Buon lavoro Lorenzin e De Girolamo

 
Da tg24.sky.it (in caso di rivendicazione del copyright, la foto verrà rimossa)
 
Da più parti si agognava ad un governo del cambiamento, e cambiamento è stato. I cambi di rotta più drastici, rispetto al passato, sono avvenuti in due ministeri chiave: Salute, e Politiche Agricole e Forestali. Lì, dove sfido chiunque a dire che ci sia una qualsiasi sorta di trait d’union con il passato, sono state nominate le Pidielline Beatrice Lorenzin, di Ostia (di fianco a Letta nella foto), e la beneventana Nunzia De Girolamo (di fianco a Lorenzin). Lì il cambio di rotta è stato tra i più dirompenti, e in rete non si risparmiano commenti negativi da parte dei vari detrattori. Ma tant’è, mai contenti costoro: volevano il cambiamento, e cambiamento è stato; volevano facce nuove, che non avessero mai avuto incarichi di governo, e così è stato; volevano gente nuova, che non avesse alcun legame con gli intrallazzatori del passato, e così è stato. E allora, cosa volevano di più, costoro? La botte piena e la moglie ubriaca?
 
Buon lavoro Lorenzin e De Girolamo.

Gli imbecilli si spellano le mani

Non chiamatelo inciucio di Marco Cedolin
A due mesi esatti dalle elezioni di febbraio, sembra essere nato, dopo un parto lungo e travaglliato, il nuovo governo destinato ad accompagnare gli italiani sul fondo del baratro. Già ad una prima occhiata, non si fatica a rendersi conto che il neonato governo Letta rappresenta per molti versi un qualcosa d’inedito rispetto a quelli che lo hanno preceduto, pur muovendosi nel solco del “pilota automatico” voluto da Mario Draghi. Ad attirare l’attenzione non sono tanto i nomi dei singoli ministri, con qualche eccezione come quello di Emma Bonino che di fatto garantisce la completa suddittanza nei confronti degli Usa e d’Israele, quanto piuttosto la filosofia di carattere puramente “estetico”, posta alla base della squadra di governo. In presenza di un pilota automatico che imporrà all’esecutivo tutte le mosse da compiere e considerata la mancanza di spazio per qualsiasi autonomia di pensiero, il lavoro si é concentrato insomma esclusivamente sul messaggio mediatico che il nuovo governo dovrà veicolare nelle case degli italiani, per ottenere un’apertura di credito in termini di speranza e simpatia…
Non appena ufficializzato l’elenco dei ministri, giornali e TV hanno iniziato a spendersi in ogni sorta di panegirico concernente le lungimiranti scelte compiute da Enrico Letta, grazie alla resurrezione di Napolitano e all’aiuto comprensivo di Silvio Berlusconi. Finalmente un governo strapieno di donne (ben 7) come mai se ne erano visti prima. Finalmente un governo di giovani (con l’età media intorno ai 50 anni) come mai era accaduto in precedenza. Finalmente un governo che annovera fra le sue fila un ministro di colore, a sancire il nostro terzomondismo. Finalmente un governo di larghe intese, dove il PD ed il PDL hanno compreso la necessità di unirsi per il bene del paese. Finalmente un governo grazioso esteticamente, politico ma non troppo, tecnico fino ad un certo punto, di destra ma anche di sinistra, di rottura ma anche di continuità e soprattutto molto, ma molto europeista senza se e senza ma. Un governo dall’immagine curata, con alcuni ministri diventati famosi proprio nei salotti della TV, con gli equilibri politici studiati con cura a tavolino, con pochi nomi “pesanti” diluiti per mezzo di nuove comparsate, adatto per distribuire a piene mani speranze di cambiamento, promesse di ripresa ed immagini patinate cariche di ottimismo e prospettive di un futuro migliore.
Parlare d’inciucio di fronte ad un’operazione di marketing di questo genere potrebbe risultare disdicevole. Non solamente per il rischio d’incorrere nell’ira dell’immarcescibile Napolitano, ma anche perché adesso che le elezioni sono un lontano ricordo quale utilità potrebbero rivestire i distinguo? Vogliamoci bene e lavoriamo tutti insieme per costruire l’Italia del futuro, sembra il leit motiv veicolato dal circo mediatico vestito a festa per l’occasione. E probabilmente, come sempre accade, gli italiani abboccheranno all’amo, felici del fatto che finalmente esiste un nuovo governo, preposto a risolvere i loro problemi. Per poi risvegliarsi regolarmente di fronte alla prima legnata fiscale, alle raffiche di licenziamenti e agli ufficiali giudiziari mandati da Equitalia. Tutto sommato non si può negare che l’intera operazione sia stata gestita scientemente con estrema competenza. L’astensionismo elettorale é stato limitato lavorando sull’antagonismo fra PD e PDL. Il PD ha raccolto quasi il 30% dei consensi attraverso una campagna elettorale di odio nei confronti del “nemico” Berlusconi. Il PDL ha ottenuto altrettanto, chiedendo i voti per arginare l’avanzata del demone della sinistra e schierandosi contro l’Europa e l’euro. Entrambi hanno pesantemente criticato le scelte scellerate compiute dal governo Monti con il loro sostegno. Ed oggi, forti dei numeri derivanti dal consenso ottenuto proprio grazie all’antagonismo, Berlusconi, il PD e Monti si uniscono tutti in un abbraccio fraterno, giurandosi amore eterno, nel nome di più Europa e più euro e nel segno del cambiamento. Non chiamatelo inciucio, si tratta di vero amore, di quelli destinati a durare a lungo, per tutto quello che conta c’è sempre il pilota automatico e non occorre pensarci più.

Un governo di freschezza?

