Con la retroattività

ROMA – Adesso il Fisco ha un’arma in più contro gli evasori. Potrà controllare i redditi, dal 2009 (dichiarazioni 2010) in poi, con il nuovo redditometro, lo strumento che attraverso l’analisi di più di cento voci di spesa verifica se c’è compatibilità fra il reddito dichiarato dal contribuente e il suo tenore di vita. Insomma se uno dice che guadagna 20mila euro ma poi ha un’auto di lusso, domestici, manda i figli alle scuole private e fa le vacanze alle Maldive è chiaro che c’è qualcosa che non va. Ma in realtà il nuovo redditometro ha l’ambizione di essere uno strumento ben più sofisticato, capace di stanare anche l’evasore meno appariscente. Il decreto del ministero dell’Economia che è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale contiene, nell’allegata tabella A, l’elenco dettagliato delle voci di spesa che vanno a formare il redditometro, ma anche una sorta di clausola di salvaguardia all’articolo 1, avvertendo che «resta ferma la facoltà dell’Agenzia delle entrate di utilizzare altresì: elementi di capacità contributiva diversi da quelli riportati nella tabella A». Che comunque abbraccia tutte le principali tipologie di spesa in 11 categorie: alimentari e abbigliamento; mobili ed elettrodomestici; combustibili ed energia; trasporti; comunicazioni telefoniche; casa; istruzione; tempo libero, cultura e giochi; sanità; investimenti; altri beni e servizi.
In ciascuna di queste categorie ci sono diverse voci. Si scopre così che il Fisco potrà prendere in considerazione non solo la spesa media della famiglia per mangiare, abitare, vestirsi, e i beni posseduti (case, auto, imbarcazioni, eccetera) ma che guarderà anche agli acquisti per biancheria, detersivi, pentole, riparazioni di elettrodomestici. Oppure alla spesa per l’olio per l’auto e per il meccanico. Verranno passati al setaccio anche tutti i canoni, d’affitto e di leasing, e perfino le spese per barbiere, parrucchiere, cura della persona, borse e valige, pasti fuori casa, giornali e riviste, lotto e lotterie, piante e fiori, abbonamenti pay-tv, giochi on line, iscrizione a palestre, piscine e circoli sportivi e ricreativi. Non sfuggiranno all’occhio del fisco neppure le spese per animali domestici, da quelle per la tolettatura a quelle per il veterinario. Ovviamente un peso forte avranno gli investimenti, da quelli in nuove proprietà immobiliari (incremento patrimoniale netto conseguito durante l’anno) a quelli in beni mobili (nuovi veicoli immatricolati) a quelli in titoli, azioni, fondi, buoni postali, oro, e perfino monete e francobolli, senza trascurare quadri e oggetti d’antiquariato.
Ma perché i controlli potranno essere fatti a partire dai redditi 2009 (dichiarazioni 2010)? Perché è già così, spiegano all’Agenzia delle entrate, nel senso che già oggi le verifiche si possono fare sugli ultimi 5 anni (2009-2013). Quindi il nuovo redditometro non è retroattivo, aggiungono, ma potenzia solo le modalità di verifica. Qualche settimana per mettere a punto la macchina e istruire il personale e poi, tra febbraio e marzo, l’Agenzia delle entrate selezionerà le liste dei contribuenti ritenuti a rischio, che verranno sottoposti all’accertamento attraverso il nuovo strumento. A comporre il redditometro non ci sono solo le 100 voci e passa di spesa, ma anche 55 tipologie di famiglia, nel senso che le 11 categorie di spesa declinate in cinque aree geografiche in cui è stata suddivisa l’Italia (Nord-Est, Nord-Ovest, Centro, Sud e Isole) individueranno appunto che tipo di famiglia si è (tenendo ovviamente conto anche della numerosità), che spesa