I regali di Corrado Passera…

Un risparmio fino a 500 milioni di euro in bolletta: i consumatori di elettricità italiani avrebbero potuto goderne già da quest’anno. Sfruttando gli effetti del nuovo dinamismo del mercato del gas per ridurre il peso dei vecchi incentivi statali al Cip6. Invece un atto firmato dall’ex ministro dello Sviluppo Corrado Passera nelle ultime ore di vita del governo tecnico ha stabilito che tutto slitterà (se va bene) almeno di un anno. Il decreto in questione è datato 24 aprile, lo stesso giorno in cui Enrico Letta accettava con riserva l’incarico dal presidente Giorgio Napolitano. Si tratta dell’atto con cui ogni anno il ministero dello Sviluppo economico definisce a conguaglio la remunerazione per le centrali soggette alle convenzioni di cui al provvedimento Cip n. 6 del 1992. Un conto, pagato dalle bollette, che quest’anno sarà più salato del necessario. Un passo indietro: il Cip6/92 è stato il primo importante meccanismo di incentivazione della produzione elettrica privata in Italia. Due le principali tipologie sussidiate: le fonti rinnovabili e le cosiddette fonti “assimilate” alle rinnovabili, ossia cogenerazione da combustibili derivati da processi industriali come siderurgia, chimica e raffinazione del petrolio e, a certe condizioni, da combustibili fossili. Ha permesso la costruzione di circa 3.000 MegaWatt di impianti verdi e 5.000 MegaWatt assimilati, in una fase in cui in Italia mancava capacità produttiva. Nel contempo però si è rivelato costosissimo, nonché refrattario a ogni tentativo di revisione normativa. L’onere netto in bolletta è arrivato così a pesare 3,5 miliardi di euro all’anno nel 2006, di cui due terzi per le assimilate (spesso assai diverse da quelle energie “verdi” che si volevano incentivare).
Oggi molte convenzioni sono scadute o sono state risolte in anticipo, come nel caso di Edison, uno dei maggiori operatori Cip6. Tra quelle restanti, ormai prossime alle fine, le maggiori sono quelle dei raffinatori come Erg (Garrone) e Saras (Moratti). L’onere in bolletta si aggira oggi intorno a 1 miliardo all’anno. Gli impianti Cip6 percepiscono una remunerazione per kilowatt/ora prodotto legata al tipo di tecnologia e ai cosiddetti “costi evitati”, quelli cioè che l’allora monopolista Enel avrebbe sostenuto se fosse stato esso stesso a costruire l’impianto. Il più importante di essi è il costo evitato di combustibile (Cec): il produttore Cip6 riceve il valore del quantitativo di gas che sarebbe stato necessario a produrre col metano il kWh generato dall’impianto. Ma come si calcola il valore del gas “non bruciato”? Il punto è qui e con questo si arriva al decreto di Passera. Per il calcolo si usano parametri simili a quelli tradizionalmente usati dall’Autorità per l’energia per il definire i prezzi del gas alle famiglie, basandosi cioè sull’andamento del prezzo del petrolio e derivati. Negli ultimi anni però il mercato gas è cambiato e i prezzi di riferimento sono diventati sempre più quelli dei mercati spot. Tanto che l’Autorità ha deciso che da ottobre i prezzi regolati dipenderanno dai mercati spot anziché dai prezzi del greggio.
Perché allora non adottare lo stesso criterio anche per il costo evitato Cip6? È quanto si è chiesta la stessa authority in una delibera pubblicata a dicembre, in cui suggeriva al ministero dello Sviluppo di cambiare il calcolo del Cec legandolo ai prezzi del mercato del bilanciamento. Così facendo, stimava l’Aeeg, sull’energia Cip6 ceduta nel 2012 si risparmierebbero 500 milioni di oneri in bolletta. Il ministero però ha deciso di mantenere il vecchio criterio di calcolo anche se fuori mercato, per poi eventualmente cambiare nel 2013. A una richiesta di commento, i tecnici del ministero replicano che il Mise ha già in parte tagliato il Cec con un decreto di novembre (che però prevede deroghe). Che i maggiori cambiamenti del mercato sono arrivati solo nel 2012. E che, in generale, “un taglio retroattivo sarebbe stato scorretto: gli operatori avevano già chiuso gli acquisti del combustibile. Dal 2013 arriverà un cambiamento nel senso indicato dall’Autorità, con una fase di transizione”. Sarà, ma dov’è il problema-retroattività se spesso acquirente e venditore del combustibile sono lo stesso soggetto? Secondo una ricognizione dell’Autorità a novembre, già nell’estate 2011 le industrie acquistavano il gas per l’anno successivo a un prezzo sensibilmente inferiore alle formule legate al greggio: circa 35 centesimi al metro cubo contro i 42 riconosciuti dal decreto Passera. Segno che spazio almeno per un ritocco c’era. Di sicuro gli impianti Cip6 ringraziano. I consumatori no.