 
L’altro giorno ho sentito una trasmissione radiofonica demenzial-satirica “Un giorno da pecora” che aveva un tormentone preso dalla pubblicità. Ricordate quella della caramella balsamica con tre che fanno la sauna eppoi cantano in coro il nome della caramella: “Riiiicoooola”? Su quell’aria dopo la candidatura di Letta jr facevano in coro il tormentone “Enricoooolètttt”. Subito dopo  la formazione del neonato governo suddiviso in dicasteri, vedo Napolitano vestito in  un grigio fresco lana parlare di “freschezza” al governo. E’ encomiabile da parte di un quasi novantenne usare questo termine. Qui abbiamo la nuova  compagine governativa suddivisa per ministeri: http://www.corriere.it/politica/13_aprile_27/enrico-letta-dopo-braccio-ferro-governo_bcf59786-af46-11e2-a5a6-3fc36303fbd5.shtml
Su Enrico Letta detto Lettino per differenziarlo dallo zio Gianni, molto è stato detto e scritto. Le consorterie da cui proviene (Bilderberg, Trilateral, Aspen Institute) la sua scuola-quadri con Beniamino Andreatta sono cose arcinote.
Resta un fatto: i postcomunisti quando vincono (si fa per dire) hanno bisogno di nascondersi dietro a un bel democristiano. In altre parole, non hanno un leader:  è il loro  crudele quanto paradossale destino.
 
Questo passa il convento. O meglio le consorterie internazionaliste. Questa squadra governativa risponde appieno ai criteri del NWO: molte donne all’interno (quote rosa), qualche vecchio tecnico neanche troppo mimetizzato (Saccomanni, uomo di Draghi all’Economia ed Enzo Moavero Milanesi già reduce dal governo Monti); le quote multikulti (Cécile Kyenge), lo ius soli alle porte.
Non c’è lavoro nemmeno per noi, ma dovremo occuparci del Common Good, ovvero il Bene dell’Umanità.  E’ un governo che conviene  un po’ a tutti:
 
1) Conviene al Berlusca per i suoi guai con la Magistratura e per mettere in sicurezza le sue aziende.
2) Conviene al Pd che è in pericolosa via di disgregazione e a rischio di scissioni interne
3) Conviene alla listarella civica Montiana-casinista, che altrimenti sparirebbe.
4) Conviene perfino a quel ciarlatano di Grillo che si augurava un bell’inciucio “Pd meno elle e Pd con L” per rimanere il rais incontrastato delle piazze italiane. Sai che consolazione!

Ecco, ora è stato accontentato. Ora potrà agitare quella sua chioma da Garibaldi taroccato e urlare a tutto decibel al “complotto del Mulino Bianco” tra zio Gianni e il nipotino Enrichetto. Per la sua felicità, ora c’è pure la coppietta bipartisan che ha già sperimentato le delizie dell'”apertura a domicilio”: Nunzia Di Girolamo del PdL (giovane avvocato di 32 anni) moglie di  Francesco Boccia, del Pd, grande sostenitore di Letta. La Di Girolamo avrà il ministero dell’Agricoltura. Frattanto,  il Mulino macina…

Della necessità di sostenere questa “freschezza” generazionale al potere (ci sono in effetti molti giovani) ne ha parlato anche il  povero smacchiato Bersani.
Intanto, sempre in nome della “freschezza che avanza” arriva la ministra congolese Cécile Kyenge, che, agguerritissima, parla già di “ius soli” imminente, manco fosse la madre di tutte le priorità. Non c’è uno straccio di lavoro per noi, ma dobbiamo sostenere il Common Good Universale, regalando cittadinanze-premio ai nuovi arrivati dai 4 cantoni del mondo.

Tutti in coro: Enricooolèttttt!