dovrebbe si avere, sia sulla base di rilievi puntuali (le bollette per le utenze domestiche, per esempio) sia, dove questo non è possibile, utilizzando come riferimento la spesa media per quelle voci e famiglie rilevata dalle statistiche nazionali, e di conseguenza quale reddito minimo è compatibile. Secondo le previsioni dell’Agenzia guidata da Attilio Befera i contribuenti incompatibili potrebbero essere uno su cinque, ma questo non significa che scatterà automaticamente l’accertamento sintetico del reddito e la conseguente richiesta di versare le tasse evase. Ciò infatti avverrà solo quando il redditometro metterà in luce una differenza superiore al 20% tra quanto dichiarato e quanto ricostruito presuntivamente.
In questi casi cominceranno i guai: spetterà al contribuente dimostrare di non aver evaso, spiegando per esempio che le spese apparentemente incompatibili col reddito dichiarato sono giustificate da risparmi accumulati negli anni precedenti oppure da aiuti ricevuti da familiari o anche che le spese che l’Agenzia delle entrate gli attribuisce non sono state sostenute. I contribuenti, intanto, già dal mese di novembre possono fare il redditest sul sito dell’Agenzia, una sorta di simulazione del redditometro applicato al proprio caso, in modo da capire se si è a rischio oppure no. Befera nei mesi scorsi ha sempre cercato di rassicurare i contribuenti sul fatto che l’amministrazione finanziaria procederà senza soprusi e dialogando col contribuente, ma è chiaro che c’è molta preoccupazione per come concretamente verrà usato il redditometro. Esso infatti accanto a spese effettivamente sostenute e documentate (canoni, bollette, rette scolastiche, mutui, eccetera) valuta anche spese presunte che sulla base di indicatori statistici vengono attribuiti alla famiglia per il solo fatto di rientrare in una certa categoria ed area geografica. Il redditometro, inoltre, accende un faro sulle proprietà e gli investimenti del contribuente. La valutazione avverrà in termini di incremento patrimoniale nell’anno al netto dei disinvestimenti. E finirà per pesare molto. Per fare un esempio, se uno compra una casa l’acquisto peserà per intero al netto del mutuo.
Inoltre, a rilevare saranno non solo le spese del contribuente ma anche quelle dei familiari se questi sono a suo carico. Infine, si legge nel testo del provvedimento, riguardo alle spese sensibili ai fini del redditometro «si considera l’ammontare più elevato tra quello disponibile o risultante dalle informazioni presenti in Anagrafe tributaria e quello determinato considerando la spesa media rilevata dai risultati dell’indagine sui consumi» dell’Istat. Restano fuori dal redditometro solo quegli acquisti che «sono relativi esclusivamente ed effettivamente all’attività di impresa o all’esercizio di arti e professioni». Il nuovo redditometro, che nasce sulle ceneri di quello più semplice del ’92, ha lo scopo, si legge nel decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale e firmato dal ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, di «adeguare l’accertamento sintetico al contesto socio-economico mutato nel corso dell’ultimo decennio». L’obiettivo è recuperare una parte maggiore di quei 120miliardi di euro di evasione stimata ogni anno. Ma il nuovo strumento debutta in un contesto reso difficile dalla crisi, da un rapporto già problematico tra fisco e contribuenti e da una pressione fiscale che quest’anno arriverà al 45,3% del Pil. Un peso così alto dovuto certamente anche al fatto che molti italiani le tasse non le pagano. E chi le versa lo fa per tutti.
Enrico Marro

