Prima, gli italiani

Tenendo presente che in italia ci sono ancora migliaia di ITALIANI terremotati che vivono in altrettanti container o chi ha perso il lavoro e insieme al lavoro anche la casa… e vive in maniera del tutto precaria… Quindi, prima si dovrebbero risolvere i problemi degli italiani e poi si potrebbe (forse) guardare ad altro. Ma. ovviamente la Kyenge è lì per risolvere problemi altrui.

Isola di capo rizzuto. La ministra Kyenge bloccata dai migranti. «Venga a vedere i container dove viviamo». L’auto della ministra fermata da trenta di migranti che l’hanno invitata a vedere anche gli alloggi e i servizi igienici

Piccolo fuoriprogramma per Cecile Kyenge. Durante la visita alle strutture di accoglienza della Calabria la ministra per l’integrazione è stata bloccata da un gruppo di immigrati che l’hanno invitata a visitare i container dove sono ospitati. «Venga a vedere anche i nostri alloggi» avrebbero detto i migranti. La ministra non ha fatto una piega e ha accettato ben volentieri di farsi guidare dagli stessi immigrati in una parte di visita che non era in programma.

CON I MIGRANTI – È avvenuto durante il suo giro nel Centro d’accoglienza di Isola Capo Rizzuto. L’auto sulla quale viaggiava la ministra è stata bloccata da una trentina di immigrati ospiti della struttura. Lo stesso gruppo che ieri aveva manifestato lungo la statale 106 per protestare contro i ritardi nelle procedure per i richiedenti asilo politico. Fino a quel momento alla ministra erano state mostrate la ludoteca, la mensa e altri spazi comuni della struttura. I migranti l’hanno invece invitata a andare oltre e vedere anche altri settori del centro di accoglienza, compresi i loro alloggi ricavati all’interno di container e persino i servizi igienici.

VISITA AL CIE – Il ministro si è anche trattenuta a parlare i migranti ospiti della struttura. «Sono scappato dalla guerra e voglio restare nel vostro Paese» ha detto un giovane siriano. Cecile Kyenge era giunta in mattinata a Isola Capo Rizzuto. Il centro di accoglienza di Sant’Anna è il più grande d’Europa. Il ministro ha anche visto le condizioni dell’attigua struttura del Cie, il centro di identificazione ed espulsione, distrutto oltre dieci giorni fa durante la rivolta dei migranti per morte di un giovane marocchino.

Risorse umane… preziose

Kyenge: “Il modello Riace è da esportare“… qui. Con tanto di canto di Inno Italiano.
Ci invadono e devastano tutto, la Kyenge ne vuole di più di Maria Giovanna Maglie

«È giunto il momento di avviare una seria riflessione sulla legge Bossi-Fini e, più in generale, sulla disciplina che regola l’immigrazione». Eh no, la Bossi-Fini è probabilmente una legge migliorabile, ma con questi chiari di luna non si tocca, giù le mani. Il ministro Cecile Kyenge, italiana di origini congolesi, deve imparare prima o poi, assieme al governo di bravi ragazzi che – ahimé – ci rappresenta, a essere prima di tutto italiana, dunque a rappresentare, coltivare, garantire prima di tutto la sicurezza, la vita, le garanzie degli italiani. Si può dire senza essere stucchevolmente accusati di razzismo? Lo dico in ogni caso, i razzisti sono gli altri – e ha veramente stufato chi pensi di darci lezioni di morale terzomondista oggi che le peggiori previsioni degli ultimi due anni si stanno avverando. Aggiungo che la  portavoce del gruppo Pdl alla Camera, Mara Carfagna, farebbe meglio a trovarsi argomenti seri di dichiarazioni agostane, invece di  ammonire che «la sola repressione è un costo sociale troppo elevato da sostenere nei confronti di chi fugge dalla disperazione». Che avrà mai voluto dire, la Carfagna? «Inviamo questo segnale all’Europa, indichiamo la via da seguire, che di certo non è quella del rifiuto» è l’appello dell’esponente Pdl, che non ci specifica se lo fa a titolo personale o rappresentativo del ruolo. «La negazione genera sempre odio. E l’odio  è il germe della violenza». Non è finita: Carfagna ci spiega seriosamente  che non si può più «considerare la maggior parte di questa povera gente che sbarca sulle nostre coste come dei semplici clandestini, autori di un reato». È veramente troppo: se aspira a un posto del governo dei bravi ragazzi, per favore non lo faccia a spese dei suoi elettori, potrebbero trarne delle conseguenze, porcellum o no.