Il nostro disagio e il nostro disgusto… non necessità, virtù

Un lungo commento di Gondor: “Come dare torto a Veneziani per quello che ha scritto ?! Una sola eccezione: “fare di necessità virtù”. Siamo sicuri che la necessità di formare un governo con questa composizione sia ora una virtù? A ben pensare, il Governo Letta è l’esatta fotocopia di quello precedente (dominato dai Poteri forti transnazionali) e poco conta a tale riguardo l’assenza tra le sue fila del Commissario liquidatore dell’Italia (M. Monti), già mandato dai Poteri forti sovranazionali a blindare la morte del Sistema Italia (precedente e, a ben vedere, propedeutica di quella della Nazione Italia). Una informazione prezzolata fatta da troppi pennivendoli-schiavi (… e pure arroganti) lascia passare del tutto inosservato (tra le tante altre cose) che il Fiscal Compact, vero e proprio cappio al collo dei popoli economicamente, politicamente e socialmente deboli, sta per stringersi in maniera definitiva intorno al nostro (dopo quello greco, spagnolo, ecc ecc). Sanno gli italiani che a Ottobre, dopo la stangata estiva dell’IVA, la Commissione Europea (non eletta da nessun cittadino europeo!) avrà potere di veto e indirizzo assoluto sulle nostre manovre finanziarie, a partire da quella del prossimo Ottobre? Conoscono gli italiani e gli altri popoli europei i contenuti del Trattato di Lisbona in termini di gestione poliziesca del dissenso e delle residue prerogative politiche ed economiche lasciate ai governi nazionali? Le dismissioni dei beni pubblici (da regalare ai privati a prezzi stracciati e, al tempo stesso da fare apparire e accettare al popolo-gonzo come la ben nota “carota”, anche se si tratta del solito e proverbiale “cetriolo”), l’estrazione del (residuo) sangue dalle nostre vene con ulteriori tasse ecc ecc, lo strozzamento finale da parte delle banche della piccola e media impresa e dell’artigianato (bastioni storici dei popoli antichi e delle loro tradizioni culturali, sociali e civili) sono mosse sapientemente articolate da combriccole autoreferenziali, violente e senza Patria, che dominano da tempo la scena mondiale e l’Europa, in particolare. Il concetto stesso di Sovranità politica dei popoli dovrà essere cancellato in quanto opposto alle strabordanti visioni globalizzanti e massificanti dei Poteri forti, a tutto vantaggio delle Tecnocrazie finanziarie (e non solo) che mirano alla creazione di una Gotham City planetaria nella quale possedere, amministrare e dirigere tutto: dalla giustizia (la Corte internazionale dell’Aja è solo un esercizio preliminare) alla politica (l’EU e le tante Unioni commerciali ed economiche tra paesi e di interi continenti sono solo passi preliminari), dal commercio (WTO) alla società (Internet e i social network sono un vero veleno messo sapientemente nelle mani di giovani ignoranti e senza autocoscienza). Altri (e ben tristi) esempi sono sotto gli occhi di che vuole guardare. La stessa globalizzazione dei diritti (ne stiamo morendo ubriachi sulla carta, ma drammaticamente privi nella realtà), incluso quello delle adozioni per le coppie gay (la Francia dei giorni scorsi è solo l’ultimo stato, morente, che ha accolto questa nefandezza), è un modo come un altro per dire: l’Uomo e i Diritti naturali, la Storia e il Presente non sono nulla ed è necessario sostituire a essi un nuovo Pantheon, un nuovo Codice e una nuova Civiltà (Civiltà???!!) per il futuro (tutto questo e anche di più, se possibile, viene chiamato “Nuovo Ordine Mondiale”). Il tutto da inoculare rapidamente e a piccole dosi affinchè questi veleni possano essere metabolizzati, senza creare eccessive resistenze, nel sangue ormai annacquato e fiaccato delle vittime globali globalizzate, incoscienti e narcotizzate. Non a caso non si parla più dei Doveri, il fondamentale contrappeso dei Diritti, fonte di Valori archetipali e quindi necessari alla convivenza comune e alla stessa essenza dell’Individuo. A mio modo di vedere, quindi, è del tutto necessario che il popolo italiano (prima ancora che altri, in virtù della sua Storia e Nobiltà antiche di millenni) si svegli e comprenda che (tra le altre mille cose) ha i giorni contati. E’ diventato del tutto inutile, oltre a essere controproducente, dividersi politicamente tra destra e sinistra. Questo antico (ma per molti vecchio e logoro) discrimine sociale e economico (poi divenuto politico) nato a metà dell’800 aveva ragion d’essere in un mondo proto-industriale e industriale maturo che ha terminato di essere effettivo negli anni scorsi, con ogni evidenza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla successiva globalizzazione dei commerci e del terziario avanzato. Il vero e cruciale discrimine politico dei nostri giorni è un altro, ben più drammatico e centrale delle contrastanti visioni (per l’appunto di destra o di sinistra) sulle modalità di creazione e distribuzione della ricchezza e dei frutti del progresso tecnologico. La nuova categoria centrale e discriminante nella politica di oggi (e ancora per poco tempo, temo) è il concetto di Sovranità nazionale. In un certo senso, la Destra tende, per sua natura storica e sociale, a volerla preservare (anche perché considerata come la sommatoria politica dei Diritti naturali individuali). Al contrario, la Sinistra tende a considerarla una categoria storica con ampie ricadute economiche e sociali assolutamente avverse alla formazione di una massa popolare omogenea (da indottrinare e dirigere nell’utopia dell’Uomo Nuovo). Per i motivi appenna accennati, non c’è da meravigliarsi del fatto che la (vera) Destra italiana (ormai allo “zero-virgola” dal punto di vista dei consensi e delle capacità di creare un serio dibattito storico, culturale e politico) non parteciperà al Governo della Tecnocrazia e della Finanza, mentre la quota-parte della Sinistra, già metabolizzata e ridotta a scendiletto dei Poteri forti (ovvero il PD), ne farà parte in modo più o meno entusiastico. In questo senso, il PDL ha due possibilità: la prima è di partecipare al banchetto per contrattare un’agonia dell’Italia il più indolore possibile (si può davvero??); l’altra è di far finta di nulla per lucrare grazie a posizioni di rendita. Che la Destra (quella “accomodante” e maggioritaria in Italia) estragga dal cilindro magico un coniglio che si chiama “uscita dall’Euro” (la vera riconquista della Dignità e Sovranità nazionale, a mio parere auspicabile,) è tutto da verificare, ma molto improbabile. A quel punto il Governo cadrebbe dopo un secondo anche se la Sinistra si opponesse con tutte le sue (residue) forze in virtù della sua “sciocca” e proverbialmente “sciagurata” vocazione europeista. Nella realtà, la Sinistra storica mira alla distruzione della Sovranità dei popoli ed è per questo motivo un ottimo e ideale (temo non inconsapevole) alleato della Finanza globale e della Tecnocrazia globalizzante (nonché di visioni europeiste retoriche, infondate ed astruse). Quest’ultima tende a sfruttare masse enormi non più solo di lavoratori, ma di interi popoli mentre la Sinistra politica ed elitaria mira semplicemente a rappresentarle. Ben diverso è il caso della sinistra popolare (SEL, in Italia) che, non a caso, non parteciperà al nuovo (nuovo??) Governo. Se lo scenario presente e futuro è davvero quello prospettato (ma molte evidenze sembrano confermarlo) non c’è da stare allegri; staremmo infatti assistendo alla “fine programmata” di millenni di storia e tradizioni di interi popoli a scala planetaria. Un’operazione enorme e drammatica che proprio perché tale non va nascosta dai suoi artefici, ma, al contrario, resa manifesta e addirittura condivisa con le masse in virtù del vecchio adagio secondo il quale “per nascondere davvero occorre palesare”. Siamo in grado di individuare e contrastare questo scenario? Non c’è più molto tempo per agire!”
Non solo a sinistra si vivono le larghe intese con largo disagio. Anche a destra, se permettete. Ci sembra di star solo cambiando incubo. Ma la realtà ci impone di prenderne atto e fare di necessità virtù. E allora un governo transitorio d’emergenza dev’essere sì incentrato sulle urgenze e dunque sul fare, ma deve pur avere alle sue basi una scintilla per accendere il motore, una visione comune. Quell’idea comune non può essere la Resistenza o la Costituzione, a cui pur va il nostro rispetto, ma qualcosa che esprima il Bene Comune. Non riesco a trovare altra sintesi che questa: l’Italia e gli italiani, ovvero la loro salute e la loro sovranità, popolare e nazionale. Ognuno poi avrà le sue aspettative e le sue priorità, ma la priorità unitaria sia quella. Poi lo spirito con cui partire non è «siamo alla frutta, altrimenti c’è il baratro» ma l’opposto: si azzera il pregresso, palla al centro, si inizia daccapo. Si ricostituisce su basi unitarie e sul reciproco riconoscimento la fase successiva quando ciascuno andrà a rappresentare la sua parte. Arrivano morte la destra, il centro e la sinistra, sfiniti i loro leader e i loro simulacri. Erano l’ultimo retaggio del Novecento. Questo interregno serva a cambiare le forze politiche e la loro cultura, i loro leader e i loro dirigenti. Impresa temeraria quasi come uscire dalla crisi. Ma l’unico modo per accettare il promiscuo vagone Letta che sta partendo è istradarlo su questo binario, Bene Comune e politica nascente. Senza una visione comune il treno non parte o deraglia.

