La festa del 25 Aprile

25 Aprile, si vorrebbe festeggiare la ricorrenza di un fatto avvenuto 68 anni fa,  ma è difficile farlo quando si leggono storie agghiaccianti come queste:

GIUSEPPINA GHERSI, VIOLENTATA E UCCISA PER UN TEMA CHE AVEVA RICEVUTO IL PLAUSO DI MUSSOLINI. UNA MARTIRE DA NON DIMENTICARE.

di Mina Cappussi
 
LA PICCOLA AVEVA SCRITTO UN TEMA E LA MAESTRA L’AVEVA INVIATO AL CAPO DEL GOVERNO, RICEVENDO I COMPLIMENTI DELLA SEGRETERIA PARTICOLARE DEL DUCE, A TREDICI ANNI, DI QUALE ALTRA COLPA AVREBBE POTUTO MACCHIARSI? COLLABORAZIONISMO, LA SENTENZA DEL TRIBUNALE PARTIGIANO. DOPO INAUDITE VIOLENZE, RASATA A ZERO, IL CAPO IMBRATTATO DI VERNICE ROSSA. FINITA CON UN COLPO DI PISTOLA E GETTATA DAVANTI ALLE MURA DEL CIMITERO DI ZINOLA SU UN CUMULO DI CADAVERI. IL CORPO DISTESO NELLA FILA PER DIVERSI GIORNI. AVEVANO INFIERITO IN MANIERA BRUTALE SU DI LEI, SENZA RIUSCIRE A CANCELLARE LA SUA GIOVANE ETA’. UNA MANO PIETOSA AVEVA STESO SU DI LEI UNA SUDICIA COPERTA GRIGIA. L’ESPOSTO DEL PAPA’ GIOVANNI ALLA PROCURA DI SAVONA. DOPO 65 ANNI E’ GIUNTA L’ORA DI FARE GIUSTIZIA. …
 
 
 
 
… Qui il seguito della storia di  Giuseppina Ghersi, violentata e uccisa per un tema. Seguiranno le agghiaccianti storie di altri nefandi assassinii, ormai dimenticate, per voltare pagina. 
 

Madonna Boldrini e internet

Non ha voluto la scorta in strada, per andare contro gli abusi della vecchia politica. L’ha pretesa invece sulla rete, per controllare internet e far incriminare chiunque si diverta a ironizzare su di lei. Escono inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato. Il presidente della Camera Laura Boldrini I sette poliziotti ad personam sono stati distolti da importanti attività contro il crimine informatico tant’è che le altre indagini della squadra social network del compartimento Polizia postale e telecomunicazioni del Lazio sono praticamente bloccate. Formalmente solo la responsabile risulta aggregata a Montecitorio con un ordine di servizio. Gli altri 4 agenti della «squadra», e altri 2 poliziotti in forza alla PolPost del complesso Tuscolano, ufficialmente non risultano distaccati né aggregati in Parlamento: sono «fantasmi», a servizio della presidentessa, con problemi di straordinari, buoni pasto e vestiario (si sono dovuti pagare giacca, cravatta e tailleur per lavorare in presidenza) come denunciato dal sindacato Coisp. Ma c’è di più. Incrociando più fonti, e consultando carte, il Giornale ha ricostruito l’iter di quest’incredibile vicenda che ha portato al siluramento di Gaudenzio Truzzi, dirigente dell’ispettorato di polizia della Camera. Domenica 14 quest’ultimo riceve la denuncia «dalla persona offesa» (cioè la Boldrini, ma secondo il suo entourage non vi era stato intervento diretto). Truzzi informa la segreteria del capo della polizia e il vertice della «Postale» (Andrea Rossi). Vengono allertate Digos e Mobile a Latina che fanno visita a un giornalista di Fondi che aveva postato il fake su Fb. Respinti i poliziotti per mancanza del mandato di sequestro, la postale si rivolge alla procura di Roma. Salta fuori un pm disponibile, ma non è in ufficio bensì in un ristorante romano vicino piazza Navona. Tra uno stuzzichino e un drink, firma un decreto «d’urgenza» di sequestro preventivo. E parte il repulisti sul web, tra perquisizioni e sbianchettamenti. Spariscono molte foto della falsa Boldrini, ma anche articoli che denunciavano la bufala, come quello di Giovanni Pili, blogger della testata web You-ng.it, «oscurato» nonostante per primo avesse difeso l’onore della presidente rivelando il fake. Nel decreto diretto a You-ng e al sito cadoinpiedi vicino alla Casaleggio associati, si dispone «il sequestro preventivo mediante oscuramento delle pagine web (…) nonché delle diverse e ulteriori pagine web che verranno individuate sulla rete con loghi, marchi, contenuti, riconducibili alla persona offesa». È la parolina «contenuti» a inquietare. Non si può nemmeno parlare di questa storia? Siamo alla censura? Anziché chiedere ancora più poliziotti, come la Boldrini sembra voler fare per rendere operativa anche di notte la sua squadretta webbuoncostume, la presidente farebbe bene a fermarsi. E a riflettere.

