Stato penoso

A Natale ci siamo sentiti tutti più buoni dopo che il Ministro della Difesa, Mario Mauro, ha spiegato che “le forze armate italiane sono la più grande agenzia umanitaria del nostro Paese”.  Con l’operazione Mare Nostrum la Marina ha soccorso e portato in Italia  5 mila clandestini, abbiamo inviato aiuti alle Filippine colpite da un … continua

Il jobs act che piace alla ue…

Lavoro, il Jobs Act di Renzi stoppato da Giovannini. Ma Bruxelles lo promuove. Il ministro del Lavoro parla di una proposta “non nuova” e che “va dettagliata meglio”. Sulla stessa linea Zanonato, che pone “il problema delle coperture”. Al contrario, il commissario Ue per il Lavoro, Laszlo Andor, parla di idee che rappresentano “un nuovo programma” e sembrano “andare nella direzione auspicata dall’Unione in questi anni”. La Cisl si dice convinta del piano, più cauta la Cgil

Bocciato da Roma, promosso da Bruxelles. Il Jobs Act di Renzi, a poche ore dalla sua pubblicazione, incassa la diffidenza del governo Letta. “La proposta di Renzi sulla natura dei contratti e le tutele ad essi collegati non è nuova, ma va dettagliata meglio“, è il commento del ministro del Lavoro Enrico Giovannini. A preoccupare l’esecutivo, in particolare, è la mancanza di risorse: se Giovannini parla di “investimenti consistenti”, il titolare dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato spiega che “c’è il problema della copertura“. Al contrario, il commissario Ue per il Lavoro, Laszlo Andor, parla di idee che rappresentano “un nuovo programma” e sembrano “andare nella direzione auspicata dall’Ue in questi anni”. E anche i sindacati sembrano aprire al progetto del segretario Pd. La Cisl si dice convinta dalla proposta del sindaco di Firenze, mentre la Cgil ci va più cauta: “Ci saremmo aspettati una maggiore ambizione, ma è già importante che il tema del lavoro sia tornato al centro del dibattito politico”. Un dibattito che i Cinque Stelle vogliano si sposti in Parlamento. “Renzi e Letta giocano d’azzardo sulla pelle degli italiani”, ha attaccato il capogruppo M5S alla Camera Federico D’Incà. “Basta con gli annunci televisivi e le bufale, vengano a discutere le proposte in Aula“. Ma al di là del luogo della discussione, rimane il problema più urgente: dove trovare la copertura finanziaria. “Molte delle proposte presentate dal segretario Pd in questa lista prevedono investimenti consistenti“, ha spiegato il ministro Giovannini. Che ha proseguito spiegando come “noi adesso abbiamo ogni trimestre circa 400mila assunzioni a tempo indeterminato e circa 1 milione e 600mila a tempo determinato. Allora riuscire a trasformare contratti precari in contratti di più lunga durata è un obiettivo assolutamente condivisibile, che però in un momento di grande incertezza come questo molte imprese siano disponibili ad andare in questa direzione è un fatto fa verificare“.

“Nel passato – ha concluso il ministro in un intervento a Radio 1 – vi sono state due proposte contrapposte: una dei professori Boeri e Garibaldi nella quale l’azienda può più facilmente interrompere un rapporto di lavoro all’inizio attraverso un indennizzo monetario, per poi invece con il passare degli anni lavorati tornare per il lavoratore a una situazione standard, quella protetta dall’articolo 18; una proposta invece del professore Ichino in cui l’articolo 18 entra in campo solo dopo molti anni. Quindi bisogna capire di cosa si sta parlando“. Sulla stessa linea il collega titolare dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. “I punti che il segretario del Pd Matteo Renzi ha presentato nel Jobs Act sono condivisibili, ma c’è il problema delle coperture“, ha commentato il ministro.”I punti sono tutti sollevati in modo corretto, ma bisogna risolvere un problema non banale che è quello delle coperture. Sulle idee del da farsi c’è sintonia, ma, ad esempio, per ridurre del 10% il costo dell’energia bisogna trovare 4,2 miliardi“, ha spiegato. E se i ministri ci vanno con i piedi di piombo, Laszlo Andor non nasconde la sua soddisfazione. Secondo il commissario, in Italia bisogna ”rendere il mercato del lavoro più dinamico ed inclusivo, affrontando i temi delicati della disoccupazione giovanile e dell’occupazione delle donne”. Tra le questioni che incidono di più sulla situazione italiana il commissario Ue sottolinea: “L’eccessiva segmentazione del mercato del lavoro”, “il gap generazionale tra le persone colpite dalla disoccupazione”. Quindi Andor ribadisce come il Job Act “stia andando nella direzione sostenuta dall’Ue nell’ultimo periodo” anche se “aspettiamo i dettagli”.

