Isterismi bianchi e quote rosa

 
 
 
 
Quando la crisi morde e strozza, aumentano le false e fasulle libertà e i contentini in modo inversamente proporzionale alle vere gabbie e ai veri capestri: quote rosa, quote nere, quote gay, quote trans, quote lesbo.
Chiarisco innanzitutto il tema della “discriminazione positiva” proveniente dagli Usa, che è diventata non più una società coesa, ma un vasto mercato multietnico dove vige il dogma del lavora-produciconsuma a debito e crepa. E allora se gli esseri umani si riducono a meri “consumatori-elettori”, è evidente che la disomogeneità sociale venga non solo promossa, ma incoraggiata ed “esportata” per il mondo.
“Sono passati molti anni dalle prime accesissime battaglie in proposito e non dovrebbe più essere necessario fermarsi a spiegare come il sistema brutale del «rendere giustizia» ai gruppi svantaggiati, come è stato fatto negli Stati Uniti d’America per i neri e le donne, fissando in partenza le quote a loro riservate nelle sfide politiche, nei concorsi universitari, nelle borse di studio, ecc., pur essendo in apparenza il più semplice e diretto, abbia portato a conseguenze così pesantemente negative da indurre in molti casi gli stessi gruppi «protetti» a rinunciarvi. Conseguenze negative ovviamente per l’abbassamento del prestigio, implicito per coloro che «vincono» in base alle quote riservate.”
Così scrive Ida Magli nel suo ultimo articolo “Il mercato delle donne“, apparso su Il Giornale.
Con il voto a scrutinio segreto, come è noto,  la Camera ha respinto i provvedimenti pro quote rosa. Le deputate  si sono vestite di bianco in modo trasversale ai vari partiti e per protesta dopo il risultato del voto, sono uscite dall’aula. Avevamo il “rosso relativo” ora abbiamo pure il “bianco trasversale“.
Cosa ne viene in tasca alle comuni donne italiane delle loro battaglie? Niente, perché  ministre e deputate con i loro ricchi emolumenti, prebende e privilegi che hanno, non vivono di certo  le condizioni di tante poveracce che non sanno come rimediare il pranzo con la cena. Quote rosa, inoltre vuole dire che puoi trovarti anche un’oca giuliva per ministra o parlamentare, in nome del fatto che sia semplicemente “donna”.
Forse che il Piccolo Sicario Fiorentino, circondandosi di otto donne nel suo esecutivo,  renderà più lieve il fardello dei  pesanti tributi, dei rincari, dei nuovi balzelli e delle tasse sui nostri risparmi che stanno per pioverci pesantemente addosso?
Ma lancio una nuova provocazione, non di quelle isteriche e gratuite alla Barnard che si comporta da donnicciola emotiva, ma di quelle basate sulla spietata osservazione dei fatti.

Mettere donne al posto di comando delle istituzioni di questa grande ciofeca detta Ue, fa parte dei piani del NWO. Guardate la commissaria Ue Viviane Reding, Cecilia Malmstrom, la commissaria Ue per gli Affari Interni che costrinse Maroni ad accettare tutti i profughi tunisini, la Boldrini qui da noi… Per non dire della stessa Merkel  o delle due guerrafondaie Madeleine Albright e Condoleezza Rice, negli Usa. Perché?

Perché essendo neofita del potere, la donna si mostra più zelante, più secchiona, più fanatica e accanita che  mai. Insomma applica il “letteralismo” del proprio mandato che è una sorta di fondamentalismo del Potere. Gli uomini che il potere l’hanno sempre esercitato nei secoli,  conoscono anche  l’arte della “trattativa”, del “negoziato”. Nelle sentenze e nelle decisioni drastiche contemplano pure la clemenza, l’arte della diplomazia. La donna no.
Pertanto, in nome delle donne intese come metà dell’umanità, quelle donne da cui tutti noi siamo stati generati, è bene stare alla larga da simili Erinni e da chi furbescamente e perfidamente, ce le vuole propinare “in quote”.
 Per paradosso, le “quote rosa” vengono promosse e  spinte da uomini grigi. Elites di invisibili Eminenze Grigie del Potere che provvedono a quale debba essere il Bene Comune per  tutti noi. Ma la pratica insegna che in nome del Bene si fa del gran Male.