Antieurpeismo e antiamericanismo

Essere antieuropeisti e, pertanto, decisamente recalcitranti alla concretizzazione di questa Unione, basata su trattati ed accordi sconvenienti per i popoli che ne fanno parte, da quelli economici a quelli politici (con commissioni che si occupano della grandezza dei piselli e teste di pisello che non arrivano a capo di nulla), non significa essere contro l’Europa. Quest’ultima esiste, non solo in quanto innegabile espressione geografica, piuttosto perché ha un passato millenario fatto di prossimità, di battaglie, di alleanze, di pacificazioni, di tradimenti, di rivalità, di porosità e di sbarramenti reciproci, estrinsecatesi in un campo culturale omogeneo ma non meno conflittuale, frutto di un destino secolare d’interdipendenze e dipendenze tra nazioni e popolazioni che si sono abbracciate e massacrate; dunque, essa c’è negli eventi, nelle cose e negli uomini a prescindere dai suoi recenti apparati artificiali troppo deboli, corrotti, insignificanti e distanti dalla realtà per poter contribuire a dispiegare una vera sovranità continentale. Per questo, possiamo dire che l’Europa sussisteva più consapevolmente, con maggiore spinta e coerenza (di ciascuno Stato) , prima che fosse perfezionata la sua scialba architettura istituzionale attuale la quale, appunto, rappresenta la negazione del “sogno” urgente dell’ edificazione di un insieme geopolitico eterogeneo eppure indipendente, orientato ad una politica di potenza sinergica tra partner “cugini” (di affratellamento parlano solo gli idioti che non hanno il senso della Storia), come risultato di un grande gioco di prospettive ed orizzonti di entità statali contigue, non sovrapponibili ma, tuttavia, concordi nel perseguire comuni (per quanto possibile) obiettivi internazionali e mondiali. Forse, la Grande Europa invocata da De Gaulle, oppure, anche qualcosa di meglio. Qualche tempo fa in un articolo su l’Espresso, Lucio Caracciolo, ha scritto, con altre parole, che questa Europa non è se stessa perché il suo progetto, il piano che la informa e la modella, è estraneo alle sue genti e alla sua storia autentica.
Dice Caracciolo: “La sfera semantica della parola ‘Europa’ s’è allargata fino a perdere ogni contorno. Si offre dunque come strumento di politiche le più varie, spesso opposte, quasi mai coerenti, sempre vaghe… Non un progetto, il suo contrario: lo schiacciamento dell’orizzonte che corrode l’obiettivo della politica, cioè costruire una comunità. E la noia di ripetere all’infinito lo stesso frasario apotropaico”. Siamo, dunque, ben lontani da un perimetro politico d’intenti concreti, persino fuori dai confini evenemenziali della realtà, per questo fragilmente agganciati a formule magiche ed illusioni evidenti che metamorfosano il programma politico della fondazione unitaria in un dogma religioso col quale scomunicare gli scettici e gli eretici, denigratori di ciò che ormai è per molti diventato, inequivocabilmente, un vero incubo di sudditanza. Qual è il vulnus originario che impedisce all’Europa di darsi una vita propria e un percorso autonomo nelle direzioni strategiche di questa fase? Perché al posto di questi elementi abbiamo messo solidaristiche menzogne brussellesi e riti procedurali di vestali europeiste che non portano a nulla se non ad un maggiore asservimento delle collettività europee alle logiche mercantilistiche globali (mai neutrali) e a quelle militari di organismi orientati da Washington (come la Nato)?
In questo passaggio Caracciolo è, finalmente, dissacrante come pochi. Del resto, non se ne può fare a meno considerato che si tratta di stracciare un mito dell’origine europeista che fa mitologicamente pietà come tutto il resto dell’UE: Schuman, De Gasperi, Monnet, Spinelli, Spaak, Adenauer… Macchè, questi sarebbero stati padri impotenti senza lo zio Sam: “A Roma nel 1957”, prosegue Caracciolo, “si battezza una comunità che è la faccia economico-europea di una strategia americana avviata con il piano Marshall (1947) e strutturata militarmente nella Nato, braccio armato del patto Atlantico (1949)”. Il nostro mito dell’origine, quello discendente dai “numi spirituali” sopracitati, nasconde in verità qualcosa che ha ben poco di narrativo e troppo d’impositivo. In quel preciso istante abbiamo smesso di essere europei per diventare Occidentali, in contrapposizione all’altro mondo sovietico, il blocco Est che occorreva battere ed isolare, come deciso dai nuovi padroni egemonici dell’Ovest. Per tali ragioni “lo spazio CEE è scavato in quello della Nato, tanto che nel tempo i due insiemi finiranno quasi per condividere gli stessi confini. La ratio comunitaria è la crescita economica ed il benessere comune di ciò che residua delle potenze continentali, incardinandole nel campo delle democrazie alleate, protette e largamente eterodirette dagli Stati Uniti”. Fin qui Caracciolo ha ogni ragione ma si sbaglia quando afferma che con la caduta dell’URSS e la conclusione della Guerra Fredda gli statunitensi si disinteressano dell’Europa. Non è così, anzi proprio perché “meno importante” nella disfida geopolitica del XXI secolo l’Europa diventa maggiormente sacrificabile, essendo costretta anche pagare il prezzo più alto della crisi economica e delle manovre americane in tutta l’area eurasiatica. Da bastione di difesa contro il comunismo a zona cuscinetto dove scaricare le frizioni di specifiche e variegate azioni internazionali, il cui costo salirà mano a mano che aumenterà la potenza delle aree sfidanti l’egemonia yankee, Russia in primis. L’UE è stata così configurata proprio per svolgere al meglio questo ruolo passivo e arrendevole, per la preservazione d’interessi sovranazionali non suoi e persino in contrasto con la sua stessa sopravvivenza. Siamo, insomma, nati per soffrire e per perire in nome di un Occidente che ci ha sottomessi. Unicamente quando l’Europa si deciderà a rompere le sbarre occidentali che la tengono prigioniera si prefigurerà un nuovo destino, senza catene, di cui potrà sentirsi artefice.