Nel dibattito si inseriscono anche i sindacati. Una prima apertura arriva da Raffaele Bonanni, segretario della Cisl. “Siamo tendenzialmente favorevoli perché l’idea di dare forza ad un solo contratto eliminando tutti i contratti civetta, tipo le false partite Iva che servono solo a pagare meno i giovani, ci convince“, dice. “Certo dobbiamo parlarne ancora molto tra di noi ma tendenzialmente lo vediamo con molto favore”, ribadisce avvertendo però che non bastano le sole regole a sbloccare il mercato del lavoro, serve invece “una buona economia”. “La classe dirigente parla di occupazione ma l’unico sforzo che ha fatto è regolare solo le norme senza preoccuparsi di favorire gli investimenti. E questo produce un corto circuito pericoloso. Senza rimuovere gli ostacoli per attrarrre investimenti non avremo nessun lavoro”, ha spiegato ancora. Nel dibattito si inserisce anche il segretario della Cgil Susanna Camusso, che ha iniziato a vedere le proposte “del cosiddetto job act: avremmo sperato in una maggior ambizione, a partire ad esempio dalla creazione del lavoro o dalle risorse, penso alla patrimoniale, ma è già importante che il tema del lavoro sia tornato al centro”. In particolare, la leader sindacale considera una novità importante “che si dica esplicitamente che bisogna ridurre le forme del lavoro“. E ha sottolineato: “Finora lo dicevamo solamente noi. Credo che questa sia materia sulla quale si potrà sicuramente discutere”.

Così l’italia riparte, parola di fonzie renzi

Dalla semplificazione delle norme sul lavoro alla riduzione delle varie forme contrattuali «che ora sono oltre 40». E poi: un’«Agenzia unica federale» che coordini e indirizzi i centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali e una legge sulla rappresentatività sindacale che disciplini la presenza dei lavoratori nei Cda delle grandi aziende. Sono alcune delle proposte contenute nella eNews di Matteo Renzi a proposito del «Jobs Act» che verrà illustrato nella direzione del Partito Democratico del 16 gennaio (LEGGI IL TESTO INTEGRALE). Un pacchetto di proposte che possono dare «una spinta agli investitori stranieri. E anche agli italiani». Tutto da realizzare in 8 mesi, con la presentazione «di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero».

IL PIANO PER IL LAVORO – «Il Pd crede possibile che il Jobs Act sia uno strumento per aiutare il Paese a ripartire» scrive il leader dem in una prima bozza del suo piano per il lavoro. Tra le idee, quella dell’assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro.

DIBATTITO APERTO – E ancora, il dibattito è aperto: «Qui c’è un sommario, con le prime azioni concrete, formulato insieme ai ragazzi della segreteria a partire da Marianna, che si occupa di lavoro, e di Filippo, che è responsabile economia. Nella prossima settimana lo arricchiremo con le osservazioni ricevute e lo discuteremo nella direzione del Pd del 16 gennaio. Nessuno si senta escluso – è l’invito di Renzi -, è un documento aperto, politico, che diventerà entro un mese un vero e proprio documento tecnico».

ASSEGNO UNIVERSALE – Il segretario Pd parla di «processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti» e propone un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro».

STOP A STRAPOTERE BUROCRAZIA – «Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali»
scrive Renzi.

IRAP GIU’ DEL 10 PER CENTO – «Chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più – è la proposta illustrata nella enews – consentendo una riduzione del 10% dell’Irap per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe».

«CREARE POSTI DI LAVORO» – L’obiettivo, spiega Renzi, «è creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri», «basta ideologie e mettiamoci sotto». «Il dislivello tra aziende italiane e europee è insostenibile e pesa sulla produttività – continua il leader del Pd -. Il primo segnale è ridurre del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più». Per quanto riguarda la tassazione «chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende. Segnale di equità oltre che concreto aiuto a chi investe».

«FATTURAZIONE ELETTRONICA» – Renzi ha parlato anche «fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, investimenti sulla rete», «eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio. Piccolo risparmio per le aziende, ma segnale contro ogni corporazioni», e «funzioni delle Camere assegnate a Enti territoriali pubblici». Inoltre «eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali».

«SEMPLIFICAZIONE AMMINISTRATIVA» – A questo si collega «la semplificazione amministrativa sulla procedura di spesa pubblica sia per i residui ancora aperti (al Ministero dell’Ambiente circa 1 miliardo di euro sarebbe a disposizione immediatamente) sia per le strutture demaniali sul modello che vale oggi per gli interventi militari. I Sindaci decidono destinazioni, parere in 60 giorni di tutti i soggetti interessati, e poi nessuno può interrompere il processo. Obbligo di certezza della tempistica nel procedimento amministrativo, sia in sede di Conferenza dei servizi che di valutazione di impatto ambientale. Eliminazione della sospensiva nel giudizio amministrativo».

PROPOSTE PER SETTE SETTORI – Il Jobs Act prevede un piano industriale specifico per sette diversi settori: cultura, turismo, agricoltura e cibo, made in Italy, Ict, green economy, nuovo welfare ed edilizia. Per ciascun ambito, spiega Renzi, saranno indicate delle singole azioni operative e concrete necessarie a creare posti di lavoro.

