Indietro tutta

Le cronache o, meglio, i pettegolezzi di cui la stampa è prodiga sul futuro del Centro Destra, si arricchisce di una nuova, interessante “notizia”: Al-Fini e Lupi sembrano essere andati a Canossa da Berlusconi, abbandonando al loro destino Quagliariello e la Lorenzin (la Di Gerolamo, no, mi pare che abbia sempre tenuto in piedi in equilibrio su due staffe e sembra proprio che ci riesca con successo).
Personalmente non credo che con o senza Lupi e Al-Fini il seguito elettorale degli eventuali scissionisti sia consistente, però credo che sarebbe un fattore di chiarezza se costoro decidessero, una buona volta, da che parte stare, senza “se” e senza “ma”, perchè il danno maggiore è provocato dall’incertezza sulla linea.
Dicano chiaramente che il governo Letta sarà abbandonato al suo destino se:
– la confusione di tasse sulla casa comporterà un maggior prelievo in danno dei cittadini;
– saranno approvate leggi liberticide (omofobia, negazionismo);
– Berlusconi sarà dichiarato decaduto in base alla legge Severino con il voto dei partiti di governo;
– saranno aumentate le tasse in qualsivoglia settore;
– sarà approvato lo ius soli, cittadinanza e voto per gli immigrati.
Se saranno chiari e saranno conseguenti, allora i voti torneranno, tutti e anche di più.



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Campioni di imbecillità

Manovra, Saccomanni avverte la maggioranza: “Il sentiero è stretto”. “Non ci sono soluzioni semplici per reperire ulteriori risorse per concedere sgravi fiscali più ampi”, ha detto il ministro in un’audizione al Senato di Raffaello Binelli

Un Paese fermo, praticamente immobile. Ora c’è bisogno di uno scossone forte per ridare slancio alle imprese e ridare fiato all’economia, prima che sia troppo tardi. “La crescita di un paese che ristagna da 20 anni – ha sottolineato il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, nel corso dell’audizione sulla legge di stabilità di fronte alle commissioni Bilancio di Camera e Senatori – chiede interventi anche radicali. La competitività non richiede più spesa pubblica, richiede maggiore efficienza e regole più semplici”. La ricetta apparentemente è semplice: più semplicità (nelle regole) e più efficienza nella burocrazia. Non occorre che lo Stato aumenti la spesa (già enorme).

I conti per il prossimo triennio: “Le risorse reperite nel triennio (2014-2016) – prosegue il ministro – individuate in modo tale da minimizzare l’impatto negativo sull’economia, sono pari a 40,7 miliardi (9,7 nel 20014, 12,8 nel 2015 e 18,3 nel 2016). Un quarto del totale (3 miliardi nel 2015 e 7 miliardi nel 2016) dovrà derivate dal processo di revisione della spesa. A regime, dal 2017 tale processo può determinare risparmi pari ad almeno 10 miliardi. Eventuali inferiori risparmi di spesa verrebbero compensati da variazioni di aliquote d’imposta e dalla riduzione di agevolazioni e detrazioni fiscali; per cautela tali risorse sono state contabilizzate tra le maggiori entrate”. Ma ci possono essere anche entrate straordinarie, fa sapere il ministro: “Come quelle connesse con la rivalutazione dell’attivo della Banca d’Italia, il rientro dei capitali all’estero, nonchè dei proventi dell’attività di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale”.

Necessario rivedere la spesa: “Sarà cruciale il processo sistematico di revisione della spesa – puntualizza Saccomanni – che rappresenta il terzo pilastro dell’azione di governo. La legge di stabilità incide al margine su entrate e spese pubbliche, dobbiamo concentrare l’attenzione anche sul complesso delle spese primarie e delle entrate pubbliche. Una valutazione equilibrata dell’entità degli interventi adottati con la legge di Stabilità – sottolinea Saccomanni – non può prescindere dalla consapevolezza del contesto macroeconomico che eredita anni di contrazione. Abbiamo, secondo il ministro un sentiero stretto: dobbiamo utilizzare le risorse disponibili per dare il massimo supporto all’economia”. E sarà necessario anche proseguiore nella riduzione dello spread: “Si ipotizza una graduale riduzione del differenziale di rendimento sui titoli di Stato decennali rispetto a quelli tedeschi: a 200 punti base nel 2014 e a 100 nel 2017, un livello comunque più elevato di quelli prevalenti prima della crisi”. “È essenziale ma non sufficiente – prosegue il responsabile dell’Economia – che il deficit resti entro la soglia del 3%. Il disavanzo strutturale deve tendere verso il pareggio: il peso del debito deve ridursi”. Il ministro fa poi sapere che “le risorse che si renderanno via via disponibili saranno destinate a riduzione della pressione e del cuneo fiscale”.