Oggi che sbarcano mille a mille, che rivendicano lo status di rifugiati politici in massa, che andrebbero controllati più del solito perché la Fratellanza Musulmana coltiva terroristi e martiri, carne da macello in nome del fondamentalismo islamico; oggi che l’Unione Europea in seduta straordinaria, poveri noi, si appresta a varare sanzioni  e ritorsioni in favore dei Fratelli Musulmani invece che occuparsi di cristiani perseguitati, che il governo dei bravi ragazzi e delle ampie pretese non ci pensa proprio a chiedere all’Europa di dividere per il numero di nazioni che compongono l’Unione l’onere dei rifugiati da Egitto, Siria, Libia, Tunisia, da tutti quei posti nei quali si festeggiò con infinita stoltezza la primavera araba, e che sono rapidamente diventati dei Paesi da incubo. La Kyenge parla molto, e poco degli italiani. Dice per esempio: «A settembre avvieremo un tavolo per un confronto sulla riforma della legge sull’immigrazione. La legge va rivista, ma seguendo un metodo fondato sulla condivisione e sul coinvolgimento di tutti gli attori sociali, senza preclusioni e ascoltando anche chi ha idee alternative». Quindi non dice niente, perché se dovesse ascoltare tutti capirebbe che non c’è niente da cambiare. Poi parte l’attacco politically correct, quello che dovrebbe farci sentire in colpa: «Gli immigrati sono persone, non clandestini. La crisi in Egitto determinerà un’impennata dell’immigrazione verso l’Italia e il governo sta rafforzando le strutture per l’accoglienza: dopo quelle in Libia e in Siria, le violenze in Egitto spingeranno molte persone a scappare alla ricerca di un futuro». Per non parlare di quelli che dichiarano davvero a vanvera. Dal lontano e sicuro Friuli sentite la presidente Serracchiani – Dio ce ne scampi – dichiarare che «la necessità di abolire la Bossi-Fini si conferma ogni giorno anche nel fallimento del sistema dei Cie: strutture inadeguate sia a ospitare pacifici migranti in fuga sia a contenere violenti e facinorosi». Ovvero: devastano, saccheggiano e bruciano il centro di Crotone, a dimostrazione che facciamo entrare di tutto, i dati sulla criminalità sono quelli che conosciamo, ma la soluzione è farne entrare ancora di più e senza il minimo controllo. In tutto questo casino, qualcuno del governo dei bravi ragazzi ha pensato di chiedere ufficialmente e seriamente di dividere l’onere dell’accoglienza, del controllo e della sistemazione per 27, vale a dire per tutti i Paesi dell’Unione? Attendiamo risposta.

Il ricco e il povero (mutande in faccia)

Crocetta è il “Paperone” d’Italia: guadagna 330 mila euro all’anno, molto più di Barack Obama. E’ tra i governatori più pagati del Paese. Ma a gravare sulle casse siciliane è l’intero costo della sua giunta: 2 milioni di euro contro i 400 mila di quella lombarda

La lotta ai costi della politica si ferma sullo stretto di Messina. In Sicilia i “Paperoni” della politica continuano a riempire le loro tasche. Uno dei “ricconi” dell’Isola è proprio il governatore Rosario Crocetta. Dalla Regione siciliana Crocetta percepisce per il proprio incarico 81 mila euro lordi (il 10 per cento in meno rispetto allo scorso anno). A questa cifra vanno sommati altri 230 mila che il governatore riceve da Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento regionale, come deputato. Il totale, come racconta l’Espresso, è da capogiro: 311 mila euro lordi all’anno. Molto di più del lombardo Roberto Maroni, che percepisce per i due incarichi di presidente della Giunta e di consigliere regionale 208 mila euro lordi all’anno, e del toscano Enrico Rossi, 154 mila euro. Crocetta è tra i politici più pagati d’Italia.

Più di Obama – Ma anche del mondo. Il suo stipendio è superiore a quello percepito dall’inquilino della Casa Bianca. Barack Obama percepisce un’indennità di 400 mila dollari, ma ha rinunciato al 5 per cento, per cui il suo stipendio annuo è di 380 mila dollari: che corrispondono a circa 287 mila euro. Ben lontano dai 331 mila euro del governatore siciliano. Ma a pesare sulle casse siciliane non è solo l’indennità di Crocetta, ma l’intera giunta del governatore. La giunta regionale siciliana costa, per le indennità dei propri componenti, cinque volte quella della Lombardia. Confrontando il bilancio 2013 della Regione siciliana con quello della Lombardia, infatti, emerge che Rosario Crocetta e i suoi assessori costano 2 milioni 331 mila euro all’anno, contro i 442 mila del Pirellone. Insomma della lotta ai costi della politica e delle promesse di tagli alle indennità fatte da Crocetta durante la campagna elettorale non resta che una cifra: 331 mila euro. Obama chiederà di sicuro un’adeguamento della sua indennità?

