Caro Francesco, ho un nuovo sogno: SCOMUNICA a TUTTE le MAFIE. E sul posto !

Buongiorno, mi scuso se la disturbo nuovamente, sono ancora io. Sono quel peccatore che ogni tanto spera di vedere realizzato le richieste che mi sfarfalleggiano nella testa. 
A Luglio, io espressi il mio primo Sogno, e cioè che Lei, alla GMG, tuonasse contro l’ Aborto, che ha causato più morti di tutte le Guerre messe insieme. 
Risposta: silenzi assordanti. 
A Dicembre, feci altre piccole richieste, cadute nel vento.
Ora ho un altro sogno, e mi permetto di nuovo di esprimerlo.
Vede, a me non basta che Lei chieda, giustamente, ai mafiosi di pentirsi e convertirsi, “supplicandoli in ginocchio”. A me non basta che superi i due Grandi Predecessori, che lo fecero, e domani si metta a lanciare a Voce Alta ANATEMI contro TUTTE le Mafie, magari dopo che qualcuno l’ avrà avvisata che il Don Ciotti che l’ ha presa per mano, dopo averLa abbracciata, è stato spessissimo, in passato, in netto contrasto col Magistero in temi come omosessualità, aborto e lotta all’ AIDS (militando nella LILA…la Lega per la Lotta all’ Aids);e che ai funerali del comunista Don Gallo abbia intonato un inno di Pace e Amore come Bella Ciao.
No, tutto questo non mi basta.
Io vorrei che domani, all’ Angelus, Lei pronunci Solenne Scomunica, come fece Pio XII col comunismo (ed in fondo mafia e comunismo sono sorelle: dominano col terrore…) a quell’ autentico CANCRO che paralizza intere regioni, chiamato Mafia, Sacra Corona Unita, N’Drangheta e Camorra. Dove bastardi infami uccidono Bambini Innocenti.
Ma vorrei di più: che Lei, fautore di una Chiesa Povera e pronta a FARE CHIASSO, se ne vada a Scampia, a Bari Vecchia, a Quarto Oggiaro, a Brancaccio, alla Magliana ad urlarlo alla gente: e cioè che non si può essere Cattolici ed andare in Chiesa se si è affiliati alla Mafia. Che le Mogli ed i Figli denuncino chi è affiliato, nel Nome di Cristo.
Un altro Sogno, Francesco, la prego…lo faccia…


Nuova precarietà…

Più lavoro ma precario: Hartz IV e Jobs act, i programmi che uniscono Renzi e Merkel. Dietro ai sorrisi nel primo incontro con il premier, la condivisione della cancelliera per un modello per l’impiego vicino a quello varato da Schroeder che poi pagò con un pesante travaso di voti a sinistra. La Cdu si “impossessò” di quel sistema e lo portò a compimento. Oggi la disoccupazione tedesca è ferma al 6,9%, ma su 42 milioni di lavoratori 5 hanno redditi basati sul mini-impiego di Tonino Bucci

