I motivi per andare al voto. Subito.

Come avevo previsto fin dalla sua creazione, il Governo Letta, nato su alleanze anomale del centroDestra col nemico comunista e con Ministricchi Strani come Idem, Kyenge, Bonino, Bray con poi l’ aggiunta della nota antifascista militante Boldrini alla Camera, avrebbe avuto vita breve. 
Governo che in pratica non ha fatto nulla, compreso l’ ANNULLAMENTO promesso dell’ Imu e dell’ aumento capestro dell’ Iva. Ha vivacchiato, con provocazioni varie delle persone sopra nominate, in special modo da parte della ex-clandestina, cercando poi di legiferare sul nulla, come femminicidio ed omofobia. Da quando poi c’è Epifani, la piccola moderazione che Enrichino Carino sembrava aver preso, è completamente sparita. Anzi, ultimamente si è riaperto il clima di violento antiberlusconismo, che sembrava ormai relegato a giornali come il “Fatto” e l’ “Unità”. Grazie alla sentenza decretata da un giudice sul quale la Storia si pronuncerà, da quanto emerge ogni giorno. 
Dunque, cosa serve rimandare il voto, quando finalmente la sinistra comunista ha la possibilità di eliminare Silvio Berlusconi, cosa che non le è riuscita con i vari D’Alema, Prodi, Veltroni, Gargamella in tutti questi anni ?
Questi elefanti, questi mammouth preistorici non pensano al bene del paese, a riformare le pensioni, a risolvere il problema degli esodati, alle Famiglie Italiane su lastrico, a cacciare i clandestini fuorilegge, a far ripartire l’ economia, a salvaguardare piccole e micro-imprese; no, loro, ormai in preda ad un odio paranoico ben rappresentato da quel povero caso umano che si cela dietro lo pseudonimo di “Antonio Rossi” che ogni tanto da anni mi riempie di insulti, vogliono arrivare a realizzare quello che in altro modo democratico mai sarebbero riusciti a fare. Si vada dunque al voto, e subito !

Come per i pederasti, dietro il femminicidio c’è business…

In passato ho scritto qui, e nel blog “Secondo Natura”, come in realtà a spingere in favore di pederasti e lesbiche ed altre stramberie, ci sia il mercato ed altri furbetti che abbiano fiutato gonzi da spennare. Come la moda. 
Lo stesso sembrerebbe ora accadere per il femminicidio, fenomeno INESISTENTE come l’ omofobia, vedendo una pubblicità sui giornali di un noto marchio di abbigliamento (a cui non voglio far pubblicità) dove lo stilista tatuato e similCorona posa vicino ad una cantante in versione similviolentata. Pecunia non olet….

Cosa c’entra la Chienge con i Cie ?

Non capisco perchè si consenta alla Chienge di occuparsi di questioni che non riguardano il suo (supefluo) ministero.
Lei dovrebbe occuparsi dell’integrazione degli immigrati che già sono in Italia e che siano regolari.
Le sue esternazioni sul diritto di cittadinanza hanno poco a che fare con l’individuare un percorso che porti questa gente ad assimilarsi a noi, recependo i nostri usi, costumi, religione, leggi, mentalità.
Ancora meno, però, è attinente al suo “ministero dell’integrazione” occuparsi degli illegali che sbarcano illegittimamente da noi e che, per giunta, si permettono persino di distruggere i ricoveri che generosamente mettiamo a loro disposizione a nostre spese.
A meno che, a mia insaputa, la Chienge non abbia cambiato nome al suo ministero e da “ministero dell’integrazione” sia diventato il “ministero dei clandestini”.