Ignazio Marino dopo aver chiuso le strade vuole riaprire le casse. Il suo stipendio non gli basta più e dopo soli due mesi dalla sua elezione parla già di un “riequilibro del suo salario”. Il sindaco di Roma guadagna 4500 euro al mese. I suoi assessori 3600. Cifre che in tempo di crisi, con gli italiani che arrancano tra salari bloccati a 800 euro, appaiono di tutto rispetto. Ma per un sindaco che va in bici a quanto pare quei 4500 euro sono pochi. Così al Venerdì confida: “Amministriamo bilanci miliardari e responsabilità enormi. Ammetto che forse con la battaglia sui costi della politica si è ecceduto. Ma prima o poi bisognerà riequilibrare”.

La vita dura del sindaco – Insomma Marino aspetta che passi la bufera anticasta, poi sarà prontissimo ad alzare il suo stipendio. E per giustificare il rialzo parla della sua giornata lavorativa che definisce davvero “faticosa”. “Prima riunione alle 8 del mattino per l’agenda di giornata – racconta- . Alle 23 l’ultima di bilancio. Poi a casa a mezzanotte. Niente mondanità. Sveglia alle sei del mattino. Dodici giorni di ferie per gli assessori, per me sette”. Per una vita così 4500 euro sono davvero pochi. Lui avverte: “Non è un buon momento per rivendicazioni salariali”. Ma alla fine cede e sottolinea: “Prima o poi bisognerà riequilibrare”. Le promesse di una politica che costi il giusto sono solo un miraggio in un’estate romana.

L’assoluta incapacità di voler capire

Caro ministro lei non poteva non sapere di Giuseppe Marino

Personalmente trovo sopravvalutata l’esasperata ricerca di competenza nei politici: tanti specialisti sono stati pessimi ministri nei settori di propria competenza. Eppure, quando Cecile Kyenge è stata nominata ministro, quanto meno, in quanto donna che ha alle spalle una storia di immigrazione di successo, ci si aspettava avesse una conoscenza particolareggiata della materia. Invece il ministro dell’Integrazione pare non avere idea di come gestire la marea umana che si sta riversando sulle coste dell’Italia meridionale con cadenza quotidiana. Peggio: la dottoressa Kyenge si dichiara impegnata a farsi un’idea del fenomeno e dei problemi dei Centri di identificazione: «Da tre mesi sto facendo un monitoraggio e cercherò di analizzare tutte le problematiche e le proposte che verranno dai territori per individuare una soluzione». Chi pensava che il ministro avesse già in mente che direzione prendere si metta dunque l’anima in pace. Siamo alla ricerca. Ancora una volta, l’impressione è che, di fronte alla reale difficoltà di gestire un esodo imponente dall’Africa e dal Medio Oriente, chi ieri tuonava contro i governi di centro destra e predicava l’accoglienza senza se e senza ma, si trovi oggi a fare i conti con la realtà. Che arriva sotto forma di mafie che gestiscono il traffico di uomini e donne, scafisti, navi madre, poveri cristi abbandonati in acqua ad annegare. Ora che è ministro, di fronte a questo disastro, Cecile Kyenge non può limitarsi a frasi a effetto, tipo «cambiamo la Bossi-Fini» e «la terra è di tutti». E soprattutto, perfavore, non ci venga a dire che non sapeva quant’è grave la situazione. Proprio lei, ministro, non poteva non sapere.

Sbarchi a migliaia, Cie pieni Ecco l’emergenza annunciata. Dopo la rivolta, in Calabria è arrivata il ministro Kyenge. E ripete i soliti slogan: ius soli e “cambiare la Bossi-Fini” di Gianpaolo Iacobini

Gli sbarchi non si fermano più e i Centri di identificazione ormai sono oltre il livello di emergenza. Tenere il conto è difficile. Col mare calmo, con le notti illuminate a giorno dalla luna, coi focolai di guerra che minacciano vita e pace dall’Oriente all’Africa, i mercanti di carne umana hanno ripreso a fare affari. Nella notte tra lunedì e martedì 336 persone, tra le quali 67 donne e un neonato, sono state tratte in salvo a sud di Porto Empedocle da due motovedette della Guardia costiera e da un mezzo navale della Guardia di finanza, che ha intercettato il barcone colmo di eritrei, alla deriva a 12 miglia dalla costa. Nelle stesse ore sul litorale di Ognina, nel siracusano, i militari della Capitaneria di Porto hanno rintracciato 67 tra siriani e pachistani, giunti in Italia dopo 10 giorni di viaggio. Ieri mattina, invece, il pattugliatore “Comandante Foscari” della Marina Militare, in navigazione nel canale di Sicilia, ha avvistato e soccorso – 50 miglia a sud di Lampedusa – un’imbarcazione con a bordo 233 persone, poi trasferite sulla terraferma dai guardiacoste. Seicento e più profughi in meno di 24 ore. E in 200 hanno fatto perdere le proprie tracce una volta approdati a Porto Empedocle.