Sorrisi, strette di mano e pose fotogeniche, meglio di così non poteva andare, almeno all’apparenza, il primo incontro da premier di Matteo Renzi con Angela Merkel. Non c’è stata nessuna provocazione, come aveva azzardato il quotidiano Die Welt alla vigilia. Nessuna prova di forza per ottenere il permesso a fare qualche debito in più per finanziare il programma anti-crisi. Non c’è stato bisogno di incrociare le armi perché Angela Merkel desse il via libera alle misure sin qui annunciate da Renzi, incluso il famoso taglio dell’Irpef per i redditi inferiori a 25000 euro lordi che fa ottanta euro in più al mese in busta paga. Dieci miliardi in più sui conti dello Stato (7 se si conta quel che resta dell’anno) che in teoria avrebbero dovuto far saltare su tutte le furie l’alleata. E invece niente. Angela Merkel non ha fatto una piega. Nessuno però ignora – men che mai la cancelliera – che la promessa di Renzi di chiudere il 2014 con un deficit al di sotto del fatidico tre per cento del Pil è un azzardo. La scommessa si gioca sulla speranza che il prodotto interno cresca quel tanto necessario a far scendere in termini percentuali il deficit. Difficile. L’effetto espansivo della riduzione delle tasse potrebbe essere molto più modesto del previsto. La spending review e i tagli alla spesa pubblica possono neutralizzare i benefici sulla domanda interna. E’ come se, momentaneamente, Angela Merkel avesse deciso di relegare ai margini quella dottrina dell’austerità, della quale è stata sinora la più intransigente paladina. Sarà un caso – o forse no – ma la cancelliera ha preferito mettere l’accento sulla riforma del mercato del lavoro. Al di là delle formali rassicurazioni a rispettare il patto di stabilità, la vera natura dell’accordo raggiunto a Berlino consiste in quello che l’economista Emiliano Brancaccio ha definito uno scambio tra un po’ meno di austerità e un po’ più di precarietà del lavoro. Da un lato, la velata disponibilità della Germania a tollerare, eventualmente, qualche punto decimale in più di deficit a fine anno; dall’altro, l’impegno dell’Italia a riformare il mercato del lavoro – nella segreta speranza che precarizzazione faccia rima con crescita. “La Germania sa bene per propria esperienza che occorre il fiato lungo per cambiare il mercato del lavoro”. Sottinteso: l’Italia segua la stessa strada dei tedeschi.

AGENDA 2010

La riforma oggi lodata da Angela Merkel, in realtà, ha visto la luce per opera del suo avversario politico e precedessore, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder. Fu il governo di quest’ultimo, nel lontano 2002, a istituire una commissione per riformare il mercato del lavoro. Alla sua guida Schroeder mise uno dei suoi più influenti consiglieri personali, l’ex manager della Volkswagen Peter Hartz. Il quarto e ultimo stadio della legge (da cui il nome “Hartz IV”) è entrato in vigore nel 2005, come parte di un più complessivo ridisegno del welfare tedesco, la cosiddetta Agenda 2010. Le misure principali sono due. La prima è la limitazione del vecchio sussidio di disoccupazione a un massimo di due anni, trascorsi i quali subentra un contributo mensile di circa 480 euro (Arbeitslosengeld II), vincolato però all’obbligo di accettare qualsiasi lavoro venga offerto dalle agenzie di collocamento (i jobcenter), anche qualora l’impiego non corrisponda alla professionalità del lavoratore. La seconda consiste nell’aver istituzionalizzato le tipologie flessibili di contratto, a part-time, stagionali o a tempo determinato. Ma a far deflagrare il mercato del lavoro sono stati i cosiddetti minijob, contratti atipici a costo zero sul piano fiscale per gli imprenditori e con retribuzioni non superiori ai 480 euro mensili. Gli unici contributi previsti sono il minimo indispensabile da versare nelle casse della previdenza sociale, a carico dello Stato.