Come volevasi dimostrare…

Un articolo di Marco Della Luna… e nemmeno troppo profetico… anzi, forse era anche ovvio.
Una tassa di scopo sui redditi da lavoro e sulle pensioni oltre i 60mila euro (lordi) per racimolare dai 2 ai 3 miliardi di euro in quattrini sonanti e dare quindi sostanza (e fondi) a tutte le belle parole sulla “drammatica crisi occupazionale”, sui “giovani che non hanno lavoro”, sul baratro occupazionale di una generazione che non ha (e avrà futuro). La grande trovata di cui si discute a via XX Settembre – e a cui si è accennato anche al ministero del Welfare durante l’incontro con i sindacati e gli imprenditori – è proprio una nuova tassa che andrebbe a colpire chi guadagna da 3.000 euro netti al mese in poi. Insomma, nulla di nuovo. Si mazzola il ceto medio che le tasse le paga e non può farne proprio a meno.
I fantomatici fondi europei che dovrebbero sbloccarsi con il superamento della procedura d’infrazione europea (stimati in circa 12 miliardi), sono e resteranno ancora ben lontani dalle casse del governo. Il problema è che tra chiusura della procedura e l’effettiva disponibilità di cassa passeranno mesi. Tanto più che per attivare parte dei fondi europei serve finanziare con risorse nazionali di pari importo i progetti a cui si ambisce. Insomma, è un bancomat al 50%: metà li mette Bruxelles a condizione che il governo nazionale stanzi il restante 50%. In Italia, invece, occorre iniettare subito soldi freschi per favorire la ripresa occupazionale. L’emergenza è concreta ma i provvedimenti fin ora varati non sembrano indicare particolare fantasia. Ricordate la trovata per dare copertura al posticipo della prima rata Imu? Sono stati prelevati soldi da altri capitoli di bilancio e dragate risorse da spese preventivate e approvate, ma mai finalizzate. Come i 100 milioni promessi a Gheddafi nel 2008 e mai spesi per opere infrastrutturali di compensazione in Libia. E infatti ha già fatto storcere il naso in Confindustria l’altra trovata, ovvero il “prestito” che il governo si è fatto autonomamente prelevando quasi mezzo miliardo di fondi dai capitoli per la formazione e l’incremento dei salari di produttività.
Grattato il barile – Prelievo “temporaneo” – ha garantito tempestivamente Palazzo Chigi – per dare copertura alla sospensione della prima rata dell’Imu di giugno. Manovra contabile quantomeno bizzarra in un momento in cui bisognerebbe invece rilanciare la qualificazione professionale, aiutare chi è stato espulso dal mondo del lavoro, rendere professionalmente appetibili i lavoratori meno formati. Il prelievo temporaneo da altri capitoli di bilancio messo in piedi per l’Imu dimostra la disperazione di cassa del governo. In confronto con l’impegno di spesa dell’Imu la partita occupazionale è ciclopica. Secondo uno studio dell’Ires Cgil la platea degli italiani in difficoltà (disoccupati, inoccupati, cassintegrati, ecc) è ormai di quasi 9 milioni di persone. E l’unico modo per incentivare le imprese ad assumere è ridurre il carico fiscale sul lavoro, vale a dire staccare incentivi sostanziosi per le nuove assunzioni. Morale: servono soldi freschi da iniettare. E non essendoci il becco di un quattrino in cassa – per il momento, almeno – si ragiona e ci si chiede dove trovare soldi freschi. E la trovata geniale – in vigore in Italia dai tempi della guerra di Abissinia – è aumentare le tasse a chi già le paga (dipendenti, pensionati e contribuenti regolari. Ovvero tutti quelli che già pagano e che in caso di un miniprelievo assicurano un immediato flusso di cassa. La quadratura del cerchio a cui poteva tranquillamente arrivare anche un semplice contabile, senza scomodare i cervelloni dell’economia astratta.
Solo che per drenare da 2 ai 3 miliardi di nuove risorse fresche bisogna abbassare, e di molto, l’asticella dei pagatori. Ovvero andare a colpire non solo i benestanti da 300mila euro all’anno (sono poco più di 32mila quelli che dichiarano redditi tanto consistenti), ma coinvolgere nella platea dei tartassati per lo scopo lavoro anche chi prende un dignitoso stipendio ma nulla di più. Con un prelievo progressivo dall’1 al 7% per i redditi più alti. Che si tratti di qualcosa di più di una possibilità lo dimostra la serietà con cui ne parla anche un sindacalista navigato come Raffaele Bonanni: «La tassa di scopo sulle pensioni d’oro e sui redditi alti va bene ma non basta», ha messo le mani avanti il segretario confederale della Cisl da Lecce. Ma Bonanni, che di governi ne ha visti tanti – e di “tasse di scopo” almeno altrettante – è molto più prudente sull’eventuale (sovrastimato) gettito che l’imposta per il lavoro potrebbe fruttare realmente: «Va benissimo per far vedere alla gente che c’è un po’ di giustizia», ammette, «ma nella situazione economica attuale non credo che porterà tante risorse quante ne servono per rilanciare l’occupazione. La tassa di scopo va bene ma non illudiamo la gente che da lì si traggono i soldi che servono».