Intanto è ancora chiuso – «temporaneamente ma a tempo indeterminato», recitano le comunicazioni ufficiali – il Cie di Crotone, devastato dagli immigrati in rivolta. E in quello di Gradisca, all’altro capo della penisola, sei immigrati sono scappati. Segno che quei centri, prima spia del livello di allarme dell’ondata migratoria, siamo all’emergenza. Emergenza annunciata, anzi annunciatissima. Ma la verità è che, cancellati i respingimenti di Maroni, bocciata la politica delle espulsioni, nessuno sa bene che fare. E fioccano le analisi. «Per l’immigrazione siamo la porta d’ingresso dell’Europa», ha cercato di mettere di una pezza il viceministro degli esteri, Lapo Pistelli: «C’è un mondo che cambia, decine di milioni di persone si muovono: noi siamo su una delle faglie delle migrazioni». A Crotone è arrivata anche il ministro dell’integrazione Cècile Kyenge. Ma anche qui solo promesse e vaghe ricette. Come l’auspicio di una non meglio precisata revisione della Bossi-Fini: «Serve il confronto, perché dobbiamo avere un approccio diverso, che metta al centro la persona» e la confermato che il percorso sullo ius soli va avanti: «Non è una mia esigenza personale, ma proviene dalla società civile e l’Italia deve prenderne atto». Parole su cui è scoppiata immediata la polemica ma, anche non fosse così, sarebbero ricette in grado di evitare drammi sulle spiagge e nei Cie? A Isola Capo Rizzuto, alla vigilia di Ferragosto, il centro di identificazione è stato assaltato dagli ospiti inferociti per la morte di un giovane marocchino. «Sono venuta anche per capire», aveva detto lunedì in conferenza stampa il ministro, giurando davanti ai giornalisti di non essere a conoscenza della vicenda. Ieri, mentre a decine presidiavano ancora la statale 106, ha provato ad aggiustare il tiro, passando ad altri la patata bollente: «È importante aprire con il Viminale, che si occupa di queste situazioni, un fronte di discussione». Eppure, che al Cie di Isola le cose non andassero per il verso giusto, viste le difficoltà poste dall’assalto alle coste, non era un mistero: il garante per l’infanzia della Calabria Marilina Intrieri, già il 3 agosto, segnalava nero su bianco che «70 minori non accompagnati sono stati collocati in un capannone». Tutti insieme, indistintamente: quasi diciottenni e bambini di 11 anni a spartirsi «due sanitari alla turca, due docce, un lavabo». Dispacci recapitati a tutte le autorità. Anche di questo la Kyenge non sapeva niente?

Qualcuno si prepara a passare al nemico ?

Nel 1994 Berlusconi con la sua discesa in campo sconfisse la “gioiosa macchina da guerra” comunista e suscitò la speranza che una nuova epoca potesse incominciare.
Dopo venti anni i comunisti, sconfitti, si sono alleati con pezzi dello stato e, soprattutto, con le consorterie politico-finanziarie internazionali, mettendo all’angolo il Cavaliere che, però, non sembra voler cedere le armi.
Ma anche tale totalizzante e totalitaria alleanza non avrebbe potuto fermare Berlusconi se non avesse avuto delle quinte colonne all’interno del Centro Destra – che non meritano neppure di essere citate tanto tutti sappiamo chi sono – che, legislatura dopo legislatura, si sono alternati nel mettere i bastoni fra le ruote del Cavaliere, impedendogli di realizzare quel che avrebbe potuto, irretiti da lusinghe e ambizioni senza fondamento.
Il Centro Destra di oggi sembrava più stabile, ma ci sono alcuni segnali che le lusinghe e le ambizioni possano colpire nuovamente alle spalle Berlusconi.
Giustamente la “Pitonessa” Daniela Santanchè ai ministri che cercano un modo per salvare la poltrona loro affidata da Berlusconi, dice: non volete prendere ordini da me ? Preferite allora prenderli da Napolitano ?





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Più di 1000 in 24 ore…

 Un commento: “Si tratta di una invasione bella e buona, non si può rimanere con le mani in mano. Eppure tutti tacciono, eccezione fatta per la Kyenge, che ha la spudoratezza di invocare la revisione della legge Bossi-Fini, allo scopo di dare più consona accoglienza alle migliaia di migranti che approdano sulle nostre coste. Il PD deve darsi una mossa e ascoltare l’indignazione della gente italiana che si trova allo stremo per la crisi che mortifica le famiglie. Per loro non vi sono risorse per alleviare la disperazione, mentre se ne trovano per chi viene da noi per trovare l’eldorado. E l’eldorado lo trovano rispetto alla situazione di partenza. Insomma due pesi e due misure.”
Sicilia, continua l’emergenza sbarchi. Mille migranti nelle ultime 24 ore. Il gruppo più consistente, di 336 persone, è stato soccorso su un barcone al largo di Porto Empedocle. Uno degli ultimi sbarchi a Catania

È ormai un flusso inarrestabile. Gli sbarchi proseguono senza soluzione di continuità, seguendo rotte diverse dal tradizionale punto di approdo di Lampedusa. In mattinata erano già 633 gli immigrati soccorsi lungo le coste siciliane, dopo gli oltre 400 approdati ieri. Siamo a oltre mille arrivi nelle ultime 24 ore.