Il nuovo governo

Alfano al Viminale, Cancellieri alla Giustizia, Saccomanni all’Economia, Bonino agli Esteri. Era ed è l’unico governo possibile, ha spiegato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Enrico Letta (“il vero artefice di questo governo” l’ha definito il capo dello Stato) ha sciolto la riserva ed è il nuovo presidente del Consiglio. Domani alle 11,30 giurerà insieme al resto della squadra di ministri, mentre tra lunedì e martedì chiederà la fiducia alla Camera e al Senato.
Nasce, dunque, il governo di Enrico Letta. Un governo “politico”, con “record di presenza femminile”: 21 ministri, tra cui sette donne. Nove vanno al Pd, 5 al Pdl, 3 a Scelta civica e quattro sono i nome di alto profilo, anche a livello internazionale, come aveva auspicato il presidente della Repubblica. La lista dei ministri conferma solo in parte le voci che sono girate nelle ultime ore sulla bozza con la quale Letta si è presentato nel pomeriggio al Quirinale. Ci sono molte donne, l’età dei ministri si è considerevolmente abbassa. Ci sono il primo ministro di colore della storia della Repubblica e la prima olimpionica ministro, Josefa Idem. Ci sono tre personalità che non sono state scelte dalle file dei partiti che concorreranno a sostenere il governo: il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni e la radicale Emma Bonino.
Questa la lista illustrata dal capo del governo Letta. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio sarà Filippo Patroni Griffi (ex ministro alla Funzione Pubblica nel governo Monti). Partiamo dai ministeri senza portafoglio. Il ministro alla Pubblica Amministrazione e all’Innovazione è Giampiero D’Alia, la delega agli Affari regionali andrà a Graziano Delrio, le Pari Opportunità, il Turismo e lo Sport andranno a Josefa Idem, la Coesione Territoriale a Carlo Trigilia, ministro per i Rapporti con il Parlamento e il coordinamento del lavoro dell’esecutivo sarà Dario Franceschini, alle Riforme Istituzionali andrà Gaetano Quagliariello, all’Integrazione la democratica di origine congolese Cecile Kyenge. L’unica conferma è quella per gli Affari Europei dove resterà il ministro del governo Monti, Enzo Moavero Milanesi.
I ministeri con portafoglio. Agli Interni Angelino Alfano (sarà anche vicepresidente del Consiglio), agli Esteri Emma Bonino, all’ Economia Fabrizio Saccomanni, alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, alla Difesa Mario Mauro, allo Sviluppo Flavio Zanonato, alle Infrastrutture e ai Trasporti Maurizio Lupi, all’Agricoltura Nunzia De Girolamo, all’ Ambiente Andrea Orlando, al Lavoro e al Welfare Enrico Giovannini, all’Istruzione Maria Chiara Carrozza, ai Beni Culturali Massimo Brai e alla Salute Beatrice Lorenzin.

Evviva! Il nwo avanza a grandi passi

Chi è Cécile Kyenge, primo ministro di colore. Kyenge, 49enne congolese, ha militato nei Ds e nel Pd: ha già depositato una proposta di legge per riconoscere la cittadinanza ai nati in Italia di Sergio Rame

Il neo ministro dell’Integrazione, Cecile Kyenge, è nata a Kambove in Congo 49 anni fa ed è un medico oculista. Modenese, vive a Castelfranco dell’Emilia, ed è da tempo impegnata in politica, prima nei Ds, poi nel Partito democratico. Già responsabile regionale per l’immigrazione nel Pd, è consigliere provinciale a Modena, è stata eletta deputata lo scorso febbraio, sola parlamentare di colore della diciassettesima Legislatura alla Camera. Prima donna di origine africana a sedere in Parlamento Kyenge è sposata e madre di due figlie, è laureata in medicina e chirurgia, specializzata in oculistica. Nel 2004 è stata eletta in una circoscrizione del comune di Modena per i Ds, prima di divenire responsabile provinciale del Forum della Cooperazione Internazionale ed immigrazione. Dal settembre 2010 è portavoce nazionale della rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti degli immigrati e i diritti umani. Il primo marzo del 2010 il movimento ha organizzato una giornata di mobilitazione e sciopero indirizzata a far comprendere “quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società e come sia importante che italiani vecchi e nuovi si impegnino insieme per difendere i diritti fondamentali della persona, combattere il razzismo e superare la contrapposizione tra ‘noi e loro'”. L’associazione chiede l’abrogazione della legge Bossi-Fini e del reato di clandestinità, l’abolizione del permesso di soggiorno a punti, la chiusura dei Cie e il passaggio dallo ius sanguinis allo di ius soli per il riconoscimento della cittadinanza. Tra i diversi impegni della Kyenge c’è la promozione e il coordinamento del progetto “Afia” per la formazione di medici specialisti in Congo in collaborazione con l’Università di Lubumbashi. A marzo è stata una dei quattro firmatari – oltre a Pier Luigi Bersani, Khalid Chaouki e Roberto Speranza – della proposta di legge depositata alla Camera sul riconoscimento della cittadinanza agli immigrati, uno degli otto punti che lo stesso Bersani aveva proposto per il nuovo governo. La proposta di legge contempla il riconoscimento della cittadinanza per chi nasce in Italia da stranieri residenti da almeno cinque anni e della possibilità di richiederla anche per chi non è nato in Italia ma vi è cresciuto.