Lo stemma della Fabian Society: il lupo travestito da agnello

 

I sindacati festeggiano il pentolaio…

Governo Renzi, la promessa: 1000 euro in più (ma per vincere le europee). Il premier ammette: “Per il primo di aprile non ja famo”. Nonostante una notte di insistenza con i tecnici, i soldi in busta paga arriveranno a maggio, dopo il voto di Wanda Marra

“Vi potrei dire che le tasse le tagliamo dal primo maggio, perché dire il primo aprile sembrava un pesce d’aprile. “Però vi dico la verità: ’Non ja famo”. Un Matteo Renzi, istrionico, energico e di sfondamento risponde così a chi in conferenza stampa gli chiede perché non taglia l’Irpef dal primo aprile, come aveva annunciato. “Volevo farlo, ma sono stato respinto con perdite. Non ci sono i tempi tecnici, bisogna modificare le buste paga”. E però: “Sono 20 anni che si annuncia di abbassare le tasse, uno le abbassa e fateci pure le pulci…”. Al di là delle pulci, il problema è (elettoralmente) serio e il presidente del Consiglio lo sa benissimo. Mille euro in più all’anno in busta paga per 10 milioni di lavoratori sono un annuncio a effetto, una promessa mirabolante. E anche una misura evidentemente portatrice di voti e di consensi. E cosa cambia dal primo aprile al primo maggio? Che il 25 maggio ci sono le europee, il primo vero test elettorale del premier-segretario. Che si gioca tutto: se va bene, è ossigeno per il governo e per il suo futuro. Se no, è l’inizio della fine. Per essere una vittoria il Pd deve prendere dal 30 per cento in su (Bersani alle politiche arrivò al 25,4%, guai ad andare sotto). Gli stipendi arrivano al 27 del mese: dunque, primo maggio significa in realtà 27, come ammette lo stesso Matteo. “A chi ha dubbi suggerisco di aspettare il 27 maggio per vedere santommasianamente se i denari ci sono”. Non a caso mentre ieri Renzi lavorava sui dossier economici, Lorenzo Guerini, il portavoce della segreteria (in questo momento il segretario in pectore) stava al Nazareno a lavorare sul Pd: prima di tutto, proprio le liste per le europee. E poi, questioni locali, in generale gestione del potere renziano.

Renzi in conferenza stampa recupera la sua forza persuasiva. Però viene da 24 ore difficili. La cabina di regia a Palazzo Chigi (oltre a Renzi, anche il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Del Rio e uno dei consiglieri economici, Yoram Gutgeld) è stata sveglia tutta la notte tra martedì e mercoledì. Motivo, proprio la ricerca delle coperture per il taglio dell’Irpef. Renzi ha insistito, si è arrabbiato, ha spinto per riuscire a portare a casa la misura nella data desiderata. Ma la struttura del ministero dell’Economia, la ragioneria di Stato, gli ha detto di no. Non si fa in tempo, punto e basta. In preda al nervosismo, martedì sera lo stesso premier rilasciava interviste a tutto spiano per dire che lui i soldi ce li ha. Pure la mattinata di ieri non è stata delle più rilassate: sul voto finale alla legge elettorale temeva di andare sotto e mandava messaggi per tutto il dibattito ai fedelissimi. L’Aula stavolta non l’ha tradito. Subito un tweet: “Grazie alle deputate e ai deputati. Hanno dimostrato che possiamo davvero cambiare l’Italia. Politica 1~Disfattismo 0. Questa è #laSvoltabuona”. In serata la rivendicazione: “A dispetto dei gufi l’Italicum è passato con 200 voti di scarto”. Ed è “una rivoluzione per l’Italia”.

Il Pd gli ha messo i bastoni tra le ruote, l’ha fatto penare, annuncia battaglia a Palazzo Madama? Renzi alza il tiro. E butta lì la promessa/minaccia: “Se non passa la fine del bicameralismo perfetto non finisce solo il governo, ma considero chiusa la mia esperienza politica”. Insomma, o me o il Senato. Come i perfetti giocatori di poker, ancora una volta il presidente del Consiglio la mette giù durissima: si fa come dico lui. “Io ascolto tutti, ma siamo noi che decidiamo”. Per adesso la riforma del Senato è una bozza. Nei prossimi 15 giorni verrà sottoposta a tutti, poi diventerà un disegno di legge. Anche qui, guai in arrivo: Renzi si dovrà sedere al tavolo con tutti, con i gruppi di maggioranza, ma anche con Fi. Forse di nuovo con lo stesso Berlusconi: nel patto del Nazareno fu siglato nel dettaglio l’accordo sulla legge elettorale. Adesso bisognerà fare lo stesso con il Senato. Sempre più difficile. Ma la specialità di Renzi è proprio spingere le situazioni fino al punto di rottura, arrivare fino al ciglio del burrone.