GLI SBARCHI – Il gruppo più consistente, 336 persone, tra cui 64 donne e un neonato, tutti sedicenti eritrei, viaggiava su un barcone intercettato al largo di Porto Empedocle dalle motovedette della Guardia costiera e della Guardia di finanza. Altri 233 profughi, compresi donne e bambini, sono stati invece soccorsi dalla nave «Foscari» della Marina Militare a 50 miglia da Lampedusa. Sono invece 110, dei quali 26 donne, 43 uomini e 41 minori, gli extracomunitari di probabile nazionalità siriana e pakistana rintracciati dopo lo sbarco avvenuto a mezzanotte nel porticciolo di Ognina, a Siracusa. I migranti sono ora ospitati nella struttura di prima accoglienza «Umberto I» sempre a Siracusa.

CALABRIA – Ancora tensione attorno a Isola Capo Rizzuto, davanti al centro richiedenti asilo (Cara). Decine di immigrati protestano contro la situazione organizzativa e di sovraffollamento della struttura. Hanno anche tentato di occupare la statale 106, adiacente al centro di accoglienza. C’è stato qualche momento di tensione ed è intervenuta la polizia, ma situazione è subito ritornata tranquilla. Al momento i migranti sostano davanti al Cara e la protesta sta provocando solo qualche lieve disagio alla circolazione stradale.

IL MINISTRO – Sempre a Isola Capo Rizzuto il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) è stato chiuso circa una settimana fa per la rivolta dei migranti, dopo la morte di un marocchino, avvenuta comunque per cause naturali. Della situazione dei Cie ha parlato anche il ministro Cecile Kyenge in questi giorni in Calabria. «È importante -ha detto- aprire con il Viminale, che si occupa di queste situazioni, un fronte di discussione. Isola Capo Rizzuto non deve essere visto come un caso locale ma nazionale».

Dei panni cenci contro quelli strappati

Non lasciamo Davide Romano da solo a difendere i bambini. È partita ieri, su Facebook, una campagna che si chiama così. Contiene una lettera pre-compilata da inviare al sindaco Giuliano Pisapia. È una risposta spontanea, nata in rete, ad uno dei casi più assurdi del cosiddetto “multiculturalismo” in salsa arancione milanese.  Condannare l’uso dei bambini-soldato è sempre stato un dovere morale. Nell’era dei social media, “Stop Kony”, la campagna contro il signore della guerra africano che rapisce i minori e li costringe a combattere nelle sue milizie, è stato il video più cliccato del mondo. Eppure un uomo, Davide Romano, a Milano, nel 2013, ha preso posizione realmente (e non su YouTube) contro un caso di incitazione all’abuso sui minori per scopi militari. Non solo non è stato accolto a braccia aperte dai salotti buoni del politicamente corretto. Ma ora è lui che rischia un processo, accusato di “istigazione all’odio razziale e religioso”. Come è possibile? È possibile perché l’uomo su cui Davide Romano ha puntato il dito è l’imam giordano Riyadh al Bustanji.
Nel 2012, Bustanji aveva raccontato, in un’intervista video, di aver incontrato un bambino di Gaza che «conosce a memoria il Corano e prega Allah di poterlo incontrare come un martire della Terra di Gerusalemme». Quel bimbo «è un gigante dei nostri tempi», spiega l’imam nel video . “Martire della Terra di Gerusalemme” sappiamo tutti cosa vuol dire: shahid, un suicida-omicida nel nome della jihad. Ebbene, Riyadh al Bustanji è stato invitato a Milano dal Caim, il Coordinamento delle Associazioni Islamiche Milanesi, a condurre la preghiera di oltre 10mila musulmani, all’Arena Civica, per la fine del Ramadan. Quando Davide Romano ha saputo dell’ospite e si è informato su chi fosse, gli si è ribaltato lo stomaco: «Mi aspettavo – ha spiegato, poi, in un’intervista – un racconto dell’imam in cui spiegava come ha fatto a far recedere il bambino da un proposito così folle. Qualunque adulto ragionevole l’avrebbe fermato. Invece no: di fronte a un bambino con propositi suicidi, l’imam inizia a esaltarlo». A questo punto, in veste di portavoce della sinagoga Beth Shlomo, ha preso carta e penna (cioè: un computer) e ha detto la sua. Davide Romano ha chiesto le dimissioni del coordinatore del Caim, Davide Piccardo. Perché, secondo quanto riferisce: «sostiene che l’imam non ha mai preso posizioni che contraddicano la nostra visione delle cose. Visto che le posizioni dell’imam sono registrate e pubbliche, delle due l’una: o nega la verità e quindi mente, oppure quelle parole sono coerenti con la sua visione dell’Islam». Se le dimissioni non dovessero arrivare, si chiede al sindaco Giuliano Pisapia «di interrompere ogni contatto con questa associazione (il Caim, ndr)». Anche in area di maggioranza, il vice-capogruppo provinciale Roberto Caputo (Pd) ha chiesto che «la giunta prenda le distanze da questo grave avvenimento».
La Comunità Ebraica milanese ha ricordato che «il movimento Hamas (al potere a Gaza, ndr) è stato riconosciuto una organizzazione terroristica dall’Unione Europea». Dunque anche dal nostro Paese. A nostro avviso il Comune di Milano ha sbagliato a partecipare a questa iniziativa per via della presenza di Al Bustanji. «Ci auguriamo che questa partecipazione sia dovuta a una svista. Per questo aspettiamo chiarimenti in merito dall’amministrazione comunale». Invece dei chiarimenti, l’unica risposta è stata (almeno finora) il silenzio di Pisapia. Chi invece ha parlato, a mezzo stampa, è Davide Piccardo, coordinatore del Caim. «Bustanji non ha mai inneggiato all’odio e tanto meno al martirio dei bambini – ha dichiarato Piccardo a La Repubblica – abbiamo dato mandato ai nostri legali di procedere per diffamazione e per istigazione all’odio razziale e religioso nei confronti di chi lo ha fatto».