Vi presento l’onorevole Cécile Kyenge Kashetu ora ministro dell’integrazione di Luigi Riccio
Libera circolazione, una nuova legge sulla cittadinanza e l’abrogazione della Bossi-Fini. Con queste parole d’ordine è stata celebrata, il primo marzo, la quarta Giornata senza di noi. Molto è cambiato dalla prima edizione. Dalla clamorosa mobilitazione del 2010, il movimento è diventato più riflessivo: organizza eventi, convegni, produce documentari sul razzismo istituzionale. La “piazza” c’è ancora, ma l’idea dello sciopero ha perso centralità. Di tutto questo parliamo con Cécile Kyenge Kashetu, medico di origine congolese (Rdc), portavoce nazionale della Rete Primo Marzo e, da poco, neodeputata alla Camera per il Partito Democratico.
La Rete Primo Marzo ha celebrato la sua quarta Giornata senza di noi. Che bilancio fa di quest’esperienza? «Positivo. Noto una maggiore coscienza sulla tematica. È una questione che crea dibattito, coinvolgimento. C’è ancora tanta strada da fare. Ma l’idea di una società meticcia, senza distinzioni tra “noi” e “loro”, è sempre meno utopistica».
Il movimento è diffuso su tutta la Penisola, ma con il tempo è diventato meno visibile. Perché? «Lo “sciopero degli stranieri” è nato in un momento di grave crisi economica e questo successivamente ha influito. Ma adesso il Primo Marzo non è più solo mobilitazione. Lo troviamo nei circoli, nelle radio, nelle sale. È entrato nelle case».
Ha pesato, nel 2010, il mancato appoggio dei sindacati? «Un po’ sì. Il Primo Marzo era percepito come uno “sciopero etnico”, mentre noi chiedevamo una presa di coscienza più forte dei sindacati sulle tematiche del lavoro migrante. È stato difficile farci capire. Almeno per il primo anno. Poi lo scenario è cambiato».
In che modo? «Con lo sciopero di Nardò, appoggiato in primis dalla Cgil, contro il caporalato: una protesta contro lo sfruttamento e i diritti negati».
Adesso lei è anche neodeputata del Partito Democratico. Come si conciliano le due cose? «Non le vedo come separate. Fare politica per me significa stare in mezzo alla gente, tradurre le esigenze in progetti politici. Ed è anche la sfida più grande: non perdere il contatto con il territorio e la società civile».
Come ha cominciato ad appassionarsi alla tematica immigrazione? «Dalle difficoltà che ho vissuto sulla mia pelle. Ho iniziato a lavorare due anni dopo la laurea perché non potevo accedere ad un concorso pubblico. Alla mia storia, si sono sommate quelle di tanti immigrati che vedevo in difficoltà».
Come è avvenuto il salto in politica? «Ho cominciato in un consiglio di quartiere a Modena, grazie ad un’amica, che adesso è morta. Fu lei a farmi notare la vena politica».
Lei è la prima donna sub-sahariana in Parlamento: come ci si sente? «Una grande responsabilità. Ma non va visto come un successo personale: è il risultato di un progetto portato avanti, passo dopo passo, con il Forum Immigrazione del Pd».
Quali priorità porterà in Parlamento? «La riforma della legge sulla cittadinanza, come primo atto. E l’abrogazione della Bossi-Fini».

Al governo con gli impresentabili

Sono stati necessari due mesi e svariate capocciate contro il muro, per convincere i comunisti che le strade, viste l’esito del voto di febbraio, erano solo due: voto o governo di larghe intese.
Poichè a sinistra, nonostante le sberle prese, non sono ancora completamente suonati, hanno capito che il voto li avrebbe ricacciati all’opposizione e, così, hanno accettato di fare un governo con gli impresentabili del PdL, con il “blocco berlusconiano” come lo chiama l’alleato sedotto e abbandonato, Vendola.
Molto più delle parole sarà importante quel che il governo Letta-Alfano potrà realizzare nella sua, presumo, breve vita prima di tornare alla “normalità” con nuove elezioni.
Probabilmente la strategia di Berlusconi ha evitato il peggio, rappresentato dall’elezione al Quirinale di Prodi o Rodotà da parte di una maggioranza tra comunisti e grillini cui sarebbe seguito un governo Bersani (perchè una ventina di senatori sarebbe riuscito a rappattumarli per avere la fiducia) e una serie di leggi abominevoli come ulteriori tasse, l’introduzione dello ius soli con la concessione della cittadinanza e del voto agli immigrati, l’elevazione a dignità di legge dei capricci omosessuali, in particolare il “matrimonio” tra di loro.
Evitato il peggio, la coerente linea di Berlusconi ha portato al governo Letta di cui conteranno le azioni, ma anche i nomi.
Su questo devo dire che, forse, si è concesso troppo per salvare la faccia al pci/pds/ds/pd.
Io avrei trattato i ministeri (quali e quanti) e riservato ai singoli partiti la scelta dei nomi.
Il PdL ha schierato una buona squadra, ma troppo sbilanciata sul fronte delle colombe.
Qualche riserva anche sulla ripartizione geografica dei nomi PdL.
Nel complesso, però, pur essendo nomi di secondo piano e con una immagine “dialogante” (sin troppo) sono persone che danno una caratterizzazione politica alla presenza del Centro Destra.
Nel rispetto del principio poc’anzi espresso, non giudico le scelte altrui.
Mi limito ad esprimere totale dissenso per la nomina della Bonino , il cui unico atto apprezzabile sarebbe offrirsi in ostaggio all’India al posto dei nostri Marò (e là restare definitivamente) e di due ministri di nazionalità straniera con la sola cittadinanza italiana.
Il programma, infine.
Se ci sarà una riduzione dell’imposizione fiscale che restituisse ai cittadini, a TUTTI i cittadini, maggiore capacità economica, sarebbe già una impronta positiva.
Se ci sarà una maggiore resistenza alla protervia tedesca, sarebbe già un passo verso la giusta direzione.
Se venisse introdotto il presidenzialismo con l’elezione diretta del presidente della repubblica, sarebbe una svolta importante.
Se, poi, venisse abolita l’imu sulla prima casa (non oso sperare ancora nella restituzione di quella pagata nel 2012, per tale beneficio dovremo aspettare la vittoria del Centro Destra alle prossime elezioni) , se si riuscisse a coalizzare le nazioni europee per mettere all’angolo la Germania, archiviare la costituzione del 1948 per una nuova, più snella e flessibile, allora sarebbe un successone, ascrivibile essenzialmente a Berlusconi che diverrebbe, in tal modo, il Padre della Patria assieme a Napolitano.
Ma per questo bisognerà attendere i primi passi concreti del governo.



