Sono tutti ciechi…

(ANSA) – ZAGABRIA – Il governo italiano ha ottenuto a Bruxelles ”risultati molto significativi” e ”sarebbe assurdo non riconoscere il ruolo che ha avuto l’Italia nello spostare fortemente l’accento sui temi della crescita e della disoccupazione”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano parlando con i giornalisti a Zagabria.

Quella del bue…

… che dice cornuto all’asino. Parla Mr salvaitalia Mario Monti.
«Mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità». Lo scrive su Facebook il leader di Scelta Civica, Mario Monti, che propone un «contratto di coalizione» per rafforzare gli impegni dei partiti che sostengono Letta.
RIFORME – «Ha ragione Matteo Renzi – scrive l’ex premier – “Piccoli passi non bastano”. Il governo Letta ha iniziato bene, ma la sua missione – trasformare l’Italia in un Paese competitivo e capace di crescere, mantenendo la ritrovata disciplina di bilancio – richiede riforme radicali. Queste non potranno essere decise e realizzate senza una grande e genuina unità di intenti, non solo all’interno del Governo ma anche fra i partiti che hanno dato vita alla grande coalizione». «Scelta Civica, il primo partito ad avere proposto, già prima delle elezioni, un governo di grande coalizione – ricorda Monti – ha dichiarato recentemente che il governo Letta deve e può proporsi come orizzonte l’intero quinquennio della legislatura. Con altrettanta chiarezza, però, mi sento in dovere di affermare che, senza un cambio di marcia, non riteniamo di poter contribuire a lungo a sostenere una coalizione affetta da crescente ambiguità».
AMBIGUITA’ – «L’ambiguità – si legge ancora nel post – proviene dai due partiti maggiori», l’uno impegnato nel congresso, l’altro che «sta affrontando una situazione difficile, anche per le vicende di Silvio Berlusconi, al quale va peraltro dato atto di essersi finora lealmente astenuto dal farne pesare le conseguenze sul governo». «Non è comunque accettabile – sottolinea – che singoli partiti, nel partecipare all’attività di un governo che dovrebbe durare per anni, si posizionino quotidianamente come se fossero già in campagna elettorale». «In Germania, le grandi coalizioni – osserva poi Monti – nascono sulla base di un “Koalitionsvertrag”, un vero e proprio contratto, scritto e molto dettagliato, che i partiti devono rispettare. La grande coalizione che appoggia il governo Letta ha, come sola base, le brevi dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio alle Camere del 29 aprile. Troppo poco. Enrico Letta dovrebbe ora proporsi di dare solidità e slancio riformatore al suo governo, e di metterlo al riparo da possibili insidie provenienti dai travagli dei partiti, proponendo presto un testo di “contratto di coalizione”. Esso dovrebbe contenere, oltre ad un quadro preciso delle linee politiche e dei provvedimenti, anche un breve codice di condotta, con elementari regole di comportamento per chi vuole partecipare in buona fede ad uno sforzo comune per risollevare il Paese, dimenticando per qualche tempo gli interessi elettorali».