IL BILANCIO DELLA RIFORMA

Un regalo per le imprese tedesche, che possono disporre di un esercito di manodopera a basso costo e senza vincoli giuridici, da impiegare soprattutto in occupazioni a medio-bassa qualifica. Di fatto, un aiuto di Stato alla propria impresa nazionale. Il successo delle esportazioni tedesche e soprattutto la bilancia commerciale in attivo è, in gran parte, da ricondurre a questa disponibilità di manodopera, oltre che alla solidità di un sistema industriale e di apprendistato mai smantellato. Le statistiche ufficiali ci dicono che oggi la Germania ha un tasso di disoccupazione del 6,9 per cento, che dovrebbe salire al 7,3 nell’anno in corso – comunque tra i più bassi in Europa. Quello che i sostenitori della riforma Hartz IV definiscono il Jobwunder, il miracolo tedesco dei posti di lavoro, si traduce nella cifra di 41,8 milioni di occupati nel 2013, un numero in crescita per il settimo anno consecutivo, 0,6 % in più rispetto a quello precedente. E per il 2014 gli esperti prevedono un nuovo record. I critici della riforma, però, fanno notare che all’aumento di posti non corrisponde una crescita economica. Nel 2013 il Pil tedesco è avanzato solo dello 0,4 %. Il segno che la creazione di nuovi posti di lavoro non è l’effetto della crescita economica, come comunemente s’intende, ma della semplice redistribuzione del lavoro che già c’era. Il volume complessivo di lavoro cresce infatti in misura molto ridotta, mentre la media di tempo lavorato per singolo occupato è in realtà scesa. Questo significa che dove in passato c’erano rapporti lavorativi a tempo pieno, oggi invece aumenta il lavoro precario e a part-time. La prova inequivocabile è la diffusione dei minijob che ormai riguardano all’incirca sette milioni e mezzo di tedeschi, quasi un quarto di tutti gli occupati. Per una parte di loro (2,7 milioni) si tratta di arrotondare lo stipendio. Per gli altri è pura sopravvivenza. Un “minijobber”, in un anno, può maturare al massimo una pensione di 4,45 euro al mese. La Germania oggi è spaccata in due: da un lato, gli occupati che godono di retribuzioni alte, pensioni e assistenza sanitaria di qualità; dall’altro, una fascia di lavoro precario e bassi salari che non può neppure partecipare al gettito fiscale del paese.

IL MERKELLISMO E LA CRISI DELLA SPD

La riforma si è tramutata in un boomerang per il partito che l’ha varata e in un beneficio politico per Angela Merkel. La Spd ha pagato un duro prezzo. Non solo per le divisioni interne e la spaccatura con i sindacati – tradizionalmente una roccaforte della socialdemocrazia tedesca – ma anche in termini di frantumazione del proprio elettorato e di voti persi. Il punto più basso, i socialdemocratici, l’hanno toccato nelle elezioni del 2009: appena il 23 per cento rispetto al 34,2 del 2005 e al 38,5 del 2002. Alle ultime elezioni per il Bundestag nel settembre scorso, nonostante abbia tentato di recuperare un’anima più “keynesiana”, la Spd si è fermata al 25,7. E, se non bastasse, alla sua sinistra è cresciuta la concorrenza della Linke, oggi il terzo partito tedesco con l’8,6 per cento e, non a caso, principale – se non unica – formazione a opporsi frontalmente alla riforma Hartz IV. Sull’altro versante, la Spd si è vista sovrastare dal fenomeno Merkel, alla quale gli stessi socialdemocratici hanno fornito la principale arma di stabilità di governo. La natura stessa del “merkellismo” poggia sugli effetti materiali della riforma: sul fronte esterno, la competitività e la conquista dei mercati; sul fronte interno, un modello di conservazione fondato sulla pacificazione sociale, sulla difesa del Paese dalla crisi mondiale in cambio di maggiore precarietà del lavoro e su misure politiche venate di socialdemocrazia, indirizzate a gruppi sociali specifici, come gli aiuti alle famiglie o le pensioni per le mamme. Un modello di conservatorismo sociale che Matteo Renzi si appresta ora ad applicare all’Italia in circostanze politiche analoghe. In Germania sono stati i socialdemocratici a farsi carico di attuare una riforma rivelatasi congeniale al campo politico avversario, col risultato di minare il proprio radicamento sociale. Da noi, con il Jobs Act e l’introduzione del contratto a termine di tre anni, potrebbe ripetersi la stessa storia. Il Pd rischia di immolarsi nell’illusione di poter conquistare e mantenere il potere ricorrendo alle armi dell’avversario.