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Mentre l’Islanda si prepara a dire “NO” all’UE, sentiamo cos’ha da dire il presidente Grimsson

geyeser
Pubblicato anche su “Scenari Economici
Correva l’anno 2007 e nel mondo le cose andavano avanti. L’ONU stilava la sua annuale graduatoria dell’Indice di sviluppo umano e la medaglia d’oro di questa graduatoria andava a un’isola del Mare del Nord abitata da circa 300mila abitanti, ovvero l’Islanda.
Sì, stando alle sirene onusiane, alle agenzie di rating e ai media non c’era posto migliore in cui vivere dell’Islanda. Il settore finanziario deregolamentato e liberalizzato agli albori del millennio aveva creato un benessere mai visto prima in quella terra fredda e isolata dal resto del mondo. Ma quando nel settembre del 2008 Lehman Brothers, dotata di valutazione AAA secondo le tre Parche del rating, dichiara il proprio fallimento, il sogno islandese finisce bruscamente. Di colpo infatti l’Islanda scopre di essere seduta su un vulcano ben più pericoloso ed esplosivo di tutti i suoi celebri geyser messi insieme. Le tre banche, che con politiche finanziarie allegre e credito facile avevano aiutato il boom dell’isola di ghiaccio, Landisbanki, Kaupthing e Glitnir, si ritrovano al collasso e vengono nazionalizzate, mentre la libera circolazione dei capitali viene temporaneamente limitata.
L’Islanda, la perla del Nord si ritrova a chiedere un prestito al Fondo Monetario come un qualsiasi paese africano. Il sogno islandese diventa un incubo. Oggi però, a cinque anni di distanza dall’apocalisse, l’Islanda pare essere uscita dal tunnel. L’isola di ghiaccio, devastata dai disastri della cieca cupidigia di banchieri e speculatori, sembra si stia avviando verso un nuovo inizio.
L’economia islandese è ben lontana dai fasti del 2007, ma cresce del 2% l’anno e la disoccupazione, schizzata dal 3 all’8% dopo la crisi, è ora in calo intorno al 5%. Nell’indice di sviluppo umano l’Islanda, crollata dal primo al diciasettesimo posto, è ora risalita in quattordicesima posizione. Come abbiamo detto l’isola di ghiaccio è ben lontana dal tenore di vita precedente alla crisi, ma con forza ed orgoglio è riuscita a rialzarsi e ora può guardare al futuro con cauto ottimismo, consapevole che la lezione è stata appresa e che certi errori non saranno ripetuti. Ma cosa ha reso possibile per Reykjavik uscire dalla crisi economica? Perché l’Islanda ce l’ha fatta e l’Europa è invece ancora impantanata nel disastro?
Molte versioni, spesso discordanti tra loro, sono rimbalzate nella rete in questi anni riguardo l’Islanda e quanto accaduto, io credo che sia meglio sentir parlare chi è stato tra i protagonisti della risoluzione della crisi dell’isola di ghiaccio, ovvero il presidente della repubblica Olafur Grimsson, diventato celebre nella rete per aver posto il veto ai due piani di rimborso del debito del conto “Icesave”, un fondo creato da Landisbanki, verso investitori inglesi e olandesi. Questa è un’interessate intervista, rilasciata dal presidente Grimsson a febbraio al sito francese “Rue 89” (di cui qui ho trovato una traduzione in italiano) in cui quello che per molti nella blogosfera è diventato un eroe, ripercorre i passaggi e dice la sua su come l’Islanda è riuscita a oltrepassare la terribile crisi finanziaria che la attanagliava.
di Pascal Riché – Rue89.
Björk non era la sola star islandese in tournée in Francia, questa settimana. Il presidente del paeseÓlafur Ragnar Grímsson, 69 anni, era in visita ufficiale, con l’aureola dei successi islandesi contro la crisi, nonché del ruolo che ha giocato in questa correzione di rotta spettacolare con cui ha deciso, in due riprese, di consultare il popolo via referendum.  Ha incontrato per 35 minuti François Hollande. Si dice che abbiano parlato di tre questioni: «La ripresa economica in Islanda e le lezioni da trarne; la cooperazione economica nell’Artico e l’esperienza islandese in materia di geotermia – che assicura il 90% del riscaldamento degli abitanti – e come potrebbe essere sviluppata in Francia». Il presidente islandese, attualmente al suo quinto mandato, cammina sopra una piccola nuvola. Quattro anni dopo l’esplosione delle banche islandesi, il suo Paese è ripartito più forte della maggior parte degli altri in Europa, e ha appena vinto una battaglia davanti alla giustizia europea. Lo Stato islandese – ha giudicato la corte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) a fine gennaio, era nel suo diritto quando si è rifiutato di rimborsare i risparmiatori stranieri che avevano piazzato i propri soldi presso le sue banche private.
Rue89: Ha richiamato assieme a François Hollande le lezioni da trarre dalla correzione di rotta islandese. Quali sono?
Ólafur Ragnar Grímsson: Se fate un paragone con quanto è successo in altri paesi dell’Europa, la riuscita esperienza islandese si è avverata in modo diverso su due aspetti fondamentali.
Il primo, consiste nel fatto che noi non abbiamo seguito le politiche ortodosse che da trent’anni in qua si sono imposte in Europa e nel mondo occidentaleNoi abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo salvate, le abbiamo trattate come le altre imprese. Abbiamo instaurato dei controlli sui cambi. Abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale.
Seconda grande differenza: abbiamo subito preso coscienza del fatto che questa crisi non era solamente economica e finanziaria. Era anche una profonda crisi politica, democratica e perfino giudiziariaCi siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, e anche riforme giudiziarie [un procuratore speciale, dotato di una squadra, è stato incaricato di investigare sulle responsabilità della crisi, ndr]. Questo ha permesso alla nazione di affrontare la sfida, in modo più ampio e più globale rispetto alla semplice attuazione di politiche finanziarie o di bilancio.
 LIslanda ha 320mila abitanti. Queste politiche sono esportabili in paesi più grandi, come la Francia?
Innanzitutto, esito sempre nel dare raccomandazioni concrete ad altri paesi, perché ho sentito una caterva di pessime raccomandazioni propinate al mio!
Quel che posso fare, è semplicemente descrivere ciò che l’Islanda ha fatto, così ognuno può trarne le sue proprie lezioni. Ma è chiaro che molte delle scelte che noi abbiamo fatto potrebbero essere fatte in altri paesi. Per esempio, guardarsi bene da un’austerità troppo rigida.