Delle facce come culi

Stipendio mensile netto aumentato del 24%, rimborsi spesa più generosi degli attuali, ma legati alla reale produttività, più portaborse e meglio pagati con stipendi però erogati direttamente da Camera e Senato in modo che a nessuno venga la tentazione di mettersi direttamente in tasca quei soldi. È la proposta di legge n.495 depositata a Montecitorio dal primo firmatario: il deputato del Pd Guglielmo Vaccaro. Una firma di peso, perché Vaccaro non è soltanto uno dei leader del partito in Campania, ma soprattutto il principale luogotenente dell’attuale presidente del Consiglio, Enrico Letta. I due fanno coppia fin dalla prima Repubblica, quando entrambi avevano cariche di vertice nel movimento giovanile democristiano. Vaccaro poi fu voluto da Letta con sé alla sua segreteria tecnica da ministro dell’Industria fra il 1999 e il 2001, e lo stretto sodalizio si è rafforzato prima nella Margherita e poi nel Partito democratico. Proprio per questa sintonia ha un peso non indifferente quella proposta di legge che dopo anni di bandiere grilline sventolate per la prima volta capovolge la questione dei costi della politica, proponendo di pagare di più i parlamentari a patto che siano produttivi.
L’idea di base di Vaccaro è prendere a modello lo status economico degli europarlamentari, rimodulando solo i rimborsi spese perché girare l’Italia è naturalmente meno costoso che percorrere i 27 Stati dell’Europa. La sua proposta è di dare a deputati e senatori la stessa indennità mensile netta degli europarlamentari: 6.200 euro netti contro gli attuali 5 mila scarsi. Un aumento di 1.200 euro netti mensili, pari appunto al 24% in più. Una volta fatta questa scelta, sarebbe direttamente indicizzata alle rivalutazioni e alle decisioni del Parlamento europeo, e quindi nessuna campagna sui costi della politica o polemica a 5 stelle potrebbe incidere su quello stipendio messo in sicurezza. Diverso il caso dei rimborsi spesa, che verrebbero presi dal modello di Strasburgo, e come là legati direttamente alla produttività, ma con quote generalmente dimezzate. L’unico vantaggio potrebbe essere quello della diaria. Vaccaro infatti propone che «a titolo di rimborso delle spese di soggiorno, ai membri del Parlamento è assegnata una diaria di entità pari all’indennità di soggiorno erogata in favore dei membri del Parlamento europeo. Tale diaria è corrisposta in proporzione alle effettive presenze del parlamentare in assemblea e nelle commissioni parlamentari delle quali fa parte». Oggi la diaria è pagata con un forfait di 3.503,11 euro netti mensili. Al parlamento europeo è invece di 304 euro ogni giorno di presenza. Però fra Strasburgo e Bruxelles al massimo si può raggiungere 80-100 giorni di presenza all’anno, e quindi è impossibile avere più di 2.500 euro al mese di diaria. Nel parlamento italiano invece Laura Boldrini e Piero Grasso si sono impegnati a fare lavorare tutti dal lunedì al venerdì: 5 giorni alla settimana fra aula e commissioni. Se uno fosse presente tutti i giorni arriverebbe a 6.688 euro mensili di diaria, quasi il doppio del massimo ottenuto oggi. Per le spese generali oggi i parlamentari ricevono 1.845 euro diretti e 1.845 euro dietro presentazione di documentazione, normalmente impegnati per pagare il cosiddetto portaborse.
La proposta Vaccaro è di assegnare loro a fronte dei primi 1.845 euro la metà esatta del fondo messo a disposizione dei parlamentari europei, e cioè 2.150 euro al mese, più «il rimborso delle spese di viaggio sostenute nel territorio nazionale per lo svolgimento del mandato, previa presentazione della relativa documentazione ovvero di una autocertificazione». Anche qui l’aumento potrebbe rivelarsi consistente. Molto più alto quello delle spese per i collaboratori: a fronte degli attuali 1.845 euro mensili, si propone il 50% «di quanto previsto per la medesima finalità in favore dei membri del parlamento europeo», e cioè 8.950 euro mensili. Non un centesimo di quella somma però – a differenza di quel che avviene ora – potrebbe finire nelle tasche di deputati e senatori: sarebbero Camera e Senato a fare i contratti e a preparare le buste paga per i 3 collaboratori assumibili con quella cifra. Verrebbe invece ridotto il fondo per i rimborsi di spese di trasporto, che passa da 1.107 a 400 euro mensili , e annullato il rimborso spese telefoniche che attualmente è di 258 euro al mese. Il fedelissimo di Letta poi aggiunge: «I membri del Parlamento hanno altresì diritto al rimborso dei due terzi delle spese mediche e delle spese connesse alla gravidanza e alla nascita di un figlio». Il totale netto mensile legato alla funzione di parlamentare passerebbe dunque in linea teorica dagli attuali 13.558 euro a 24.388 euro mensili. Su base annuale si passa dagli attuali 153,7 milioni di euro a 276,6 milioni di euro. Una differenza di 123 milioni di euro, anche questa teorica, perché si spenderebbe di meno quanto meno i parlamentari dovessero lavorare. Per risparmiare rispetto ad oggi ci vorrebbe un Parlamento si scansafatiche, e chissà che non pensino proprio a quel modello i lettiani quando dicono di volere tagliare i costi della politica…
Franco Bechis