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Congratulazioni al pedofilo (e al giudice, soprattutto)

Roma, il giudice rimanda a casa il vicino-pedofilo. Così Francesca (13 anni) torna a vivere l’incubo. La Corte d’appello revoca il divieto di dimora per l’uomo da cui era stata a lungo abusata. “Avevi promesso di mandare via l’orco”, urla alla madre dopo averlo rivisto sulle scale di Attilio Bolzoni

ROMA – Lo “zio” Pino è tornato. E sta ancora lì, nella casa sopra quella della bimba che per lungo tempo ha sofferto le sue violenze. In nome della legge, lo “zio” Pino l’hanno riportato sul luogo del delitto. Accanto a lei, la piccola Francesca. È uno dei piccoli grandi “capolavori” della giustizia italiana. Il carnefice e la vittima uno vicino all’altra in un palazzo della Roma borghese, quartiere a nord della città, un condominio silenzioso dove dal 2005 al 2010 – è allora che Francesca (oggi ha 13 anni, il nome è di fantasia) ha avuto il coraggio di raccontare tutto – un militare in pensione “costringeva la minore, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, a subire atti sessuali”. Faceva finta di “giocare”, la prima volta Francesca non andava ancora a scuola. Lo “zio” Pino, in primo e secondo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. E fin qui è “solo” la spaventosa storia di Francesca violata nella sua intimità. Al resto ci hanno pensato in queste settimane i giudici della Corte di Appello che hanno graziato il vecchio orco riaprendogli le porte di casa – senza nemmeno avere un solo piccolo dubbio sugli effetti psicologici patiti dalla bimba – , quella stessa casa dove lui aveva scatenato la sua crudeltà e dove ancora Francesca vive al piano di sotto con la madre. Tre righe di provvedimento per trascinare un’altra volta una vita in un tormento, tre righe dettate dal codice ma senza buonsenso. Vi raccontiamo i fatti, che cominciano otto anni fa. Francesca ha perso il padre, la madre Emilia lavora fino a tarda sera e qualche volta anche la domenica. Così ogni tanto lascia Francesca dallo “zio” Pino e da sua moglie Wanda, che abitano un piano più su. Passano alcuni mesi e Francesca inizia a stare male, tachicardia parossistica. La bambina cerca ogni scusa per non farsi portare dallo “zio” Pino, capisce però che è inutile. Passano altri mesi e passano anche gli anni fino a quando Francesca, più grande – è il 22 aprile 2010 – confessa alla madre i “giochi” con il vicino di casa. Emilia ne parla a una psicologa, poi presenta una denuncia contro l’orco del piano di sopra. Parte un’indagine per verificare l’attendibilità della bimba, la testimonianza è credibile, gli esperti escludono che il suo racconto sia influenzato da notizie su abusi di minori ascoltate in tivù. “Il fatto non me lo dimenticherò mai”, confida Francesca alla madre. Finisce un incubo.

Lo “zio” Pino viene processato con rito abbreviato e condannato, il 21 dicembre del 2011, a tre anni di reclusione. Già sei mesi prima, un giudice aveva ordinato il “divieto di dimora” del militare nell’appartamento che ha in affitto nel quartiere a nord di Roma “e nelle vie vicine”. Lo “zio” Pino viola la disposizione giudiziaria e il provvedimento di “divieto di dimora” viene così esteso in tutto il Lazio “ad esclusione di Vitinia”, dove lui ha una casa di proprietà. Meno di due anni dopo, il 9 maggio 2013, la condanna in primo grado a tre anni di reclusione viene confermata in secondo grado. Ma a luglio, il 4, la Corte di appello – con il parere negativo della procura generale – revoca il “divieto di dimora” e fa tornare il carnefice a un passo dalla sua vittima. Divieto di dimora revocato per “il tempo trascorso dall’adozione della misura” e divieto di dimora revocato per “l’età avanzata dell’imputato”. Sono cadute le esigenze cautelari. Lo “zio” Pino non può più fare male a Francesca. Fisicamente. Solo fisicamente. Ricomincia l’incubo. È il 20 luglio quando Francesca se lo trova improvvisamente davanti. Poi comincia a sentire i rumori che hanno trasformato la sua vita di bambina in un inferno – la sedia a dondolo che si muove, la televisione accesa fino a tarda notte, i rintocchi dell’orologio a pendolo – e ritorna l’angoscia degli anni prima. Francesca si sente spiata. Le finestre al primo piano della casa del militare in pensione affacciano sul giardino della casa della bambina, il balcone dello “zio” Pino è proprio di fronte all’appartamento di Emilia. “Mi avevi promesso di mandare via l’uomo cattivo”, grida alla madre. Emilia chiama subito i suoi avvocati. Sono i primi di agosto. Emilia è disperata, porta sua figlia lontano da Roma. “Il rientro a casa del … che abita proprio sopra il suo appartamento, ha portato ad un nuovo, improvviso e grave peggioramento del suo stato emotivo … si rifiuta di uscire da casa, ha disturbi del sonno, ha paura di vederlo e di incontrarlo nel timore che possa farle ancora del male…”, scrive in una memoria la neuropsichiatra che dopo le violenze ha in cura Francesca da due anni e mezzo.