L’imu definitiva

Addio con trappola di Mario Monti e Vittorio Grilli oppure il cedimento a un pressing europeo, in cambio della fine della procedura di infrazione contro l’Italia. Comunque sul cammino appena iniziato di Enrico Letta è piombato un regalino sgradito, l’ultimo del governo tecnico uscente. Il ministero dell’Economia lunedì sera ha modificato in corsa il Def, il Documento di economia e finanza che era stato approvato il 10 aprile. La prima versione prevedeva per i prossimi anni, due scenari diversi. Uno con la scomparsa dell’Imu, secondo le leggi vigenti, a partire dal 2015. Il secondo la riconferma dell’imposta municipale unificata e delle relative entrate. Nella correzione è rimasto solo quest’ultimo «tendenziale». Quindi, dal punto di vista dei conti, l’imposta municipale diventa permanente. E si dà per scontata la riconferma, anche quando la sperimentazione terminerà, dell’Imu o di un’altra imposta che porti le stesse risorse.
La ragione l’ha spiegata il ministro dell’Economia. «La Commissione Ue ha detto che non si può andare in giro con due tendenziali». Grilli non ha spiegato perché sia stata scelta proprio l’ipotesi che prevede la conferma dell’Imu. Dal punto di vista dei rapporti con Bruxelles è sicuramente lo scenario più tranquillizzante, ma da quello politico il nuovo Def rende tutto molto più complicato. Perché l’abolizione dell’imposta, perlomeno sulla prima casa, è un punto qualificante del centrodestra e in particolare del Pdl, che si appresta a sostenere un governo guidato dal Pd Enrico Letta. Dal punto di vista dei conti cambia poco: in ogni caso, si dovrà coprire le mancate entrate dell’Imu. Ma con un Def che prevede esplicitamente la sua riconferma, ci sarà bisogno di dare più rassicurazioni alla Commissione europea. Anche nel caso, più probabile, che si scelga non di abolire del tutto l’imposta, ma solo di modificarla. Ad esempio escludendola del tutto sulla prima casa o attenuando l’inasprimento della percentuale di rendita catastale sulla quale è calcolata (nella versione Monti passata dal 105% al 160%). Anche in questi casi, il nuovo governo dovrà rendere conto alla Commissione europea, pena la conferma della procedura per deficit eccessivo.
«È materia del prossimo governo», hanno precisato ieri i relatori del decreto sui debiti della pubblica amministrazione. Una preoccupazione in più, insomma, per Letta. Che si ritroverà ad affrontare anche altre emergenze come il rifinanziamento della cassa integrazione e la crescente disoccupazione. Problema strutturale, come ha certificato ieri l’Istat. In 35 anni l’istituto di statistica ha stimato quasi un milione e mezzo di disoccupati in più dal 1977 a oggi. In particolare quest’anno abbiamo battuto il record della disoccupazione giovanile che risaliva proprio al ’77. Il tasso dei senza lavoro tra 15 e 24 anni l’anno scorso ha toccato il record assoluto al 35,3%, il livello più alto da 35 anni.L’Istat ha confermato anche la gelata dei consumi. Il nono calo congiunturale consecutivo. Rispetto all’anno scorso sono diminuiti del 4,8%, in particolare quelli dei beni non alimentari. Un segnale di come la crisi sia ormai entrata nella vita delle famiglie italiane. Ma anche un ulteriore campanello d’allarme per i conti pubblici. Le entrate fiscali, che sono già crollate, diminuiranno ulteriormente quest’anno. E renderanno più difficile centrare il pareggio di bilancio.

Adotta un clandestino…

La Caritas Italiana ha avviato un nuovo progetto finalizzato al mantenimento degli immigrati che entrano clandestinamente in Italia, oggi chiamati “profughi” dalle associazioni che lucrano su questo fenomeno criminale. Constatato che il mantenimento presso le strutture pubbliche a spese degli italiani non è da albergo di lusso e che gli immigrati devono essere serviti e riveriti in modo adeguato, mentre gli italiani rovistano nei cassonetti per cercare cibo, la Caritas vuole portare i clandestini direttamente nelle case delle famiglie italiane che dovranno quindi mantenerli e scambiare la “cultura”. L’iniziativa è chiamata “rifugiato a casa mia” e coinvolge 13 Caritas diocesane di tutta Italia al fine di sperimentare una forma di accoglienza diffusa in famiglie di rifugiati e titolari di protezione internazionale. Questa la nota, esilarante, della Caritas: “nella consapevolezza che il sistema nazionale di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e rifugiati mostra diverse criticità sia in riferimento alla capienza che alla qualità dell’accoglienza, si intende intervenire con una proposta volta a sperimentare un approccio innovativo attraverso il coinvolgimento della comunità cristiana”. Si tratta di un progetto pilota che prevede forme di accoglienza in famiglia di richiedenti protezione internazionale e/o di rifugiati, da attivare, nel corso del 2013, attraverso il circuito delle Caritas diocesane già coinvolte nella gestione di questa particolare categoria di privilegiati.
Rispetto alle consuete modalità di accoglienza presso strutture o case famiglia, il nucleo del progetto consiste nell’assegnare centralità alla famiglia, concepita come luogo fisico e insieme sistema di relazioni in grado di supportare il processo di inclusione, al fine di portarlo a compimento, attraverso il raggiungimento di quel grado di autonomia che consentirebbe ai beneficiari di emanciparsi dalle forme di aiuto istituzionale o informale poste in essere dal terzo settore. Il progetto è rivolto a un duplice target di destinatari: da un lato, i richiedenti protezione internazionale e i rifugiati ai quali si proporrà una forma di accoglienza alternativa ai circuiti istituzionali; dall’altro, le famiglie che potranno sperimentarsi nell’accoglienza di persone provenienti da contesti e culture diversi. In conclusione, volete in casa un africano da coccolare e sfamare come fosse un cagnolino? Semplice, rivolgetevi alla Caritas, il centro che li distribuisce. Potrete vivere un’esperienza indimenticabile, scambiare la vostra cultura con la loro e dare sfogo alle vostre pulsioni terzomondiste e multietniche. Da consigliare soprattutto ai genitori di figlie femmine, e non osate dire di no perchè in tal caso sareste considerati dei “razzisti”.