Come si andrà avanti…

Il regime in questi giorni alza l’allarme sulla disoccupazione che si impenna, sulla produzione che si affossa, sulle piccole aziende che muoiono in massa. Il Quirinale grida alla crisi angosciante. Evidentemente, il regime sta creando panico sociale per far passare qualche brutto giro di vite fiscale, giustificato con l’esigenza di salvare posti di lavoro, e che invece produrrà effetti contrari, perché recessivi – come tutti i precedenti. Farà una nuova tassa patrimoniale, o una nuova razzia sui conti correnti, magari convertendo i depositi in azioni della banca depositaria, per risanarla a spese dei clienti, e consentirle così di creare nuove bolle, nuove voragini e nuove emergenze coi giochi speculativi in cui le banche oggi impiegano prevalentemente i propri fondi?
In ogni caso, sarà un altro, importante passo avanti nella ristrutturazione sociale in senso oligarchico, tecnocratico e autoritario in atto in Italia e vigorosamente portata avanti, negli ultimi tempi, da esecutori quali Mario Monti, con l’appoggio di quasi tutti i partiti e del Colle; mentre i grossi capitali e i grossi redditi si sono rifugiati off-shore, fuori dal raggio d’azione del fisco, il quale perciò si può rivolgere solo ai patrimoni e ai redditi medi e medio-piccoli, che non si sono delocalizzati. Berlusconi darà il suo endorsement a ulteriori manovre di quel tipo, e così forse guadagnerà un’assoluzione e il mantenimento della eleggibilità, quindi della libertà? Lo Stato italiano non può fare altro che interventi fiscali, dato che gli altri strumenti macroeconomici li ha ceduti alla BCE e alla UE, cioè de facto alla Germania, la quale, interessatamente, non li vuole usare, se non a proprio vantaggio. Il governo Letta, impotente, chiaramente si regge su due labili colonne: sulla difficoltà di tornare al voto adesso, e sui rinvii di promesse contrapposte (Imu, Iva, detassazione dei redditi da lavoro). Tira a campare in attesa di uno sblocco a livello superiore – BCE, UE, Berlino (elezioni politiche di settembre) – che gli dica che cosa fare, per via gerarchica. E dato che palesemente siamo in un ordinamento internazionale gerarchico multilevel, la nostra situazione ormai strutturale di crisi economico-finanziaria va inquadrata nel sistema di potere globale, forgiato in esito alla II Guerra Mondiale a Teheran, Yalta e Bretton Woods, nonché Montevideo per il WTO. Ma da BCE, UE e Berlino al più verrà un’espansione delle base monetaria di tipo USA, che andrà – come le ultime creazioni di moneta addizionale – al sistema bancario (non alla produzione e al consumo), quindi produrrà un momentaneo sollievo per l’economia reale e la società, anestetizzandola nel mentre che il sistema bancario gonfierà una nuova, grande bolla speculativa, come già ripetutamente avvenuto.
Al livello apicale abbiamo il cartello monetario-finanziario, monopolista della moneta e del credito, nonché del rating, delle teorie economiche e delle prescrizioni (neoliberismo, rigorismo fiscale), che ha posto due terzi o più del mondo in una posizione di dipendenza e sudditanza, che porta da decenni avanti un progetto elitista di accentramento del potere e della ricchezza, e che dispone della piattaforma politico-militare degli USA – secondo livello – per distruggere chi si oppone, dove necessario. Domani forse sostituiranno gli USA con la Cina. Per ora, non so se e quanto Cina, Russia e Brasile sianmo indipendendenti da esso. Al terzo livello, in Europa, abbiamo la potenza continentale vassalla, la Germania (con la para-vassalla francese). La Germania, in cambio della collaborazione esecutiva a questo disegno, cioè in cambio del fatto che lo impone ai partners europei più deboli, riceve alcuni vantaggi, ossia la