L’ultimo crimine UE

Ecco l’ultimo mostro targato UE: il debt redemption fund: Mille euro l’anno per persona per venti anni di Leonardo Mazzei

E’ in arrivo la maxi-tassa per l’Europa: mille euro all’anno per persona per vent’anni. L’ultimo mostro targato UE: il Debt Redemption Fund (Fondo di Redenzione del Debito). Altro che le buffonate del berluschino fiorentino! Altro che l’altra Europa dei sinistrati dalla vista corta! E’ in arrivo sul binario n° 20 (anni) un trenino carico di tasse targate Europa. Ma come!? E le riduzioni dell’Irpef dell’emulo del Berluska? Roba per le urne, che le cose serie verranno subito dopo. Di cosa si tratta è presto detto. Tutti avranno notato lo strano silenzio della politica italiana sul Fiscal Compact, quasi che se lo fossero scordato, magari con la nascosta speranza di un abbuono dell’ultimo minuto, un po’ come avvenne al momento dell’ingresso nell’eurozona per i famosi parametri di Maastricht. Ma mentre i politicanti italiani fingono che le priorità siano altre, a Bruxelles c’è chi lavora alacremente per dare al Fiscal Compact una forma attuativa precisa quanto atroce. Anche in questo caso, come in quello dell’italica Spending Review, sono all’opera gli “esperti”: undici tecnocrati di provata fede liberista, guidati dall’ex governatrice della banca centrale austriaca, la signora Gertrude Trumpel-Gugerell. Entro marzo, costoro dovranno presentare al presidente della Commissione UE, Barroso, le proprie proposte operative. Poi arriverà la decisione politica, presumibilmente dopo il voto degli europei che di quel che si sta preparando niente devono sapere, specie se sono cittadini degli stati dell’Europa mediterranea.

Sul lavoro di questi undici taglieggiatori erano già uscite delle indiscrezioni. Ma ora che la scadenza si avvicina i rumors si fanno più precisi. Ed anche la stampa italiana, dopo le balle a iosa sui “successi” di Renzi a Berlino, comincia a scrivere qualcosa. Ha iniziato ieri l’altro Il Foglio, con il titolo «Dare soldi, vedere cammello. L’Ue fruga nelle nostre tasche». Ha proseguito ieri il Corriere della Sera che, quasi a voler bilanciare il trionfalismo filo-governativo, ha titolato: «I nuovi vincoli e quelle illusioni sul “fiscal compact”». E bravo, per una volta, il titolista del Corriere: sul Fiscal Compact sembra proprio che sia arrivato il momento di abbandonare le illusioni. Naturalmente, per chi ce le aveva. Che non è il nostro caso. Ma quale sarà la proposta degli undici, una strana squadra di calcio dove l’Italia, quasi fosse estranea al problema, non è neppure rappresentata?  Stando a quanto scrivono i due giornali italiani la proposta sarà incentrata su tre punti: Debt Redemption Fund, Eurobond, Tassa per l’Europa (anche se loro, ovviamente, non la chiameranno così).

Partiamo dal nuovo Fondo che si vorrebbe istituire, Debt Redemption Fund (DRF) secondo i più, European Redemption Fund (ERF) secondo altri, ma il nome non cambia la sostanza. In questo Fondo verrebbero fatti confluire i debiti di ogni Stato che eccedono il 60% in rapporto al pil. Per l’Italia, ad oggi circa 1.100 miliardi di euro. Oh bella! Che si sia finalmente trovato il modo di mutualizzare il debito, come sperano gli euro-entusiasti e gli euro-speranzosi di centro-sinistra-destra? A farlo credere ci sono pure gli Eurobond, che a quel punto verrebbero emessi per far fronte alla massa del debito cumulata nel nuovo Fondo. Dunque anche i tassi di interesse della quota del debito italiano andrebbero a scendere. Una vera pacchia, se non fosse per la clausola che dovrebbe garantire – in automatico – l’azzeramento del debito assorbito dal Fondo in un periodo di vent’anni. Come funzionerebbe questa clausola? Secondo i due giornali citati, con un prelievo diretto da parte del Fondo su una quota delle entrate fiscali di ciascun stato debitore. Così, giusto per non rischiare. Leggere per credere. Scrive ad esempio Antonio Pilati su Il Foglio: «In realtà l’idea degli esperti è a doppio taglio e la seconda lama fa molto male all’Italia: è infatti previsto che dal gettito fiscale degli stati partecipanti si attui ogni anno un prelievo automatico pari a 1/20 del debito apportato al Fondo. Nel progetto, le risorse raccolte dal fisco nazionale passano in via diretta, tagliando fuori le autorità degli stati debitori, alle casse del Fondo. Si tratta di un passaggio cruciale e drammatico tanto nella sostanza quanto – e ancora di più – nella forma».  