Ma la legge è legge. La parola passa un’altra volta agli avvocati che, ai primi di agosto, presentano un’istanza al procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma. Chiedono che presenti un’impugnazione contro l’ordinanza che ha permesso allo “zio” Pino di tornare sul luogo del delitto, spiegano che la decisione dei giudici “si pone in evidente contrasto con la politica giudiziaria e con le norme espressamente disposte in relazione ai reati di natura sessuale”, raccontano come Francesca sia stravolta per la decisione presa dai giudici, impaurita, consapevole “dell’inutilità della sua sofferta denuncia”. Dopo le violenze. E nonostante la condanna di colpevolezza di primo e secondo grado dello “zio” Pino. Ma il 9 agosto la Corte di Appello rigetta il nuovo ricorso della procura generale. “Non emergono, neanche dall’istanza del difensore della parte civile allegate alla richiesta del procuratore generale, elementi per ritenere la sussistenza del concreto pericolo di reiterazione del delitto oggetto di condanna”. In sostanza, i giudici non vi ravvisano sopravvenute esigenze cautelari rispetto alle decisione di un mese prima. È considerato del tutto normale che “l’uomo cattivo” stia accanto alla piccola. Lo “zio” Pino può tornare.

In barba agli italiani

Pubblica amministrazione. Da settembre assunti anche gli immigrati. Devono avere la carta di soggiorno e non possono aspirare a posti dove si esercitano pubblici poteri o si tutela l’interesse nazionale. La novità grazie alla legge europea 2013

Roma – 22 agosto 2013 – Dal 4 settembre i diritti dei lavoratori stranieri faranno un passo avanti importante nella rincorsa a quelli degli italiani. Anche chi non ha ancora la cittadinanza tricolore potrà essere assunto dalla Pubblica Amministrazione. Lo dice la legge europea 2013, appena pubblicata in Gazzetta Ufficiale, fissando, però, due paletti importanti. Innanzitutto, i cittadini extracomunitari potranno partecipare ai concorsi pubblici solo se sono titolari di un permesso ce per lungo soggiornanti (la cosiddetta carta di soggiorno), dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria. Inoltre, potranno aspirare a posti che non implicano esercizio  diretto  o  indiretto  di  pubblici  poteri, ovvero non attengono alla tutela dell’interesse nazionale. Insomma non ci saranno certo poliziotti, magistrati o militari stranieri, ma sarà possibile, ad esempio, trovare immigrati a insegnare nelle scuole pubbliche italiane, a fare gli impiegati negli uffici comunali, a curare i malati, come medici o infermieri, negli ospedali.