L’intoccabile Kyenge

Kyenge, paladina dei neri diventata intoccabile. Il ministro vuole un’Italia meticcia, attirando critiche e insulti. Ma guai a chi la attacca di Giancarlo Perna

Si resta esterrefatti di fronte al vespaio suscitato dalla mite e gentile, Cécile Kyenge, titolare dell’Integrazione. Primo ministro nero della storia italiana, Cécile ha trascorso trenta dei suoi 49 anni nel nostro Paese e dal 1994, dopo le nozze con un ingegnere italiano, è nostra connazionale. Parla bene la lingua imparata per laurearsi da noi in Medicina e specializzarsi in Oftalmoiatria, seppure le resti l’inflessione del francese che è stato, con lo Swahili, la favella della giovinezza in Congo. Da oscura militante del Pd emiliano, Enrico Letta l’ha pescata e voluta nel governo per la sua emblematicità: donna, di colore e italiana acquisita. Il premier si è così tolto lo sfizio di sentirsi più europeo e di fare in Italia quello che nei Paesi ex coloniali è routine abituati come sono a ministri di ogni razza e religione. Ma poiché la storia italiana è diversa e gli italiani pure, la nomina di Kyenge ha lasciato il segno. Presa a bersaglio dalla Lega, Kyenge si è sentita dare dell’orango dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. Lei si è limitata a compatire il villano e ha conquistato tutti, costringendo il dentista bergamasco a profondersi in scuse. Peggio è andata a Dolores Valandro, consigliere della Lega a Padova. Indignata per una notizia di cronaca -lo stupro di un’italiana da parte di un africano-, Valandro se l’è presa con l’incolpevole Cécile, scrivendo su Facebook: «Mai nessuno che se la stupri? Così capirebbe che si prova». Venti giorni dopo, Dolores è stata condannata a tredici mesi e all’interdizione per tre anni dai pubblici uffici per istigazione alla violenza sessuale per motivi razziali. Uno sproposito, accolto in lacrime dalla consigliera, che ha reso evidente a chiunque che se tocchi Kyenge sei fritto.

Quasi ci rimetteva le penne pure un pezzo da novanta come il professor Giovanni Sartori, osannato politologo antiberlusconiano del Corriere della Sera. Indispettito dalla Kyenge che, da quando è ministro, ripete a ogni occasione di volere lo ius soli (cittadinanza ai figli degli immigrati che nascono da noi) e che l’Italia è un «paese meticcio», Sartori ha scritto un articolo di fuoco. «Kyenge non può fare il ministro perché non sa l’italiano». Consulti il dizionario e vedrà che meticcio è chi nasce da genitore bianco e uno di altra razza. Le sembra che sia diffuso da noi? Ridicolo. «Cosa c’entra l’integrazione con le competenze di un’oculista? A chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge?». E giù così per tre colonne. Il giorno dopo, Sartori che si aspettava l’articolo in prima pagina, se lo ritrovò a pagina 28, relegato tra altri scritti. Una decapitazione ordinata dal direttore, de Bortoli, in ossequio alla correttezza politica senza neanche avvertire il gallonato collaboratore. Sartori si infuriò: «Potrei lasciare il Corriere». Nulla accadde, ma si ebbe conferma dell’intoccabilità di Kyenge anche per personalità di rilievo e con argomenti fondati. Cécile, più che un ministro, rappresenta un nervo scoperto della società, nel passaggio tra l’Italia che ci ha consegnato il Risorgimento e quella multietnica di Laura Boldrini. Alla radice dello scontro, la scelta bizzarra di affidare la responsabilità dell’integrazione non già a un italiano vecchio stampo ma a una di fresco conio. Due modi diversi di fare i conti con l’immigrazione. Il primo tenderebbe, per cultura e istinto, a frenare gli ingressi e a trasformare lo straniero in italiano, assimilandolo. La Kyenge, per cultura e istinto, è per l’altra via: meticciare la società, affiancando italiani e immigrati, ciascuno con propri usi e valori.