Ripetiamolo all’infinito

Da quando Napolitano ha fatto saltare, chiamando al governo Mario Monti, le regole della democrazia che, nel bene e nel male, avevano sorretto le istituzioni della repubblica italiana anche nei periodi più bui della sua storia, la crisi etico- politica, oltre che economica, dell’Italia è andata peggiorando ogni giorno di più ed è inutile sperare che il Signor Letta trovi una soluzione perché, anche se lo volesse, non è in condizioni di riuscirci. I motivi sono evidenti. Il suo governo è nato per collocare, senza più né dubbi né ripensamenti, in maniera definitiva l’Italia alle dipendenze dell’Unione europea. Diciamo, in sintesi, che ha concluso, fingendo di tornare alla legalità democratica, il lavoro iniziato da Mario Monti. Tutto quello che dice Enrico Letta sui problemi da affrontare è preceduto dall’affermazione che gli impegni presi con l’Europa saranno mantenuti, che il rapporto debito-Pil è ferreo e nulla potrà impedire che tale rimanga. Batterà i pugni sul tavolo di Bruxelles? Barzellette! Enrico Letta ha costruito la sua carriera sull’Europa e dunque quello che conta è “Lui”, Letta, e il suo buon rapporto con l’Europa, non l’Italia e i suoi bisogni. Se passiamo ad analizzare il modo con il quale ha scelto i suoi membri, balza subito agli occhi che il governo Letta somiglia a uno dei tanti governi esibiti dai paesi emersi di recente alla ribalta della storia, quelli un po’ da ridere, quelli che, dall’alto della propria civiltà, gli italiani erano soliti definire repubbliche delle banane. Una balda “immagine” di avanzata democrazia e sotto il vestito, non il nulla, ma la brutalità della più selvaggia delle dittature (vedi il controllo dei conti correnti) e la castrazione dei sudditi. La storia della campionessa promossa a ministro è stata ormai troppo discussa per dovervisi soffermare, ma è appunto una storia da paesi delle banane. Una cosa però bisogna aggiungerla. È naturale, è ovvio, oltre che tanto noto da aver ispirato innumerevoli barzellette e gag famose come quelle delle interviste di Tognazzi e Vianello ai vincitori di turno, che i campioni dello sport non possiedano particolari doti di pensiero e nessuna competenza per fare qualsiasi cosa tranne che esercitarsi nel proprio sport. Sbalzarli a governare, a fare le leggi, a comandare ai popoli è da stupidi oltre che offensivo per i popoli stessi. Il signor Letta adopera però il populismo di “genere”: perché la canoista Idem e non il calciatore Balotelli? Letta sapeva bene che se avesse nominato ministro Balotelli, anche se molto più famoso e pieno di fans, si sarebbero messi tutti a ridere. Adesso, però, c’è la questione della condanna di Berlusconi, capo del partito di governo, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non discutiamo qui in nessun modo la condanna (comunque medioevale), ma il dato di fatto. Il governo doveva dimettersi, se appunto l’Italia non fosse stata ridotta a repubblica delle banane. Esponenti del Pdl scendono in piazza per protestare contro la condanna mentre altri, compreso il vicecapo del governo, continuano a governare come nulla fosse successo. E osano affermare che questo è un governo per il bene del paese. Il bene del paese sarebbe quello di appartenere ancora alla civiltà democratica.

Lettera aperta ad Enrico Letta

Lettera aperta al Presidente del Consiglio, on. Enrico Letta:
“Eccellenza Illustrissima,
con la presente La voglio ringraziare a nome di tutti i giovani italiani, soprattutto quelli al di sotto di 29 anni, che vivono da soli fuori di casa, che possono dimostrare di non lavorare da dodici mesi e che non sono laureati, i quali, grazie alla illuminante, nonchè prestigiosa, idea vincente della Sua superba mente da ineguagliabile statista, potranno finalmente usufruire della piena occupazione riacquistando la piena dignità operativa. Consapevole che tutto ciò è stato ottenuto grazie alla poderosa macchina da guerra da Lei sapientemente allestita, con indomita arguzia e coraggio leonino di solida marca italiana, è con lucida commozione che dò il benvenuto al Suo placido rientro sul suolo nazionale, pregandoLa di accogliere questa umile missiva con la Sua consueta virile bonomia. Da lunedì 1 luglio, grazie alla prorompente vittoria conseguita a Bruxelles, i giovani italiani avranno la possibilità di vedere finalmente i propri sogni e le proprie ambizioni divenire solida realtà. E’ notizia grata, questa, che la plebe festosa accoglie con l’entusiasmo caratteristico del popolo, muto e chino dinanzi a simile poderosa strategia politica, applicata con sapiente rigore arcano da chi è stato in grado di coniugare autorevolezza e sapienza, lungimiranza e accortezza.
Finalmente l’espressione vincere e vinceremo esce dalla palude della retorica d’archivio per fondersi in un rinnovato tripudio di allegria collettiva, ben coniugata a un ritrovato senso di armonia che ci fa ben sperare nel futuro nostro e della nostra prole. Da oggi, credere obbedire combattere diventano la nostra seconda pelle, indossata con l’orgoglio di una ritrovata unità nazionale, nel nome del successo da Lei ottenuto a nome dell’intera collettività. Grazie alla mai doma stoffa del condottiero di cui madre natura Vi ha privilegiato, oggi, per i giovani italiani si aprono prospettive occupazionali che non possono non riempire la popolazione di entusiasmo, allegria, ottimismo, ferrea volontà. Finalmente la crisi economica è superata e l’Italia può comunicare al mondo di aver voltato pagina. Molto presto, grazie al solerte ingegno delle menti sopraffine di cui la Vostra Illuminata Grazia ha saputo circondarsi, il paese godrà di insospettabili benefici che lanceranno la nazione verso il ruolo di Grande Potenza che le spetta nel mondo.
In questa serenità ritrovata e rinnovata, diventa un imperativo categorico per le menti pensanti degli intellettuali mettersi a disposizione di Vostra Signoria, consapevoli di partecipare a un poderoso impegno vincente che già annuncia straripanti vittorie in ogni campo del sapere, dalla scienza all’innovazione tecnica, dall’istruzione alla sanità, dalla cultura all’accademia. La prego, quindi, di voler accogliere, nella sua prorompente generosità di autentico patriota, i sensi della più doverosa stima da parte di questo modesto cittadino, che qui si firma
Vostro servo perenne, umilmente a disposizione”