E così pure Riccardo Puglisi sul Corriere della Sera: «L’aspetto gravoso per l’Italia è che la commissione sta anche pensando ad un prelievo automatico annuo dalle entrate fiscali di ciascuno stato per un importo pari ad un ventesimo del debito pubblico trasferito al fondo stesso. Il rientro verso il 60 percento avverrebbe in modo meccanico, forse con un eccesso di cessione di sovranità». «Forse con un eccesso di cessione di sovranità», impagabile Corriere! Adesso non possiamo sapere con esattezza come andrà a finire, ed è probabile che la patata bollente verrà affrontata solo dopo le elezioni europee. Ma la direzione di marcia è chiara. La linea dell’austerity non solo non è cambiata, ma ci si appresta ad un suo drammatico rilancio, del resto in perfetta coerenza con i contenuti del Fiscal Compact, noti ormai da due anni. Per l’Italia si tratterebbe di un prelievo forzoso – in automatico, appunto – di 55 miliardi di euro all’anno per vent’anni. Cioè, per parafrase lo spaccone di Palazzo Chigi, di mille euro a persona (compresi vecchi e bambini) all’anno, per vent’anni. Per una famiglia media di tre persone, 60mila euro di tasse da versare all’Europa.

Naturalmente si può dubitare che si possa arrivare a tanto. Ma sta di fatto che questa è l’ipotesi sulla quale l’Unione Europea – quella vera, non quella immaginata a forza di Spinelli – sta lavorando. Magari questa ipotesi estrema verrà limata ed abbellita, ma il punto di partenza è questo. E sinceramente non ci sembra neppure così strano, considerata sia la natura oligarchica dell’UE, che il dominio incontrastato della Germania al suo interno. E’ la logica del sistema dell’euro e della distruzione di ogni sovranità degli stati che in questo sistema sono destinati a soccombere. Tra questi il più importante è l’Italia. E forse sarà proprio nel nostro paese che si svolgerà la battaglia decisiva. Ma ora, per favore, che nessuno venga a dire che non si conoscono i termini del problema. Il sistema dell’euro, tanto antidemocratico quanto antipopolare, procede imperterrito per la sua strada. Le classi popolari hanno davanti 20 anni (venti) di stenti, miseria e disoccupazione. O ci si batte per il recupero della sovranità nazionale, inclusa quella monetaria, o sarà inutile – peggio, ipocrita – venire a lamentarsi della catastrofe sociale che ci attende. Lo diciamo ormai da anni, ma il poco encomiabile lavoro degli undici esperti (vedi la scheda in fondo all’articolo per capire chi sono davvero questi taglieggiatori), ha almeno il merito di togliere ogni ragionevole dubbio. Gli eurocrati non si fidano proprio dei singoli stati, dunque basta con i vincoli da rispettare e/o sanzionare. Meglio, molto meglio, mettere direttamente le mani nel gettito fiscale di ogni stato da “redimere”. Questa è la novità. Ed è una novità che si commenta da sola.