L’ episodio di Busto Arsizio:strumentalizzazioni, ragioni, errori ed omissioni.

Pronti, via, siamo già in campagna elettorale, come si evince dalla gran cassa data agli episodi di Busto Arsizio. Vediamo di analizzare i fatti senza che il solito Dodo di passaggio non dica bestialità fuori luogo, come avvenuto di recente per Don Piero Corsi.
1)Hanno sbagliato in pieno i tifosi (probabilmente accorsi dalla vicina Varese, specializzati in queste cose…) che hanno voluto creare un caso, sapendo il notevole risalto che la cosa avrebbe avuto. Però avendo pagato il biglietto, come a teatro oppure ad un concerto, avevano diritto anche all’ inciviltà, salvo poi pagarne le conseguenze, come accadrà sicuramente.
2)Ha sbagliato moltissimo l’ arbitro, Gian Luca Benassi, che più volte era stato sollecitato dalla panchina rossonera a sospendere la partita (non importa se amichevole) per fare un annuncio al microfono per far interrompere i cori ingiuriosi. Richiesta fatta anche dalla panchina bustocca ad un guardalinee. Era in potere alla terna far cessare il tutto, non è successo. Gravissimo. Per me il maggior colpevole.
3)Ha sbagliato pure Boateng, a prendere il pallone tra le mani e poi calciarlo in tribuna, magari col rischio di prendere in faccia un innocente. Il calciatore è un professionista pagato profumatamente, e deve mettere in conto il tutto, delegando all’ Arbitro, che è un Pubblico Ufficiale, ogni decisione in merito. Certamente, è stato gravemente provocato, ma come ha ricordato il Sindaco di Busto, nel calcio il fallo di reazione è sanzionato anche più gravemente del fallo di gioco. 
Ricordo inoltre che cori stupidi, beceri ed ingiuriosi (razzisti o meno) sono da anni all’ ordine del giorno non solo nel calcio. Ed un professionista, ripeto, pagato molto, dovrebbe accettare non solo i pro, ma anche i contro. Che avrebbe dovuto fare in passato un Pruzzo, la cui moglie era perennemente insultata in metà stadi italiani ? Cosa avrebbe dovuto fare il portiere Garella, la cui sorella (per via della rima…) subì la stessa sorte ? Che avrebbe dovuto fare il Torino, nelle cui stracittadine il riferimento alla tragedia di Superga era una costante ? E Materazzi e tanti altri episodi.
4)Ha ragione il Sindaco di Busto, Luigi Farioli, che dopo aver GIUSTAMENTE condannato i cori, ha esposto in modo chiaro quanto da me esposto sopra a Telelombardia nella nota trasmissione “Qui studio a voi stadio” di ieri sera.
5)Ha infine avuto torto la redazione del TG 5 di stamane a mandare in onda una vecchia foto del primo cittadino bustocco (le cui parole di ieri sono state trasmesse dai media di mezzo mondo con notevoli omissioni e tagli), circondato dai simboli del PdL, partito nel quale milita, dando spago ad ulteriori possibili strumentalizzazioni elettorali.

Aggiungo infine che nel corso dei 27 minuti di gioco il Legnano, squadra rivale della vicina città omonima ed al momento scomparso, è stato ripetutamente mandato  a quel paese in modo volgare. Non ho attualmente notizie di rivolte dei benpensanti nella città del Carroccio. 

(« Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine. » (Éric Cantona)


Monti getta fumo negli occhi

Non mi sorprende la squallida ironia di Monti sulla statura di Brunetta che è allo stesso livello dei cori, definiti con indignazione in tutti i notiziari “razzisti”, di Busto Arsizio.
Non mi sorprende perchè la sua mentalità snob, superba e arrogante è uguale a quella di D’alema che se la prese con Brunetta (“energumeno tascabile”) e dei comunisti che si sono sbizzarriti, non avendo altri argomenti, a mettere in evidenza i “difetti” fisici di Berlusconi (statura, calvizie).
Non mi stupisce perchè Monti ha tutto l’interesse a stornare l’attenzione dal bagno di sangue fiscale che ci aspetta anche per il 2013 per la sua protervia e incapacità di governo e non sa come rispondere alle puntuali osservazioni di Brunetta.
Certo che fa anche sorridere (pensando che qualcuno sarà così ingenuo – eufemismo – da credergli) sentire Bersani che afferma di non silenziare nessuno perchè il suo partito sarebbe “liberale”.
Tanto liberale che, da buon comunista, ha usato la commissione di vigilanza presieduta da suo eletto Zavoli per silenziare prima Berlusconi e adesso anche Monti.
Nessuno deve ostacolare il cammino della nuova, gioiosa macchina da guerra comunista.





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Coincidenze strane… e l’imbroglio dello spread

Forse c’è qualcuno che trova alquanto strana la discesa dello spread del btp con il bund, fino a 284 punti, centrando l’obiettivo dichiarato da Monti, proprio nel momento in cui Mario Monti scende nell’arena elettorale, “salendo” in politica per lordarsi le mani. Gli onnipossenti mercati finanziari hanno cessato il fuoco contro l’Italia? I fantomatici investitori (ma non troppo fantomatici …) che hanno imposto tredici mesi di direttorio Monti-Napolitano – il primo dimesso e il secondo in scadenza – hanno deciso improvvisamente di lasciar in pace questo disgraziato paese? Possiamo dubitarne, perché i globalisti non mollano facilmente la presa. Anzi, avvicinandosi le elezioni politiche anticipate, la loro presa dovrà essere ancor più stretta, per pilotarle a dovere nel senso voluto. E il senso voluto è nient’altro che la continuazione della famigerata e socialmente sanguinosa “agenda Monti”, aggregatore di cartelli elettorali centristi, sedicenti moderati, e perciò al servizio del peggior neoliberismo economico. Mentre migliora lo spread, che fino a qualche tempo fa sembrava una malattia incurabile che avrebbe ucciso il paese, crollano le vendite di automobili, in Italia e in Europa, riportando la situazione italiana, se è vero ciò che si dice, al lontano 1979. Particolarmente in ambasce la fiat marchionnista e montiana del dopo-Melfi, che sconta un calo delle immatricolazioni in Italia, nel 2012, di quasi il 20%, con una punta negativa del 20,2% nel solo mese di dicembre. Questi sono i concreti, tangibili effetti del marchionnismo e del montismo, che nel settore auto nostrano agiscono congiuntamente.