Raccontano che ieri in Cdm c’è stata qualche alzata di ciglia. E che Padoan ha fatto qualche puntualizzazione sulle coperture. Ma alla fine Renzi ha strappato l’approvazione politica al suo piano (si è fatto votare la sua relazione, un inedito). E ha persino incassato qualche apertura inaspettata. Come la nemica Camusso che plaude al taglio delle tasse sul lavoro. E si scambia di ruolo con Landini, che avverte: “I sindacati vanno ascoltati”. Per dirla con Del Rio: “Una rivoluzione”. E gli altri ministri? “Uniti nella lotta”. Nel suo mercoledì, Il leone non ha dato la zampata, ma il ruggito s’è sentito forte e chiaro.

Il pentolaio magico

Come per la più classica delle televendite, dopo grandi promesse i dubbi sorgono nel momento in cui si affronta la cruda realtà dei numeri. Nella sua esposizione delle coperture, con grande confusione e approssimazione, Renzi tratta indistintamente operazioni che comportano risparmi strutturali, come alcune delle voci della spending review; entrate una tantum, come quella dell’Iva derivante dal pagamento dei debiti della P.A. o la vendita delle auto blu; entrate aleatorie come il risparmio sugli interessi del debito e operazioni che comportano l’aumento del deficit e di conseguenza del debito pubblico. Anche sul versante della tempistica sembrano più scadenze dettate dalla campagna elettorale delle europee che non dal buonsenso. Qualcuno, ad esempio, avverta il presidente Renzi che la legge consente alle imprese di posticipare di più di un anno il versamento dell’Iva dovuta pagando solo una piccola maggiorazione. Ipotesi in questo periodo di crisi tutt’altro che trascurabile. Purtroppo i comportamenti spregiudicati da prima Repubblica ai quali ci sta abituando il presidente del Consiglio ci fanno venire il sospetto che Renzi, fino alla prossima tornata elettorale, non presterà alcuna attenzione alle reali coperture delle operazioni che vuole mettere in piedi. E che solo dal giorno dopo comincerà a occuparsi delle casse vuote dello Stato e di un debito pubblico aumentato. [Giorgia Meloni]

Il pasticcio alla Renzi

Anche se la camera ha, per ora, sventato la sciocchezza dell’obbligo per legge di pari candidature tra uomini e donne, la legge elettorale di Renzi resta un pasticcio immangiabile.
Non bastavano i quattro quorum (di lista, di coalizione, di liste coalizzate, per conseguire il premio di maggioranza) e le eccezioni clientelari per il partito degli altoatesini e quello dei valdostani, ecco spuntare gli algoritmi per la distribuzione dei resti.
Come per tutte le attività umane, linearità, chiarezza e semplicità sono anche sinonimo di onestà ed efficienza.
La legge elettorale di Renzi è tutto tranne lineare, chiara e semplice.
Ovviamente mi auguro che il senato non la cambi, ma la bocci tout court e faccia saltare questo governo senza arte nè parte e ce ne accorgeremo presto, visto che con il famigerato mercoledì del consiglio dei ministri Renzi ha fatto il primo passo per il grande furto dei nostri risparmi.



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La prima blindatura di renzie

Governo Renzi, primo voto di fiducia sul decreto missioni all’estero. La richiesta del ministro per i Rapporti con il Parlamento Boschi a 20 giorni dal via libera del Parlamento all’esecutivo. Il provvedimento sarebbe scaduto lunedì

A 20 giorni dal via libera del Parlamento all’esecutivo, scatta già la prima fiducia per il governo Renzi, annunciata alla Camera dal ministro per i Rapporti con il Parlamento. Maria Elena Boschi ha comunicato all’aula l’apposizione della fiducia sul ddl di conversione del decreto 2/2014, che contiene la proroga delle missioni militari italiane all’estero, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostengo ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione nel testo approvato dal Senato. In seguito all’apposizione della questione di fiducia, è convocata per le 16 la conferenza dei capigruppo: dovrà stabilire il prosieguo dei lavori parlamentari. In base alle intese tra i gruppi, comunque alle 15 si terrà il question time: normalmente, quando il governo pone la fiducia tutte le attività parlamentari vengono sospese fino al voto, a meno di un accordo tra i gruppi, come in questo caso. E’ stato il Pd a chiedere la sospensione anticipata della discussione generale sul decreto missioni. “Ci sono 110 iscritti a parlare, per 50 ore di dibattito – ha detto Ettore Rosato, vicecapogruppo democratico a Montecitorio – ma il decreto scade lunedì prossimo ed è essenziale convertilo per tempo”.