Spiagge

Nel cuore di tutti noi c’è sempre una spiaggia sulla quale si vorrebbe andare o alla quale si vorrebbe tornare. E se non c’è, ce l’immaginiamo. Non si dice forse l’ ultima spiaggia per indicare un lido o un arenile inafferrabile che rappresenta la nostra ‘ultima occasione” di rifugio?

La spiaggia è metafora del riposo, della vacanza, ma anche dell’approdo, dello sbarco, del punto di

Per pregà, prego, cari buonisti…

Ma dico, per certi buonisti, ateinondevoti, Cattolici Adulti e Cattostrani prima dobbiamo accettare gli insulti, eppoi dobbiamo pregare per certe animacce dannate. NON POSSUMUS, nun ce la faccio…
Eppoi, dovrei sta’ tutto il tempo a pregà ! Non sono San Ciuffolotto !
Prima prego x i Miei Parenti, in primis quelli più stretti. Poi per i defunti. Poi per gli Amici, i conoscenti ed i malati. Poi per il Papa Benedetto ed il Vescovo di Roma…Poi, per l’ animaccia mia da peccatore.
Basta, ecchè diamine !!!

Hack so !

Gran lavoro per Sor Belzebù, ultimamente ! Berlicche e soci, in
festa… Arriva il fior fore dei cattofobi, ateinondevoti e Cattostrani…
Don Galois, Brunella da Montalcino, Franca Rametto ed ora Pizza Margherita !
All’ appello manca Napo il Carrista da Budapest ! A trovare gli amici Pertinfucilator scortese e Suor Scalfarin Schiaffeggia… 
Avanti, c’è posto… Da Dario RSI a Old y Fredd….
Non giudico, constato, lo sapete…

Quale la civiltà e quale la barbarie?

Costume_Senatore_Romano

Portare i pantaloni, che coprono le gambe una per una (vi immaginate un granchio con tutte le chele coperte una per una?) e aver messo da parte le tuniche che ancora, fortunatamente, molti orientali continuano a indossare…