La ripresa di Saccomanni

Disoccupazione, due milioni di richieste. Record di giovani senza lavoro: 41,6%. In totale sono 659mila gli under 24 disoccupati. Considerando tutte le fasce d’età, la percentuale dei senza impiego si attesta al 12,7%. E le ore di cassa integrazione tornano a superare il miliardo

La disoccupazione continua a crescere, battendo un record dopo l’altro. La categoria più colpita resta quella dei giovani, dove la percentuale dei senza lavoro è al massimo dall’inizio delle serie storiche, ovvero dal 1977. Il tasso rilevato dai dati provvisori dell’Istat tra gli under 24 ha toccato il 41,6%, in aumento di 0,2 punti rispetto a ottobre e di quattro punti rispetto a novembre 2012. Ma non sono solo i più giovani a soffrire la mancanza di lavoro: i dati Inps parlano di una marcata crescita (+32,5%) delle domande di disoccupazione rispetto al 2012. Tra gennaio e novembre 2013, all’istituto di previdenza sono state presentate quasi due milioni di richieste (per la precisione 1.949.570). Ed è record anche per il tasso di disoccupazione generale, che a novembre si attesta al 12,7%: il dato è in crescita rispetto al 12,5% di ottobre, mentre si registra un aumento di 1,4 punti su base annua. Il quadro non è più rassicurante sul fronte della cassa integrazione. Nel 2013 le ore autorizzate hanno abbondantemente superato il miliardo (1.075 milioni), anche se hanno registrato un leggero calo dell’1,36% sul 2012. A dicembre, in particolare, le ore autorizzate sono state 85,9 milioni (-0,7% su dicembre 2012). Il lieve calo è totalmente imputabile agli interventi di cassa integrazione ordinaria e in deroga, calate rispettivamente del -9,4% (da 26,1 milioni a 23,6 milioni di ore autorizzate) e del -16,7% (a 22,4 milioni di ore). La cassa integrazione straordinaria, sottolinea l’Inps, fa invece segnare un aumento del +18,8% raggiungendo i 40 milioni di ore.

Tornando alla disoccupazione, i giovani alla ricerca di un posto sono 659mila, con un aumento di 23mila unità rispetto a novembre 2012: l’incidenza dei senza lavoro sull’intera popolazione in questa fascia di età è pari all’11 per cento. Il numero di inattivi, ovvero tutti coloro senza un impiego e quindi anche chi ha rinunciato a cercarlo, compresi tra i 15 e i 24 anni raggiunge i 4,4 milioni, in aumento dell’1,9% (+81 mila) rispetto a novembre 2012. Il tasso di inattività dei giovani è pari al 73,7%, in crescita di 0,2 punti percentuali rispetto a ottobre e di 1,7 punti nei 12 mesi. L’Istat precisa poi che a novembre 2013 erano occupati 924mila giovani tra i 15 e i 24 anni in calo dell’1,3% rispetto al mese precedente (-12 mila) e del 12,4% su base annua (-131 mila). Considerando invece tutte le fasce di età, i disoccupati a novembre erano 3 milioni 254 mila, in aumento di 57mila unità rispetto a ottobre (+1,8%) e di 351 mila unità rispetto a novembre 2012 (+12,1%). La crescita tendenziale della disoccupazione è molto più consistente per gli uomini (+17,2%) che per le donne (+6,1%). Il tasso di disoccupazione è pari al 12,7%, al top dal 1977, anno di inizio delle serie storiche trimestrali. A novembre gli occupati erano 22 milioni 292mila, in calo dello 0,2% rispetto a ottobre (-55mila) e del 2% su base annua (-448mila): il tasso di occupazione si attesta nel mese al 55,4%, diminuendo di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di un punto rispetto a novembre 2012. Il dato tra gli uomini è diminuito più rapidamente di quello femminile (-0,3 punti su mese e meno 1,7 punti su novembre 2012).

Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il tasso di disoccupazione si è attestato al 12,1% nel mese di novembre. Lo rileva Eurostat, precisando che il tasso, corretto per gli effetti di stagione, è fermo dallo scorso aprile. Il dato è in linea con le attese. A novembre resta stabile anche la disoccupazione nell’Ue a 28 Paesi, che rimane al 10,9% da maggio. La disoccupazione, a novembre 2012, si era posizionata all’11,8% nell’Eurozona e al 10,8% nel complesso dell’Ue. Nello scorso novembre il tasso di disoccupazione giovanile era pari al 24,2% nell’area della moneta unica, in crescita dal 23,9% di un anno prima, mentre nell’Ue a 28 era al 23,6%, in aumento dal 23,4% di novembre 2012.