Una piccola rivoluzione, anticipata dalle sentenze di diversi tribunali, con la quale l’Italia si allinea alla normativa dell’Unione Europea. E lo fa in ritardo, tanto che a Bruxelles si stava aprendo una procedura di infrazione. Si poteva fare anche di più. La Convenzione Oil 143/1975, ratificata dall’Italia, parifica i lavoratori stranieri legalmente soggiornanti e i lavoratori nazionali, quindi molti esperti chiedono di far accedere ai posti della pubblica amministrazione anche chi ha un “semplice” permesso di soggiorno, purchè valido per lavorare. Queste considerazioni sono entrate nella discussone alla Camera sulla legge europea 2013, ma non sono riuscite a modificarla. Ci sono solo un paio di ordini del giorno accolti dal governo lo scorso 31 luglio, ma con una formula piuttosto blanda: l’impegno a “valutare la possibilità” di allargare ulteriormente le maglie delle assunzioni pubbliche. Intanto, quindi, le nuove opportunità riguardano solo per gli immigrati di lungo corso, quelli che hanno in tasca la carta di soggiorno. E comunque dovranno spettare che la Pubblica Amministrazione assuma, evento sempre più raro nel periodo di vacche magre che sta attraversando il Paese.

Elvio Pasca

LEGGE 6 agosto 2013, n. 97.  Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea – Legge europea 2013.
(pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.194 del 20-8-2013)

Art. 7
Modifiche alla disciplina in materia di accesso ai  posti  di  lavoro   presso le pubbliche amministrazioni. Casi EU Pilot  1769/11/JUST  e   2368/11/HOME.

1. All’articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono apportate le seguenti modificazioni:      

a) al comma 1, dopo le parole: «Unione europea» sono inserite  le seguenti: «e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del  diritto  di soggiorno permanente»;
b) dopo il comma 3 sono aggiunti i seguenti:      «3-bis. Le disposizioni di cui ai commi 1, 2 e 3 si applicano  ai cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo  periodo  o  che  siano  titolari  dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione sussidiaria.      3-ter. Sono fatte salve, in ogni caso,  le  disposizioni  di  cui all’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 26  luglio 1976, n. 752, in materia di conoscenza della  lingua  italiana  e  di quella tedesca per le assunzioni al pubblico impiego nella  provincia autonoma di Bolzano».

2. All’articolo 25, comma 2, del decreto  legislativo  19  novembre 2007, n. 251, dopo la parola: «rifugiato» sono inserite le  seguenti: «e dello status di protezione sussidiaria».

… e si può dire con somma gioia della congolese che c’è riuscita (grazie alla ue, al governo precedente e all’aiuto peloso del Pdl)

Quando Kyenge prometteva il posto fisso agli immigrati. Incontrando le comunità migranti bolognesi la Kyenge sosteneva di volersi impegnare per favorire quote riservate nel pubblico impiego per gli immigrati

Sab, 18/05/2013 – 08:21– Il consigliere regionale toscano di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, accende la spia. Il 16 febbraio scorso durante la campagna elettorale, l’allora candidata alle Politiche oggi ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge incontrando le comunità migranti bolognesi sosteneva di volersi impegnare per favorire quote riservate nel pubblico impiego per i migranti «su esempio di ciò che furono le americane “affermative action”».

Donzelli se lo ricorda bene e oggi chiede conto di quei buoni propositi: «Ma davvero il ministro immagina gli italiani a fare i concorsi e gli stranieri con il posto garantito? I concorsi si vincono per la bravura non per la razza».