Le stime sul Pil: Il Prodotto interno lordo nel 2013 su base annua segnerà una contrazione dell’1,8%, nel 2014 invece è confermata la ripresa. “Per il 2014 – dice il ministro – si confermano le prospettive di ripresa dell’attività economica: tenuto anche conto del lieve impatto espansivo della legge di Stabilità, la variazione annuale del prodotto è valutata all’1,1%. La crescita del Pil si porterà su livelli ancora superiori a partire dal 2015, prefigurando una graduale chiusura dell’output gap; raggiungerà circa il 2% nel 2017″. L’Italia ha perso 8 punti percentuali di Pil nel corso della crisi economica. Ma gli indicatori congiunturali, dice il ministro, sagnalano che l’attività economica “si è finalmente stabilizzata, avviandosi verso una graduale ripresa”. Da più parti si sente ripetere che per rilanciare l’economia è necessario abbassare le tasse. Qual è la linea del governo? “Nella strategia dell’Esecutivo – spiega Saccomanni –  l’opera di revisione della spesa è la condizione essenziale per poter allentare l’elevata pressione fiscale che grava sulle famiglie e sulle imprese. Dal processo di revisione della spesa ci si attendono inoltre i risparmi (3 miliardi nel 2015, 7 nel 2016 e 10 nel 2017) necessari per assicurare il raggiungimento degli obiettivi programmatici per l’indebitamento senza interventi sulle entrate”. Saccomanni fa riferimento anche alla tassa sulla casa e i servizi: “Il  gettito della Tasi ad aliquota standard (1 per mille) di circa 3,7 miliardi è inferiore al gettito di circa 4,7 mld ad aliquota standard dell’Imu sulla casa principale e della Tares sui servizi indivisibili”. Il minor gettito, spiega il ministro, è compensato da trasferimenti dallo Stato.

Saccomanni-Letta: diversità di vedute sulla limitazioni dei contanti: “Certamente misure che rafforzano la tracciabilità dei pagamenti sono importanti e le terremo in considerazione: è necessario prevedere in questo campo una riduzione del ruolo del contante nei pagamenti perché la tracciabilità si ottiene solo attraverso l’utilizzo di canali rilevabili”, sottolinea il ministro dell’Economia. “Questo – ha aggiunto – è un punto su cui l’Italia resta ancora indietro e certamente un punto su cui vogliamo intervenire. Vorremmo anche fare sì che la lotta all’evasione sia quantificabile ex ante e possa essere determinato questo tax gap”. A stretto giro di posta il vicepremier Angelino Alfano replica con un tweet: “Il collega Saccomanni ritiene di intervenire per ridurre l’uso del contante. Noi la pensiamo all’opposto di lui”. Per Alfano “occorre aumentare l’uso del contante e contrastare l’evasione consentendo di conservare scontrini e fatture e scaricare tutte le tasse. In America funziona e funzionerebbe anche qui”.

Nani e ballerine contro la privatizzazione Rai

Dalle colonne dei giornali e nelle interviste nei giornali radio e tv, compaiono attori, soubrettine, giornalisti che difendono la Rai pubblica il giorno dopo a quello in cui Saccomanni ne dice una giusta: privatizzare due reti Rai.
Beh, forse non è giusta per intero ma solo per due terzi, ma dall’agente delle tasse imposto a Letta dalla Merkel è già molto.
Capisco il timore di chi, fino ad oggi, ha potuto godere di comode e faraoniche retribuzioni anche per semplici comparsate e che, con la rai privatizzata, dovrebbe competere sugli ascolti e, ancor di più, dipendere dalle politiche finanziarie delle società, ma perchè noi cittadini dovremmo sempre pagare per i comodi altrui ?
La rai privatizzata (tutta, non solo per due terzi !) 
ci farebbe risparmiare ben sette miliardi e mezzo di canone
impedirebbe allo stato di svenarsi per coprire i buchi di bilancio
farebbe finire le lotte clientelari tra partiti, 
impedirebbe l’informazione salivale verso il governo in carica, 
darebbe al Mercato la giusta scelta tra chi vale e chi no, 
eviterebbe che una parte dei contribuenti vedessero realizzate con i loro soldi trasmissioni contrarie ai loro sentimenti ed interessi.
Capirei la difesa della rai pubblica se facesse utili e fosse performante in borsa come Eni (che non DEVE essere ceduta se non ad un prezzo molto, ma molto alto, più del valore attuale di borsa e con obbligo di OPA sui piccoli azionisti) ma visto che la rai è capace solo di fare debiti che noi dobbiamo pagare, che sia privatizzata, TUTTA, senza alcuna riserva.