 Quindi avete perseguito una politica di austerità rigidissima…
Senz’altro. Ma uno degli assi delle politiche ortodosse sta nel tagliare aggressivamente le spese sociali. Non è quel che abbiamo fatto. Abbiamo invece protetto i redditi più modesti.
L’ approccio ampio alla crisi – politico e giudiziario – può essere seguito anche in altri paesi oltre all’Islanda. La misura che è impossibile applicare in Francia, così come in altri paesi della zona euro, è evidentemente la svalutazione monetaria.
 Per quanto riguarda il non aver salvato le banche, lIslanda aveva davvero scelta? Sarebbe possibile lasciar affondare le grandi banche europee?
Le nostre banche erano importanti. Pesavano dieci volte la taglia della nostra economia. Io non dico che la dimensione non conti, ma se la si mette in termini di dimensioni, allora chiedetevi: il Portogallo è un paese grande o piccolo?  La Grecia è un paese grande o piccolo?
Se avessimo potuto fare altra cosa piuttosto che lasciare che le nostre banche fallissero, questo è un dibattito ancora aperto. In ogni caso tutto ciò corrispondeva a una scelta. Quelle banche erano private: perché mai delle imprese nel settore bancario dovrebbero essere trattate in modo diverso da altre aziende private di altri settori come le tecnologie informatiche, internet, le compagnie aeree? Queste imprese sono indispensabili alle nostre società, eppure lasciamo che falliscano. Anche le compagnie aeree. Perché mai le banche sono trattate come dei luoghi santi?
 La risposta tradizionale è che il loro fallimento possa trascinarne altri e mettere in ginocchio il sistema finanziario: c’è un rischio “sistemico”.
Sì, questa è l’argomentazione che viene avanzata; eppure badate a cosa è successo in Islanda con il caso IcesaveIl governo britannico e quello dei Paesi Bassi, sostenuti dall’Unione Europea, pretendevano che i contribuenti islandesi rimborsassero i debiti di questa banca privata, anziché lasciare che il liquidatore fosse il responsabile di tali debiti. A quel punto ho fatto fronte a una scelta: era il caso di sottoporre la questione a referendum? Un esercito di esperti e di autorità finanziarie mi dicevano: se voi autorizzate la gente ad esprimersi, isolerete finanziariamente l’Islanda per decenni. Uno scenario catastrofico senza fine… Ero davanti a una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall’altra la volontà democratica del popolo. E io mi son detto: la parte più importante della nostra società – e l’ho detto anche ai nostri amici europei – non sono mica i mercati finanziari. È la democrazia, sono i diritti umani, lo Stato di diritto.
Quando siamo di fronte a una profonda crisi, sia quella islandese sia quella europea, perché non ci dovremmo lasciar guidare sulla via da seguire dall’ elemento più importante della nostra società? Ed è quel che ho fatto. Dunque abbiamo indetto due referendum. Nel primo trimestre dopo il referendum, l’economia è ripartita. E in seguito la ripresa è continuata. Ora abbiamo un tasso di crescita annuale del 3%, uno dei più elevati in Europa. Abbiamo un tasso di disoccupazione del 5%, uno dei tassi più bassi. Tutti gli scenari dell’epoca, di un fallimento del sistema, si sono rivelati fasulli. Il mese scorso c’è stato l’epilogo: l’EFTA ci ha dato ragione. Non solo la nostra decisione era giusta, era democratica, ma era anche giuridicamente fondata. I miei amici europei dovrebbero riflettere su tutto questo con uno spirito aperto: come mai erano loro in errore politicamente, economicamente e giuridicamente? L’interesse di porsi questa questione è più importante per loro che non per noi, perché continuano, loro, a lottare contro la crisi applicando a se stessi certi principi e certi argomenti che usavano contro di noi.
Il servizio che può rendere l’Islanda è dunque quello di essere una sorta di laboratorio, che aiuta i Paesi a rivedere le politiche ortodosse fin qui da essi seguite. Io non vado certo a dire alla Francia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o l’Italia: fate così, fate cosàMa la lezione dataci dall’esperienza da questi quattro anni in Islanda è che gli scenari allarmisti, delineati come delle certezze assolute, erano fuori bersaglio.
 LIslanda è diventata un modello, una fonte di speranza per una parte dellopinione pubblica, specie la sinistra anticapitalista. La cosa le fa piacere?
Sarebbe un errore interpretare la nostra esperienza attraverso una vecchia chiave di lettura politicaIn Islanda i partiti di destra e di sinistra sono stati unanimi sulla necessità di proteggere il sistema sociale. Nessuno, né a destra né al centro, ha difeso quelle che voi definireste come “politiche di destra”.
 È la via nordica...
Sì, è la via nordica. E se osservate cosa è accaduto nei Paesi nordici in questi ultimi 25 anni, hanno tutti conosciuto delle crisi bancarie: Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca e infine Islanda, dove sempre abbiamo un momento di ritardo. La cosa interessante è che tutti i nostri paesi si sono ripigliati relativamente presto.
 Rimpiange di aver incoraggiato lei stesso la crescita della banca negli anni 2000? All’epoca, lei paragonava lIslanda a una nuova Venezia o Firenze?
Fra l’ultimo decennio del XX secolo e i primi anni del XXI, si sono sviluppate imprese farmaceutiche o di ingegneria, tecnologiche, bancarie e hanno procurato ai giovani islandesi istruiti, per la prima volta nella nostra storia, la possibilità di lavorare su scala globale senza dover lasciare il proprio Paese.
Anche le banche facevano parte di questa evoluzione. Se la cavavano bene. Nel 2006 e nel 2007, abbiamo sentito le prime critiche. Io mi sono chiesto a quel punto: cosa dicono mai le agenzie di rating? Redigevano per le banche islandesi un ottimo certificato di salute. Le banche europee e americane facevano tutte affari con le nostre banche e desideravano farne sempre di più!
Le agenzie di rating, le grandi banche, tutti in generale, avevano torto. E anche io. È stata un’esperienza costosa, che il nostro Paese ha pagato pesantemente: abbiamo conosciuto una grave crisi, delle sommosse… Ce ne ricorderemo a lungo. Oggi il pubblico continua ad ascoltare le agenzie di rating. Bisognerebbe chieder loro: se vi siete sbagliate così tanto sulle banche islandesi, perché dovreste avere ragione oggi sul resto?
 Quelle che lei definisce “sommosse”, non fanno forse parte del necessario “approccio politico” alla crisi, da lei descritto un instante fa?