La tassa dell’invidioso e dello scialacquatore

Se la tassa sulle case è la classica rapina comunista contro la Proprietà, la tassa sui risparmi, che qualcuno vorrebbe ancora aumentare, pudicamente chiamata “tassa sulle rendite finanziarie”, è la tassa dell’invidioso, dello sprecone, dello scialacquatore contro le persone assennate, che hanno cultura del e rispetto per il denaro, guadagnato e risparmiato con i sacrifici del lavoro quotidiano.
Lo scialacquatore invece no, vuole continuare a sperperare denaro e, esaurendo presto il proprio, vuole mettere le mani su quello altrui.
Non c’è differenza con il ladro o il rapinatore che sottrae i risparmi alla gente.
La tassa sui risparmi diventa così anche la tassa dell’invidia, di chi non sa contenersi e programmare la propria esistenza e, allora, muoia Sansone con tutti i filistei, cerca di ammorbare anche la vita del prossimo.
Tra Tobin tax, capital gain, prelievo sui depositi, qualunque cosa uno faccia, deve pagare il pizzo allo stato.
Se compri un titolo, paghi.
Se lo vendi paghi anche se se lo vendi in perdita e paghi due volte se lo vendi guadagnandoci.
Se vuoi fare cassetta, paghi il deposito.
E se ritirassimo tutti i nostri soldi e li nascondessimo sotto il materasso ?



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Come non concordare con Mario Palmaro, ancora una volta ?

Ecco la lettera di Mario Palmaro pubblicata sulla Bussola Quotidiana di oggi:

Caro direttore, 
ho letto il tuo editoriale del 3 gennaio – “Renzi, se questo è il nuovo che avanza” – e non posso che condividere la tua analisi sulla figura del nuovo segretario del Pd, sulla sua furbizia disinvolta, sul suo trasformismo, sulle contraddizioni inevitabili tra il suo dirsi cattolico e il promuovere cose che contrastano non solo con il catechismo ma con la legge naturale. Aggiungo i miei complimenti per quello che fai da tempo con la Bussola su questa frontiera dell’offensiva omosessualista e non voglio rimproverarti nulla.
Però avverto la necessità di scrivere a te e ai lettori ciò che penso. In tutta sincerità: ma il nostro problema è davvero Matteo Renzi? Cioè: noi davvero potevamo aspettarci che uno diventa segretario del Partito democratico, e poi si mette a difendere la famiglia naturale, la vita nascente, a combattere la fecondazione artificiale  e l’aborto, a contrastare l’eutanasia? Ma, scusate lo avete presente l’elettorato del Pd, cattolici da consiglio pastorale, suore e parroci compresi? Secondo voi, quell’elettorato che cosa vuole da Renzi? Ma è ovvio: i matrimoni gay e le adozioni lesbicamente democratiche. Ma, scusate, avete mai ascoltato in pausa pranzo l’impiegato medio che vota a sinistra? Secondo voi, vuole la difesa del matrimonio naturale o vuole le case popolari per i nostri fratelli omosessuali, così orribilmente discriminati? Smettiamola di credere che il problema siano Niki Vendola o i comunisti estremisti brutti e cattivi, e che l’importante è essere moderati: qui i punti di riferimento dell’uomo medio sono Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, le coop e Gino Strada, Enzo Bianchi ed Eugenio Scalfari. Renzi mette dentro nel suo frullatore questi ingredienti essenziali del suo elettorato, miscelandoli con dosi omeopatiche di don Ciotti e don Gallo, e il risultato è il beverone perfetto che tiene insieme la parrocchietta democratica e l’Arcigay. Aspettarsi qualche cosa di diverso da lui sarebbe stupido.
Lo scandalo, scusate, è un altro. Di fronte a Renzi che fa il Segretario del Pd e strizza l’occhio ai gay, lo scandalo è ascoltare gli esponenti del Nuovo Centro Destra che dicono: “Le unioni civili non sono delle priorità del governo”. Capite bene? Non è che l’NCD salta come una molla e intima: noi queste unioni non le voteremo mai. No: dice che non sono una priorità. Uno incontra Hitler che dice: voglio costruire le camere a gas, e che cosa gli risponde: “Adolf, ma questa non  è una priorità”. Facciamole, facciamole pure, ma con calma. Ho visto al Tg1 il cattolico ministro Lupi che spiegava la faccenda. Volto imbarazzatissimo, l’occhio terrorizzato di uno che pensa (ma posso sbagliarmi): mannaggia, mi tocca parlare di principi non negoziabili e di gay, adesso mi faranno fare la stessa fine di Pietro Barilla, mi toccherà lasciare il mio ministero così strategico e così importante, con il quale posso fare tanto bene al mio Paese. E al mio movimento. Ed eccolo rifugiarsi, Lupi come tutti gli altri cuor di leone del partito di Angiolino e della Roccella, nella famosa faccenda delle priorità: no, le unioni civili non sono una priorità. Palla in calcio d’angolo, poi dopo vediamo. Ovviamente poi c’è il peggio: allo stesso Tg1 c’era Scelta Civica che intimava: dobbiamo difendere i diritti delle persone omosessuali. Scelta civica… credo si tratti di quello stesso partito che fu costruito a furor di Todi 1 e Todi 2, e che i vescovi italiani avevano eretto a nuovo baluardo dei valori non negoziabili dietro la cattolicissima leadership di Mario Monti. Poi c’è il peggio del peggio, e nello stesso Tg c’era una tizia di Forza Italia che trionfante annunciava che loro avrebbero miscelarlo le loro proposte sui diritti dei gay con quelle di Renzi. Ho udito qualche rudimentale rullo di tamburo contro le unioni civili dalle parti della Lega di Salvini, flebilmente da Fratelli d’Italia. Punto.
No, caro direttore, il mio problema non è Matteo Renzi. Il mio problema è la Chiesa cattolica. Il problema è che in questa vicenda, in questo scatenamento planetario della lobby gay, la Chiesa tace. Tace dal Papa fino all’ultimo cappellano di periferia. E se parla, il giorno dopo Padre Lombardi deve rettificare, precisare, chiarire, distinguere. Prego astenersi dal rispolverare lettere e dichiarazioni fatte dal Cardinale Mario Jorge Bergoglio dieci anni fa: se io oggi scopro mio figlio che si droga, cosa gli dico: “vai a rileggerti la dichiarazione congiunta fatta da me e da tua madre sei anni fa in cui ti dicevamo di non drogarti”? O lo prendo di petto e cerco di scuoterlo, qui e ora, meglio che posso?
Caro direttore, in questa battaglia, dov’è la conferenza episcopale, dove son i vescovi? Silenzio assordante. Anzi, no:  monsignor Domenico Mogavero – niente meno che canonista, vescovo di Mazara del Vallo ed ex sottosegretario della Cei – ha parlato, eccome se ha parlato: “La legge non può ignorare centinaia di migliaia di conviventi: senza creare omologazioni tra coppie di fatto e famiglie, è giusto che anche in Italia vengano riconosciute le unioni di fatto”. Per Mogavero, “lo Stato può e deve tutelare il patto che due conviventi hanno stretto fra loro. Contrasta con la misericordia cristiana e con i diritti universali – osserva – il fatto che i conviventi per la legge non esistano. Oggi, se uno dei due viene ricoverato in ospedale, all’altro viene negato persino di prestare assistenza o di ricevere informazioni mediche, come se si trattasse di una persona estranea”. Conclude il vescovo: “Mi pare legittimo riconoscere diritti come la reversibilità della pensione o il subentro nell’affitto, in virtù della centralità della persona. E’ insostenibile – sottolinea Mogavero – che per la legge il convivente sia un signor Nessuno”. E per la Chiesa, sul cui tema è stata già invitata a riflettere da papa Francesco, in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia, “senza equipararle alle coppie sposate, non ci sono ostacoli alle unioni civili”. Amen.
Capisci, caro direttore? Fra poco prenderanno mio figlio di sette anni e a scuola lo metteranno a giocare con i preservativi e i suoi genitali, e la Chiesa di che cosa mi parla? Dei barconi che affondano a Lampedusa, di Gesù che era un profugo, di un oscuro gesuita del ‘600 appena beatificato. No, il mio problema non è Matteo Renzi. Caro direttore, dov’è in questa battaglia l’arcivescovo di Milano Angelo Scola? Fra poco ci impediranno di dire e di scrivere che l’omosessualità è contro natura, e Scola mi parla del meticciato e della necessità di comprendere e valorizzare la cultura Rom. E’ sempre l’arcivescovo di Milano che qualche settimana fa ha invitato nel nostro duomo l’arcivescovo di Vienna Schoenborn: siccome in Austria la Chiesa sta scomparendo, gli hanno chiesto di venire a spiegare ai preti della nostra diocesi come si ottiene tale risultato, qual è il segreto. Del tipo: questo allenatore ha portato la sua squadra alla retrocessione, noi lo mettiamo in cattedra a Coverciano. E guarda la coincidenza, fra le altre cose: Schoenborn – che veste il saio che fu di San Domenco e di Tommaso d’Aquino – è venuto a spiegare ai preti ambrosiani che lui è personalmente intervenuto per proteggere la nomina in un consiglio parrocchiale di due conviventi omosessuali. Li ha incontrati e, dice Shoenborn, “ho visto due giovani puri, anche se la loro convivenza non è ciò che l’ordine della creazione ha previsto”. Ecco, caro direttore, questa è la purezza secondo un principe della Chiesa all’alba del 2014. E il mio problema dovrebbe essere Matteo Renzi e il Pd? Prenderanno mio figlio di sette anni e gli faranno il lavaggio del cervello per fargli intendere che l’omosessualità è normale, e intanto il mio arcivescovo invita in duomo un vescovo che mi insegna che due gay conviventi sono esempi di purezza?