Kashetu Kyenge, detta Cécile, è nata nell’ex Congo Belga (oggi Repubblica democratica del Congo) quattro anni dopo la decolonizzazione, nel 1964. Il padre, funzionario statale e capo villaggio, era cattolico ma anche poligamo. Ebbe quattro mogli e trentanove figli. Tra questi, Kashetu, che, finite le Superiori, ricevette dal vescovo della sua città la promessa di una borsa di studio per frequentare Medicina all’Università cattolica di Roma (l’Ospedale del Papa, Gemelli). Giunta nella Capitale, la borsa di studio si era volatilizzata e dovette aspettare un anno per ottenerla, vivendo nel frattempo da clandestina con l’aiuto di una rete di preti e laici. Immaginiamo che idea abbia potuto farsi dei valori occidentali, la giovanissima Cécile: da un lato una Chiesa cattolica che, in nome del sincretismo, tollerava la poligamia del padre; dall’altro, l’Italia che poneva regole all’immigrazione, mentre i suoi cittadini le violavano. Come minimo le sarà parso che il mondo nel quale si stava installando era un colabrodo facile da rimodellare. Dopo la laurea, si stabilì in Emilia specializzandosi in Oftalmologia all’Università di Modena. Ha lavorato all’Ospedale di Santa Maria Nuova di Reggio e in uno studio privato di Novellara, a un tiro di schioppo da Castelfranco Emilia dove abita da anni con la famiglia. Dal marito, Domenico Grispino, calabrese da sempre in Emilia, ha avuto Maisha e Giulia, di diciannove e diciassette anni. Si dice che se Domenico avesse velleità simili a quelle del padre africano, Cécile lo inseguirebbe con un emilianissimo mattarello. Fatalmente, vista la zona, Kashetu è finita tra le braccia del Pds, poi del Pd. A livello nazionale, l’ha adocchiata Livia Turco, dalemiana. Grazie a lei, Cécile è diventata nel 2009 consigliere provinciale di Modena. La Turco è con Napolitano, l’autrice della prima legge di contenimento dell’immigrazione. Ma è roba degli anni Novanta. Oggi si è convertita, come lo stesso Napolitano, allo ius soli per i bebè immigrati nati in Italia, ovvero cittadinanza immediata, indipendentemente che ci restino, ne ricevano la cultura e la condividano. Portavoce di questa posizione è oggi Kyenge che Turco, ritiratasi quest’anno dal Parlamento, ha imposto a Letta.

Nessuno nell’Ue adotta lo ius soli, come invece fanno gli Usa, Paese di emigrazione, nato e prosperato con gli emigranti. A giudicare però da ciò che è successo ai nativi americani – decimati e chiusi nelle riserve – lo ius soli non è l’ideale per gli indigeni, che è quel che noi siamo qui da noi. Riflettiamoci. Finisco con un paio di brani tratti da un’intervista a Giulia, ultimogenita dei Grispino. Aiutano a capire una generazione mista: «Qualsiasi nero che vedo per strada è come se fosse mio fratello»; «Andare in Africa è stato come stare nella mia natura, non perché quella italiana non sia la mia natura, ma vivere quell’altra parte di me è sempre stimolante»; «Forse vivrò in Africa a sessant’anni quando vorrò trovare un po’ di pace e relax dal consumismo e capitalismo europei». Un piede qua, un piede là, struggente destino di questi nuovi italiani.

E’ peggio Letta o Comunione e Liberazione ?

Enrico Letta, con quel suo modino curiale da doroteo, mi disgusta ogni giorno di più.
Dopo il grossolano ricatto che ha tentato dicendo che solo con un governo in carica si può rivedere l’imu, diversamente gli Italiani avrebbero dovuto pagarla, ha concesso il bis trasformandosi in veggente per dire che chi avesse impedito la rinascita dell’Italia sarebbe stato punito degli Italiani.
Peccato che, da perfetto doroteo, non abbia fatto nomi, nè indicato circostanze, rimanendo al solito nel vago del messaggio insinuante.
Ma per quanto Letta rappresenti un personaggio ai miei occhi sempre più meschino e infido, non riesco a considerarlo peggio di una Comunione e Liberazione sempre dalla parte del presidente del consiglio di turno, pronta ad applaudire il potere.
Probabilmente anche i trascorsi personali hanno un peso, visto che, a neanche diciotto anni, partecipai ad una assemblea della neonata cl e al termine il loro “capo” mi avvicinò e mi disse: ho capito benissimo che tu sei di Lotta Continua !
Sì, certo, aveva capito benissimo …



