Buona Estate

C. Monet Passeggiata sulla scogliera
Sensation


Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue :
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien,
Mais l’amour infini me montera dans l’âme ;
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, heureux- comme avec une femme.


A. Rimbaud

La Idem fuori dal podio

Avrebbe fatto una figura migliore se si fosse dimessa volontariamente e non dopo l’incontro con Letta.
La prima ministra di natali stranieri non ha retto alla distanza.
Adesso dovrebbe impegnarsi, perchè resta parlamentare, per tagliare le unghie al fisco predone e (da ieri) spione anche nei nostri conti correnti, risparmi e depositi.
Si batta per una reale semplificazione delle norme, perchè non ci si debba rivolgere a commercialisti per la propria dichiarazione dei redditi, perchè l’onere di calcolare sia ribaltato e ricada sul fisco e non sul cittadino.
La Idem potrà riabilitarsi solo se farà una battaglia nell’interesse di tutti.





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D&G, Idem & Guerrini

Meglio Dolce & Gabbana di Davide Giacalone
Mi sta più a cuore la coppia Dolce & Gabbana che non quella Guerrini & Idem. Sto parlando di fisco, a scanso d’equivoci. La prima dimostra come il satanismo fiscale distrugga il tessuto produttivo. La seconda riassume il decadimento morale indotto dall’ipocrisia fiscale. Due vicende istruttive, a patto di capire in cosa consiste la lezione.
I due protagonisti della moda si sono beccati una condanna a 1 anno e 8 mesi di carcere (in primo grado, appelleranno, e, comunque, essendo incensurati beneficiano della condizionale), riconosciuti colpevoli di avere evaso il fisco per circa 1 miliardo di euro. Più 500 milioni, quale provvisionale all’Agenzia delle entrate. La cosa non riguarda solo loro, ma l’intero sistema produttivo. Riassumo velocemente: crearono il marchio possedendone ciascuno il 50%, quali persone fisiche; evidentemente non avevano immaginato lo strepitoso successo cui andavano incontro (buon per loro, ma anche buon per l’Italia); nel 2004 vendono lo sfruttamento del marchio a una società lussemburghese appositamente costituita, incassando 360 milioni, sui quali pagano le tasse. Il fisco eccepisce: non lo avete, come avevate sostenuto, per concentrare in modo razionale la vostra operatività, lo avete fatto per approfittare del fatto che in Lussemburgo si pagano meno tasse. Già questo non lo trovo disdicevole. Quanto meno? Occhio alla parte succosa della sentenza: il vantaggio, secondo il tribunale, è dato dalla differenza fra l’aliquota italiana del 37% e quella lussemburghese del 4%. A voler credere nella fondatezza della sentenza, il vero crimine consiste nel tollerare inerti che, all’interno dell’Unione europea, possono esistere differenze di 33 punti percentuali nella tassazione della medesima cosa. Mi dite come si fa a essere competitivi, dati questi abissi di differenziali fiscali? Non so quale sarà l’esito futuro della causa, so, però, due cose: a. i signori Dolce e Gabbana hanno commesso un errore, consistente nel non trasferire la propria residenza fisica assieme a quella del loro marchio, ciò perché l’inferno fiscale nostrano sollecita alla fuga; b. se la giustizia continuerà a dare loro torto sarà la dimostrazione che l’Italia ha scelto la via del suicidio fiscale, propiziante la desertificazione produttiva.
Questa sentenza dovrebbe trovarsi sul tavolo del presidente del Consiglio, suggerendogli un ottimo motivo per cambiare nettamente direzione di marcia. Io resto europeista, sicché m’indigna in fatto che, in queste condizioni, si moltiplicano le buone ragioni per far saltare tutto. Un’ultima osservazione: mettiamo che i marchi fossero restati in Italia e che qualcuno avesse avviato attività a loro danno (ipotesi concretissima, perché la merce falsificata con il marchio D&G la trovate sia fuori dal tribunale che fuori dal Parlamento, sul marciapiede), e mettiamo che i due rei si fossero rivolti alla giustizia per essere protetti, sapete cosa a cosa sarebbero andati incontro? Alla derisione e a dieci anni d’inutile processo. Per condannarli, invece, si fece prima.
L’altra coppia, Guerrini & Idem, è l’incarnazione di un prodotto italiano: i coniugi con residenza in posti diversi. Siamo un fenomeno, nel mondo. Capita, eccome, che si abbiano attività che portano a lavorare in città diverse, ma capita solo qui che avendole nella stessa città si risieda in due case diverse. Incompatibilità notturna? Ma va là: sollecitazione fiscale. E’ il fisco ad avere creato questo fenomeno, con la demente modalità di tassazione degli immobili. A nessuno capita a sua insaputa, o per distrazione, ma per razionale scelta. Sopra questa ipocrisia (che non è né reato né evasione) il ministro Idem ne ha sommata un’altra, risiedendo in palestra. E questa è evasione brutta, perché comporta concorrenza sleale nei confronti di altre palestre, ove non sia venuto in mente di farci risiedere qualcuno. Ma il bello arriva quando si scopre che il ministro non solo faceva da testimonial per le campagne contro l’evasione, non solo cianciava come tanti contro gli evasori, ma ora dice “mi assumo le responsabilità”, supponendo che consista nel pagare il dovuto (quello è un obbligo che prescinde dall’assunzione). Invece dovrebbe dire: ho capito che tutti consideriamo evasori gli altri mentre non solo perdoniamo le nostre evasioni, ma le consideriamo un diritto, appositamente propiziato da professionisti che paghiamo apposta perché ci aiutino in tal senso. Invece no, ha preferito coniugare ipocrisia e viltà. Ci manca solo che nell’armadio abbia anche qualche falso Dolce&Gabbana. Che confermo essere, fra le due, la mia coppia preferita.

