Berlusconi e Kennedy.

Vedo che qualcuno si scandalizza per alcuni presunti particolari boccacceschi riguardanti Berlusconi. Usciti con la sentenza Ruby. 
Kennedy, per gli americani un mito, si fece alla Casa Bianca circa 5000 incontri sessuali. E con Marilin si scambiava cocaina e spinelli.
Ma lo celebrano come un santo.
Che mondo strano…

Ma gli voleva bene, tanto bene

Alfano, ormai meglio noto come Al-Fini, ha presentato oggi il suo gruppo di transfughi.
Non val la pena commentarlo se non per evidenziare la sua affermazione “noi vogliamo bene a Silvio Berlusconi”.
Gli vogliono talmente bene che pur di evitare di usare l’unico strumento utile ad impedire ai comunisti di votarne la decadenza (far cadere Letta) hanno preferito organizzare una scissione nel Centro Destra.
Come nella famosa canzone del Quartetto Cetra: gli volevano bene, tanto bene, bene da morir !





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Le palle d’acciaio e la legge di stabilità

Il presidente del consiglio: «dobbiamo avere i conti a posto». Letta: «La legge di stabilità sarà equilibrata». Il premier: «O i tedeschi si convincono che devono avere un atteggiamento di solidarietà, oppure non ne usciamo»

Sulla legge di stabilità «c’è una discussione in corso in Senato e poi ci sarà il passaggio alla Camera»; dunque «i conti si faranno alla fine, e alla fine si vedrà che è una legge di stabilità equilibrata» spiega il premier Enrico Letta, da Berlino, a chi gli chiede se sia vero che la manovra sarà più «pesante» del previsto. «Dobbiamo avere i conti a posto perché dobbiamo essere qui a dire queste cose, ma dobbiamo anche essere credibili che non le diciamo perché da noi è tutto un buco. Ecco perché i nostri conti devono essere a posto» ha detto ancora il premier.

STABILITA’ – «La stabilità politica è essenziale, se no gli impegni che si prendono non si riescono a mantenere» ha poi aggiunto Letta che poi precisa che quella dell’instabilità è anche una «fortissima» preoccupazione dei tedeschi.

GERMANIA – Per il presidente del Consiglio in ogni caso è dalla Germania che bisogna passare se si vuole far cambiare politica all’Europa. «Non so se li ho convinti ma ci provo, perché è da qui che passa tutto» ha aggiunto Letta rispondendo a chi, poco prima di lasciare Berlino, gli chiedeva se avesse convinto i tedeschi della necessità di avere meno rigore e più crescita. «O la Germania e i tedeschi si convincono che non sono soli in Europa e che devono avere un atteggiamento di solidarietà complessiva, in modo che tutta l’Europa cresca, oppure non ne usciamo» ha concluso Letta.

Sulla svendita lettiana…

Sapelli: La tecnocrazia europea vuole “svenderci” di Pietro Invernizzi

«Le privatizzazioni del governo Letta sono una mossa che può condurre a pesanti errori. Le quote di Eni non vanno vendute, ma vanno aumentate le dimensioni dell’impresa attraverso il ricorso a dei fondi d’investimento stranieri». Lo afferma Giulio Sapelli (nella foto), professore di Storia economica all’Università degli studi di Milano, aggiungendo che «pensare di ridurre un debito pubblico da 2mila miliardi con alienazioni da 12 miliardi è soltanto una presa in giro». Tra le società coinvolte dalle cessioni pubbliche non c’è solo Eni, ma anche Sace, Grandi Stazioni, Enav, Stm, Fincantieri, Cdp Reti e il gasdotto Tag.

Professor Sapelli, perché la mossa del governo Letta non la convince?
La privatizzazione di Eni è stata concepita fin dall’inizio in modo sbagliato. Eni non ha bisogno di essere privatizzata in modo classico, ma di avere un aumento del suo capitale attraverso gli investimenti dei soci stranieri. La società deve accrescere le sue dimensioni per affrontare le nuove sfide che si aprono a livello globale nel campo della ricerca “oil & gas”.