(Vecchi articoli) Un pò di sano complottismo (2)

Aggiornamento: 08/12/2012 – Dopo aver letto i legami tra Enrico Letta e Mario Monti, vedi anche quelli di quest’ultimo con David Rockfeller…
Aggiornamento 21/04/2013: Si vocifera di Enrico Letta premier: se non sono Bilderberg non li vogliono…
Ieri abbiamo pubblicato una breve nota in merito al clamore mediatico intorno alle primarie del centrosinistra: a cui tutti i mass media hanno concesso grandissimo spazio. Una breve nota che evidenziava i legami del vicepresidente del PD, Enrico Letta, con le associazioni elitarie di stampo massonico del quale è membro anche Mario Monti: Bilderberg, Commissione Trilaterale e Aspen Institute… Leggi tutto (la lettura del breve articolo è consigliata prima di proseguire…)
La sola appartenenza a questi “club” è sinonimo di grande influenza e potere. Associazioni che rappresentano il trait d’union tra il mondo dell’alta finanza, delle banche, delle multinazionali ed i governi dei paesi occidentali, ed i principali partiti. Enrico Letta è il vice presidente del PD, tuttavia sembra mantenere un basso profilo. Di tanto in tanto è ospite ai salotti televisivi, tuttavia per essere il numero due ha ben poca visibilità; lavora “dietro le quinte”, silenziosamente: come lo zio Gianni, braccio destro e uomo di fiducia di Berlusconi. In questo anno di governo Monti, ovvero di smantellamento dello stato sociale e dei diritti, il signor Enrico Letta insieme all’amico Pierfurby Casini si è distinto per la massima fedeltà al governo Monti: ha avallato tutto, dalla A alla Z senza proferire parola. Un piccolo Mario Monti: con il quale oltre all’appartenenza ai sopracitati gruppi ha in comune l’aspetto “sobrio” e l’assoluta freddezza nel portare avanti gli “ordini di scuderia”. Enrico Letta sosteneva la cosiddetta “agenda Monti” fin da prima dell’insediamento di Mario Monti a premier, che definì “miracoloso” nel pizzino che consegnò a Monti quando si insediò a palazzo, mettendosi a sua completa disposizione sia “ufficialmente” che non. Cosa che non accadrà mai più: visto che dopo quell’episodio Gianfranco Fini ha proibito ai fotografi di utilizzare lo zoom che aveva già creato imbarazzi inquadrando politici che con l’I-pad visitavano siti di escort o giocavano a dama.
Già il 29 Settembre 2011, prima del golpe-Monti, Enrico Letta scriveva sul suo blog: “L’azione del futuro governo parta da lettera Bce” “I contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l’Italia dalla crisi. È siderale – dice Enrico – la distanza tra quelle analisi e ciò che il governo ha concretamente fatto, o meglio non fatto, in queste settimane. Qualunque governo succederà al governo Berlusconi dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera”.
Dell’agenda Monti è tornato a parlarne nel suo blog il 7 Agosto 2012, ad alcuni mesi di distanza dalla “luna di miele” tra gli italiani (manipolati dai media) e Mario Monti: per dissipare le polemiche – molto lievi – sollevate anche da una parte del centrosinistra: poche e saltuarie critiche, pur senza mai entrare nel merito di temi scottanti (fiscal compact, MES, etc..) sono costate a Di Pietro il sostegno dei “Montiani”: “L’agenda Monti non si discute” Intervista rilasciata da Enrico Letta a Monica Guerzoni, pubblicata sul Corriere della Sera, martedì 7 agosto. «Dopo Monti nulla sarà più come prima». Per Enrico Letta la crisi dell’Italia è tale che i partiti non possono perdersi nel «dibattito agostano» e devono accelerare la firma del patto tra progressisti e moderati, che abbia come programma l’«agenda» di Mario Monti rafforzata da una visione di speranza. Il vicesegretario del Pd difende il premier dalle accuse che piovono dalla Germania e taglia definitivamente i ponti con Di Pietro dopo il «furibondo attacco» a Napolitano (…)
Leggi qui.
Infine Enrico Letta è tornato a parlare di “agenda Monti” recentemente, dettando la linea in vista dell’entrare nel vivo del periodo elettorale: il 3 Ottobre 2012 Letta ha pubblicato questo articolo: “Nessun passo indietro sull’agenda Monti. Grande coalizione? Si decide dopo il voto.” Intervista rilasciata da Enrico Letta a Monica Guerzoni. Corriere della Sera, 3 ottobre 2012. «Con queste premesse il nostro comune viaggio rischia di non cominciare nemmeno. Vendola sappia che il Pd non farà nessun passo indietro rispetto alle riforme di Monti, perché sarebbe un errore drammatico». Promessa impegnativa, vicesegretario Enrico Letta. Come farete a non spaccare il partito tra chi lavora per un bis di Monti e chi vorrebbe bruciare la sua agenda? «Faremo in modo che nella prossima legislatura ci sia una conferma rigorosa dell’agenda Monti (…)».
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Quest’ultimo articolo in particolare denota la ferma volontà di Enrico Letta di lavorare per il “Monti Bis”: Non ci vuole uno scienziato per capire come Enrico Letta, vice presidente del PD, stia lavorando per portare il PD sulle posizioni di Mario Monti e di tutto l’apparato di cui Monti e Letta sono rappresentanti. E’ evidente come spinga per soddisfare pienamente tutte le imposizioni/richieste dell’Europa, dove il potere è nelle mani di persone eletti da Bilderberg-Trilaterale-Aspen, etc. come ha evidenziato il leghista Borghezio, che ha fatto notare al parlamento europeo come tutti gli uomini finiti ai vertici dell’UE siano stati “spinti” da tali associazioni. Associazioni massoniche i cui uomini ricoprono ruoli importanti nei governi, nelle più importanti aziende, nel mondo dell’informazione ed in tutti i ruoli strategici… Le primarie servono solo a fare propaganda: riunendo il consenso grazie a più leader, che ottengono consensi in bacini di voti diversi, e conducono l’acqua al solito molino. Renzi è fin troppo ovvio che parli “alla pancia” delle persone scontente, nelle frange dell’antipolitica, cercando di erodere consensi a Grillo-Casaleggio; Bersani invece prova a “salvare il salvabile” dialogando all’elettorato di sinistra…
Alessandro Raffa