Dimissioni della Idem

Il presidente del consiglio Enrico Letta ha accolto le dimissioni del ministro alle Pari opportunità, sport e politiche giovanili Josefa Idem dopo un lungo colloquio avvenuto lunedì pomeriggio. Il ministro nei giorni scorsi è stata investito dallo scandalo sui presunti abusi edilizia nella sua abitazione- palestra, nella quale, sempre lunedì sono iniziati i controlli della polizia Commerciale. Ma la sedia lasciata vuota non sarà occupata da un singolo successore. Infatti, Enrico Letta, ha dichiarato di volere distribuire le deleghe tra gli altri ministri.
«CI PENSAVO DA TEMPO» – Da quanto si è alzato il polverone sui mancati pagamenti dell’Ici e sui presunti abusi edilizia sulla sua palestra alle porte di Ravenna trasformata in prima casa, il ministro confida di «avere pensato più volte alle dimissioni». «Come Ministra – ha affermato Josefa Idem – ho tenuto duro in questi giorni perchè in tanti mi avevano detto che questi momenti fanno parte del “gioco”». Ma se la figura pubblica ha retto il colpo della messa a nudo della propria vita da parte dei media e degli schieramenti politici «La “persona” Josefa Idem – ha precisato – , già da giorni invece, si sarebbe dimessa a causa delle dimensioni mediatiche sproporzionate della vicenda e delle accuse aggressive e violente, nonchè degli insulti espressi nei suoi confronti».
DISTRIBUZIONE DELEGHE – «Ho preso atto della volontà irrevocabile del ministro Idem di rassegnare le dimissioni – ha detto il presidente Letta -. Sono convinto che emergeranno rapidamente, e in tutta la loro limpidezza, la correttezza e il rigore morale che conosco essere fra i tratti distintivi di Idem e per i quali l’ho scelta e le ho chiesto di entrare far parte del governo». E dopo il ringraziamento per i «50 giorni di lavoro insieme», il presidente del consiglio precisa che dell’accaduto «è stato avvisato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano» e che comunicherà «al prossimo consiglio dei Ministri la redistribuzione delle sue deleghe all’interno dello stesso Consiglio».