possibilità di sottrarsi in parte alle ricette recessive, e di approfittare del disastro che queste ricette causano ai partners più deboli per sottrarre loro capitali e quote di mercato, e per comperare le loro aziende a prezzi di necessità. Prima di intervenire in aiuto dei partners deboli, o di uscire dall’Euro, o di porgli fine, il capitalismo tedesco aspetta di aver tolto loro, in questi modi, tutto ciò che si può togliere, compresi i migliori tecnici. Ciò vale soprattutto per l’Italia, che, per facilitare quel processo, viene deprivata della liquidità necessaria per investire, lavorare, produrre e pagare i propri debiti, in modo che, per tirare avanti, debba svendere le proprie risorse e cedere sovranità.
Al quarto livello abbiamo la partitocrazia, la burocrazia e i potentati economici specificamente italiani (comprese le mafie); la prima, composta perlopiù di incompetenti, di ladri e di cialtroni professionali, che si vendono molto facilmente. Questi soggetti si occupano di prelevare dalla spesa pubblica e dalle altre riscorse pubbliche, distribuiscono benefici clientelari per sostenersi, si vendono anche allo straniero, non possono rinunciare alla corruzione, agli sprechi, alle creste, perché non sanno fare altro e sono stati selezionati per fare proprio quello – quindi impediranno per sempre al Paese di riprendersi, mentre, controllando i meccanismi elettorali, rendono impossibile sostituirli attraverso il voto. Essi non possono rinunciare, soprattutto, al flusso di circa 100 miliardi che, annualmente, trasferiscono a Roma e al Sud – dedotte le loro intermediazioni – prelevandolo dai lavoratori autonomi e dipendenti di alcune regioni del Nord, i quali costituiscono il quinto livello, il livello più basso della catena alimentare. Tutti gli altri livelli gli mangiano addosso. Per migliorare la nostra posizione possiamo trasferirci in Germania, passando al terzo livello, o in USA, passando al secondo. O in Brasile, e porci forse fuori da questa catena alimentare. Almeno per qualche tempo.
Il governo Letta dichiara di voler risolvere una situazione, la quale però può essere trattata solo con quegli strumenti monetari macroeconomici, che – giova ripeterlo – il governo non ha, perché sono stati ceduti alla BCE e alla UE, che, sotto l’egemonia della Germania, non li vogliono usare. Non può nemmeno tagliare sulla parte di spesa pubblica costituita da creste e sprechi (che io stimo in 100 – 150 miliardi l’anno, considerate anche le decine di migliaia di poltrone nelle società partecipate da enti pubblici, che servono solo per rubare), perché è quella di cui vive la politica. Quindi il governo Letta fallirà. Per inconcludenza e per erosione dei gruppi parlamentari da parte del palazzo, per divisioni interne e per scarsa competenza tecnica, sta anche fallendo l’attacco di Grillo-Casaleggio al sistema, il suo populismo pacifico. Al prossimo, sensibile peggioramento della situazione sociale, che è inevitabile dato il trend, probabilmente vedremo in azione il populismo non pacifico, le sommosse popolari, che pure falliranno, perché non hanno i mezzi né l’organizzazione per combattere gli interessi istituzionalizzati del sistema come sopra delineato, e perché non esiste nemmeno un nemico fisico che si possa colpire con la violenza. Falliranno, ma con il loro tentativo creeranno le condizioni per una svolta autoritaria e poliziesca, per la criminalizzazione e la repressione del dissenso, e il loro fallimento diffonderà frustrazione, rassegnazione e passività. Quella sarà la vittoria del vero potere sui popoli ridotti a bestiame. Sarà una vittoria stabile? Questo è il quesito più importante e affascinante, sul piano teoretico. Intanto, però, portate i vostri figli in salvo all’estero.