Un pò di sano complottismo

C’e’ la Trilateral e c’e’ Bruegel, ci sono Aspen, Astrid e, in primo piano, c’e’ la Fondazione Italianieuropei. E’ su questi tavoli che si sta giocando la partita per la guida del Paese, tanto a Palazzo Chigi quanto al Quirinale. Qui ricostruiamo la fitta ragnatela di interessi e personaggi collocati in ruoli apicali dentro sigle e fondazioni che da tempo reggono le sorti dei Paesi occidentali.
Un intreccio che riconduce immancabilmente ai nomi dei “papabilissimi” per guidare l’Italia secondo direttive gia’ scritte, come accaduto per il governo Monti finora. A sorpresa, dentro gli organigrammi dei prestigiosi istituti politici ricorre anche il nome di Giulio Napolitano, figlio del capo dello Stato in procinto di lasciare il Colle. Partite che, alla luce di questi scenari, appaiono dall’esito scontato. Proprio come ai tempi del Britannia. Tutto era andato, fino a gennaio, secondo le previsioni. E qualche lieve incidente di percorso – il Pdl che a dicembre decide di sfiduciare il governo Monti, anticipando d’un paio di mesi la gia’ fissata tornata elettorale – non sembrava, tutto sommato, aver modificato di molto quanto gia’ pianificato a tavolino sulle sorti dell’Italia. L’esecutivo guidato da Pierluigi Bersani con l’apporto sostanziale dell’alleato Mario Monti all’inizio del 2013 appariva quasi una certezza assoluta a quei poteri che da tempo tirano i fili della nostra economia, potendo contare su uomini ed apparati fidatissimi.
Poi qualcosa e’ andato storto. Nel corso di una campagna elettorale lampo, la prima tutta invernale nella storia della repubblica, Silvio Berlusconi sfodera le sue armi di sempre: presenzialismo massiccio in tv e piazze ma, soprattutto, attacco frontale ai padroni dell’euro e a quei governi che, a partire dall’esecutivo Monti, puntano a spogliare il nostro Paese della residua sovranita’ nazionale. Detto, fatto e centrato: contro ogni previsione dei sondaggisti, anche quelli di fiducia del Cavaliere, il Popolo della Liberta’ rimonta di giorno in giorno quel misero 14-16% assegnato al partito tra fine dicembre e inizio gennaio. Di pari passo l’exploit di Beppe Grillo, che sa cogliere le lacrime e il sangue di un Paese allo stremo per aggiudicarsi un risultato definito incredibile dai bookmaker alla vigilia del voto. 25 e 26 febbraio: il tavolo e’ sparigliato. Il voto consegna un Paese spaccato in tre minoranze. Monti riporta una sonora bocciatura. E il “Piano A” sembra andare gambe all’aria. Eppure, quella risicata maggioranza dello 0,3% del Pd permette al capo dello Stato Giorgio Napolitano di assegnare comunque l’incarico a Bersani. Poco importa se e’ gia’ chiaro che il Movimento 5 Stelle non abbocchera’, e se ad un Paese agonizzante resta ben poco tempo, con una media di mille imprese che ogni giorno chiudono i battenti. Bersani prova a oltranza. E fallisce.
Nell’uovo di Pasqua gli italiani trovano il “Piano B”, ovvero: creare le condizioni per attuare con ogni mezzo il “Piano A”, mettendo in campo dieci “saggi” prelevati dalle fila di Trilateral, Aspen, Italianieuropei ed altre “creature” tanto care a quella finanza internazionale che sta definitivamente espropriando gli italiani della loro terra e del proprio futuro. Cominciamo da un uomo che rappresenta, come vedremo, la stella polare della commissione di saggi chiamati a decidere sul destino dell’Italia. Lui e’ Valerio Onida, costituzionalista di gran fama, docente alla Statale di Milano nonche’ ex presidente della Corte Costituzionale e nel 2010 candidato alle primarie del centrosinistra per le elezioni del sindaco di Milano (fu terzo con il 13,41% dei voti dietro Giuliano Pisapia e Stefano Boeri). Meno nota e’ la comune presenza del professor Onida e di Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica Giorgio, nel comitato scientifico di Astrid, a sua volta costola primaria della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema. Ma procediamo con ordine e partiamo proprio da Astrid, la “Fondazione per l’analisi, gli studi e le ricerche sulla riforma delle istituzioni democratiche e sull’innovazione nelle amministrazioni pubbliche” che ha sede a Roma in corso Vittorio Emanuele 142.
Fondata nel 2009, Astrid «si finanzia con i proventi degli abbonamenti agli studi, ricerche e documenti di Astrid sottoscritti da imprese private, amministrazioni pubbliche, dipartimenti universitari e studi professionali e con i proventi derivanti da convenzioni o contributi per progetti di ricerca». Di sicuro interesse economico le convenzioni con gli enti locali. Per fare un solo esempio, ad aprile 2012 la Provincia di Siena ha rinnovato l’abbonamento annuo ai servizi informativi di Astrid, spendendo circa 1.800 euro. Presieduta da Franco Bassanini, marito della montiana Linda Lanzillotta, la fondazione vede al vertice del comitato scientifico Giuliano Amato e fra i componenti, oltre ad Onida e Napolitano, personalita’ come Stefano Rodota’, altro “papabilissimo” per Palazzo Chigi o per il Quirinale. A marzo 2011 Bassanini fu ascoltato dalla Commissione Bilancio della Camera nella sua doppia veste di numero uno Astrid e presidente della Cassa Depositi e Prestiti. Nel gruppo dei cinque “saggi” incaricati di sbrogliare la matassa istituzionale, accanto al professor Onida troviamo Luciano Violante. Anche questo non e’ un caso. Perche’ Violante – al di la’ dei fiumi d’inchiostro scorsi in questi giorni sulle sue rassicurazioni in aula a Berlusconi, nel 2003, a proposito dell’intoccabile conflitto d’interessi, che poi di fatto non fu mai “toccato” – e’ ovviamente da sempre un membro di primo piano dell’advisory board di Italianieuropei.