La demotorizzazione del paese è dunque un obiettivo (prudentemente non dichiarato) sia della fiat “americana” di Marchionne, che concentra i suoi principali interessi oltreoceano, sia dell’austero Quisling in loden con la voce monocorde, riunitisi a Melfi in pieno sboom come Totò e Peppino, prima divisi e poi uniti a Berlino, negli anni remoti del boom economico? Ragionando un po’ sulla situazione, e sulla palese contraddizione del calo dello spread fino e oltre l’obiettivo indicato da Monti che si accompagna al crollo delle immatricolazioni delle auto nuove, è fin troppo facile concludere che lo spread è manovrato dai “soliti ignoti” in posizione dominante sui mercati, i quali lo stanno usando per supportare il centro filomontiano – e le linee programmatiche dell’”agenda Monti” – in piena campagna elettorale. Come dire: “Avete visto? Le politiche governative montiane, applicate per tredici, lunghi mesi di crisi, a suon di sacrifici e voti di fiducia in parlamento, stanno producendo finalmente effetti positivi. E allora è necessario che vi sia continuità programmatica, nei prossimi esecutivi, altrimenti il temutissimo spread riprende a salire. E chi, meglio di Monti che ha salvato l’Italia dallo spread, centrando l’obiettivo dichiarato sotto i 300 punti di differenziale, può garantire questa continuità e continuare con le riforme, sempre più strutturali e liberalizzanti?” Del resto è la stessa cosa che Napolitano va dicendo da qualche tempo, in odor di elezioni, come “consiglio paterno” e come monito concreto.
Il gioco è chiaro. I Mercati & Investitori, cioè le Aristocrazie finanziarie neocapitalistiche che ci controllano dall’alto, irrompono a modo loro nella campagna elettorale italiana, subito dopo l’”endorsement” a favore di Monti delle alte gerarchie vaticane. Questo appoggio, misurato dalla discesa dello spread, è più importante di quello della chiesa, degli alti prelati e del santo padre, per come si configura e funziona il neocapitalismo. Così, lo spread entra in campagna elettorale, questa volta non tanto quale strumento di ricatto, e di minaccia, ma per indurre quei poveri imbecilli di elettori a votare più convinti e numerosi – oltre il misero 12% attribuito dai sondaggisti – per le liste dell’”agenda Monti”. Si potrebbe ironizzare sulla situazione (per quanto ci sia ben poco da ridere) dicendo che lo spread in salita corrisponde a un bombardamento in piena regola, come quello areo della nato il Libia, e quindi rappresenta il bastone, mentre lo spread in discesa di questi giorni corrisponde alla lusinga, e quindi rappresenta la carota. Una carota, in funzione elettorale, agitata dalle Aristocrazie finanziarie per indurre a votare numerosi il centro filomontiano, i suoi partitelli, le sue liste, listine e listoni. Siate pur certi di una cosa: se la lusinga dello spread in discesa non funzionerà, e Monti con tanto di agenda sarà messo da parte, lo spread ricomincerà a salire, toccando nuovi record negativi, e il bombardamento speculativo riprenderà più furioso e distruttivo che prima. Lo spread in discesa che irrompe in piena campagna elettorale non è una buona cosa, tutt’altro, ma ci dimostra che il differenziale del btp decennale con il bund tedesco è un gigantesco imbroglio, un’arma di pressione e di ricatto, o una lusinga per orientare il consenso, a seconda delle circostanze. Per una volta ha avuto ragione il tanto vituperato Berlusconi, di ritorno dal limbo, quando ha denunciato pubblicamente l’imbroglio dello spread e ha consigliato di lasciarlo perdere. Così è, se vi pare, e anche se non vi pare.