Dal pianeta luna alla spending review

ROMA -Ridurre la spesa pubblica prima di tutto. E poi verificare gli effetti di quella manovra a «costo zero» che il governo ha realizzato bloccando la prima rata dell’Imu sulla abitazione principale, impedendo l’incremento dell’Iva al 22%, offrendo incentivi sulle ristrutturazioni edilizie e aiuti alle zone colpite dal sisma. Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, non raccoglie gli attacchi di cui è stato fatto oggetto in questi giorni e scommette su una ripresa nella seconda metà dell’anno. I primi segnali ci sono già, osserva. E sui pagamenti della Pubblica amministrazione dice che una verifica sugli effetti verrà fatta a settembre: allora sarà possibile decidere se ci sono margini per ulteriori pagamenti rispetto a quelli già previsti.
Ministro Saccomanni, un anno fa la riforma Fornero diventava legge, il premier Mario Monti annunciava la spending review e lo spread era sopra i 400 punti. Oggi a che punto è il Paese? «Ieri si è chiusa formalmente la procedura d’infrazione. Sul piano della credibilità abbiamo consolidato i progressi fatti dal governo Monti. Ma la credibilità non è qualcosa che si acquisisca per sempre, va alimentata tutti i giorni».
Non si può vivere di sola politica del rigore. «Abbiamo un debito pubblico elevato che va onorato, perché ogni anno emettiamo 400 miliardi di titoli. Un obbligo che sarebbe lo stesso se non fossimo nell’Ue e non ci fosse il Fiscal compact, anzi sarebbe peggio, perché l’Italia dovrebbe conquistarsi da sola la credibilità sui mercati. Sappiamo che non basta: vogliamo rilanciare l’economia riducendo le tasse su lavoro e imprese. Non possiamo farlo aumentando il debito, quindi dobbiamo ridurre le spese, cosa che tutti i governi hanno provato a fare».
In che modo intendete ridurre la spesa? «Il primo, più dannoso in fase recessiva, è ridurre gli investimenti, cosa che è stata fatta per molti anni. Noi vogliamo ridurre le spese correnti ma non è un lavoro che consenta nel giro di poche settimane di reperire miliardi di euro come se avessimo la bacchetta magica».
Perché? «È il paradosso della spesa pubblica: sembra che non ci sia niente da tagliare su un totale di 800 miliardi del 2013, 725 al netto degli interessi. Tolti i redditi da lavoro, le prestazioni sociali, le altre spese correnti, quelle in conto capitale, gli interessi e il rimborso dei debiti, il totale su cui si può lavorare ammonta a 207 miliardi. Una cifra che è già calata dello 0,5% rispetto al 2012 e ben dell’8,5% rispetto al 2009».
La cura Monti ha funzionato? «Molto è stato fatto con la revisione della spesa iniziata con Tommaso Padoa-Schioppa. Lo scorso governo si è concentrato sull’analisi e la valutazione della spesa ma ha avuto una battuta d’arresto con la crisi politica e la fine della legislatura».
Come pensate di organizzarvi e in che tempi? «Riconvocheremo il comitato interministeriale per il controllo della spesa e avremo un commissario straordinario. Porteremo avanti il lavoro di Monti ma esamineremo l’intera strategia e le procedure operative. Ad esempio i costi standard sono stato già applicati sulla spesa sanitaria ma non quella delle Regioni a statuto speciale. Serve un intervento».
In che tempi? «Agiremo con la collaborazione di tutti i diretti interessati: dai ministeri alle Regioni. C’è un nuovo Ragioniere generale, che viene da Banca d’Italia: Daniele Franco ha una profonda conoscenza di finanza ma anche di tecniche informatiche. Analizzeremo i tipi di spesa su cui intervenire più rapidamente, ma sia chiaro che tagli indolori non esistono».
Riprendete il lavoro di consulenti come Francesco Giavazzi? «Certo. Ma nessuno s’illuda che vengano fuori spese misteriose da tagliare senza che nessuno protesti. Bisogna scandagliare settore per settore. Insomma non è possibile ridurre la spesa del 10% con un tratto di penna. E ci vuole tempo».
Nel frattempo il Paese è bloccato. «Vorrei ricordare che abbiamo vissuto una fase di prolungata stasi politica, durata, a essere caritatevoli, almeno sei mesi, fino al maggio 2013. Questa stasi ha avuto un effetto paralizzante su investitori, consumatori e banche. Mi piacerebbe che se ne tenesse conto quando si giudica il lavoro che abbiamo fatto in 60 giorni».
Ma dopo la stasi, a maggior ragione il Paese chiede segnali positivi. «I segnali positivi ci sono ma a volte le polemiche, anche dentro la coalizione, finiscono per dare l’impressione che la situazione continui a peggiorare. Non è così: il livello della produzione industriale si è stabilizzato. I dati di Confindustria segnalano un lieve recupero dell’attività in maggio. E poi ci sono i dati sulle aspettative delle imprese manifatturiere, i consumi elettrici aumentati, come il gettito dell’Irpef».