E vado a finire. Matteo Renzi che promuove le unioni civili è il prodotto fisiologico di un Papa che mentre viaggia in aereo si fa intervistare dai giornalisti e dichiara: “Chi sono io per giudicare” eccetera eccetera. Ovviamente, lo so anche io che non c’è perfetta identità fra le due questioni, che il Papa é contrario a queste cose e che certamente ne soffre, e che è animato da buone intenzioni. Però i fatti sono fatti. A fronte di quella frasetta epocale in bocca a un papa – “chi sono per giudicare”  – ovviamente si possono scrivere vagonate di articoli correttivi e riparatori, cosa che le truppe infaticabili di normalisti hanno fatto e stanno facendo da mesi per spiegare che va tutto ben madama la marchesa. Ma tu ed io sappiamo bene, e lo sa chiunque conosca i meccanismi della comunicazione, che quel “chi sono io per giudicare” è una pietra tombale su qualunque combattimento politico e giuridico nel campo del riconoscimento dei diritti degli omosessuali. Se fossimo nel rugby, ti direi che ha guadagnato in pochi secondi più metri a favore della lobby gay quella frasetta di Papa Francesco, che in decenni di lavoro tutto il movimento omosessualista mondiale. Ti dico anche che vescovi come Mogavero, all’ombra di quella frasetta sul “chi sono io per giudicare” possono costruire impunemente castelli di dissoluzione, e a noi tocca solo tacere.
Intendiamoci: sarebbe da stolti imputare al Papa o alla Chiesa la colpa che gli stati di tutto il mondo stiano normalizzando l’omosessualità: questa marea montante è inarrestabile, non si può fermarla. La ragione è semplice: Londra e Parigi, New York e Roma, Bruxelles e Berlino sono diventate una gigantesca Sodoma e Gomorra. Il punto però è se questo noi lo vogliamo dire e lo vogliamo contrastare e lo vogliamo denunciare, oppure se vogliamo fare i furbi e nasconderci dietro il “chi sono io per giudicare”. Il punto è se anche Sodoma e Gomorra planetari debbano essere trattati con il linguaggio della misericordia e della comprensione. Ma allora, mi chiedo, perché non riservare la stessa misericordia anche ai trafficanti di armi chimiche, agli schiavisti, agli speculatori finanziari? Sono poveri peccatori anche loro? O no? O devo chiedere a Schoenborn di incontrarli a pranzo e di valutare la loro purezza? Caro direttore, la situazione ormai è chiarissima: qualsiasi politico cattolico o intellettuale o giornalista che anche volesse combattere sulla frontiera omosessualista, si troverà infilzato nella schiena dalla mistica della misericordia e del perdono. Siamo tutti totalmente delegittimati, e qualsiasi vescovo, prete, teologo, direttore di settimanale diocesano, politico cattolico-democratico può chiuderci la bocca con quel “chi sono io per giudicare”. Verrebbe impallinato da un Mogavero qualsiasi come un fagiano da allevamento in una battuta di caccia.
Caro direttore, il nostro problema non è Matteo Renzi. Il nostro, il mio problema è che l’altro giorno il Santo Padre ha detto che il Vangelo “non si annuncia a colpi di  bastonate dottrinali, ma con dolcezza.” Anche qui, prego astenersi normalisti e perditempo: lo so anche io che effettivamente il Vangelo si annuncia così –  a parte il fatto che Giovanni il Battista aveva metodi suoi piuttosto bruschi, e nostro Signore lo definisce “il più grande fra i nati di donna” – ma tu sai benissimo che con quella frasetta siamo, tu ed io, tutti infilzati come baccalà. Tu ed io che ci siamo battuti e ci battiamo contro l’aborto legale, contro il divorzio, contro la fivet, contro l’eutanasia, contro le unioni gay, e contro i politici furbi come Matteo Renzi che quella roba la promuovono e la diffondono. Ecco, tu ed io siamo, irrimediabilmente, dei randellatori di dottrina, della gente senza carità, degli eticisti, degli “iteologi” dice qualche giornalista di cielle. E fenomeni come La Bussola e come Il Timone sono esemplari anacronistici di questa mancanza di carità, di questo rigore morale impresentabile. E non basteranno gli sforzi quotidiani e titanici dei normalisti per sottrarre queste testate alla delegittimazione da parte del cattolicesimo ufficiale, perché tutti gli esercizi di equilibrismo e di tenuta dei piedi in due staffe si concludono sempre, prima o poi, con un tragico volo nel vuoto.
Penso anche che il problema – scusa il fatto personale – non siano Gnocchi e Palmaro, brutti sporchi e cattivi, che sul Foglio hanno scritto quello che hanno scritto: io lo riscriverei una, dieci, cento mille volte, perché purtroppo tutto si sta compiendo nel modo peggiore, molto peggiore di quanto noi stessi potessimo prefigurare.
Ecco, caro direttore, perché il mio problema, e il problema tuo, dei cattolici e della gente semplice, non è Matteo Renzi. Il problema è nostra Madre la Chiesa, che ha deciso di mollarci nella giungla del Vietnam: gli elicotteri sono ripartiti e noi siamo rimasti giù, a farci infilzare uno dopo l’altro dai vietcong relativisti. Per me, non mi lamento, per le ragioni che sai. E poi perché preferisco mille volte essere rimasto qui, ad aspettare i vietcong, piuttosto che salire su quegli elicotteri. Magari con la promessa in contropartita di uno strapuntino in qualche consulta clericale tipo Scienza e Vita, o con l’illusione di tessere la tela dentro nel palazzo del potere ufficiale insieme a tutti gli altri movimenti ecclesiali. O con la pazza idea – scritta nero su bianco – che, sì, Gnocchi e Palmaro magari c’hanno ragione ma non dovevano dirlo, perché certe verità non vanno dette, anzi vanno addirittura negate pubblicamente per confondere il nemico.
No, io non mi lamento per me. Mi rimane però il problema di quel mio figlio di sette anni e di altri tre già più grandi, ai quali io non voglio e non posso dare come risposta i barconi che affondano a Lampedusa, i gay esempio di purezza del cardinale Shoenborn, il meticciato e l’elogio della cultura rom del cardinale Scola, il disprezzo per le randellate dottrinali secondo Papa Francesco, Mogavero che fa l’elogio delle unioni civili. A questi figli non posso contare la favola che il problema si chiama Matteo Renzi. Che per lui, fra l’altro, bastano dieci minuti ben fatti di Crozza.
Caro direttore, caro Riccardo, perché mai ti scrivo tutte queste cose? Perché questa notte non ci ho dormito. E perché io voglio capire – e lo chiedo ai lettori della Bussola – che cosa deve ancora accadere in questa Chiesa perché i cattolici si alzino, una buona volta, in piedi. Si alzino in piedi e si mettano a gridare dai tetti tutta la loro indignazione. Attenzione: io mi rivolgo ai singoli cattolici. Non alle associazioni, alle conventicole, ai movimenti, alle sette che da anni stanno cercando di amministrare conto terzi i cervelli dei fedeli, dettando la linea agli adepti. Che mi sembrano messi tutti sotto tutela come dei minus habens, eterodiretti da figure più o meno carismatiche e più o meno affidabili. No, no: qui io faccio appello alle coscienze dei singoli, al loro cuore, alla loro fede, alla loro virilità. Prima che sia troppo tardi.
Questo ti dovevo, carissimo Riccardo. Questo dovevo a tutti quelli che mi conoscono e hanno ancora un po’ di stima per me e per quello che ho rappresentato, chiedendoti scusa per aver abusato della pazienza tua e dei lettori.
Mario Palmaro