PS – Che ieri, in questo quadro, il presidente del consiglio abbia definito anacronistico il parametro del 3% nel rapporto debito/pil può solo far sorridere. Anacronistico? Probabilmente sì, ma per l’UE esattamente nel senso opposto a quel che Renzi vorrebbe. Per lorsignori il vincolo del 3% è acqua fresca, ben presto il Fiscal Compact esigerà vincoli ben più stringenti: questa volta non semplici percentuali, sulle quali magari discutere, bensì denaro sonante attinto direttamente con una ben definita Tassa per l’Europa.

Chi sono gli undici taglieggiatori:

Gertrude Tumpel-Gugerell – Ex banchiera centrale austriaca, famosa per le operazioni speculative che misero in difficoltà la banca, è ora nel CdA di Commerzbank.

Agnés Bénassy-Quéré – Economista e docente presso diverse università francesi, ha lavorato al ministero delle finanze di Parigi.

Vitor Bento – Ex banchiere centrale del Portogallo, vicino al Partito Socialdemocratico di quel paese (centrodestra).

Graham Bishop – Consulente finanziario di altissimo livello, ultraliberista della prima ora, è stato membro influente della commissione che, negli anni ’90, preparò il passaggio all’euro.

Claudia Buch – Tedesca su posizioni liberiste. Esperta di mercati finanziari.

Leonardus Lex Hoogduin – Economista olandese, è stato advisor della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Jan Mazak – Giudice slovacco. E’ stato avvocato generale presso la Corte europea di giustizia di Lussemburgo.

Belén Romana – Ex direttore del Tesoro spagnolo, attualmente amministratore delegato della Sareb, la “bad bank” cui sono stati conferiti gli asset tossici del settore immobiliare iberico.

Ingrida Simonyte – Ex ministro delle finanze della Lituania

Vesa Vihriala – Membro dell’Associazione degli industriali finlandesi (poteva mancare la Finlandia?), ex advisor di Olli Rehn.

Beatrice Weder di Mauro – Questa economista, che ha lavorato in passato per il Fondo Monetario Internazionale, è oggi nel board della ThyssenKrupp ed in quello di Hoffman-La Roche.

Serenissima Repubblica Veneta

I Veneti votano per l’Indipendenza.
Il 73% degli aventi diritto partecipano alla consultazione indetta dalle organizzazioni indipendentiste e l’89% dei votanti approva la secessione dall’Italia.
Come per la Crimea, la Catalogna, il Kossovo, la Scozia, il Popolo Veneto detiene il diritto all’autodeterminazione, quindi di decidere se unirsi con altre zone d’Italia o se eleggere propri governanti e trattenere, per intero, sul proprio territorio quel che si produce, rapportandosi agli altri stati su un piano di parità.
Venezia non ha certo una storia di tanto inferiore a quella di Roma, soprattutto perchè la Storia di Roma è molto più antica, per poi inanellare lunghissimi anni di decadenza, rispetto a quella della Serenissima il cui governo si estendeva, autonomamente, sul Triveneto, Brescia, Bergamo, l’Istria e la Dalmazia.
L‘Indipendenza e il riappropriarsi della Sovranità non arriverà facilmente nè a breve.
I soldi dei Veneti fanno gola ai burocrati di Roma e non vi rinunceranno facilmente, senza considerare che accettarlo significherebbe dare il via ad altre iniziative similari.
Si può sperare che la separazione del Veneto avvenga pacificamente come fu nel 1993 quella della Slovacchia rispetto alla repubblica Ceca.



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Il comunista che toglie ai poveri per dare ai ricchi: Mauro Moretti.

Eh, no, non ci sto. Ma come si permette il cigiellino Mauro Moretti di venire a dire che lui prende un terzo del suo collega tedesco, quando tutti gli stipendi italiani non sono minimamente paragonabili a quelli teutonici ? Minacciando di andarsene, in caso di tagli al suo stipendio…Che se ne vada ! 
Lui che per far viaggiare spesso mezzo vuote Frecce per ricchi manager ha semidistrutto il sistema pendolaristico italiano, trasformando i treni locali, dove viaggiano milioni di pendolari, in ridotte da quarto mondo, dove i controlli sono evanescenti, i bagni fatiscenti e gli stranieri e gli zingari viaggiano gratis in Prima Classe, certi dell’ impunità ! 
Che se na vada, ed in fretta !