Inutili strombazzamenti

Annunciazione di Davide Giacalone
L’annuncio è: stop al finanziamento dei partiti. In omaggio alla moda grillina ci saranno solo applausi (anche di chi sosteneva il contrario). In omaggio alla moda comunicativa la notizia è stata data direttamente dal presidente del Consiglio, via twitter. Il fatto è che, se tutto va bene, si potrà scriverlo un’altra decina di volte, dato che, al momento, neanche esiste il testo del disegno di legge, che poi comincerà il suo iter parlamentare. E se qualche cosa va storto l’annuncio odierno sarà un tradimento domani. Come, del resto, nell’accordo generale, già si tradì il responso di un referendum. Il “costo della politica” è un tema serio, che sarebbe colpevole sottovalutare. Quel passo andava fatto, anche se è solo accennato. Ma i costi sono prima di tutto quelli di un’invasiva presenza di società e nomine pubbliche. Come anche di un’asfissiante esuberanza di legislazioni concorrenti fra di loro e burocrazie non coordinate. Una foresta da disboscare. Che al momento rimane intatta. Il costo diretto calerà (se calerà) di poco, ma con alto valore simbolico. Quello indiretto rimane intatto, con alto potenziale devastante.
La brutta impressione è che la politica sappia parlare solo di sé stessa, considerando la realtà un disturbo, un ostacolo al libero dispiegarsi del gioco degli schieramenti. Questa sgradevole sensazione ci resta anche alla vigilia dall’appuntamento amministrativo. La chiamata agli elettori è fatta in gran parte sulla base dell’appartenenza o del rifiuto, senza che si sia entrati nel merito di tante questioni. Certo, colpevoli anche i giornalisti, che trascurano la concretezza per strillare solo le parole politiciste. Ma in nessuna delle città che eleggeranno domenica il loro sindaco e il consiglio comunale abbiamo sentito pensieri forti sull’identità urbana e sul suo futuro. Sull’idea che s’intende realizzare. In alcune città, addirittura, pure i candidati nelle liste civiche sono gli stessi della volta scorsa. Non basta esserne stufi, si deve essere capaci di rompere con la logica del rifiuto e dell’appartenenza. Tocca a ciascuno di noi farlo. Il che significa votare avendo in mente gli interessi propri e quelli della città. Il candidato migliore è quello che si ritiene possa mettersi subito al lavoro, in questo senso. Va bene anche il meno peggio.