Continuano le provocazioni congolesi

Augurandoci che la signora li accolga a casa sua e quelle dei suoi più cari amici demokrat… e che non vengano loro toccati gli averi, altrimenti si incazzano come iene. e, tra l’altro, ha anche rotto i coglioni con la storiella del “chi insulta lei insulta l’italia”… perchè lei NON rappresenta nè l’italia e nè tantomeno gli italiani.
“La maggiore richiesta che mi è venuta dai rom è quella di uscire dai campi”. Il ministro Cecile Kyenge aggiunge un’altra casella alla sua tabella programmatica. Dopo l’abolizione del reato di clandestinità e la rivendicazione dello ius soli, la Kyenge ora punta all’apertura dei campi rom. La Kyenge è stata ospite a Torino a Palazzo Civico dell’amico sindaco Piero Fassino. Una delegazione di rom ha incontrato il ministrio per raccontare i loro problemi, il disagio di vivere nei campi alla periferia di Torino. Le richieste sono state chiare: cittadinanza, casa, lavoro, scuola.
Uscire dai campi – La Kyenge non si è tirata indietro e ha promesso di assecondare tutto: “Sono venuta ad ascoltare – ha detto il ministro –. La buona convivenza è il nostro obiettivo. E ascoltare le buone pratiche, capire i problemi e i bisogni dei cittadini serve per trovare le soluzioni. La voce unanime che mi è arrivata da queste persone è di uscire dai campi”. “Ascolteremo il grido di Torino, non vi lasceremo soli”, ha concluso Kyenge. Insomma in cantiere per il ministro entra anche una norma pro-rom. Ad appoggiare il ministro su questa linea anche Fassino, che da tempo vuole “liberare” i rom dai campi: “La città è fortemente impegnata nel cercare una soluzione al problema dei rom – ha detto Fassino – anche se sappiamo che non è semplice. La città ha bisogno del sostegno delle istituzioni, e anche di un impegno maggiore da parte della Regione rispetto a quanto avvenuto sinora”.
Io sono come i rom – Il ministro Kyenge infine, rivolgendosi ai rom ha precisato che sta al loro fianco, quasi come fosse un loro “protettore”. La Kyenge si dientifica con la minoranza e afferma: “Gli attacchi che ho ricevuto non erano alla ministra, erano al diverso. Gli insulti riguardavano tutti noi. Per questo – secondo il ministro – ci deve essere una risposta di tutta la comunita’”. La Kyenge ha trovato un altro cavallo di battaglia: i rom. Vengono prima le loro esigenze che quelle degli italiani. Alla frutta e senza casa.

L’amicopoli di Ignazio Marino

Non deve essere facile per il sindaco Ignazio Marino mettere a punto la squadra di assessori per governare Roma. Oltre ai forfait di chi non se la sente, di questi tempi, di sedersi su una poltrona in Campidoglio deve far fronte ai “consigli” amichevoli delle diverse anime del Partito Democratico che lo tirano per la giacchetta, chi da una parte e chi dall’altra, per piazzare qualcuno di famiglia. Ecco allora che nel totonomine della nuova giunta capitolina spunta il nome della fidanzata di Dario Franceschini, Michela Di Biase, e la sorella di Fabrizio Barca, Flavia.
I piani di Barca – La nomina di quest’ultima alla Cultura, secondo il retroscena raccontato da Vittorio Macioce sul Giornale, sarebbe una compensazione per aver lasciato a Guglielmo Epifani la segreteria a tempo del partito. Per l’ex ministro sarebbe inoltre una prima mossa per fortificarsi a Roma: l’intenzione di Barca è quella di succedere a Matteo Renzi alla segreteria del partito non appena il sindaco riuscirà a salire a Palazzo Chigi. E’ per questo che non si candida al congresso di ottobre. Renzi ha già vinto. Barca pure.