Banca delle Marche e Pd

Il caso Banca delle Marche e il potere locale dei partiti

Le notizie di stampa sulla vicenda Banca delle Marche, piuttosto numerose in questa prima metà di agosto, dicono molto su come la partitocrazia trasforma, in una regione italiana, la democrazia in una oligarchia di comitati di affari che gestiscono come propria la cosa pubblica e, quel che è forse ancora più grave, condizionano potentemente l’economia locale, sottraendo risorse alla collettività e creando privilegi e rendite di posizione, disegnando un nuovo feudalesimo. La premessa è che le Marche sono una regione italiana laboriosissima, con il più alto tasso di iniziativa imprenditoriale d’Italia; si aggiunga una tradizionale tendenza a non confliggere con il potere costituito, retaggio forse di secoli di dominio della Curia romana, per cui all’autorità vigente è meglio sottomettersi, purché in cambio si possa lavorare; un’area nella quale, fin dagli anni Sessanta, si è affermato il celebratissimo “modello adriatico”, imperniato su di un tessuto di piccole imprese a bassissima conflittualità sociale, con elevata capacità di innovazione ed attenzione alla qualità; una regione infine che, trent’anni fa, uno studio Fininvest considerava la regione italiana con maggiore accumulo di risparmio. Su questo tessuto si è instaurato un sistema partitico immobile, nel quale persino la ventata di Mani Pulite ha semplicemente accentuato un trasformismo capace di perpetuare una classe dirigente di professionisti della politica, saldamente alimentata da un clientelismo omnipervasivo, che però è sempre riuscito ad evitare scandali di grosse proporzioni, garantendo una pluridecennale, assoluta stabilità degli equilibri politici.

Le gravissime difficoltà di Banca delle Marche, il maggiore istituto bancario della Regione, suonano quindi come un serio campanello d’allarme per questi equilibri, soprattutto perché, dietro i gravissimi dati di bilancio della banca, vengono a galla informazioni rivelatrici di come, all’ombra di un narcotizzante immobilismo politico, gruppi affaristici ben radicati nel malgoverno del Paese abbiano potuto operare tranquillamente a danno dell’economia reale, vale a dire del lavoro delle imprese e dei cittadini. Il sistema dei partiti comincia a rendersi perfettamente conto del pericolo che la crisi di Banca delle Marche rappresenta per la propria continuità di potere: lo dimostra, come ultimo esempio, la quasi esilarante intervista di un esponente dell’establishment marchigiano, nonché senatore della Repubblica, il quale commenta come segue gli ultimi eventi: “Banca Marche ha quasi una funzione sociale nella nostra regione, mi verrebbe da dire istituzionale. Questo significa che i comportamenti debbono essere adeguati. Quindi adesso bisogna comprendere bene ciò che è successo durante la gestione passata. Bisogna capire bene dove sono stati commessi gli errori e perseguire i responsabili. Parlare genericamente di “politica” non ha senso, non aiuta a individuare le responsabilità” (1). La linea adottata è dunque ben chiara: evitare ad ogni costo il naturale collegamento con il potere politico locale. Anche se subito dopo il senatore è costretto a toccare la questione, ovviamente e del tutto politica, delle Fondazioni bancarie che anche qui, dal 1994, rappresentano la stanza dei bottoni di Banca delle Marche, dato che controllano il 55% del pacchetto azionario globale e tutte le nomine dei vertici dell’istituto. Per cui sorge spontanea la domanda: ma non è allora invece proprio “politica” la principale responsabilità di quanto accaduto, o lasciato accadere? Vogliamo essere ancora più precisi: non è responsabilità specifica dei partiti che hanno espresso i vertici delle Fondazioni quello che è accaduto o che si è lasciato accadere?