Toh, la Cancellieri non ha detto tutto…

Cancellieri indagata per le telefonate ai Ligresti. La procura: “Ha mentito ai pm”. Il reato contestato dalla procura di Roma all’ex ministro della Giustizia è false dichiarazioni a pubblico ministero. L’avvocato: “Già richiesta l’archiviazione”. Sarà comunque il gip a decidere se chiudere definitivamente la vicenda oppure ordinare nuove indagini

Annamaria Cancellieri è indagata per le telefonate con Antonino Ligresti, fratello di Salvatore, arrestato dalla procura di Torino nell’ambito dell’inchiesta su Fonsai insieme alle figlie Giulia e Jonella. Il reato contestato dalla procura di Roma all’ex ministro della Giustizia, secondo quanto riportato da diversi quotidiani, è false dichiarazioni a pubblico ministero. I tabulati telefonici del ministro, la cui acquisizione è stata disposta dal procuratore capo della Capitale Giuseppe Pignatone, hanno evidenziato una serie di incongruenze nelle dichiarazioni rese dell’ex Guardasigilli al procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi, sulle telefonate intercorse con Antonino nei giorni in cui pendeva la richiesta dei domiciliari per Giulia Ligresti. Due, in particolare, le dichiarazioni contestate. La prima riguarda una telefonata del 19 agosto; nella sua testimonianza la Cancelleri aveva sottolineato di aver risposto ad una telefonata di Ligresti, mentre i tabulati telefonici dimostrano che sia stata proprio l’ex ministro ad effettuare la chiamata, durata sei minuti.

La seconda imprecisione è invece legata a un contatto del 21 agosto. L’ex Guardasigilli, che era stata salvata sotto il governo di Enrico Letta, aveva dichiarato al procuratore di aver sentito Ligresti che le “aveva inviato un sms”; i dati telefonici confermano il messaggio, ma evidenziano anche una telefonata fatta dall’utenza fissa della Cancellieri verso lo stesso Ligresti, particolare omesso dall’ex ministro. Omissioni e imprecisioni poi smentite dagli atti anche nei rapporti con il marito del Guardasigilli, Sebastiano Peluso. Adesso la palla passa al giudice per le indagini preliminari, che dovrà decidere se c’è la presenza di reato. “È già davanti al gip la richiesta di archiviazione firmata dal procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone sulla posizione dell’ex ministro Annamaria Cancellieri”, afferma intanto il suo difensore, l’avvocato Franco Coppi, commentando la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati. “Quando si danno le notizie – conclude il penalista -, sarebbe bene che venissero riferite in modo esatto e nei termini reali”. Sarà comunque il giudice per le indagini preliminari a decidere se archiviare l’indagine oppure ordinare nuovi accertamenti.

Le due tribù

Non ricordo l’autore, nè il titolo esatto.
Dovrei spulciare un centinaio di numeri della rivista libro Nova SF* per ritrovarlo e magari lo farò, prima o poi.
Mi ricordo però molto bene di un racconto che narrava di due tribù nel futuro, che è regredito molto nel passato, che si combattevano, non si sapeva più perchè, pur conoscendo, ma non sapendo il perchè, che il futuro dell’Umanità dipendeva dallo stare assieme.
Questo finchè i capi delle due tribù, dopo aver studiato i sacri e antichi libri, individuarono una caverna nella quale solo loro due avrebbero potuto entrare per ripetere i riti descritti nei libri.
Con molta diffidenza le due tribù si ritrovarono, alfine, davanti all’ingresso della caverna e i due capi vi entrarono seguiti dal silenzio delle rispettive tribù per provare i riti sacri.
Dopo qualche minuto si udì un grido e i guerrieri delle tribù si lanciarono dentro la grotta uccidendo i rispettivi capi e facendo così fallire il tentativo di salvare l’Umanità con i vecchi riti.
Così ripresero ognuna la propria strada, opposta l’una all’altra, la tribù degli Uomini e la tribù delle Donne.

A volte la fantascienza comprende più di qualche parlamentare che dopo le votazioni di lunedì era livida in volto come i bianchi vestiti che indossava.



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Proposte londinesi

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La tromba dello scandalo squilla per Boris Johnson, il sindaco conservatore di Londra.

Qualche giorno fa, in un suo intervento sul Daily Telegraph ha proposto di  di togliere i figli ai genitori estremisti islamici.

“La questione più importante adesso – scrive oggi Johnson in un intervento sul  – è come riuscire a prevenire che altri giovani uomini e donne vengano contagiati da questo orribile virus: il contagio dell’estremismo radicale islamico”.

Francamente se la proposta rappresenta un metodo di salvaguardia per l’esistenza delle tradizioni occidentali, non vedo dove sia l’indecenza per quanto sia innegabile la sua natura di extrema ratio.