I tagli sbagliati di Renzi

Con più di 800 miliardi di spese all’anno, l’Italia si salva solo tagliando.
Ma anche i tagli bisogna saperli fare e per saperli fare occorre una formazione politica e culturale che Renzi e i suoi neppure sanno cosa sia.
Il primo e fondamentale concetto è sulla natura di uno stato: perchè si costituisce una unione di Individui ?
Per avere più sicurezza interna e dall’esterno e aumentare la possibilità di fruire del proprio benessere.
Ignorare che quella sia l’essenza di uno stato significa vedere un governo di yuppies che taglia le Forze dell’Ordine (perchè è notorio che le nostre strade sono sicure, non ci sono scippi aggressioni e i nostri beni nelle case sono protette dalle rapine …) e riduce la capacità militare delle nostre Forze Armate che pure hanno dato ottima prova nelle missioni all’estero, preferendo sprecare i soldi del bilancio della Difesa per un compito totalmente contrario agli interessi nazionali, quindi a quello che è il core business di uno stato: difendere i confini.
Che senso ha, infatti, tagliare gli F35 e spendere milioni per andare a prendere, fuori dalle nostre acque territoriali, i clandestini e quindi portarli in Italia riempendo i centri di accoglienza (sempre a spese nostre) ?
Ma il taglio peggiore è quello verso i nostri Vecchi.
Tagliare le pensioni, non riconoscere alcun aumento ai pensionati è, moralmente, prima ancora che politicamente, la peggior scelta di Renzi che ne delinea il profilo e lo spessore.



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Cottarelli e il Piccolo Sicario Fiorentino

Pochi hanno fatto osservare  che quel Carlo Cottarelli, talpa inviata speciale del FMI, del quale mi ero a suo tempo occupata, già presente nel governo Letta, è rimasto in carica anche con Renzi. Che significa tutto ciò? Che i banchieri hanno saldamente il controllo sui nostri ultimi tre governi da essi stessi nominati. Che  Renzi fosse un figlioletto di Troika, era chiaro lampante fin dall’inizio e lo si vede anche dal trattamento che riceve quando va all’estero a omaggiare la  teutonica Cancelliera dell’ex DDR. Poveretto! era partito con l’idea di far recedere  la Merkel da quel fatidico 3%, ma poi con quel ridicolo cappottino  prelevato dalla naftalina di un vecchio baule che lo rende simile al protagonista del  famoso racconto di  Gogòl, si è messo sull’attenti e ha detto: Jawohl! La corpulenta  Frau è rimasta come al solito… “impressionata”.


Renzi e il Cappotto di Gogòl

 Donna in grigio lei, uomo in grigio lui, è il caso di dire che l’abito non solo fa il monaco, ma anche  il vescovo e pure il cardinale. Della serie, dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei.

Ma torniamo a Cottarelli, detto anche Edward mani di Forbice, e al suo piano di smantellamento greco in PDF. In realtà anche costui è un sicario che prende ordini dalla Grande Mietitrice Bianca, la mortifera Cristine Lagarde a capo del FMI.
Nel suo documento, si parla già di una stima preliminare di almeno 85.000 unità in esubero nel Pubblico impiego al 2016 con un costo corrispondente di circa 3 miliardi, di blocco del turn over per chi va in pensione e non potrà essere rimpiazzato  da nessuno. Di tagli alle forze di polizia, e al ministero della Difesa, alla GdF, di vedove che si vedrebbero “sforbiciare” la pensione di reversibilità, di assegni d’accompagnamento eliminati, della solita caccia all’invalido. Si susseguono, com’ è ormai triste consuetudine, le voci sulle sforbiciate alle pensioni “medie”, sul rincaro dei bolli sui risparmi in banca, sui tagli agli Enti locali, ecc. ecc.
Il trucco è sempre quello: spaventare la gente all’inizio, per poi ridimensionare leggermente la minaccia con aggiustamenti  e ritocchi  fatti ad arte qua e là, in modo da fare accettare la solita fregatura: “nel paese dei ciechi, beato a chi ha un occhio”. Chi resta con un occhio solo, alla fine, ringrazierà umilmente…A che punto siamo ridotti!
 