Che cosa dovrebbe fare il governo? Il governo dovrebbe favorire l’investimento di grandi gruppi, merger o fondi d’investimento, per aumentare il volume di Eni e farla diventare più grande. Il problema non è cambiare la forma di proprietà privatizzando, ma aumentarne le dimensioni. Eni ha un ruolo fondamentale perché rifornisce di petrolio e di gas l’intera nazione e varrebbe quindi la pena attuare un aumento della partecipazione statale, anche se purtroppo non è possibile. 

Gas ed elettricità sono strategici per il Paese? Sì, e le liberalizzazioni dell’energia negli ultimi dieci anni hanno prodotto effetti disastrosi. Il prezzo del gas è aumentato, abbiamo un’over-supply, abbiamo avuto consolidamenti di piccole imprese che sono diventate grandi e sono ancora più dominate dalla politica di quanto non fosse un tempo.

Lei privatizzarebbe anche Ferrovie dello Stato, Poste Italiane e Anas? Privatizzare la rete ferroviaria è impossibile, si potrebbero piuttosto vendere le Grandi stazioni. Per quanto riguarda Poste Italiane, avrebbe senso privatizzarle a condizione di trasformarle in un grande gruppo di logistica. In questo momento però manca un disegno industriale, e lo documenta il fatto che sono un’entità ibrida a metà tra le poste e una banca.

E quindi? Parlare di privatizzazioni in questo momento è soltanto una concessione al pensiero dominante che ha distrutto la crescita del nostro Paese. Gli effetti delle privatizzazioni negli anni ‘90 sono stati la spartizione di un bottino e l’indebolimento del nostro settore industriale.

Le privatizzazioni attuate dal governo Letta sono sufficienti per ridurre il debito pubblico?
Cercare di fare passare un’idea di questo tipo è soltanto una presa in giro. L’Italia ha un debito pubblico da 2mila miliardi, e 12 miliardi non sono certo sufficienti a cambiare le cose. I dividendi di queste imprese partecipate dallo Stato sono molto più utili a ridurre gli squilibri di bilancio. Mi domando come si possa credere a una manovra illusionistica come quella che sta facendo il governo.

Per quale motivo il suo giudizio è così duro? Enrico Letta ha delle pesanti responsabilità storiche, perché è stato lui insieme a Pier Luigi Bersani ad attuare la liberalizzazione dell’energia elettrica e del gas, in modo errato anche dal punto di vista tecnico. Il premier ora si trova costretto a privatizzare perché da un lato è messo sotto pressione da parte di Saccomanni, che non risponde agli interessi dell’Italia ma a quelli della tecnocrazia europea. Letta non ha la forza, né il coraggio di battersi per cambiare la linea europea in politica economica, che sta producendo effetti suicidi. Non a caso Francia e Germania, che si rifiutano di applicare i diktat europei, stanno subendo una decrescita meno pesante rispetto al nostro Paese.

Nuove frenate di Francesco.

Cari santosubitisti, dalla fede incrollabile, tra i piagnistei di noi poveri eretici dubbiosi, le tiratine d’ orecchie di Gnocchi e Palmaro, Magister ed altri, Il Vescovo di Roma incomincia a rivedere qualcosina. Aspettiamo con speranza che scopra di essere Papa, il Papa di Tutti, anche di coloro che hanno battagliato con e per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, quest’ultimo sempre sotto tiro dai cattocomunisti di Martinitt e dagli omofili pederasti e centriasocialisti. Di coloro che stravedono per Pio XII, Pio X e Pio IX. Di coloro che da anni cercano di spiegare che Giovanni XXIII non era per nulla progressista, ma anzi, sicuramente anticomunista. E che Papa Luciani era Tradizionalista. Quindi, continuiamo a pregare per Bergoglio.