A questo punto, la tattica dell’establishment è chiamare in soccorso, come già avvenuto a livello nazionale, i cosiddetti “tecnici”, in questo caso un accademico di chiara fama che, a suo dire, è stato richiesto di intervenire per iscritto addirittura dal presidente della Regione. Un accademico che, per di più, è ora presente anche nel consiglio di amministrazione della Banca delle Marche: situazione del resto molto frequente nel sistema italiano, in cui evidentemente non ci si pone il problema dell’opportunità del fatto che chi, con ogni garanzia di indipendenza, dovrebbe fare ricerca e analisi scientifica sia invece allo stesso tempo fra gli amministratori di aziende su cui quella ricerca e quell’analisi dovrebbero concentrarsi, nel solo interesse di verità e scienza. L’accademico di turno se la cava benissimo, del resto, con un’analisi che anche in questo caso farebbe sorridere, se non venisse da un esimio docente universitario: la Banca delle Marche va male perché tutte le banche italiane vanno male. Sì, è vero che Banca delle Marche ha un risultato peggiorativo di ben 6,5 volte superiore al previsto, rispetto ad una media dell’1,5 a livello nazionale, ma ciò dipende senza dubbio da una sfortunata serie di fattori negativi. “Le esorbitanti perdite su crediti vanno interpretate – aggiunge il professore – come una profonda azione di risanamento che ha creato le premesse per la messa in sicurezza e il rilancio consistente e sostenibile di BM. Lo slogan che mi viene alla mente è “non gettare via il bambino con l’acqua sporca”. Questa azione di pulizia e di selezione tra ciò che non ha funzionato e ciò che funziona va vista in prospettiva con fiducia e sostegno da parte di tutti i portatori di interessi della banca. Vanno opportunamente vagliate le responsabilità di ciò che non ha funzionato, ma sapendole circoscrivere entro i precisi confini di ciò che è individuabile lasciando eventualmente questo compito alle sedi competenti” (2). Anche in questo caso, ci si limita quindi ad un filosofico “chi ha dato ha dato, chi ha avuto avuto”, senza che l’impulso alla conoscenza ed alla verità ponga altri problemi allo studioso: l’essenziale è circoscrivere il problema e confortare la pubblica opinione sull’eccellenza del sistema. Né più né meno del senatore poc’anzi citato. Da un docente di economia politica avremmo sperato qualche approfondimento in più, per esempio, su quali siano le ragioni di un -75% sulla raccolta dalla clientela large corporate, che ha comportato una riduzione di 679 milioni di euro di fatturato; sulle ragioni e sugli effetti di una strategia di credito che concentra il 48,3% dell’accordato sul 3,5% dei clienti; su quale sia la relazione fra le cosiddette “rettifiche di valore per il rischio creditizio”, con cui a bilancio si giustifica l’enorme perdita di esercizio, e le singolari vicende che stanno arrivando agli onori della cronaca. Vicende che hanno portato, a quanto pare, in un crescendo rossiniano, ad una serie di esposti da parte della nuova direzione di Banca delle Marche nei confronti di ben sedici società e gruppi, primari clienti dell’istituto, esposti scaturiti, così dice cautamente la stampa locale, in relazione a “presunte anomalie riscontrate nel sistema di istruttoria, erogazione, gestione e controllo del credito ed all’analisi delle eventuali responsabilità dei precedenti dirigenti apicali della banca”.

In soldoni anche i non-professori possono capire che la perdita di 526 milioni (in realtà di oltre 650 milioni, contando anche l’azzeramento dell’utile della gestione 2011) così determinatasi è, in qualche modo e misura, in relazione con una condotta non propriamente trasparente ed illuminata da parte della banca. Condotta che, anche solo stando alle indiscrezioni su talune operazioni dell’ex direttore generale Massimo Bianconi riprese dalla stampa nazionale, è stata originata ai massimi livelli della banca. Per tacere di tutta una serie di presenze non propriamente qualificate negli organi direttivi, delle quali un pesante intervento di Bankitalia del settembre 2012, oltre a somministrare una severa multa, ha chiesto l’immediata sostituzione. Rispetto a tutto questo, ci sembra quindi davvero difficile pensare che “la politica” possa chiamarsene fuori, semplicemente facendo appello ai tecnici; così come che i tecnici possano semplicemente appellarsi alla crisi generalizzata del sistema bancario mondiale, in una catena di scaricabarile che non fa onore né ai politici di lungo corso né agli accademici di alto bordo. Troppo facile per la “politica” chiamarsi fuori anche dalle altre conseguenze, di carattere più ampio, per esempio in termini di effetti sul patrimonio delle tre fondazioni bancarie (Pesaro, Macerata, Fano), patrimonio che, come sappiamo, è di interesse collettivo – dato che è stato costruito con più di cento anni del lavoro dei cittadini marchigiani: un patrimonio la cui amministrazione è da tempo affidata proprio al sistema politico, vale a dire al sistema dei partiti. La perdita in questione, infatti, eguaglia quasi i 687 milioni di euro di valore delle quote azionarie delle tre fondazioni che detengono la maggioranza del capitale della banca: un dato abbastanza impressionante.