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Ancora una provocazione

Alcuni commenti: “in Australia (un continente con 23 milioni di persone) hanno regole ferree per l’immigrazione – la Bossi-Fini andrebbe rivista si’, ma in senso piu’ restrittivo

“Faccio notare che gli italiani che vanno all’estero a cercare un lavoro lo fanno (e lo hanno sempre fatto) con il consenso del paese che li accoglie e non introducendosi clandestinamente! Finiamola con il parallelismo emigrazione italiana e nuovi ingressi nel nostro paese…”

“Quando la Madame dice “NOI”…a chi si riferisce?”

“Sono una persona orgogliosamente di sinistra. Ma non condivido da sempre, non da oggi, l’atteggiamento assolutamente ideologico con il quale una parte della sinistra (non tutta) si pone davanti al fenomeno di un’immigrazione di massa incontrollata. Innanzitutto, è ovvio che non sia possibile, per un Paese come il nostro, assorbire flussi incontrollati. Non ne abbiamo i mezzi, punto. In secondo luogo, deve finire l’atteggiamento infantile di chi fa risalire i problemi dei paesi poveri esclusivamente all’Occidente cattivo. La responsabilità va data alle classi dirigenti di quei paesi, classi dirigenti inette e corrotte. Infine, rivendico il pensiero di Antonio Gramsci: l’immigrazione è il frutto malato di un sistema economico che non permette a tutti di vivere in maniera decorosa. Valeva per gli italiani 50 o 100 anni fa, vale per tanti poveri disgraziati di tutto il mondo oggi. Ed io sono di sinistra perché quel sistema lo vorrei cambiare.”
 

“Voto centro sinistra, ma gli argomenti di questo ministro non li approvo e dimostrano che non conosce la società italiana. Basta lassismo, un paese serio deve avere regole ferree per l’immigrazione, sta arrivando solo manovalanza per la delinquenza e per la mafia o persone che poi vengono sfruttate da opportunisti senza scrupoli. I costi poi di tutta questa gente gravano sul nostro asfittico debito pubblico rendendoci sempre più poveri e rendendoci tutti più insicuri. Più severità e non buonismo peloso come oggi accade.”
Kyenge: «Aperture tra i partiti per una riforma della Bossi-Fini». A Reggio Calabria: «Credo che questa legge vada rivista». E Gasparri: «Ci sono tanti modi per far cadere un governo…»

«Sulla rivisitazione della legge Bossi-Fini ci sono diverse aperture da parte di diversi gruppi politici per andare verso una riforma». Lo ha detto il ministro Cecile Kyenge a margine di un’iniziativa a Reggio Calabria. «Credo che questa legge vada rivista perché noi dobbiamo avere un approccio basato sulla persona».

ALLO STESSO TAVOLO – «Il percorso – ha aggiunto riferendosi alla chiusure prospettate dalla Prestigiacomo – si fa anche con chi la pensa diversamente e quindi ci sarà la possibilità di sedersi tutti allo stesso tavolo dove ognuno di noi può dire la sua e dove, come per il percorso che è stato avviato per la cittadinanza che felicemente sta andando avanti mettendo a confronto tutte le opinioni e tutte le forze politiche. Lo stesso – ha concluso la Kyenge – si deve fare con la legge Bossi-Fini».

«SALVINI? NON CI PENSO» – I giornalisti hanno poi sollecitato una replica del ministro alle parole con cui il vicesegretario della Lega Nord, Matteo Salvini, domenica l’aveva invitata ad andare a fare il ministro in Egitto. «Sicuramente Salvini in questo momento non è nei miei pensieri» ha tagliato corto il ministro.

CRITICHE DA DESTRA – Da destra però arrivano nuovi attacchi alla Kyenge. Con Gasparri del Pdl che sottolinea: «Ci sono molti modi per far cadere un governo. Tra questi anche eventuali irresponsabili tentativi di rendere più lassista la legislazione in materia di immigrazione. La Kyenge continua a seminare demagogia andando peraltro fuori dai suoi limitatissimi compiti. Eviti di contribuire alla confusione». Il vicepresidente del Senato accusa poi il ministro dell’Integrazione di parlare senza far seguire i fatti: «Spero che, come Sartori, si possa criticare un ministro il cui operato è per fortuna nullo, ma i cui annunci impropri sono negativi. Dobbiamo rafforzare il controllo delle frontiere per respingere i clandestini e esigere il coinvolgimento internazionale per i profughi. Il resto è pericolosa demagogia e questo vale anche per la cittadinanza».