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Dittatura a chi ?

91 anni fa iniziava la dittatura.
Però i giornali non erano preda dei partiti. I Giudici erano seri, non facevano politica o non andavano alla radio (la TV non c’era…). 
Gli studenti studiavano, i Professori erano chiamati Signor Professore. Gli omosessuali non erano orgogliosi, e spesso pregavano di cambiare. La droga era la cocaina o il laudano di qualche attore cialtrone, roba da ricchi debosciati. I Nonni erano amati e rispettati, un patrimonio della Famiglia. 
Tutti avevano un lavoro, altrimenti si emigrava, con umiltà ma voglia di tornare poi a casa. 
La Patria era quella di chi si era sacrificato per essa, e si amava come parte di essa. 
La Gerarchia e le Cariche avevano pietre miliari, anche nei piccoli paeselli. I Carabinieri del Re, il Farmacista, la Postina, il Medico Condotto, la Signora Maestra, il Curato, e dove c’era il treno, il Capostazione. Le porte di casa non si chiudevano a chiave, i mariti o erano fedeli (moltissimi) oppure andavano nei lupanare; difficilmente sfasciavano il Matrimonio. 
E l’ Italia era una Nazione in crescita, con mille problemi, ma che non ondeggiava secondo il vento. 
La gente non comprava vestiti con firme farlocche, ma vestiva dignitosamente, dal ricco al povero. Specie la Domenica, andando alla Santa Messa. Non sfoggiava infradito o zainetti tracollanti da contrabbandiere. Metteva la cravatta, ed il venerdì non era fremente di scappare dal lavoro travolgendo il prossimo con il valigino ruotato…
I delinquenti andavano in galera, poche storie, con la certezza di un carcere duro. 
Certo, c’ era meno libertà. Oggi siamo liberi, di drogarci, di rapinare, di ammazzare bimbi mai nati, di uccidere i nonni, di comprare tutto il superfluo. Liberi di sfoggiare devianze sessuali, chiedendo di adottare bimbi per chissà quali turpi scopi. Liberi di sfasciare matrimoni, fregandosene dei figli. 
Siamo così più liberi che nessuno ci impone cosa comprare grazie ai brainstorm, nessuno ci intercetta le telefonate. Nessuno ci dice cosa pregare, perchè vivere…..

Siamo liberi. Liberi e felici. O no ?

Sovraffollamento carceri e mancati rimpatri

Carceri sovraffollate? E’ perché l’Italia non rimpatria gli stranieri. Nonostante la legge. Lo prevede la convenzione di Strasburgo del 1983 che il nostro Paese ha sottoscritto. Con l’attuazione di questa norma si risparmierebbero anche 500 milioni. Ma a distanza di 24 anni dalla ratifica nessuno incentiva questo strumento. In più, non ci sono accordi bilaterali con Marocco, Tunisia e Romania che sono in cima alla classifica delle presenze di Thomas Mackinson

Mentre ancora si parla di indulto e amnistia, l’Italia spende un miliardo all’anno per tenere nelle patrie galere detenuti stranieri che in buona parte potrebbero scontare la pena nei loro paesi d’origine. Il piano è pronto da decenni. Gli accordi per lo scambio ci sono, multi e bilaterali, stretti con quasi tutti i Paesi del mondo. Ma nessuno incentiva questo strumento per svuotare le carceri e i detenuti trasferiti, alla fine, sono così pochi che non vengono neppure conteggiati nelle statistiche sulla giustizia italiana. Percorrendo tutte le vie “ufficialissime” dei ministeri competenti – Interno, Giustizia ed Esteri – è materialmente impossibile avere un dato su quanti abbiano usufruito di questa possibilità e diritto, come prevede la convenzione di Strasburgo del 1983, che l’Italia ha ratificato e inserito nel proprio ordinamento dal 1989 e via via allargato con una serie di accordi bilaterali.