(Ps: so che manca un Papa abbastanza recente, da questo elenco, ma se nun me piace, nun me piace… )

Non ci sono più i Peppone d’una volta…

Genova: comunisti si battono contro il sindaco comunista; un comico comunista cerca di capeggiare la rivolta comunista contro il sindaco comunista. Ma i comunisti in rivolta non l’ accettano. 
Non ci sono più i Peppone di una volta…

Il PIL secondo John Fitzgerald Kennedy

Cinquanta anni fa, più o meno a quest’ora di Dallas nel Texas, veniva assassinato John Fitzgerald Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti d’America. Aveva molti punti di somiglianza col nostro Silvio  Berlusconi: oltre ad essere simili per l’enorme ricchezza personale, nella vita privata erano entrambi attorniati da una schiera di donne, soprattutto di bell’aspetto. Eppure, la nostra sinistra, intransigente con Berlusconi su questo punto, non lo è stata affatto con Kennedy, tanto che lo ha eletto come una delle sue icone di spicco.             
 
Al di là di tutto questo, in tema di PIL Kennedy ci ha lasciato un memorabile discorso. Parole che, nella sua pur breve esistenza, sarebbero bastate per fargli avere di diritto un posto tra i grandi del genere umano. Sono parole pronunciate al popolo americano, prima che diventasse il loro presidente. Tratta dell’inadeguatezza dell’indicatore economico PIL. In altre parole, il candidato presidente Kennedy metteva in guardia, già oltre mezzo secolo fa, su aleatorietà e incostintenza del famigerato indicatore economico PIL, Prodotto Interno Lordo.
 

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Rubano anche il futuro

Letta annuncia la vendita di parte dei gioielli di casa per portare in cassa 10-12 miliardi.
Letta, così facendo, sa benissimo che sottrae solo risorse per il futuro, spostando il masso del debito pubblico sulle spalle dei nostri figli (e forse neanche, perchè i nodi verranno ben prima al pettine).
Letta non può non sapere (e se non lo sa è ancora più pericoloso perchè è meglio uno in malafede – che ogni tanto si riposa – ad uno sciocco che non fa soste) che se non taglia radicalmente la spesa pubblica tutti i soldi che riuscirà ad incassare dalle privatizzazioni, come dalle nostre tasse, serviranno solo ad alimentare nuova spesa e tutti i sacrifici saranno inutili.
Sono perfettamente d’accordo nel vendere i beni dello stato per far fronte al debito dello stato (cioè di tutti noi), ma solo DOPO che saranno state dimezzate e anche più le spese dello stato.
Senza taglio delle spese viene solo rubato anche il nostro futuro (dopo aver saccheggiato i nostri redditi, le nostre case, i nostri risparmi).



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Ascoltate bene questo video prelevato dalla trasmissione La Gabbia andato in onda mercoledi 20 alle h. 21, 10 su La 7. Riassume in poche immagini la missione del duo Letta-Saccomanni: portare a termine l’operazione Britannia del ’92 a proposito di dismissioni dei nostri più qualificati assetti industriali. E senza bisogno del panfilo. Evidentemente,  il barile non è ancora stato raschiato fino in fondo. Per la serie “ce lo chiede l’Europa” vogliono di più, ancora di più, sempre di più. Mancano all’appello altre importanti industrie e infrastrutture relative ai servizi pubblici…

Qui un’interessante intervista di Giulio Sapelli su a cosa servono esattamente queste “dismissioni” che non arriveranno nemmeno a coprire una goccia del nostro vero debito ( oltre 2mila miliardi) , in sé inestinguibile.  Il governo ha poi annunciato un primo pacchetto di dismissioni da 10-12 miliardi che prevede, tra l’altro, cessione di quote di controllo e non di controllo di alcune società e la cessione del 3% di Eni senza discesa sotto il 30%, con un’operazione di buyback. «Abbiamo intenzione di intervenire su alcune partecipazioni, dirette e indirette, con la cessione al mercato di quote non di controllo tranne che per Sace e la parte commerciale di Grandi Stazioni», ha detto ScendiLetta annunciando che si tratta di Stm, Enav, Fincantieri, Snam, Cdp Reti, Tag.



Ma come racconta il fantomatico sig. Nessuno del fumetto di La Gabbia del video qui sopra, se passa il piano A, perderemo tutte queste risorse produttive, in quanto dovremo cederle più o meno “spontaneamente” alle oligarchie finanziarie straniere. Viceversa se passa il piano B, arriva direttamente la Troika  entro pochi mesi a costringerci “ai saldi obbligatori”. Non c’è che dire: abbiamo delle grandi libertà d’opzione….