Ma non basta. Scopo dell’articolo del ricordato docente universitario, infatti, è lanciare un accorato appello al coraggio degli imprenditori marchigiani a seguito della nuova, urgente richiesta di capitali con cui sostenere il patrimonio di Banca delle Marche: appello che pare ad oggi non avere raggiunto nemmeno lontanamente l’ammontare deliberato col “piano industriale” approvato ai primi di agosto, che esige l’apporto di ben 300 milioni di euro entro la fine del 2013. Alla luce di quanto accaduto, quali garanzie di trasparenza, indipendenza e autonomia questa classe dirigente intende offrire a quegli imprenditori che avessero il coraggio e la determinazione di intervenire? Chi ancora, tra le imprese e i risparmiatori del territorio marchigiano, può affidare il proprio denaro ad un sistema di gestione controllato da una “politica” che ha fatto così scadente e sospetta prova di sé? Senza dimenticare il fatto che, nello stesso “piano industriale”, il previsto risparmio di 120 milioni di euro di costi di funzionamento dell’istituto comporterà in pratica anche robusti tagli ai ben 3.000 dipendenti, forse cresciuti troppo rispetto a quello che la banca poteva effettivamente permettersi. Riuscirà il sistema di potere locale a far digerire alle organizzazioni sindacali, per altro abbastanza facilmente addomesticabili, i tagli al personale che dovranno sicuramente essere praticati in velocità? Sono quindi ben chiare le ragioni per cui la vicenda di Banca delle Marche è diventata negli ultimi mesi una questione strategica per la difesa del potere locale dei partiti marchigiani, per i quali rappresenta uno strumento fondamentale di quella che Michel Foucault chiamava la “microfisica del potere”, vale a dire il modo con cui concretamente il potere agisce sulla gente nella vita quotidiana della comunità.

Proprio analizzando questa “microfisica”, si vede bene come non sia affatto qualunquistica la generale insoddisfazione che va crescendo anche nelle Marche nei confronti del sistema di potere dei partiti: gli operatori economici che lavorano, rischiano e producono, hanno ormai chiarissima percezione del danno che quotidianamente produce la patologica commistione fra interessi economici e amministrazione politica che caratterizza il sistema partitocratico, bene evidenziata non solo dal caso Banca delle Marche, ma anche da quelli più noti del Monte dei Paschi e dello “scandalo Ligresti”, solo per citare i più recenti. Sarebbe un serio problema per la sclerotizzata classe dirigente marchigiana se la gente cominciasse a reclamare un modello di organizzazione sociale nel quale fosse impedito alle forze finanziarie di acquisire potere politico e ai partiti di influenzare in modo determinante le scelte economiche. Eppure se non si arriva a questo passo decisivo, la malattia profonda della società italiana continuerà ad erodere, oltre che quelle economiche, le sue risorse più importanti e, ci si lasci dire, determinanti: la voglia di costruire non per se stessi ma per il futuro del nostro Paese.  