Alla cui presidenza c’e’ lui, Giuliano Amato, altro presidente in pectore, del Consiglio o della Repubblica non si sa ancora. Nello stesso “board”, con Violante, ritroviamo Giulio Napolitano, e poi vip di casa Pd come Enrico Letta, come l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco, o il titolare del governo Monti Francesco Profumo, o persone come Marta Dassu’. E’ chiaro che sta tutto qui dentro – o in altre proliferazioni che vedremo di qui a poco – il famoso “rovello istituzionale” dal quale dovra’ uscire il binomio che guidera’ il Paese. Viceministro degli Esteri nel governo Monti – con deleghe oggi appesantite dalle dimissioni di Giulio Terzi di Sant’Agata – Marta Dassu’ ci conduce dalle stanze della potente creatura dalemiana ad un’ancor piu’ lobbistica compagine internazionale, Aspen, nel cui organigramma Dassu’ riveste ruoli di vertice. Non meno rilevante la presenza della politologa italiana all’interno della Trilateral, quel “cuore nero” della massoneria internazionale da cui dipendono i destini del mondo. E’ stato reso noto appena pochi giorni fa l’elenco dei componenti ufficiali della Trilateral aggiornato ad aprile 2013. Ecco i nomi di maggior significato per l’attuale situazione politica italiana. Presidente del Comitato esecutivo Trilateral e’ Jean Paul Trichet, commissario europeo e predecessore di Mario Draghi alla guida della Bce.
Un ottimo amico di Mario Monti, Trichet: basti pensare che ha da poco dato il cambio all’attuale premier italiano come numero uno di Bruegel, la creatura montiana di cui si era occupata la Voce nel febbraio scorso, rivelandone l’esistenza e la potenza economica. Del resto, lo stesso Mario Monti e’ tuttora indicato nell’organigramma Trilateral e compreso fra gli ex componenti di spicco attualmente impegnati in cariche governative. Altro influente membro italiano della Trilateral e’ poi Enrico Letta, di cui viene ricordato l’incarico di sottosegretario durante il governo guidato da Romano Prodi. Circostanza, evidentemente, tutt’altro che trascurabile per il plenipotenziario Pd. Ne’ manca, al tavolo dei potenti della Trilateral, Carlo Secchi, rettore della Bocconi e gia’ per questo riconducibile sul piano culturale sempre allo stesso Monti. In una intervista rilasciata al Fatto Quotidiano lo scorso anno, il professor Secchi aveva ricordato, fra l’altro, che componente della Trilateral era stato lo stesso Romano Prodi, oggi in pole position per il Quirinale secondo i desiderata dei montian-bersaniani. Nel medagliere del rettore Secchi spicca fra l’altro la presenza al vertice di un organismo chiamato “Centrale finanziaria spa” fondato e presieduto dal massone Giancarlo Elia Valori. Nessuna meraviglia, percio’, che nella nomenklatura 2013 di Trilateral ci sia anche, fra gli italiani, il patron della Techint, Gianfelice Rocca, da sempre collegato a Valori e alle sue potentissime trame internazionali, nonche’ uomo assai vicino all’Opus Dei. Nel 2010 “Centrale Finanziaria spa” di Valori e Secchi dichiarava di amministrare patrimoni per oltre 1 miliardo e mezzo di euro, avendo un capitale sociale da appena 10mila euro.
Andiamo avanti lungo la piramide Trilateral per incontrare Stefano Silvestri, che con il suo IAI (Istituto Affari Internazionali) e’ strettamente collegato, anche attraverso appositi link, alla Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema e C. Del giornalista Silvestri si occupano Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato nel libro “Attentato al Papa” (Chiarelettere), in cui si legge, fra l’altro: «(…) nel Rapporto Impedian 14, data di emissione 23 marzo 1995, con oggetto “Nino”, e’ scritto: “[Nino e’] contatto confidenziale del Kgb. Nino e’ stato vicedirettore dell’Istituto per gli affari internazionali (Iai), che era in stretto contatto con i ministeri italiani degli Affari esteri e della Difesa. Era un contatto confidenziale della Residentura del Kgb di Roma”». Ma «il vicedirettore dello Iai, nome in codice “Nino”, altri non era se non il professor Stefano Silvestri, esperto in relazioni internazionali, uno dei componenti del comitato di crisi nominato da Francesco Cossiga nei giorni del sequestro di Aldo Moro». E a tal proposito, nel libro “Doveva Morire”, Imposimato e Provvisionato aggiungono: «Un ruolo importante ebbe Stefano Silvestri, vice presidente dello Iai. Il Colonnello dei Carabinieri Domenico Faraone, capo del contro spionaggio competente per i Paesi del Patto di Varsavia, identifico’ nel Silvestri colui che, con il nome in codice Nino, nel Dossier Mitrokhin, era un contatto confidenziale della residentura del Kgb a Roma. (…)». Da ex giudice istruttore, nel libro Imposimato analizza lungamente la relazione del componente del comitato di crisi Silvestri. E cosi’ ne sintetizza il messaggio: «la forza delle BR e’ solo nel fatto di avere tra le mani Moro vivo. Se Moro muore, finisce il ricatto brigatista. L’altra soluzione sarebbe la liberazione di Moro. Il Silvestri liquida subito questa ultima ipotesi, ritenedola impraticabile e aggiunge che lo Stato faceva male a voler evitare il peggio. E cioe’? Semplice: lo Stato sbaglia a curarsi della vita di Moro e a cercare di salvarlo».
Sempre nella compagine di Trilateral, infine, siede Enrico Tomaso Cucchiani, numero uno di Banca Intesa, nonche’ membro di Aspen Institute. Il think tank euroatlantico Aspen Institute ha come presidenti onorari Giuliano Amato, Gianni De Michelis, Cesare Romiti e Carlo Scognamiglio. Attualmente il numero uno e’ Giulio Tremonti. Tra i suoi vice, Enrico Letta e John Elkann, entrambi anche in Trilateral. Nel board, l’immancabile Marta Dassu’ (direttore della rivista Aspenia) e la giornalista Rai Lucia Annunziata, ai vertici anche di Italianieuropei. Va ricordato che nella sua lunga attivita’ di conferenziere in giro per il mondo, restano memorabili gli interventi di Giorgio Napolitano ad Aspen Colorado. Il piddino Letta, insieme allo zio Gianni (altro possibile nome per il Colle), figura anche nel Comitato esecutivo di Aspen, insieme agli stessi Mario Monti, Enrico Tomaso Cucchiani, Romano Prodi e Gianfelice Rocca. Tutti insieme, tutti li’.