Italia, paradiso per criminali stranieri

Le chiamano così: le bosniache (per la nazionalità). Scendono in metrò ogni giorno. «Lavorano» per ore, nelle fasce più affollate dai passeggeri. Non si allontanano quasi mai dal centro, rimangono di solito in uno spazio delimitato dalle fermate Centrale e Cadorna. Chi frequenta per abitudine quelle stazioni del metrò le ha viste spesso. E le riconosce. Scippano e borseggiano. Ogni giorno. Più volte al giorno. Le conoscono gli agenti della Polizia locale. Ricordano le loro facce molti operatori dell’Atm (per seguirle e fermarle, sono sempre più fondamentali i sistemi di sicurezza e la modernissima e capillare rete di telecamere dell’azienda dei trasporti). Ogni tanto le arrestano. E qualche giorno dopo le rivedono. Perché le bosniache sono un gruppo di madri e future madri. Tutte incinte. La procedura di solito è questa: arresto, convalida, rimessa in libertà. Soltanto nell’ultimo mese è successo due volte. Quindici giugno scorso, metà mattinata, fermata Cadorna, i vigili dell’Unità prevenzione reati predatori individuano le ragazze e le seguono attraverso le telecamere dell’Atm che inquadrano gli angoli delle stazioni. Appena «agganciate», le bosniache fanno però subito il primo borseggio. Con la tecnica che usano sempre, un copione a suo modo «perfetto»: circondano una donna nel momento in cui sta salendo sul treno, creano un po’ di calca, una infila la mano nella borsa. Mentre il treno parte, riescono tutte a saltar fuori, mentre la vittima rimane dentro. È per questo che da tempo anche il Comune ripete di fare attenzione in metropolitana, in particolare nei momenti di salita sui treni. Comunque, poco prima delle 11 del 15 giugno, le ragazze entrano in un treno e si allontanano.
Gli investigatori della Polizia locale, in borghese, scendono allora in banchina. E aspettano. Le bosniache sono seriali, ripetitive, un «gruppo d’assalto» che non si ferma mai. E infatti poco dopo ricompaiono in banchina a Cadorna. Stesso metodo: stavolta seguono una donna con un trolley. La circondano, scappano dal treno nel momento in cui si stanno per chiudere le porte. È in quel momento che gli agenti della Polizia locale le bloccano. La stessa cosa era già accaduta esattamente due settimane prima, il primo giugno. E in tutti e due i casi l’esito è stato lo stesso: la Procura ha convalidato l’arresto, ma le ragazze sono state rilasciate, perché sono tutte incinte. E qui si pone un problema più generale e complesso per le autorità: se da una parte la gravidanza (rispetto a reati non gravissimi come il borseggio) è motivo per non entrare in carcere, dall’altra queste ragazze tornano in metropolitana a commettere sempre gli stessi reati. Anche perché fanno parte di gruppi criminali che le sfruttano, come accade per l’accattonaggio con i minorenni. Le bosniache sono ben vestite, come giovani ragazze qualsiasi. Si muovono in gruppo o si dividono, per poi riunirsi. Continueranno a passare sotto le telecamere di controllo dell’Atm. Chi indaga, sa che la questione non è se, ma quando verranno riarrestate.
Gianni Santucci

La via crucis di Berlusconi

Come Gandhi.
Come Havel.
Come Erdogan.
Come la Timoschenko.
Come la Su Ki.
Come Mandela.
Come tanti che, per difendere le proprie idee, sono stati perseguitati, Berlusconi prosegue nel suo calvario che è quello di una intera Nazione che vede calpestata la dignità e ignorata la supremazia della Sovranità Popolare che in Berlusconi ha eletto, liberamente, il Leader del Centro Destra.
Ce lo aspettavamo e, come sempre, ci aspettiamo che il vecchio leone scenda ancora una volta nell’arena per azzannare i suoi e nostri nemici, con una memorabile campagna elettorale che, a questo punto, deve essere programmata per ottobre.



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Omosessualità, pedofilia e omofobia: una spiegazione evolutiva

Il segreto di pulcinella delle statistiche sui crimini da pedofilia – e l’evidenza che ogni giornalista sa di non dover mai pubblicare, pena il licenziamento – è che gli omosessuali commettano questo crimine con un’incidenza rispetto ai non-gay  di circa 10 a 1: ovvero ci sono dieci volte più possibilità che un omosessuale sia pedofilo rispetto a quante ce ne sono che lo sia un eterosessuale. Sono numeri statistici che riguardano gli Stati Uniti, ma non c’è motivo di credere che in altri paesi la situazione sia differente.
Inoltre, i pedofili omosessuali tendono anche ad essere molto più promiscui. Negli Usa [dati 1987], il numero medio di vittime di pedofili eterosessuali è 19,8, mentre tra i pedofili omosessuali, il numero medio di vittime è 150,2. Bruttissimo l’utilizzo dei decimali, ma vogliamo essere precisi.
E secondo lo scienziato Gordon Gallup è proprio questo indiscusso legame pedofilia-omosessualità all’origine del “naturale atteggiamento di disgusto” della popolazione normale rispetto all’omosessualità. Quel comportamento che in modo volgare e scorretto viene definito “omofobia”.
Secondo Gallup,  gli atteggiamenti negativi verso gli omosessuali sono infatti una funzione della preoccupazione implicita dei genitori che l’orientamento sessuale dei loro figli possa essere influenzabile. Formulata originariamente con Susan Suarez, nel 1983, l’idea di Gallup comporta la seguente previsione fondamentale che deve essere vera, perché l’ipotesi sia valida:

Le cosiddette reazioni omofobiche, dovrebbero essere proporzionali alla misura in cui l’omosessuale è in una posizione che potrebbe comportare un  contatto prolungato con bambini e / o permettere alla persona di influenzare la sessualità emergente di un bambino.