Non la direi in questa maniera. L’Islanda è una delle democrazie più stabili e sicure al mondo, con una coesione sociale solida. E tuttavia, a seguito del fallimento finanziario, la polizia ha dovuto difendere giorno e notte il Parlamento, la Banca Centrale e gli uffici del Primo Ministro… Se una crisi finanziaria può, in un lasso di tempo brevissimo, far precipitare un tale paese in una così profonda crisi politica, sociale e democratica, quali potrebbero essere le sue conseguenze in paesi che abbiano un’esperienza più corta di stabilità democratica? Posso dirvi che durante le prime settimane del 2009, al mio risveglio, il mio cruccio non era quello di sapere se avremmo ritrovato o meno la strada per la crescita, bensì quello di sapere se non avremmo assistito al crollo della nostra comunità politica stabile, solida e democratica.
Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter rispondere a tutte le domande dei manifestanti: il governo è caduto, sono state organizzate delle elezioni, sono state sollevate dall’incarico le direzioni della Banca Centrale e dell’autorità di sorveglianza delle banche, abbiamo istituito una commissione speciale d’inchiesta sulle responsabilità, ecc.
C’è un’idea, diffusa nelle società occidentali, secondo cui i mercati finanziari devono rappresentare la parte sovrana della nostra economia e dovrebbero essere autorizzati a ingrandirsi senza controllo e nella direzione sbagliata, con l’unica responsabilità di fare profitti e svilupparsi… Ebbene, questa visione è pericolosissima. Quel che ha dimostrato l’Islanda è che quando un tale sistema ha un incidente, fa derivare tragiche conseguenze politiche e democratiche.
 In questo approccio politico, un progetto di nuova Costituzione è stato elaborato da unassemblea di cittadini eletti. Sembra che per il Parlamento non sia urgente votarlo prima delle elezioni del 17 aprile. Pensate che questo progetto abortirà?
La Costituzione attuale ha giocato il suo ruolo nella crisi: quello di far tenere delle elezioni e indire dei referendum… Questo non vuol dire che sia perfetta, essa può essere migliorata.
Con la crisi, il bisogno di rinnovare il nostro sistema politico ha trovato una sua espressione. Si è dunque attivato un processo di riforma costituzionale assai innovativo: è stata eletta un’assemblea di cittadini, i cittadini sono stati consultati via internet… ma, secondo me, non hanno avuto abbastanza tempo: appena quattro mesi.
Solo dei superuomini avrebbero potuto realizzare un testo perfetto in soli quattro mesi.
In questi ultimi sei mesi, c’è stato un dibattito in Parlamento, con dei propositi… il Parlamento adotterà forse certe misure, o forse si accorderà su un modo di proseguire il processo, o adotterà una riforma più completa.
Nessuno lo sa.
 La svalutazione ha aiutato la ripresa dell’Islanda. Lidea di raggiungere un giorno l’euro è stata scartata per sempre?
La corona è stata una parte del problema che ha portato alla crisi finanziaria, ma è stata anche una parte della soluzione: la svalutazione ha reso i settori dell’esportazione (pesca, energia, tecnologie…) più competitivi, così come il turismo, certamente.
C’è una cosa di cui non si è ancora preso bene coscienza nei paesi dell’Europa continentale : i Paesi del Nord dellEuropa – Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Svezia – non hanno adottato leuro, a parte la Finlandia. Nessuno di questi Paesi si è unito alleuro. E comparativamente, questi Paesi si sono comportati meglio, economicamente, durante gli anni successivi alla crisi del 2008, dei paesi della zona euro, eccetto la Germania.
È quindi piuttosto difficile sostenere che l’adesione all’euro sia una condizione indispensabile per il successo economico. Da parte mia, non vedo nessun nuovo argomento che possa giustificare l’adesione dell’Islanda all’euro.
 Banche addio… oppure i giovani islandesi che abbiano fatto studi superiori vi troveranno un impiego?
Le banche, che siano in Islanda o all’estero, sono diventate delle imprese molto tecnologiche, che danno lavoro a numerosi ingegneri, informatici e matematici. Attraggono talenti da settori innovativi, quali le alte tecnologie o le tecnologie dell’informazione.
Dopo la caduta delle banche, questi talenti si sono ritrovati sul mercato del lavoro. In sei mesi, avevano tutti trovato lavoro … E le imprese tecnologiche o di design hanno avuto un rapidissimo sviluppo nel corso degli ultimi tre anni. Centinaia di nuove aziende sono state create. Sono ben lieto di constatare che le giovani generazioni hanno risposto alla crisi in modo molto creativo.
Morale della favola: se volete che la vostra economia sia competitiva nel settore delle tecnologie innovative, il fatto di avere un grosso settore bancario, ancorché capace di notevoli prestazioni, è una cattiva notizia.
E questo è quanto, e a parlare non è qualche complottista paranoico, ma un capo di stato democraticamente eletto. Il presidente Grimsson in questa intervista ha toccato diversi punti caldi e smentito luoghi comuni a raffica. In particolare esprime posizioni scettiche sull’Euro e sull’adesione dell’Islanda all’Unione Europea. E proprio questo argomento, l’adesione all’Unione Europea, è stato l’argomento cardine della campagna elettorale che ha portato alle elezioni di oggi. Dopo la crisi finanziaria l’Islanda sembrava in procinto di aderire all’Unione Europea ma, visto che gli islandesi se la sono cavata benissimo da soli, le pratiche sono state congelate dal governo uscente. Se i sondaggi non sbagliano, alle elezioni odierne i primi due partiti saranno il Partito Progressista e il Partito dell’Indipendenza che probabilmente formeranno una coalizione di governo. Come in Italia insomma, direte voi, beh non esattamente. Perché in Italia i partiti si sono uniti al grido di “Ce lo chiede l’Europa” dietro un oscuro figuro, che quando s’è candidato alla guida del suo partito ha preso meno voti perfino di Rosy Bindi, che nel ’97 scriveva “Morire per Maastricht”. In Islanda invece i due maggiori partiti si uniranno al grido di “Europa? No grazie, qui ce la caviamo da soli!” e come primo atto di governo getteranno in un geyser le trattative con l’idra di Bruxelles. Ah, avercelo noi un Grimsson come capo dello stato al posto di Giorgio “L’URSS ha contribuito alla pace nel mondo” Napolitano.