Una beffa. Perché questa strada avrebbe potuto, almeno sulla carta, segnare la svolta sulla questione carceri prima che diventasse emergenza nazionale. Lo dicono i numeri. Nelle celle italiane, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), si contano oggi 22.770 detenuti stranieri, un terzo della popolazione carceraria. Tanti, troppi. E ci sarebbero motivi di mera convenienza, oltre che di civiltà, per incentivare a diminuirne il numero. Il costo medio per detenuto calcolato dalla Direzione bilancio del Dap è di 124,6 euro al giorno. Lo Stato, nel 2013, spenderà dunque 909 milioni di euro, quasi un miliardo l’anno. Ma quanto risparmierebbe se desse seguito agli accordi di rimpatrio? Per saperlo bisogna moltiplicare quel costo unitario per i 12.509 detenuti stranieri che scontano una condanna già definitiva, i soli sui quali può ricadere l’ipotesi di un trasferimento. Il costo reale del mancato rimpatrio, o se si vuole il conto del risparmio virtuale, arriva dunque a 568 milioni di euro l’anno, un milione e mezzo al giorno.  Un bella cifra nel conto dello Stato che potrebbe essere destinata a costruire nuove strutture, ammodernare quelle esistenti, incentivare forme di rieducazione e reinserimento. Per contro, i detenuti italiani all’estero non superano le tremila unità. Una differenza che rende evidente quanto il saldo degli “scambi” sarebbe a favore dell’Italia (e degli italiani). “Non si possono fare deportazioni di massa”, ammoniscono gli esperti di procedura penale, mettendo in guardia da operazioni di macelleria detentiva.

Ma a chi oppone a ogni ragionamento questioni di ordine etico-morale va ricordato che dal 2002 nessuno ha sbarrato la strada ai voli di Stato per il rimpatrio dei clandestini che la Bossi-Fini ha reso – almeno per le modalità operative – del tutto simili alla deportazione coatta, per di più espulsi non per aver commesso un reato penale ma amministrativo (l’ingresso in Italia senza permesso di soggiorno o contratto di lavoro a supporto del reddito). Idem per il reato di clandestinità introdotto nel 2009 col decreto sicurezza. Ci sono poi ragionevoli argomenti per ritenere che in quel terzo di popolazione carceraria composta da stranieri ci possa essere chi preferirebbe – vista anche la condizione dei penitenziari nostrani – ricongiungersi ai propri parenti e scontare la pena nel proprio Paese. Peccato che non succeda mai, salvo rarissimi casi. A 24 anni dalla convenzione di Strasburgo gli accordi sul trasferimento sono rimasti lettera morta, con buona pace del tempo e delle risorse che l’Italia ha dedicato per dibattiti parlamentari, mandati esplorativi di funzionari della giustizia, riunioni e servizi d’ambasciata da una capo all’altro del mondo.