Secondo il sindaco conservatore, il luogo prescelto per l’indottrinamento dell’Islam radicale non sono tanto le moschee o le scuole, quanto la famiglia. “Alcuni bambini adesso vengono radicalizzati a casa da loro genitori o dai loro nonni”, che vengono bombardati coi dettami dell’Islam.

Non è solo un problema londinese… anzi è ben più vicino di quello che sembra considerato.

” La legge dovrebbe trattare la radicalizzazione come una forma di abuso sui bambini così che quei bambini che, potenzialmente, potrebbero trasformarsi in killer o kamikaze possano essere affidati ad altri, per la loro sicurezza e per quella della società”.

Si tratta di un abuso sui minori: normale ed ordinario se si pensa che si diffonde nella stessa cultura che ammette la legittimità delle mutilazioni genitali femminili delle bimbe, di cui spesso ho parlato sulle pagine di questo blog.

IN LIBRERIA: LA TIARA E LA CORONA

Quasi un secolo di amore-odio tra Papato e monarchia sabauda.

   E’ noto come l’epopea del Risorgimento italiano abbia dovuto svolgersi, piaccia o no, in aperto contrasto con la Chiesa cattolica, rappresentata da un Papato investito anche di un potere temporale, su un principato esteso su circa un sttimo del territorio italiano, che i Papi, da oltre un millennio, considerano basilare affinchè sia loro possibile l’esercizio di quello spirituale, nelle indispensabili condizioni di libertà e di indipendenza da qualsiasi altra autorità sovrana terrena, e sulla cui origine divina non hanno dubbi.
   Diventa dunque inevitabile il conflitto tra una Chiesa tenacemente arroccata su simili posizioni e chiunque si trovi dall’altra parte della barricata: anche se si tratta della cattolicissima monarchia sabauda, che tuttavia si mette alla testa del movimento di riscatto nazionale e per questo va incontro alle più amare incomprensioni, intolleranze reciproche, persino battaglie sul terreno, con la più alta autorità religiosa della Terra.
   Il libro cerca di ricostruire appunto la storia di tale travagliato rapporto lungo i quasi cento anni che vanno dall’apertura del Regno di Sardegna alle nuove idee liberali e risorgimentali, al varo delle sue prime leggi contro privilegi clericali ed ordini religiosi, alla graduale spoliazione manu militari dei territori dello Stato Pontificio, con conquista finale della stessa Roma, ai settant’anni di convivenza, nella stessa capitale, di una monarchia scomunicata e di un Papa “prigioniero” della prima, al sospirato accordo, infine, che pone finalmente termine alla più singolare ed imbarazzante situazione di conflitto in cui si sia trovato a dibattersi uno Stato moderno negli ultimi secoli.
   Disponibile nelle migliori librerie, o ordinabile direttamente all’autore (tramite e-mail all’indirizzo [email protected]) o all’editrice Roberto Chiaramonte Editore di Collegno (TO) (e-mail: [email protected]).

Povertà e pochezza renziana

Da uno cresciuto a quiz e Fonzie non ci si possono aspettare alti e nobili propositi, ma solo chiacchiere vuote e prive di un qualsivoglia radicamento nella Cultura della Nazione.
Renzi, infatti, si è presentato in un turbinio di parole, con atteggiamenti strafottenti e con il biglietto da visita di schierarsi 
per lo ius soli
per il “matrimonio” omosessuale
per l’aumento della tassazione sui risparmi
per una politica che accentua la spesa pubblica invece di tagliarla.
I suoi primi provvedimenti sono la logica contnuazione della politica predatoria di Monti e  Letta:
aumento delle accise sulla benzina
aumento della tassa sulla casa al limite dell’esproprio per i proprietari di seconde case con la scusa di consentire il permanere delle detrazioni per chi prima non pagava l’imu (una assoluta minoranza dei proprietari di prime case)
regalie di centinaia di milioni ad un comune tecnicamente fallito come Roma
genuflessione verso la Merkel e l’unione sovietica europea.
Tutto ciò ci porta sulla strada della povertà.
Povertà ideale.
Povertà progettuale.
Povertà morale.
Povertà intellettuale.
Povertà economica.
Come se non bastasse Renzi ha sottoscritto un accordo con Berlusconi e, invece di mantenerlo, provoca uno stillicidio di modifiche provocatorie, l’ultima delle quali sono le “quote rosa”.
Se i comunisti ci tengono tanto alle quote rosa, che le applichino a casa loro.
Perchè noi dovremmo limitare la nostra libertà di scelta per la loro ennesima paturnia veterofemminista ?
Io non voterò i partiti che dovessero votare per le quote rosa.



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