Meglio che se li riprendano…

… senza scomodare troppo la figura del Cristo. Non possono esserci alternative. Gli stati di provenienza devono riprendersi i propri detenuti facendo scontare loro la pena nelle patrie carceri. Il principio non è il fatto che viene leso il patto con altri stati. Il principio è che lo stato che li ospita, non può farsi carico di loro. Nè in galera e nè tantomeno fuori dalla galera. E una amnistia o l’ennesimo indulto sono impensabili e assolutamente ingiusti.
«Cristo ci ricorda l’esigenza di un giusto processo ed i limiti della giustizia popolare». Alfano: «Gli Stati di provenienza paghino il vitto e l’alloggio degli immigrati in carcere». Il ministro dell’Interno: «Ledono il patto con lo Stato dove hanno deciso di andare a vivere»

Una proposta che farà discutere. «Gli immigrati che vanno in carcere ledono il patto con lo Stato dove hanno deciso di andare a vivere. Almeno il vitto e l’alloggio dei detenuti immigrati facciamolo pagare agli stati di provenienza»: è quanto propone al meeting di Cl il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. «Siamo un popolo accogliente, accogliamo i migranti vicino a Malta, sostituendoci a Malta, ma l’Italia non può essere dimenticata dall’Europa, e non può essere dimenticato che lo sforzo umanitario può porre un problema di sicurezza» ha aggiunto Alfano. «Ben vengano i richiami della Ue, ma l’Europa non può imporci tanto e darci poco», ha sottolineato ancora il ministro dell’Interno.

CUSTODIA CAUTELARE – Alfano, sollecita inoltre la riforma della custodia cautelare pur evidenziando che il 25% di chi viene arrestato preventivamente, poi viene assolto nel processo. Bisogna prendere coscienza del fatto che «non c’è alcun risarcimento statale – ha rimarcato il vicepresidente del Consiglio – che possa ridarti l’onore e la dignità che un’ingiusta detenzione ti ha tolto. Si vuole avere il coraggio di prendere questa decisione?».

GIUSTO PROCESSO – Poi il ministro dell’Interno ha davanti alla platea un richiamo dall’afflato religioso: «L’esempio di Cristo ci ricorda l’esigenza di un giusto processo ed i limiti della giustizia popolare». «La prima volta che sono andato a visitare un carcere da Guardasigilli – ha raccontato alla platea di Cl – il cappellano mi ha detto di guardare gli occhi dei detenuti perchè vi avrei trovato gli occhi di Cristo».

Partita la criminalizzazione di Franco Nero…

Compagni esterrefatti e 

disperati: ma Franco Nero non 

era comunista ? Eppure su 

Faccialibro partono a raffica 

gli insulti contro l’ attore.

Con accuse di essersi venduto a 

Mediaset ed altro. Accompagnati da questo 

vergognoso poster. Questi italioti comunisti, neocomunisti 

e giustizialisti da 5 soldi non cambieranno mai. 

Cuore di cane (Dogheart)

Prelevo dal blog di Johnny Doe le prodi gesta di Kanellos (da cannella che è il suo colore),  il leggendario cane delle proteste greche. Credo che bastino le immagini per commuoverci e capire che meglio vivere un giorno da Kanellos che 100 anni da pecore lobotomizzate come ci stanno già riducendo. Perfino dai cani c’è da imparare. Mai come adesso c’è bisogno di figure mitologiche,e, di fronte ad un’Europa supina e prona ai banchieri strozzini, capace solo di riversarci addosso interi pezzi d’Africa e d’ Asia, di toglierci il lavoro, di decurtare stipendi e pensioni, di spiare conti correnti, di vessarci di pesanti tasse, confiscarci le case, i capanni industriali e ogni tipo di bene, non ci resta che rifugiarci nei cani. Per le notizie sul cane, leggere da Johnny, il pezzo “Kanellos, il cane leggenda della protesta greca“. Ogni altro commento  è superfluo. 
Prima dello scontro
L’avvertimento
Gandhiano, sa praticare la resistenza passiva

In battaglia
A’ la guerre comme à  la guerre
Sempre nella mischia
Braveheart, anzi, Dogheart
Paesaggio (con Kanellos) di fine guerriglia