Due libri contro il marasma "di genere"

 

Vorrei parlare di due importanti libri che toccano un tema cruciale: le politiche di genere, dette “gender” LGTB e come si tenda a creare confusione tra i sessi con provocazioni  sensazionaliste apparentemente (ma solo apparentemente) gratuite. Ma come più volte osservato, queste tematiche non sono fini a se stesse, ma obbediscono a motivazioni ben più profonde collegate a temi più

Furbizie elettorali

A Bologna spediranno i bollettini per la TARI (la tassa sui rifiuti) a cominciare dalla settimana successiva al voto.
Sempre a Bologna, con comunicato pubblicato sul sito del comune, si annuncia che i bollettini precompilati e la lettera per la TASI (la tassa sulla casa) saranno spediti il 28 maggio (sempre dopo le elezioni).
Non so cosa abbiano intenzione di fare negli altri comuni condannati dal “metodo Renzi” a pagare entro il 16 giugno, prima della maggior parte degli altri, ma il comportamento della giunta di Bologna è esemplare sul modo con il quale intendono a sinistra il rapporto con gli elettori: la bastonata fiscale arriva (e presto) ma dopo che i cittadini avranno votato.
Una LORO scelta su cui riflettere per fare meglio la NOSTRA scelta.


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Gli imbrogli della ue

Mossa elettorale di S&P-Fitch: promosso chi si piega all’Ue. Le due agenzie alzano il rating di Grecia e Spagna anche se nei due Paesi non c’è ombra di ripresa. E la decisione sembra fatta apposta per frenare la corsa dei partiti euroscettici di Rodolfo Parietti

Fiato alle trombe del giudizio. Non quello universale, bensì quello spesso controverso delle agenzie di rating. A una manciata di ore dalle elezioni europee, Standard&Poor’s e Fitch emettono suoni vellutati nei confronti di Grecia e Spagna, non più appartenenti alla razza inferiore dei Pigs (l’acronimo dispregiativo che marchia i Paesi del Club Med con i conti fuori controllo), ma bravi alunni che stanno facendo i compiti assegnati. Ciò vale quindi una promozione: S&P ha migliorato ieri il voto di Madrid da BBB- a BBB (lo stesso livello dell’Italia) in virtù delle riforme strutturali realizzate, mentre la consorella americana ha alzato la valutazione di Atene da B- a B grazie all’avanzo primario 2013.

Se a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, allora qualche sospettuccio sul timing scelto dalla coppia è lecito averlo. I precedenti, del resto, non depongono a favore delle Signore del rating sovrano, spesso vere e proprie bombe a orologeria pronte a detonare alla bisogna. L’Italia ne sa qualcosa. Furono proprio S&P e Fitch a mettere in dubbio, tra il maggio 2011 e il gennaio 2012, sia l’affidabilità creditizia del nostro Paese, sia l’azione di risanamento intrapresa contribuendo all’impazzimento dello spread. Fitch minacciò più volte di declassarci, S&P passò direttamente ai fatti tagliando di ben due gradini (da A a BBB+) il rating tricolore. Fatti, peraltro, che saranno al centro di un processo a Trani.

Insomma: riesce difficile non trovare qualche corrispondenza tra l’upgrade di Grecia e Spagna e l’ormai imminente appuntamento con le urne. Sui mercati come a Bruxelles, in molte cancellerie europee fino ad alcuni organismi internazionali, serpeggia la paura di un’affermazione dei partiti no-euro o, comunque, di quelli che intendono rottamare le politiche di austerity. Così da riportare l’economia sul sentiero di una crescita che deve, necessariamente, passare da un rilancio degli investimenti e dell’occupazione. Bene. Le agenzie di rating sono da sempre in prima fila quando c’è da sostenere la filosofia del rigore. Costi quel che costi. Recessione? Passerà: basta far le riforme, e i risultati arriveranno. Troppa gente a spasso? Un tributo inevitabile al consolidamento dei conti pubblici. Il messaggio subliminale (ma neanche tanto) lanciato a greci e spagnoli sembra questo: «Attenti a chi votate: il vostro governo si è comportato bene, e ora lo abbiamo premiato. Se abbandonate questa strada, chissà…». D’altra parte, dopo ben tre anni, Moody’s ha di recente assegnato all’Italia un outlook favorevole, non senza aver prima ricordato che «le possibilità che un partito politico guadagni il potere sulla base di una piattaforma che preveda un’uscita dall’euro rimangono non trascurabili».

