ordine ad appunti e bozze spesso pieni di errori oppure disorganizzati e confusionari, come se gli interventi legislativi fossero maturati senza un’attenta valutazione del quadro su cui vanno ad incidere per riformarlo. La smania di visibilità del governo produce strafalcioni. E dopo, metterci le mani è sempre faticoso. Soprattutto per il Quirinale. Che ora, appunto, ha dato un secco stop alla “ciatroneria” dell’invio di materiale legislativo “non del tutto lavorato e approfondito”.

Un po’ come è successo per la riforma del Senato; uscita da palazzo Chigi con le fanfare dopo il patto del Nazareno con Berlusconi, è arrivata sul tavolo di Anna Finocchiaro in commissione Affari Costituzionali come un’ossatura priva di qualsiasi contenuto; in pratica, un guscio vuoto. Tutto da riempire, tutto da studiare. Ma a sentir Renzi, sembrava già tutto fatto, pronto per il voto. Invece. Le scivolate del governo sulle carte che non ci sono e sui decreti che, improvvisamente, spariscono per poi riapparire sotto mutate spoglie (e con contenuti, spesso, diversi da quelli annunciati) cominciano ad affastellarsi in modo sempre più frequente. Ma quella della PA rischia di diventare un caso politico/istituzionale capace di un certo imbarazzo. Perché sembra che Renzi, alla fine, si sia scusato con il Colle per aver fatto “un po’ di confusione” sul fronte dell’impianto del nuovo sistema. E che, sempre per via della fretta dettata dall’incalzante cronoprogramma a cui lui stesso si sottopone con il governo (è di oggi l’ultimo crono/annuncio, “in 1000 giorni cambieremo il Paese”), abbia promesso di rimettere mano all’intero impianto della riforma. Quindi, ai decreti. Perché la ministra Marianna Madia dovrà rispacchettare tutto.

Dunque, venerdì prossimo, la riforma della PA ritornerà sul tavolo del Consiglio dei Ministri per essere divisa almeno in due diversi decreti. Almeno. Al Quirinale, infatti, si sono visti arrivare un indigeribile provvedimento monstre con dentro sia le “misure urgenti per la semplificazione e la crescita del Paese”, che quelle sulla “riforma della pubblica amministrazione”; decreto, il secondo, dilatato in 82 articoli e lungo 71 pagine e zeppo di materie inconciliabili tra di loro, questioni che spaziavano dal pubblico impiego alla magistratura, dall’anticorruzione alle invalidità delle patologie croniche, dalle fonti rinnovabili alle mozzarelle di bufala. I tenici del Colle, dopo una prima occhiata, si sono subito arresi: ancora troppe materie in un testo unico. E Napolitano ha fatto la voce grossa. Serviranno almeno due provvedimenti urgenti nuovi per chiudere “l’incidente”. Almeno due, si diceva. Il sottosegretario Graziano Delrio ha tentato una rassicurazione generale gettando acqua sul fuoco: “Le cose sono andate avanti, al momento non c’è nessun problema. E’ tutto finito, è tutto a posto”. Ma chissà quando riusciremo a vederne il contenuto della rivoluzione amministrativa renziana, targata Madia, e a capire se alle promesse e agli annunci spot sono seguiti davvero i fatti.

Dire una cosa e fare tutt’altro…

Padoan ci prende in giro? Il titolare dell’Economia: “Urge abbassare le tasse”. Ma in quattro mesi il governo non ha fatto altro che aumentarle di Domenico Ferrara

“In un momento in cui molti italiani affrontano una fase di difficoltà è urgente intervenire per contenere l’elevata pressione fiscale e l’onere del prelievo deve inoltre essere distribuito in modo più equo”. Ma il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dov’è stato finora? Delle due l’una: o non si è accorto della raffica di tasse che il governo Renzi ha messo in atto in questi pochi mesi, oppure se n’è accorto a tal punto che sta cercando di sedare gli animi. Con i soliti proclami. “Il governo ritiene cruciale procedere a un riordino complessivo del sistema tributario nazionale, e questo avverrà attraverso la delega fiscale di cui il Consiglio dei ministri ha approvato ieri i primi elementi”, annuncia Padoan.

Sarà. Intanto di sicuro c’è solo che da quando si è insediato, l’esecutivo ha provveduto a falcidiare i portafogli dei contribuenti italiani. Si è partiti con l’Imu per le seconde case, nel complesso risultata più alta rispetto all’Ici, poi c’è stato l’aumento della Tasi (con la conseguenza che oltre il 50% delle famiglie ha dovuto versare di quanto ha speso lo scorso anno), poi è arrivato il rincaro del balzello sulle rendite finanziarie e sui risparmi (dal 20 al 26%). La lista non finisce qui: sono arrivati i rincari delle accise sulla benzina, il raddoppio delle tasse sui passaporti, l’aumento della trattenuta che i fondi pensione versano allo Stato sui rendimenti maturati (dall’11 all’11,5%) e sono aumentate le aliquote regionali.

C’è poi il capitolo relativo ai rischi di nuove imposte: da quella sui telefoni e tablet passando per il bollo auto fino alla tassa di successione. Tutte sul tavolo del ministero e del governo. Come se non bastassero le tasse che ci sono già. Sì, è vero: Renzi può sventolare il fiore all’occhiello degli 80 euro in busta paga. Ma si tratta di un provvedimento transitorio (definito “un surrogato” dalla Corte dei Conti) mentre gli aumenti dei tributi sono permanenti. Quanto al taglio delle bollette per le Pmi, oggi è arrivata anche la bacchettata della Cgia di Mestre secondo cui tale sconto energetico non produrrà alcun beneficio per l’85% delle imprese e dei lavoratori autonomi presenti in Italia. Insomma, Padoan adesso invoca un urgente taglio della pressione fiscale (quale ministro dell’Economia non l’ha già fatto?). Meglio tardi che mai, un taglio delle tasse è sempre benvenuto, ma per il momento ha provveduto solotanto ad aumentarle. E che ciò sia successo a sua insaputa è solo un dettaglio.