Referendum al ragù

Mentre a Roma, Brescia, Siena ed in altre città si eleggono i sindaci, domani a Bologna saremmo chiamati a votare per un referendum consultivo sulla destinazione dei fondi pubblici anche alle scuole private o “paritarie”.
Il referendum è stato proposto da un gruppo di sostenitori del “pubblico integrale” che vorrebbe, contrariamente ad ogni buon senso e logica, espandere il già pesante intervento dello stato nella vita privata dei cittadini, imponendo una scuola pubblica come destinataria esclusiva dei fondi derivanti dalle tasse estorte a tutti, anche a chi non è per il pubblico.
Del referendum e della rilevanza delle scuole private nel complesso del sistema istruzione  ne ha scritto Josh in Svulazen dedicato, appunto alle vicende bolognesi.
Da queste righe uno potrebbe pensare che questo post sia finalizzato al sostegno per la risposta “B”, cioè per il mantenimento dei fondi pubblici alle scuole private.
Non è così.
Io NON andrò a votare.
Non voterò prima di tutto perchè manca l’opzione che sostengo: l’abolizione del finanziamento pubblico tout court e la restituzione ai cittadini, sotto forma di riduzione delle tasse, dei costi dell’istruzione, perchè ognuno possa poi scegliere la scuola (privata) che più ritiene confacente all’educazione dei suoi figli, riducendo le spese dello stato, riducendo l’intervento dello stato nella vita dei cittadini, riducendo le tasse e dando al privato, all’individuo, una maggiore capacità economica così da permettergli di sceglier eil meglio.
E le scuole che faranno bene il loro lavoro avranno sempre più adesioni, sponsor, donazioni, fornendo una istruzione sempre più di qualità, promuovendo una classe docente competente, il tutto senza incidere sulle finanze dei cittadini.
Non voterò, poi, perchè il sindaco Merola, con la sua giunta cattocomunista, si è schierato per l’opzione “B” sperando di conseguire una investitura popolare per proseguire il suo mandato.
Poichè ritengo Merola, come Del Bono e Cofferati prima di lui, il Male per Bologna che avrebbe bisogno di un ribaltone per almeno un ventennio rispetto alle giunte socialcattocomuniste che si sono succedute dal 1945 ad oggi, con la sola eccezione del periodo 1999-2004 quando sindaco fu  Guazzaloca, peraltro troppo timido nel cercare di cambiare l’indirizzo politico dell’amministrazione cittadina e quindi non potrei mai votare per dargli più forza e certamente non voterei mai per i sostenitori della scuola pubblica.
Infine perchè ritengo che per chi sostiene la mia “opzione C”, qualunque risultato sarebbe positivo.
Se vincerà Merola e continueranno ad essere forniti fondi alle private, allora si apriranno spazi anche per un ampliamento di questo concetto di “sussidiarietà” che, pur considerandolo insufficiente, resta comunque un passo avanti al pubblico.
Se, viceversa, vinceranno i fautori della revoca dei fondi al privato, si apriranno due prospettive ugualmente, dal mio punto di vista, vincenti.
Merola potrà decidere di non seguire l’indicazione popolare e, allora, si scontrerà con la parte più rumorosa della sua maggioranza elettorale.
Merola obbedirà al voto popolare e, allora, revocando i fondi alle private il sistema istruzione collasserà e la giunta andrà in forte difficoltà per le legittime proteste dei cittadini.
Così, mentre fuori diluvia in questi giorni di prorogatio della stagione invernale, io mi siedo sulla riva dell’Aposa (il torrente che attraversa, ormai in sotterranea, Bologna)  e aspetto di veder passare il cadavere delle “millenarie” giunte socialcattocomuniste di Bologna.