Il paradosso degli accordi all’italiana – Il paradosso è che incentivare lo scambio e la detenzione all’estero non sarebbe una politica di destra o di sinistra ma di buona amministrazione, per di più ancorata e supportata nella sua applicazione da convenzioni e accordi. Con alcune bizzarrie e illogicità di fondo, però. L’Italia, si è detto, ha aderito alla convenzione di Strasburgo dell’83 insieme a 60 Paesi (gli ultimi sono la Russia e il Messico nel 2007). Ha poi stretto accordi bilaterali con altri sette che erano rimasti  fuori dalla convenzione. Ma – attenzione – non con quelli che più pesano sul conto delle carceri. Ricapitolandoli: nel 1998 abbiamo firmato un accordo con l’Avana quando i detenuti cubani sono una cinquantina e poco più, nel 1999 con Hong Kong a fronte di popolazione carceraria prossima allo zero, nel 1984 con Bangkok (ancora oggi si contano due soli detenuti thailandesi). Mancano all’appello, per contro, proprio i Paesi che per nazionalità affollano maggiormente le nostre celle: il Marocco, su tutti, visto che con 4.249 detenuti occupa il secondo posto nella classificazione delle presenze straniere (18,7%). La Romania che occupa il secondo con 3.674 detenuti (16,1%). La Tunisia, al terzo posto, con 2.774 (12,2%). Altri sono pronti da vent’anni, ma per l’inerzia del Parlamento restano lettera morta. Emblematico il caso del Brasile, dove l’accordo è firmato e manca solo il passaggio in aula. Siamo riusciti invece ad accordarci con l’Albania (2.787 detenuti, 12%). Quando è stato sottoscritto, nel 2002, nelle carceri italiane c’erano 2.700 detenuti albanesi, di cui 960 condannati in via definitiva. Trecento dovevano scontare una pena residuale superiore ai tre anni e sarebbero stati i primi a lasciare l’Italia per scontare la pena nelle patrie galere. Un modello che doveva essere, secondo il Guardasigilli di allora Roberto Castelli, esportato in Marocco, Algeria e Tunisia. Cosa mai avvenuta, a distanza di un decennio. Ma quanti albanesi sono stati  poi trasferiti? Impossibile saperlo, come per tutti gli altri detenuti stranieri in Italia. 

Il mistero sui numeri: “Non abbiamo il sistema informatico” – I trasferimenti autorizzati  sulla base di quegli accordi sono irrilevanti al punto che non vengono neppure monitorati a fini statistici. Sapere quanti siano è un’impresa impossibile. Le interrogazioni parlamentari sulla questione non hanno mai avuto risposta e anche per le fonti giornalistiche la strada porta dritto a un muro di gomma che fa rimbalzare da un ministero all’altro. Dovrebbe averli il ministero degli Interni ma non è così. “Sono numeri molto modesti a fronte di procedure complesse, per questo non sono sottoposti a monitoraggio statistico e vanno a finire nelle diciture “altro” degli annali giudiziari”, premettono imbarazzati i funzionari del Viminale. “Il detenuto fa domanda al direttore del carcere che la gira al magistrato di sorveglianza che fornisce il suo giudizio e lo trasmette al ministero. Dovrebbero però averli al ministero di Grazia e Giustizia che amministra le pene”. Ma si bussa lì senza maggior fortuna. Il direttore dell’ufficio Affari penali Antonietta Ciriaco fa sapere che il suo ministero non ha neppure il sistema informatico necessario a estrapolarli quei dati, che non si tratta di estradizioni, per cui “una volta che c’è l’accordo internazionale e una sentenza favorevole della Corte d’Appello al trasferimento, è materia del Dap”. Ma anche al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria cadono dalle nuove. “Noi abbiamo solo dati rispetto a detenzione e scarcerazione, questa storia di chi ha i dati sui trasferimenti va avanti da anni e alla fine le richieste arrivano sempre qui, ma noi non li abbiamo. Avete provato al ministero degli Interni?”. E si ricomincia.

Il saldo delle carceri: 20mila restano, 200 (forse) vanno – Qualche barlume, alla fine, illumina almeno il passato. A margine di uno dei tanti trattati bilaterali il ministero degli Interni nel 2008 fornì, con parsimonia, qualche cifra: nel 2005 il trasferimento delle persone straniere condannate è stato pari a 216, 46 nel 2006, 111 nel 2007 e 87 nel 2008. Si presume che da allora le cose non siano cambiate e che a prendere la frontiera per la carcerazione all’estero siano grosso modo un centinaio di detenuti all’anno. Numeri che rendono bene l’idea di come siano stati tradotti nel nostro Paese la convenzione di Strasburgo e tutta la congerie di accordi bilaterali che negli ultimi vent’anni sono stati annunciati, sottoscritti e celebrati in pompa magna tra convegni, delegazioni e voti in Parlamento.