Non è ancora troppo poco? «Gli impegni presi sui pagamenti della Pubblica amministrazione, gli incentivi per le ristrutturazioni, la rata Imu non pagata, il mancato aumento dell’Iva, i fondi per la cassa integrazione in deroga, quelli anticipati alle amministrazioni regionali, lo sblocco dei versamenti per il sisma, l’accelerazione nell’uso dei fondi strutturali, tutti questi interventi compongono una importante manovra di stimolo all’economia realizzata senza aumentare debito, in alcuni casi ricollocando fondi stanziati per altre finalità. Si tratta di una serie di misure-ponte che servono a guadagnare tempo: da un lato per il ridisegno della fiscalità e la revisione della spesa, dall’altro per l’alleggerimento del peso che grava sull’economia nel breve periodo, in attesa che si materializzino gli effetti delle misure adottate e si avvii la ripresa».
Rispetteremo il vincolo del 3%? «Certo. Confidiamo nella ripresa nell’ultima parte dell’anno e in una riduzione della spesa per interessi sul debito pubblico rispetto alle previsioni. Tutto questo non deve farci dimenticare che abbiamo utilizzato uno 0,5% per pagare i debiti e siamo così vicini al tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. Bisogna perciò fare attenzione e muoversi con cautela».
Per questo avete caricato il mancato taglio dell’Iva sugli acconti? «L’operazione costa un miliardo e l’alternativa era procedere subito con tagli di spesa indiscriminati. Si è preferito fare un anticipo degli acconti: può essere considerato un prestito dei contribuenti che a livello individuale ha un peso molto soft comunque compensato con minori versamenti al momento del saldo. Il Parlamento può decidere di cambiare le coperture purché siano certe. Non sarebbe stato credibile per l’Ue promettere a copertura un maggiore gettito futuro dell’Iva».
E sul pagamento dei debiti della PA alle imprese, qual è lo stato dell’arte? Non potrebbero essere una fonte di gettito Iva aggiuntivo? «Entro settembre, in tempo per la legge di Stabilità, dovremmo avere un quadro affidabile del debito della PA, che finora è stato soltanto stimato, e potremo valutare l’effetto dei 40 miliardi di pagamenti – che corrispondono a una poderosa manovra, pari a quasi tre punti di Pil in 12 mesi – e se sarà possibile finanziare un’ulteriore tranche di pagamenti. Allo stesso tempo avremo anche una stima del gettito Iva addizionale».
C’è chi propone lo sforamento del 3% del rapporto deficit/Pil. «L’Italia non sta cercando deroghe o sanatorie per sé, ma piuttosto di proporre una rimodulazione della strategia europea per gestire più efficacemente questa fase di crisi che si sta rivelando molto dura. I frutti di questo lavoro cominciano a vedersi con le importanti decisioni assunte dal Consiglio europeo di ieri, soprattutto nella lotta alla disoccupazione giovanile e nel sostegno alle piccole e medie imprese. Il momento per fare il punto sarà il Consiglio europeo di ottobre cioè, non a caso, dopo le elezioni tedesche. Allora il Consiglio valuterà se vi siano le condizioni per ulteriori misure di rilancio dell’economia europea».
Non si poteva chiedere più tempo come hanno fatto e ottenuto gli altri Paesi? «Questa vulgata è sbagliata. La Francia ha ricevuto delle raccomandazioni molto più severe delle nostre, ad esempio deve fare una riforma delle pensioni che noi abbiamo già fatto. Le nostre riguardano azioni che sono state già in parte attuate».
Quali sono i prossimi passi? «L’approvazione della delega fiscale che ha ottenuto in Parlamento una corsia preferenziale ci consentirà di riformare il Fisco, ad esempio partendo dal catasto. Non mi aspetto che tutto questo produca risorse maggiori ma avremo un Fisco più moderno e affidabile anche per gli investitori stranieri».
La riforma dell’Imu va fatta entro agosto? «Come promesso. Faremo una cabina di regia coinvolgendo tutte le forze politiche della coalizione e le commissioni parlamentari. Stiamo predisponendo uno scenario di opzioni e ne discuteremo in maniera aperta: il governo vuole trovare larghe intese.».
La vicenda dei derivati ha gettato un’ombra sulla nostra credibilità? C’è il rischio di panico sui mercati? «Non c’è stato alcun panico: le emissioni dei titoli sono andate bene e il nostro spread è sceso nuovamente a 280 punti. Gli strumenti di copertura dei rischi comportano ovviamente un costo. Che vale la pena di sostenere per riparare i conti pubblici dalle continue oscillazioni dei tassi di interesse. In prospettiva c’è un rischio concreto di rialzo dei tassi».
L’onorevole Brunetta sostiene che i conti pubblici siano opachi. «L’Italia ha un grosso debito pubblico ed è obbligata a gestirlo nel modo più trasparente e professionale, dotandosi degli strumenti più adeguati di copertura del rischio. Di tutte le operazioni viene data informazione regolarmente alla Corte dei Conti».
Antonella Baccaro