Contro tasse e burocrazia

Le tasse di uno stato predone e inefficiente hanno da tempo superato l’argine del legittimo e del sopportabile e solo un Popolo abituato ad obbedire non si è ancora rivoltato come avrebbe dovuto, forse anche perchè nessuno ha ancora incarnato lo spirito della ribellione, proponendo adeguate garanzie e solidarietà a chi protesta e spingendo sull’acceleratore della protesta.
L’occasione possono averla i partiti del Centro Destra in questo gennaio che segue il bagno di sangue di dicembre e sfruttando anche la protervia e l’inefficienza dei predoni che non solo opprimono il Popolo con tasse e aliquote sempre crescenti, ma lo obbligano anche a continue rincorse per inseguire le date di scadenza sempre differenti e calcolare (o far calcolare con un aggravio di costi a beneficio del caf sindacali e dei commercialisti) i nuovi importi da pagare.
Salvo modifiche dell’ultimo momento.
Insomma uno stato predone che rende la sua perversa azione di dominazione fiscale ancora più invadente e odiosa applicando una asfissiante, inutile e prepotente burocrazia.
Non solo dobbiamo pagare (troppo) ma dobbiamo anche perdere tempo e altro denaro per conoscere quali siano le scadenze e gli importi da pagare.
Se Berlusconi, Salvini, la Meloni, Fiore unissero le loro forze per dire agli Italiani,
non pagate più le tasse che non vi vengano comunicate per tempo, in modo dettagliato nella loro formazione e con l’accompagnamento del modulo precompilato per adempiere,
garantendo un collegio difensivo composto da avvocati e commercialisti per rintuzzare ogni pretesa dello stato fino a quando il Centro Destra non andrà al governo e, come primo provvedimento, sanasse ogni contestazione in merito, allora potremmo forse vedere lo stato farsi piccolo verso il Popolo, rispettarlo e, forse, riusciremmo persino a veder tagliate quelle spese che ci caricano, ogni anno, di debiti e di tasse.
Il mese di gennaio, con le scadenze tasi (16 gennaio in rinvio), mini imu (24 gennaio) canone rai (31 gennaio) bollo auto (31 gennaio) può essere il mese favorevole per innescare la miccia e far deflagrare tutto.
Occorre solo che almeno un partito nazionale impugni la fiamma della Libertà.



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L’innovativo buffoncello Renzie…

Job Act: Renzi prepara l’attacco finale al lavoro di Eugenio Orso

I suoi padroni gongoleranno. I crucchi che contemplano esclusivamente il loro interesse – altro che Europa dei popoli! – gli diranno “Wunderbar, kleine italienische”, ossia meraviglioso, piccolo italiano! Sottinteso servo italiano. Insomma, le oligarchie tutte, del denaro, della finanza e dell’eurozona plaudiranno. Chi? Ma naturalmente lui, il pericoloso buffone emergente della sub-politica nazionale, all’anagrafe Matteo Renzi, esternante durante l’inaugurazione, nella “sua” Firenze, di Pitti immagine Uomo. Per ora c’è solo l’annuncio trionfale di Renzi, ma a giorni seguirà lo Job Act, chiamato così in (neo)lingua esotica, per sottolineare meglio la totale subalternità italiana all’occidente neocapitalistico e il liberal-liberismo che anima la marionetta Renzi. Sembra che questo obbrobrio, sicuramente pensato contro il lavoro stabile e ancora tutelato – con la scusa di creare occupazione per chi non l’ha e di estendere le garanzie ai precari – sarà articolato su tre semplici punti e non avrà come “cuore” la riforma dell’articolo 18 (dello statuto dei lavoratori del 1970). Ostacolo “ideologico” quest’ultimo, secondo Matteo, alle necessarie riforme del mercato del lavoro (e contro i lavoratori) che non si fermeranno nel dopo Monti e Fornero.