Il maiale di Orwell

A muso duro. Contro tutti. Mario Monti smette i panni del moderato e indossa l’armatura. Il Prof entra nell’arena politica e non guarda più in faccia nessuno. Quello che conta è accaparrarsi voti e consensi. E per riuscire nell’opera deve provare a cambiare immagine e cancellare dalla mente degli italiani quel vivo ricordo intriso di tasse e rigore. È per questo che il premier dimissionario, ospite a Uno Mattina, chiede il bis. “Vorrei che ci fosse qualcosa di simile a un governo “Monti due” per far vedere che nel mio volto non c’è la cattiveria del tassatore ma che ho fatto delle cose per il bene degli italiani”, spiega il bocconiano.
Che poi passa all’attacco. Berlusconi? “Se ritiene che io sia poco credibile vuole dire che sono poco credibile. Rispetto il suo giudizio, non è l’unico che esiste su di me, è importante e autorevole, una persona che ha dimostrato una certa volatilità di giudizio su vicende umane e politiche negli ultimi tempi”. Brunetta? “Sta portando, con una certa statura accademica, il Pdl su posizioni piuttosto estreme e settarie”. Bersani? “Spero che convinca ma non vinca”. Al segretario democratico Monti ha rifilato una vera e propria bacchettata, invitandolo a “tagliare le ali estreme” (alias Vendola e Cgil) perché “in un anno di governo, parlando con il massimo rispetto, che chi ha impedito a varie riforme di andare più avanti, è stato chi è nel blocco più tradizionale della sinistra, Cgil e Fiom per i sindacati, Vendola e Sel e Fassina”. Proprio il responsabile economico del Pd aveva in precedenza ironizzato sul premier paragonando la lista Monti a quella del Rotary club.
La risposta del bocconiano è arrivata a stretto giro di posta: “Simpatica immagine, io non la conosco ancora la lista Monti, si vede che lui ha una buona immaginazione, ma vorrei richiamare l’onorevole Fassina ad aggiornare il suo pensiero: io sono un uomo anziano, ho fatto diverse cose nella vita, come lui, quelle per cui sono un po’ ricordato in Europa sono state tutte contro i potenti, come contro Microsoft, oppure in campo fiscale perché ho fatto la prima direttiva europea sulla tassazione del risparmio”. Insomma, la simpatia tra i due non c’è. E lo si nota ancor di più quando Monti invita il leader Pd a “essere coraggioso e silenziare un po’ la parte conservatrice del partito”. Monti detta legge in casa Pd. Disfarsi della componente che si oppone ai cambiamenti e di quelle radicali ed estremiste: questo è il comandamento che rivolge a Bersani. Il presidente del Consiglio dimissionario ha poi parlato del suo imminente futuro politica e della ormai celebre lista. Lista che ci sarà e che avrà un nome molto simile a qualcosa tipo “Con Monti per l’Italia””, ha annunciato lo stesso premier, spiegando che la lista sarà unica al Senato, mentre alla Camera si sta ancora discutendo. Infine, quello che conta per Monti è ripulire la sua “fedina” di tassatore. Per farlo, il bocconiano punta alla “riduzione fiscale che grava sul lavoro”, sulla “lotta all’evasione e la spending review”.

Berlusconi aveva ragione

Inizio di anno col botto in una borsa euforica e con lo spread in calo.
Eppure l’Italia è 
senza governo
a meno di due mesi da elezioni incerte
con una probabile situazione di inesistenza di maggioranze univoche nelle due camere
con Napolitano in scadenza di mandato
senza una linea certa per il futuro.
Ancora una volta Berlusconi aveva ragione nell’affermare che lo spread non dipendeva da lui, come non dipende da qualsiasi azione di governo.
Certo più soldi nelle tasche degli Italiani aiuterebbero a stare meglio, ma gli indici economici tanto cari agli “esperti” che non ne azzeccano mai una, dipendono dalla situazione mondiale.
Ed è stato sufficiente uno straccio di accordo negli Stati Uniti per ottenere risultati brillanti.
Vedremo chi sarà così fortunato da incassare i dividendi di meriti non suoi.





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Fenice e fenicotteri tra mito e natura

Post fata resurgo

Tra i miti che mi hanno sempre affascinato fin da giovanissima c’è quello della Fenice, l’uccello che risorge dalle sue  stesse ceneri. Tanti sono stati i cantori di questo mito e molteplici le civiltà da Occidente a Oriente, che l’hanno declinato a  seconda delle loro culture. Cominciamo con la mitologia greca.