E secondo le statistiche, la non accettazione degli omosessuali risulta più elevata nei genitori, rispetto ai non genitori. Più elevata è l’intolleranza verso “pediatri gay”, rispetto a “chirurghi gay”, a conferma della tesi di Gallup: più l’attività dell’adulto omosessuale si avvicina al mondo dei bambini, meno questo è tollerato dalla comunità.
Inoltre, sempre gli stessi studi, hanno evidenziato una refrattarietà dei genitori ad affidare i propri figli ad adulti omosessuali, inversamente proporzionale all’età dei bambini.
Quindi, secondo Gallup, questa intolleranza è il risultato dell’evoluzione genetica.
Come avviene? Un comportamento evolutivamente vincente, è un comportamento che favorisce la replica genetica. All’opposto ci sono i comportamenti evolutivamente dannosi, come l’incapacità di un maschio di prevedere il tradimento delle propria partner: l’inutile investimento parentale nel figlio di un altro, invece che nel proprio figlio biologico, riduce la probabilità di riprodursi. E’ quindi un comportamento geneticamente costoso.
Ma anche un figlio gay riduce questa probabilità, perché impedisce ai geni del padre di perpetuarsi.  Ecco che se il contatto con un adulto gay influenza la sessualità del bambino una volta adulto,  questo darebbe un significato evolutivamente vincente alla cosiddetta “omofobia”. E spiegherebbe l’esistenza della refrattarietà della popolazione normale rispetto all’omosessualità, come  frutto del successo evolutivo degli antenati che possedevano quel tratto comportamentale.
L’antenato omofobo non permetteva la vicinanza dei gay alla propria prole, evitando l’omosessualizzazione dei propri figli maschi, questo ha permesso al suo Dna di replicarsi. Tratto genetico della ‘non accettazione dell’omosessualità’, compreso.
In termini strettamente biologici, durante l’evoluzione “i genitori che hanno mostrato una preoccupazione per l’orientamento sessuale dei loro figli – ed erano quindi meno tolleranti verso la presenza di adulti omosessuali –  possono aver lasciato più discendenti di coloro che erano invece indifferenti e tolleranti”. Non avendo permesso la promiscuità con adulti gay – e quindi evitato l’influenza nei loro figli – avrebbero garantito a se stessi un numero superiore di nipoti, rispetto a quella dei genitori ‘gay friedly’.
Recenti evidenze offrono una serie di supporti al modello di Gallup: gli uomini, ma non le donne, che sono stati abusati sessualmente da bambini dagli adulti dello stesso sesso hanno più probabilità di avere relazioni omosessuali una volta adulti. La maggior parte dei ricercatori ritengono che ci sia qualcosa di simile a un processo di “imprinting sessuale” che si verifica nel primo sviluppo, che può contribuire a spiegare questo, così come feticismo e parafilie .
Inoltre, l’ostinata riluttanza di bambini e adolescenti verso i gay e le lesbiche – quasi cattiveria – può essere di per sé una proscrizione adattiva alla sperimentazione del sesso omosessuale.
Quindi l’omofobia, termine errato ma che rende l’idea,  lungi dall’essere una patologia, come vaneggiato dal duo comico Grasso-Boldrini, è invece un comportamento evolutivamente vincente. Non sarebbe altro che la barriera protettiva che la comunità erige tra sé e le propria estinzione.
La tesi di Gallup sull’origine dell’OMOFOBIA non è in contrasto con un prossimo argomento: l’origine infettiva dell’omosessualità. Anche se l’omosessualità avesse un’origine causata da “germi”, l’omofobia sarebbe stata comunque un tratto genetico vincente, proteggendo la prole dalla vicinanza con adulti gay portatori.
L’origine infettiva dell’omosessualità – Germ Theory – è una delle varie spiegazioni al dilemma “omosessuale”: evolutivamente parlando, l’omosessualità non dovrebbe sopravvivere come tratto genetico, perché il “gene” gay non dovrebbe perpetuarsi nella riproduzione sessuale. Ecco quindi le spiegazioni alternative a quella genetica o psichiatrica: infettiva ed epigenetica.
L’argomento è delicato, ma molto interessante, noi ci limitiamo ad analizzare i dati scientifici e le varie ipotesi, non sposiamo una delle varie tesi sull’origine dell’omosessualità.
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