Come d’abitudine, esternando all’inaugurazione fiorentina di Pitti, il sindaco di Firenze/segretario del pd non ha detto nulla di veramente concreto, entrando a corpo morto nel dettaglio tecnico (forse per non sciupare la sorpresa?), ma si è riempito la bocca di slogan, banalità, di frasi fatte, di dichiarazioni generiche e inconsistenti sul piano pratico. Alcuni esempi? Contrastare il costo della burocrazia per evitare le delocalizzazioni industriali, in Austria e altrove (sopprimendo posti di lavoro nel pubblico e mantenendo alto il tasso di disoccupazione?). Cominciare dal Made in Italy che è una scontata parola d’ordine (ma esisterà ancora il Made in Italy nel futuro?). Avere attenzione per il tema dell’innovazione (Quale? Di prodotto o di processo?). Mettere chi fa impresa in condizioni di poterla fare (Renzi abbasserà veramente le imposte, le tasse e i contributi, i costi dell’energia?).

Quel che conta – e lo vedremo quando l’imbroglione-capo piddino presenterà i tre punti dello Job Act – è che dietro “il costo della burocrazia” vi sono centinaia di migliaia di posti nel settore pubblico a rischio, e non è per niente certo che una contrazione dell’impiego pubblico eviterà ulteriori delocalizzazioni industriali. Semplicemente contribuirà a mantenere alto il tasso di disoccupazione, da un lato, e dall’altro, risparmiando sulla “macchina dello stato”, libererà ancora risorse per il grande capitale finanziario. Del quale Renzi, con Letta, Napolitano e il resto del pd, è fedele servitore. L’esaltazione sloganistica del Made in Italy, da rilanciare, non tiene conto che un paio di finanzieri francesi (e non solo loro) sta facendo incetta di marchi italiani del lusso, della moda, del bello. La svendita continuerà, nonostante l’annuncio renziano, come tributo all’apertura definitiva al mercato. Per quanto riguarda la mitica “innovazione”, credo che si tratti di aria fritta. Anche nel caso di una diminuzione del costo della burocrazia, dei costi dell’energia, e persino delle tasse, le risorse in più a disposizione delle imprese nazionali superstiti non finanzieranno “innovazione”, ma semplicemente alimenteranno i profitti, le speculazioni finanziarie e i consumi “di prestigio” di pochi. Mettere chi fa impresa in condizioni di farla, poi, sembra una battuta, un vuoto slogan da campagna elettorale al quale gli italiani dovrebbero essere ormai abituati. E’ facile prevedere che pareggio di bilancio imposto e recepito in costituzione, la strenua “difesa dell’euro” e il rispetto del 3% massimo nel rapporto deficit/pil, non consentiranno abbattimenti di imposte e tasse e significativi sgravi in termini di contributi. Tagli alla spesa pubblica e aumenti fiscali – iva, irpef regionale e comunale, nuove e crescenti imposte locali, sulle immondizie e sulla casa – sono prevedibili anche nei prossimi anni. In queste condizioni, con queste politiche economiche imposte dalla bce, dai crucchi e dal fmi, si può mettere chi fa impresa in condizioni di farla – e di assumere qualcuno – solo precarizzando ulteriormente e sottopagando il lavoro.

Per Renzi, il mondo del lavoro è spaccato, diviso fra chi è garantito (e il neo capoccia piddino freme per colpire le garanzie) e chi le garanzie non le ha mai avute. Segnatamente i precari, buona parte dei contratti stipulati in questi ultimi anni. Ricordiamo che i precari sono stati generati proprio dalle normative del sistema che ha “prodotto” Renzi e che Matteo serve. Il disegno renziano è chiaro e non è nuovo. Mettere i precari contro gli stabilizzati, cioè i “vecchi” lavoratori a tempo indeterminato, illudendoli che saranno stabilizzati anche loro e che in futuro godranno di maggiori tutele. Vedremo se la proposta finale di Renzi – o di chi per lui – assomiglierà a uno spolvero del cosiddetto “contratto di lavoro leggero”, con minori tutele per tutti e con paghe d’ingresso ridotte all’osso. In pratica, l’idea potrebbe essere quella di “spalmare” le tutele su un numero più grande di lavoratori, riducendole drasticamente per tutti e mettendo fine a quello che è stato chiamato il doppio mercato del lavoro. Naturalmente andando a ribasso, in quanto a garanzie per il posto di lavoro e retribuzioni. Per ora basti questo. Quando uscirà il tanto atteso (e temuto) Job Act renziano potremmo essere più precisi … e ancor più ferocemente critici.