Il problema, tuttavia, è convincere milioni di elettori che la situazione economica sia davvero migliorata grazie alle cure draconiane imposte. I dati della Commissione europea su Grecia e Spagna sembrano raccontare un’altra storia. Dopo esser sceso del 3,9% lo scorso anno, il pil ellenico dovrebbe tornare quest’anno sopra la linea di galleggiamento con un asfittico 0,6%. Un po’ poco per un Paese che tra il 2012 e il 2013 ha perso quasi 10 punti di ricchezza nazionale e che a fine anno dovrà fare i conti con un tasso di disoccupazione del 26% e consumi in calo dell’1,8%. Quanto alla Spagna, anche se crescerà a fine dicembre dell’1,1%, i senza lavoro saranno il 25,5%. Olè.

Il rottamatore richiama i rottamati zombie

Renzi sa solo fare promesse e si affida ai big dell’ex Pci. Il premier chiude la campagna sotto tono a Firenze. D’Alema e Veltroni in campo per aiutarlo. L’ex segretario Pd: “Spero che Matteo superi il mio risultato del 2008” di Laura Cesaretti

Giunti all’ultimo giorno, il Pd serra i ranghi e scendono in campo anche i veterani per combattere l’ultima, incerta battaglia. C’è Matteo Renzi, che sa di giocarsi domenica buona parte del suo futuro da premier, che convoca una conferenza stampa a Palazzo Chigi per mettere sul piatto (tramite immancabili slide) i risultati del governo e che ammette: «Devo fare autocritica, non siamo riusciti a far passare il messaggio delle cose realizzate. C’è stata una grande abilità di alcuni leader nel cancellare anche le riforme fatte». Secondo Renzi, «i provvedimenti assunti fino ad ora dal governo non sono ancora sufficienti a cambiare verso ma è difficile trovare altri governi che in 80 giorni hanno realizzato risultati così concreti e questo è per noi un elemento di stimolo».

C’è Walter Veltroni che gira per il Nordest per dare una mano ai candidati Pd alle Europee e che spiega a Huffington Post: «Sono l’unico recordman che si augura di essere battuto. Spero che domenica il Pd vada oltre il risultato del 2008». Oltre quel 34% che proprio lui, allora segretario del Pd e candidato premier, riuscì a sfiorare – nonostante il grave handicap dell’ultimo, tragicomico governo Prodi appena caduto – e che da allora è rimasto il sogno irraggiungibile dei suoi successori. Veltroni sponsorizza generosamente Renzi («Ha fatto tutto quello che doveva e poteva fare, in questa campagna elettorale. Mi auguro un ottimo risultato») e la candidata Alessandra Moretti, capolista a rischio bocciatura perché l’Emilia del suo primo talent scout, Pier Luigi Bersani, le ha chiuso le porte.

E c’è Massimo D’Alema, che denuncia inquietanti scenari speculativi e manovre finanziarie dietro il gran battage pubblicitario su Grillo e la mirabolante avanzata delle sue truppe, date da alcuni rilevamenti alla pari, se non addirittura in testa sul Pd. «Queste voci hanno fatto balzare verso l’alto lo spread – spiega – e quindi poi chi le ha diffuse ha comprato titoli a maggior rendimento bisogna stare molto attenti alle voci che vengono messe in giro». Il partito dell’ex comico, ricorda, «era già il primo partito alle Politiche del 2013, ma tutto questo è stato rimosso e quindi si è inventato che siamo di fronte alla ascesa del Movimento 5 Stelle. Invece questa volta Grillo sarà secondo».

Comunque vada, assicura Renzi da Roma, il governo «andrà avanti», la coalizione che lo sostiene (e che pure è anomala, ricorda, visto che i partiti che la compongono appartengono a tre diverse famiglie europee: Pse, Ppe e Alde) «rimarrà quella attuale» e soprattutto «le riforme andranno avanti comunque: non arretro di mezzo centimetro». Giovedì sera la manifestazione di chiusura della campagna elettorale ha lasciato un po’ di amaro in bocca: Piazza del Popolo era meno affollata che in altre occasioni (colpa anche di «un Pd romano diviso in gang che si fanno la guerra con ogni mezzo, e che Renzi dovrebbe affrettarsi ad asfaltare», spiega un dirigente Pd) e la manifestazione è stata disturbata da un manipolo di attivisti dei centri sociali armati di bandiere No Tav (e non solo, visto che è stato sequestrato dalla Digos anche un pugnale) che hanno provocato tafferugli e scontri anche fisici con il servizio d’ordine Pd. Risultato: quaranta fermati dalla polizia. Ieri sera, chiudendo il suo tour de force prima del sabato di silenzio elettorale, il premier è tornato là da dove era partito, nella sua Firenze. Proprio dove Grillo ha evocato il fantasma di Berlinguer, ergendosene a presunto erede, per tentare di costringere il candidato successore di Renzi, Dario Nardella, alla beffa del ballottaggio.