Ho già detto infinite volte, che in un regime di piena sovranità, non sarei contraria ai piani di razionalizzazione  di spesa e alla lotta contro gli sprechi. Ma fatti in questo preciso contesto  di sudditanza alla Troika, significa che quello che sembra un risparmio apparente, si tradurrà in un ulteriore smantellamento della qualità dei servizi, in pesanti disagi e in perdita dei diritti per i cittadini, nonché nell’ennesima manovra recessiva e di depauperamento alla greca.
Dal canto suo, il Piccolo Sicario Fiorentino, millanta  con sicumera un’autonomia che non ha e finge
di rassicurare gli Italiani: Cottarelli stila il suo programma di tagli di spesa, ma a decidere siamo noi, “come si fa in famiglia”.
Noi chi?!? Lui? Ma figurarsi! Ormai ben lo sappiamo che conta come un due di briscola e che alla prima  cosa  non gradita a Lor signori che farà, lo butteranno giù come un birillo intercambiabile, come hanno fatto coi suoi predecessori. Per il momento, è già stato convocato da Napolitano (il vero Plenipotenziario di tutto questo marasma) , il quale sta preparando il suo nuovo colpo di mano a detrimento di un Parlamento sempre più esautorato, sulla faccenda dei velivoli F35 .
Il gioco è sempre quello: il poliziotto cattivo (Cottarelli) e il poliziotto finto buono (Renzi).  E  intanto l’agenda della Troika va avanti…
 

Cinque figli per cinque circoscrizioni

Al richiamo del pci/pds/ds/pd che ha tremato all’ipotesi di Berlusconi candidato alle europee, i magistrati sono scesi in trincea e, con la solita velocità che li contraddistingue quando si tratta del Cavaliere, hanno posto una pietra tombale sulla possibilità di vederlo capolista il 25 maggio.
Posso anche dare per scontato che ad aprile altri magistrati faranno in modo di far eseguire la pena contro Berlusconi nelle condizioni peggiori per poter partecipare alla campagna elettorale e così l’assist alla sinistra sarebbe completato e Renzi può solo perdere di suo come già è accaduto al suo predecessore.
I quotidiani proni al bulletto hanno già intonato il de profundis per Forza Italia e per la presenza politica del Centro Destra, eppure una soluzione ci sarebbe.
Berlusconi ha cinque figli e cinque sono le circoscrizioni elettorali per le europee.
Un figlio capolista in ogni circoscrizione.
Non sarebbe una investitura, ma solo la presenza di un nome che, votandolo, significherebbe manifestare concretamente la propria volontà di Autonomia dalle consorterie finanziarie internazionali, Indipendenza di giudizio dai magistrati e sostegno alla Sovranità del Popolo, unico titolare del diritto di decidere da chi possa essere rappresentato.



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La fine della sovranità secondo Alain de Benoist

Sovranità vo’ cercando… Abbiamo una sovranità monetaria? No, perché l’Euro è moneta battuta senza stato a cambio fisso. Con tutte le storture e le conseguenze del caso.  I parametri di Maastricht sono i requisiti economici e finanziari ai quali gli stati membri dell’Ue  devono sottostare, non importa come.   

Abbiamo un’indipendenza giuridica? Siamo ancora uno stato di diritto? No, perché