Alla fine del giro tocca chiedersi anche se la resistenza a fornire dati sul trasferimento – insieme al disinteresse per tracciarli, recuperarli e renderli pubblici – sia del tutto casuale, il frutto accidentale della sovrapposizione di competenze e burocrazie, o se sotto ci sia altro. Il sospetto è che non vengano divulgati perché la loro stessa inconsistenza sarebbe fonte d’imbarazzo per le istituzioni italiane. Rivela come per vent’anni lo stesso ceto politico che alzava la voce sull’emergenza carceri non è stato capace di utilizzare lo strumento del rimpatrio per alleggerirle. Ancora oggi, del resto, sembra baloccarsi con fantomatici “piani carceri” per i quali non riesce a reperire le risorse e alla fine – messo con le spalle al muro dalla condizione ipertrofica delle celle – si affida all’unico “svuotacarceri” che non comporta costi diretti: un atto di clemenza che consenta alla politica di non fare i conti con la propria storica inerzia. E poco importa se amnistia e indulto alimentano il senso di ingiustizia tra i cittadini incensurati.

Integrazione

Lezioni di Corano alla scuola pubblica. Corsi di lingua araba e religione. Due aule dell’istituto di via Asturie a disposizione di una cooperativa di Alberto Giannoni

Una scuola di lingua araba e di Corano in una scuola pubblica. Nella Milano di frontiera scoppia un nuovo caso. Siamo in zona 9. Tutto nasce dalla cooperativa «Diapason», che ha chiesto di utilizzare due aule della scuola «Verga» di via Asturie. Per un laboratorio di lingua araba. E «per insegnare a memoria il Corano» aggiungono Pdl e Lega. La delibera è stata approvata a maggioranza. Ha votato a favore la sinistra. Hanno votato contro il centrodestra e l’Udc. La polemica è a tutti i livelli. «Intanto – spiega il consigliere comunale del Carroccio, Alessandro Morelli – c’è una disparità di trattamento con le altre associazioni del quartiere. Tutti chiedono spazi e strutture. Non a tutti viene convesso gratuitamente». L’anno scorso, in presenza di una richiesta identica, Morelli aveva interrogato l’allora vicesindaco, Maria Grazia Guida: «Mi rispose che la cosa non costava niente al Comune – ricorda oggi Morelli – una cosa assurda». Nella risposta della Guida pubblicata on line dai leghisti, in effetti, si legge che «unica spesa a carico del Comune è quella del riscaldamento». «La cooperativa ha accesso autonomo ai locali» precisava la vicesindaco, aggiungendo che «la pulizia delle aule viene eseguita dai genitori dei bambini frequentanti il laboratorio».

«In ogni caso – aggiunge Morelli – io contesto proprio l’impostazione. È chiaro che iniziative del genere fanno a pugni con l’idea dell’integrazione che sbandiera l’Amministrazione comunale. Io credo che sarebbero più utili corsi non solo sulla lingua ma anche sulla cultura e la storia italiana e milanese, anche perché molti dei figli di immigrati, in particolare quelli che non sono nati qui, difficilmente la conoscono, non per colpa loro». «Il corso – si legge nella relazione firmata dalla presidente di commissione Antonella Loconsolo – è di lingua e cultura, e affianca all’apprendimento della lingua anche nozioni di storia, geografia e matematica». «In realtà – spiega il consigliere di zona del Pdl Gabriele Legramandi – sono stati distribuiti volantini in lingua. I miei colleghi li hanno fatti tradurre scoprendo che si parla anche di lezioni di Corano, lezioni mnemoniche, per bambini piccoli». «D’altra parte – aggiunge – la presidente della zona (Beatrice Uguccioni del Pd, ndr) ha presentato un emendamento che sancisce formalmente il fatto che ci sia anche questo tipo di attività. I consiglieri della maggioranza sono tutti favorevoli», dice Legramandi. Un consigliere di Fratelli d’Italia ha presentato un emendamento di segno opposto, allegando il volantino. La commissione ha votato a favore a maggioranza «considerata la valenza culturale dell’iniziativa», «la gratuità», e «considerato che numerosi studi testimoniano che coltivare la lingua madre facilita, anziché ritardare, l’apprendimento corretto della lingua del paese ospitante». «Ma, per capire il clima in cui si è parlato di questa iniziativa – dice ancora Legramandi – posso riferire il fatto che nel corso della discussione in commissione ho chiesto più volte chiarimenti – semplici chiarimenti e non critiche di principio sulla fede islamica – che non mi sono stati dati. La presidente di commissione, che è di Sel, non intendeva lasciarmi parlare. E avendo io insistito sono stato insultato da altri due componenti la commissione, che mi hanno mandato a quel paese dandomi del ciellino, cosa che peraltro neanche sono».