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Tre indizi fanno una prova

Diceva Agatha Christie che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Milano : un nero va in giro con un piccone e uccide tre bianchi Stoccolma : un nero armato di machete insegue un bianco per ucciderlo Londra : due neri armati di mannaia vanno in … continua

Suzuki jako doskonały wybór pojazdu, zarówno motocykla, jak i auta osobowego.

Dzisiaj na rynku motoryzacyjnym świetnie widoczna jest tendencja, która podkreśla mocno, że kierujący Polacy wykazują otwartość na propozycje od takich firm motoryzacyjnych, które jeszcze dziesięć lat temu nie były tak popularne. Przyjmując ten stan rzeczy, auta sygnowane markami niemieckich kreatorów tracą na zainteresowaniu w porównaniu do japońskich modeli pojazdów samochodowych. Zarówno w gronie miłośników jednośladów, jak też entuzjastów czterech kółek, dużym zainteresowaniem szczyci się obecnie Suzuki.Z pomocą dość wysokiej dostępności sieci internetowej, dzisiaj mamy szansę poznać tę markę z bliska z ogromną łatwością.Trzeba po prostu wpisać frazę autoryzowany serwis suzuki, aby zobaczyć jakże gigantyczny wachlarz stron jest poświęconych rozmaitym płaszczyznom funkcjonowania tego brandu.Wskaźniki sprzedaży na naszym kontynencie bardzo dobitnie ukazują, iż oraz większe grono kierowców docenia kunszt w produkowaniu tych maszyn motoryzacyjnych.Kiedy ktoś pomyśli autoryzowany serwis suzuki, można momentalnie skojarzyć owo hasło z pełną asekuracją, maksymalną wygodą w użytkowaniu oraz brakiem troski o ewentualne awarie.Każda z osób, która postawi wybrać coś z tej marki, szybko się co do tego utwierdzi.Coraz wyraźniejsze i powszechnie utarte jest stanowisko, że zdecydowanie się na tego producenta bije na głowę niemieckie czy francuskie marki aut.

pulizia etnica tramite immigrazione

Immigrants? We sent out search parties to get them to come… and made it hard for Britons to get work, says Mandelson Former minister admits Labour deliberately engineered mass immigration Between 1997 and 2010 net migration to Britain totalled 2.2million La traduzione è di seguto all’articolo Read more: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2324112/Lord-Mandelson-Immigrants-We-sent-search-parties-hard-Britons-work.html#ixzz2UCBH3bqO Labour sent out ‘search parties’ for … continua

Per i magistrati Berlusconi è Superman

A leggere i resoconti delle motivazioni per la condanna in appello di Berlusconi per le presunte frodi fiscali Mediaset   e collegandoli con la marea di teoremi e imputazioni che gli hanno rovesciato addosso in venti anni, Berlusconi non può essere altri che Superman.
Quale uomo normale, infatti riuscirebbe, avendo a disposizione come tutti i mortali solo ventiquattro ore al giorno, nello stesso tempo, a:
fare il Premier, girando per il mondo, mediando tra capi di stato e ministri litigiosi;
– partecipare alle campagne elettorali in giro per l’Italia;
dirigere il primo partito d’Italia passando ai raggi x candidati e parlamentari;
– al calar del sole trasformarsi in satiro con turbe adolescenziali tali da condizionarlo a palpeggiare minorenni;
intervenire presso i commissariati per far rilasciare gli oggetti del suo piacere;
passare le vacanze ora da Bush, ora da Putin in perfetta par condicio;
decidere chi comprare e chi vendere nel Milan, quale allenatore assumere e quale formazione e con che modulo farla giocare;
e infine continuare, mentre fa tutte queste cose, a dirigere Mediaset, alterando fatture per “risparmiare” un pugno di milioni mentre nel contempo paga miliardi di tasse.
Solo Superman.
E Superman non lo si ferma, nè con una, ne con mille condanne e neppure con leggi liberticide che lo escludessero dal parlamento.





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