Marziani al governo

Pianeta Papalla di Davide Giacalone
I (non) provvedimenti del governo sono un danno per l’Italia. Le sue (non) scelte servono solo a consegnare la sovranità economica nelle mani di chi ci commissarierà. Così procedendo ci accingiamo a un tonfo profondo, con grandi aziende che si accartocciano e piccole che scappano o restano sotto le macerie. Abbiamo bisogno di meno spesa pubblica e quella invece cresce, perché dalle parti del governo nessuno la conosce, nessuno sa da che parte aggredirla, in compenso tutti hanno paura d’essere aggrediti dagli ipotetici danneggiati. Non sapendo tagliare taglieggiano, così c’è bisogno di meno pressione fiscale e quella, invece, aumenta. La compensazione della sospensione, per tre mesi, del punto d’Iva con i maggiori acconti non è solo violenza carnale nei confronti della lingua italiana (giacché un acconto che pareggia o supera il saldo può esistere solo in una neolingua adatta a ignoranti o imbroglioni), è aumento delle tasse. Il gettito del punto d’Iva era del tutto teorico, mentre quello degli anticipi è reale, quindi i secondi non compensano il primo, per larga parte inesistente, ma introducono nuova sottrazione di ricchezza. C’è bisogno di maggiore flessibilità nel mondo del lavoro e il governo premia la rigidità, per giunta in un modo così scombiccherato (giovani, meglio se meridionali, disoccupati da tempo, con familiari a carico e non istruiti, che già l’idea che i disgraziati abbiano gente a carico la dice lunga sulla lucidità dell’idea) che sarà una stabilizzazione fasulla. Dicono che quegli incentivi creeranno occupazione. Se gli incentivi non creano lavoro, ma occupazione, se il mercato non crea ricchezza, ma usa gli incentivi per mascherare insuccessi, alla fine dei conti ci sarà solo recessione. Recessione&tassazione.
Nessuno, sano di mente e intellettualmente onesto, può rimproverare al governo in carica le molte cose che non riesce a fare. Il guaio è che va condannato per quelle che fa. Spiace dirlo, perché esistevano le condizioni per impostare una storia del tutto diversa, ma questi sono mestieranti del galleggiamento, politicanti di terza fila, sprovveduti spocchiosetti. L’unica cosa che li tiene in piedi è proprio quello che si crede potrebbe farli cadere: il giuoco e gli interessi dei partiti, nonché dei loro capi. Si dice che la stabilità è un pregio, lo stesso presidente della Repubblica s’è in tal senso speso. Ma se questi sono i risultati della stabilità, meglio la crisi. Questi scolari che anelano d’essere rimandati a settembre, sapendo per certo che la promozione è esclusa e che l’alternativa è la bocciatura secca, questi sopravvenuti per collasso altrui ci portano dritti nelle mani della Bce e del Fmi. E festeggeranno anche, perché sono stati ricevuti a palazzo, perché hanno rivolto la parola a quelli che contano, e perché a quel punto le riforme saranno fatte. Con la pistola puntata alla tempia, impoverendoci e senza sovranità. Stiamo correndo verso questa meta. Alternative? Dopo le elezioni di febbraio sostenemmo che questa era l’unica maggioranza possibile. Confermo. Ma questo non è l’unico modo possibile d’interpretarla. Anzi, è il peggiore. Letta e Alfano sembrano due marziani. Provino a guardare nel banco a fianco, scopiazzando il compito che sta svolgendo il governo inglese: taglio (non lineare e profondo) della spesa, taglio dei dipendenti pubblici, taglio degli sprechi del welfare quale unica condizione per poterlo salvare. Può darsi che sul loro pianeta, il Papalla, queste cose siano considerate impossibili. Nel qual caso, però, i terrestri potrebbero ragionevolmente considerare loro inutili.