Sulla opacita’ dell’Istituto, che rappresenterebbe un autentico buco nero della democrazia europea ed italiana, si sono espressi molti commentatori. La miccia e’ stata accesa dalle stesse dichiarazioni d’intenti della “creatura”, nel cui sito si legge, alla voce “valori e leadership”: «Il “metodo Aspen” privilegia il confronto ed il dibattito “a porte chiuse”, favorisce le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento dei temi in discussione. Attorno al tavolo Aspen discutono leader del mondo industriale, economico, finanziario, politico, sociale e culturale in condizioni di assoluta riservatezza e di liberta’ espressiva». I fantasmi di queste compagini “riservate” aleggiano sull’Europa per stabilirne i destini. Compresi quelli di Bilderberg, lil blindatissimo vertice annuale dei potenti, cui nel 2012 avevano preso parte, fra gli italiani, gli stessi Enrico Letta e John Elkann, oltre alla giornalista Lilli Gruber e al manager Telecom Franco Bernabe’. Bilderberg 2013, secondo fonti attendibili, si terra’ ai primi di giugno nei pressi di Londra.
Sintesi “massima” delle nomenklature fin qui tratteggiate, nonche’ delle linee-guida che porteranno alla nomina dei nuovi presidenti della Repubblica e del Consiglio, la Fondazione Italianieuropei si staglia come il bunker degli affari italiani nel cui crogiolo matureranno le scelte. Riassumiamo, percio’, nomi e ruoli dell’organigramma. Presidente di Italianieuropei e’ lo stesso “padre fondatore” Massimo D’Alema. Nel Comitato di indirizzo, a lungo presieduto da Alfredo Reichlin (padre di Lucrezia Reichlin, ricercatrice di spicco nella montiana Bruegel), troviamo anche il presidente PD della Toscana Enrico Rossi e il “saggio” di Napolitano Luciano Violante. Marta Dassu’ e Giulio Napolitano sono, come gia’ detto, nell’advisory board. Inutile ricordare, infine, la stretta vicinanza di Italianieuropei e soprattutto dell’omonima rivista con gli esponenti di Magistratura Democratica. Decine i convegni organizzati congiuntamente negli ultimi anni e non meno numerosi gli interventi dei vertici MD sul magazine dalemiano promosso dalla Fondazione. Vedi, per fare un solo esempio, l’articolo di Claudio Castelli, presidente MD, su Italianieuropei numero 1 del 2010. Titolo: “Oltre la crisi: un approccio diverso per il settore penale”.
SAGGI PER CASO?
Concludiamo con qualche notizia inedita su alcuni fra gli altri “saggi” di Napolitano, per completare il quadro di uno scenario che, alla luce di quanto abbiamo visto fin qui, appare gia’ delineato nelle sue linee essenziali. Solo un esercizio di stile, insomma, chiedersi come andra’ a finire. «A meno che non cambi qualcosa – commentano alcuni osservatori dentro il Palazzo – gli unici dubbi riguardano al massimo la scelta fra Amato e Prodi, o giu’ di li’». Sul saggio Filippo Bubbico molti particolari interessanti ce li fornisce in questi giorni il giornalista materano Nicola Piccenna che, attraverso il suo frequentatissimo blog “Toghe Lucane”, ricostruisce la storia recente dell’ex sottosegretario. Architetto, a capo dei consorzi Seta Italia e Seta Basilicata (che in questi anni hanno ricevuto consistenti fondi dall’Unione Europea «per realizzare gelseti, allevare bachi e produrre seta», ma «tranne qualche piantagione di gelsi e qualche capannone vuoto ed in disuso, nulla sembra giustificare l’enorme esborso di fondi pubblici», scrive Piccenna), Bubbico e’ stato a lungo presidente della Regione Basilicata. Da commissario ad acta autorizza la costruzione del Villaggio Marinagri alla foce del fiume Agri. Nel 2009 quel villaggio finisce nel mirino delle roventi inchieste targate Luigi de Magistris.
Poi sappiamo come e’ andata a finire. Tre anni prima Bubbico era nel registro degli indagati di un altro pubblico ministero d’assalto: si trattava di Henry John Woodcock, che nel 2006 a Potenza indagava su un «diffuso e metodico rapporto collusivo» tra un clan mafioso lucano e ambienti politici, amministrativi e imprenditoriali della Basilicata. Nessun problema anche quella volta per Bubbico, che ha continuato al fianco di Bersani e D’Alema – dei quali e’ notoriamente un fedelissimo – la sua escalation politica, oggi giunta ai massimi livelli con l’investitura da parte di Napolitano. Dulcis in fundo, l’avvocato siciliano Giovanni Pitruzzella e il senatore berlusconiano Gaetano Quagliariello. Un tandem che si compatta nel 2011, quando una ventata di polemiche accompagna l’investitura di Pitruzzella al vertice dell’Antitrust per volonta’ del nuovo primo ministro Mario Monti (sara’ questo uno dei primissimi atti del suo insediamento). Se infatti da Sel Claudio Fava insorge, ricordando come Pitruzzella, oltre che amico personale di Renato Schifani, e’ stato autore di libri insieme a Toto’ Cuffaro, condannato definitivamente per mafia, Quagliariello (altro saggio di Napolitano) scende subito in campo e tuona: «i presidenti del Senato e della Camera hanno nominato un valente giurista alla guida dell’Antitrust. Il fatto paradossale e’ che appena qualche settimana fa i colleghi della sinistra, per sostenere che la bocciatura del rendiconto avrebbe imposto le dimissioni del governo, evocavano nelle aule parlamentari il manuale Pitruzzella di diritto costituzionale quale fonte dottrinaria di indiscutibile autorevolezza. Ora, improvvisamente, lo si accusa quasi di indegnita’…». Chiude il cerchio Massimo D’Alema, che in quella stessa circostanza si butta a corpo morto in sostegno di Monti e delle sue scelte, rivendicando «la collaborazione di molti esponenti del nuovo esecutivo con la Fondazione Italianieuropei». Basta.