Nei miti greci (ma non solo) era un uccello

La luce, il tunnel, le tasse e le droghe pesanti

Lo spread senza il salvatore della patria.
«Un’idea interessante, stravagante, tardiva. Ben venga». È il giudizio di Mario Monti sulla promessa di Silvio Berlusconi – nel caso di sua vittoria elettorale – di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sul «complotto» internazionale che avrebbe a suo parere portato nel novembre 2011 alla caduta del governo del Cavaliere e l’affidamento di Palazzo Chigi a Monti. «Complotti contro l’Italia? Siamo seri, siamo adulti», replica Monti. «Berlusconi in queste settimane ha oscillato, con armi a dir poco improprie come il richiamo ai valori delle famiglie che sarebbe assente nei miei propositi, cosa che si commenta da sé», ha proseguito il premier intervenuto alla trasmissione Radio Anch’io. «In altri momenti, in cui allora sarei stato leaderone, mi ha generosamente chiesto di prendere la guida dei moderati. Sembra un secolo fa ma era poco tempo fa. Ha detto che il governo ha fatto solo disastri e in altri momenti, solo poche settimane dopo, che il governo dei tecnici ha fatto tutto quello che era possibile fare. Spero che gli elettori siano meno confusi di me».
«QUIRINALE MENO PROBABILE» – Alla domanda se prevede una sua possibile successione a Giorgio Napolitano come presidente della repubblica, Monti ha replicato che il Quirinale «non è mai stato mio obiettivo, chi può proporsi un obiettivo di quel livello? Ma gli osservatori politici dicono che quella sarebbe stata un’eventualità probabile, oggi forse meno probabile».
«SALITA» IN POLITICA – «La salita in politica è un’operazione che trasforma dentro la mia coscienza, ho sempre voluto essere sopra le parti», ha detto l’ex rettore della Bocconi. «Sarei stato sopra le parti, forse al Quirinale come aveva prospettato qualcuno, ma sarei stato utile? Oggi sono meno sopra le parti, ma dalla parte del Paese».
ETICA – Poi Monti si toglie un sassolino dalla scarpa. «Io credo che i valori etici siano fondamentali e che debbano essere difesi. Detesto quei partiti che usano i valori etici, spesso disattesi nella realtà, come arma, come un’accetta contro i rivali». A chi gli chiede a chi si riferisca, Monti risponde: «Sto pensando per esempio ad alcuni esponenti del Pdl». Sempre sui temi etici: «Il nostro è un movimento di laici e cattolici che dà alla dignità della persona il valore centrale. Riguardo a questi temi, che sono anche più importanti ma che fanno meno parte dell’urgenza, vorremmo lasciare spazio alla coscienza individuale e al Parlamento, fermo restando la necessità di tutelare sempre la dignità della persona».
BERSANI, LAVORO E RIFORME – Infine Monti si sofferma sul rapporto con il Pd e i due grandi temi di contrasto con il centrosinistra: le riforme e il lavoro. «A Bersani, che mi ha chiesto di dire con chi sto, rispondo che io sto per le rifome che rendono l’Italia competitiva e creano posti di lavoro. Vendola e Fassina vogliono conservare, per nobili motivi e in buona fede, un mondo del lavoro cristallizzato, iperprotetto rispetto ad altri Paesi. Io sono per avere in Europa una tutela ancora più avanzata dei lavoratori, ma con condizioni che favoriscano la creazione di posti di lavoro».
TASSE E SPESA PUBBLICA – Secondo Monti è necessario «ridurre la tassazione che grava sul lavoro e sulle imprese e parallelamente ridurre la spesa. Gli italiani hanno bisogno di alleggerimenti per le famiglie, soprattutto quelle numerose, c’è bisogno di un sistema sanitario che funzioni meglio e a costi minori e di un sistema fiscale che consenta la redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri», ha proseguito su Radio Anch’io.
FINE TUNNEL – Il premier è ottimista per la soluzione della crisi finanziaria. «La luce alla fine del tunnel la vedo più vicina di prima. E sono molto più ottimista che nel frattempo il tunnel non crollerà come abbiamo rischiato. Molto dipende dall’economia mondiale», ammette Monti. «La decisione americana di questa notte toglie un’incertezza, se le politiche dell’Unione europee andranno avanti il tunnel si accorcerà. Dalla crisi finanziaria credo che ne siamo usciti, della ripresa si parla di fine 2013 inizio 2014».
PRIMA RIFORMA: TAGLIO PARLAMENTARI – «La prossima deve essere una legislatura costituente e la mia prima riforma sul piano istituzionale sarà la riduzione dei parlamentari», dice il professore, che ammette che «per le riforme istituzionali occorreranno comunque larghe maggioranze».
FINOCCHIARO – Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd commenta così l’intervento di Monti: «Leggo e ascolto con molto interesse quello che il professor Monti dice riguardo al futuro dell’Italia. Lui sa bene che abbiamo condiviso in questi mesi una esperienza di governo difficile e impegnativa. E siamo convinti di aver fatto la scelta giusta, necessaria per aiutare il Paese ad avviarsi sulla strada di una lenta ripresa. Una delle chiavi del successo di quel governo è stata aver guardato con realismo alla realtà del nostro Paese. La prossima competizione elettorale deve essere ispirata allo stesso realismo. L’Italia non ha bisogno di favole, di false promesse, nè tanto meno di demagogia e di antipolitica».