Da un goldman ad un bilderberg… stiamo migliorando

Un commento: Enrico Letta da buon bilderberghino era anche uno dei più agguerriti sostenitori alla lotta al contante. Questa una sua frase a febbraio durante la campagna elettorale: “Noi siamo per la lotta senza quartiere contro l’evasione fiscale, perché solo in quel modo si possono ridurre le tasse a chi le paga. Il nostro provvedimento principale sarà quindi una forte limitazione all’uso del contante e una forte tracciabilità dei pagamenti, perché chi paga le tasse non ha nulla da temere da questi controlli” Quando lo sentirete parlare di moralizzazione della vita pubblica o lotta alla corruzione (come se la corruzione avvenisse tramite poche centinaia di euro in contante) sappiate che intende anche quello.
Napolitano ha scelto Enrico Letta. Il vicesegretario del Pd è salito al Quirinale, dove Letta è arrivato da solo a bordo della sua Fiat Ulysse, ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo, esattamente due mesi dopo le elezioni. Una scelta più politica rispetto al nome di Giuliano Amato, che era in testa nelle quotazioni dopo le consultazioni di ieri, e che comunque si dice “assolutamente soddisfatto”. Così come Pierluigi Bersani, segretario dimissionario del Pd, che commenta: “Benissimo”. Poi, ai microfoni di Servizio pubblico, in onda domani su La7, aggiunge: “Il Paese ha bisogno di soggetti politici in grado di prendere delle decisioni, non di spazi politici. Io ho detto rischiamo – se non correggiamo questo difetto – di non essere servibili per il Paese che, invece, ha bisogno di noi: perché se non ci siamo noi, non vedo soluzioni, francamente”. Tra le cose che si rimprovera, Bersani cita “non aver detto qualcosa prima ai miei”. Letta, 46 anni, nipote del pidiellino Gianni, ha accettato con riserva e dovrebbe tentare la strada di un governo di larghe intese. “Ho accettato, ma sento questa responsabilità più forte delle mie spalle”, ha commentato subito dopo aver ricevuto l’incarico al Quirnale. La prima esigenza, ha proseguito, è “dare risposte sul fronte dell’economia”. Ma la seconda è restituire “credibilità” alla politica agli occhi del Paese. Un obiettivo da raggiungere con le riforme, tra le quali Letta annovera la “riduzione del numero dei parlamentari“, la revisione del “bicameralismo“, e una nuova legge elettorale. Per fare questo, ha chiarito, “parlerò con tutte le forze politiche in Parlamento”.
“In questi giorni”, ha aggiunto, “al mio nome sono stati associati altri due nomi di due toscani come me: Renzi e Amato. Confermo che il rapporto tra noi sarà molto utile per aiutarmi individuare le parole giuste da rivolgere al Paese e per dare un programma utile al Paese”. Di rimando il deputato renziano Matteo Richetti scrive su Twitter: “L’incarico a Enrico Letta è unasplendida notizia. Serve una persona capace di affrontare immediatamente le emergenze sociali del nostro paese”. Dopo Letta ha preso la parola il presidente Napolitano, che ha confermato la via delle larghe intese come l’unica percorribile. E ha ribadito l’ennesimo appello ai partiti perché finalmente dispieghino “la massima collaborazione”. Ma non solo loro. ”Confido che tutti cooperino, anchei mezzi di informazione per creare il clima di massima distensione piuttosto vecchie tensioni”, ha voluto sottolineare il presidente. Napolitano ha voluto precisare di aver scelto il nome di Letta in completa autonomia: “Dai partiti, già predisposti a collaborare, non sono state poste pregiudiziali sul nome e mi è stata data tutta la libertà e massima autonomia” di azione.
Ma ancora prima che la sua convocazione fosse resa ufficiale, ha ricevuto l’avvertimento del segretario del Pdl Angelino Alfano, preoccupato dalle divisioni emerse in seno al Pd dopo la direzione nazionale di ieri e l’implosione scatenata dal tormentato voto per l’elezione del presidente della Repubblica. Per Alfano “è desolante la lettura, sui giornali di questa mattina, delle dichiarazioni di numerosissimi esponenti del Partito Democratico. Un florilegio di attacchi al Popolo della Libertà, al suo leader e alla storia del nostro partito, unito a organigrammi, nomi, poltrone e cadreghe varie”. Di conseguenza, continua il segretario, “è bene chiarire al Pd che per noi non ci sarà un nuovo caso Marini, non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo e inequivocabile”. Alfano ribadisce quanto chiesto da Berlusconi nelle consultazioni di ieri: “O il governo è forte, politico (con i tecnici abbiamo già dato), duraturo e capace di affrontare la crisi economica oppure -conclude- se si tratta di un governicchio qualsiasi, semibalneare, lo faccia chi vuole, ma noi non ci stiamo”.
Nella conferenza stampa al Quirinale, a Letta è stato chiesto conto delle perplessità espresse da Alfano. Ma il presidente del consiglio incaricato non è entrato nel merito, e si è limitato a rispondere che “il governo non nascerà a tutti i costi“. Poco dopo è arrivata la dichiarazione confortante di Roberto Speranza, capogruppo Pdl alla Camera. “L’incarico a Enrico Letta consegna al Pd una grande responsabilità. Occorre dare al paese un governo in grado di risolvere le grandi urgenze nazionali, a cominciare dalle difficoltà. Il Pd sosterrà convintamente” il nuovo esecutivo. Intanto la Lega nord non si sbilancia: “Su Amato il presidente Napolitano ha dato ascolto alla Lega. Bene. Incontreremo Enrico Letta per sentire cosa propone per il Nord’’, scrive si Twitter Roberto Maroni, segretario del partito e presidente della Lombardia. Nessuno sconto, invece, dal Movimento Cinque Stelle: ”Un inciucio annunciato da tempo!”. Così Vito Crimi, capogruppo al Senato, commenta l’incarico con un post su facebook. Il capogruppo pubblica un’infografica con la scritta e il volto di Letta sullo sfondo. Vengono poi elencate una serie di date con dichiarazioni annesse: “13 luglio 2012 – Letta dice: “Il Popolo della libertà è meglio di Beppe Grillo. 20 aprile 2013 – il Pd non vota Stefano Rodotà presidente della Repubblica e rielegge Giorgio Napolitano con Berlusconi, Monti, Lega, Udc. 24 aprile 2013 – Letta designato da Napolitano presidente del Consiglio per guidare il governo Pd-Pdl-Udc-Monti”. E Beppe Grillo rincara la dose dal suo blog: “Enrico e Gianni sono un’unica famiglia”. Nonostante la chiusura totale, Letta fa sapere che il Movimento Cinque Stelle è incluso nel giro di consultazioni di domani in vista della formazione del governo.
Quanto a Mario Monti, l’ex capo del governo tecnico scelto a suo tempo da Napolitano per sostituire Silvio Berlusconi si mette a disposizione dell’aspirante successore: “Il presidente Monti e l’intero governo uscente sono fin d’ora a disposizione del presidente incaricato Letta per agevolarlo il più possibile nell’assunzione del gravoso compito a lui affidato dal Capo dello Stato”, si legge in una nota. Letta è “la persona giusta” anche per Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc. Una disponibilità che, come ampiamente annunciato, non arriva da Sel: “Auguri a E. Letta, noi faremo opposizione costruttiva e responsabile a #governo con azionisti gli autori sfascio cioè la destra berlusconiana”, scrive su Twitter Nichi Vendola. Un altro no arriva dal fronte opposto. Per Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni twitta: ”Governo Letta rischia di essere un Monti bis. Fratelli d’Italia non ne farà parte. All’opposizione ci occuperemo dei problemi degli italiani”.

Un governo Letta-Letta ?

E così l’eterno vice diventa primattore.
Avrei considerato meno peggio Amato per le considerazioni espresse questa mattina, purtroppo i numeri impongono una scelta all’interno della sinistra e non è che ci sia tanta … scelta.
Adesso si apre la partita dei ministri.
Il PdL, davanti ad una scelta politica, deve fare scelte altrettanto politicamente marcate.
Quindi non credo adatto al ruolo di cane da guardia lo zio del premier incaricato (facili le ironie su un governo Letta-Letta) e neppure il “saggio” Quagliarello che mi appare troppo moderato.
Io piazzerei una Santanchè come vice per mordere le terga del Letta di sinistra, ma poichè temo che questo rimanga un mio desiderio, credo che il PdL debba mettere al governo ministri la cui immagine riporti direttamente al partito ed alla linea berlusconiana.
Avevo letto di Alfano vice e della Gelmini all’Istruzione.
Ecco mi sembrerebbe una soluzione ragionevole e di buona immagine.







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Teodoro Buontempo R.I.P.

A sorpresa questa mattina il giornale radio mi informa del decesso di Teodoro Buontempo.
Non sapevo che fosse malato.
Colpisce come la morte di una persona che, pur non avendola mai conosciuta di persona, ha rappresentato una parte della propria storia, in questo caso politica.
L’amico Josh in Svulazen ha brevemente illustrato l’uomo, il politico, il militante, il rappresentante istituzionale.
Qui mi piace evidenziare un impegno ideale che non si è mai prestato a sotterfugi per acquisire interessi personali coma la sua lunga militanza missina e poi, quando avrebbe potuto ben capitalizzarla, l’adesione a La Destra di Storace di cui fu Presidente.
Chissà che questa luttuosa circostanza non consenta alle tante anime disperse della Destra di ritrovarsi al funerale dell’antico militante, recuperando quella unità di intenti e organizzativa che rilancerebbe la nostra Destra.
Sarebbe un ultimo contributo di Buontempo all’ Ideale.





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Travaglio alla gogna

Travaglio se l’è voluto un giudizio così caustico da parte di Filippo Facci. D’altronde per uno che scrive a quel modo, è stato come esserselo andato a cercare un giudizio del genere. Mica tutti sono così gonzi creduloni da stare ad ascoltare uno che sputa giudizi e sentenze bilose dappertutto dove scrive e dove si presenta.

 

Facci vs Travaglio: “Fa schifo, i suoi lettori sono dei poveri pirla”

La penna di Libero ci va giù duro: “Ha uno stile escrementizio, si pettina come Bersani”

di Filippo Facci
Napolitano è veramente vecchio, ma Travaglio fa veramente schifo. Segnatevi la data (21 aprile) perché lo stile escrementizio del cabarettista del Travaglino ha toccato il fondo: quello del suo culo, strumento con cui evidentemente verga i suoi articoli. Nel suo fondo (schiena, appunto) il becchino di Torino, che ormai sfoggia una pettinatura alla giovane Bersani, domenica ha scritto che:
1)Napolitano è «a immagine e somiglianza» del «cadavere putrefatto e maleodorante di un sistema marcio» che «si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi»;
2) Napolitano è storicamente richiamabile a quando «i vecchi partiti di centrosinistra nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler »;
3) Napolitano rischia di restare «abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio»;
4) I giornalisti hanno celebrato Napolitano «con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi». La versione online dell’articolo, mentre scriviamo, vanta 2234 commenti di poveri pirla, tutti entusiasti di questo portasfiga (lo salutano Di Pietro e Ingroia) ridotto a fare l’Ugo Intini di Beppe Grillo, un comico.