Valori senza tempo

“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità. La Prudenza, anzi, imporrà che i Governi fondati da lungo tempo non andrebbero cambiati per motivi futili e transitori; e di conseguenza ogni esperienza ha dimostrato che l’umanità è più disposta a soffrire, finché i mali sono sopportabili, che a cercare giustizia abolendo le forme alle quali sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni, che perseguono invariabilmente lo stesso obiettivo, evince il disegno di ridurre il popolo a sottomettersi a un dispotismo assoluto, è il suo diritto, è il suo dovere, rovesciare tale governo e affidare la sua sicurezza futura a dei nuovi Guardiani. “.
Tratto dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America datata 4 luglio1776.

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La notte degli imbecilli

Ieri, primo giorno del nuovo anno, la gente normale si è svegliata con tutti gli arti al loro posto, tutte le dita ai loro posti, con tutti e due gli occhi, etc. Non così si sono svegliati i soliti imbecilli. Questi, al contrario, hanno dovuto fare l’inventario dei loro arti o organi perchè come ogni […]

Svendita dell’italia

Le mani della Merkel sull’Italia. Se l’indiscrezione del Wall Street Journal ha un merito è quello di aver riportato l’attenzione su quei giorni concitati, consultazioni informali ed atti fondamentali passati quasi sotto silenzio. Berlino, ad ottobre, pare abbia chiesto al Quirinale (che nega) di far «saltare» il governo Berlusconi. E qui entriamo nel campo della fantapolitica. Ipotesi retroscenista che circolava da tempo più o meno accreditata e altrettanto smentita. Ciò che è invece certo è che – senza alcun mandato – l’Italia ha formalmente delegato la propria politica fiscale all’Europa. E visto lo Stato dei nostri conti pubblici non è da attendersi un livellamento sui livelli europei (più bassi) della pressione fiscale. La cosa clamorosa è che questa delega all’azione fiscale – manovrata da Bruxelles sotto la regia della Bce – sia passata come un fruscio. E che pochi ne abbiano compreso l’importanza. Ne ha fatto appena qualche cenno il presidente del Consiglio Mario Monti il 14 dicembre scorso, in una delle più turbolente sedute del Senato della Repubblica. Eppure fra poco più di tre mesi – come già riportato da Libero settimane fa – un gruppo di alti euroburocrati, guidato dall’immancabile belga Herman Achille Van Rompuy (attuale presidente del Consiglio europeo), presenterà le linee guida del piano con cui l’Unione europea renderà di fatto prive di senso tutte le prossime campagne elettorali italiane, rendendo definitivo l’attuale commissariamento in corso. Qualche titolo di giornale ha spiegato per sommi capi che 26 Paesi su 27, con la sola eccezione della Gran Bretagna, si preparano a modificare i trattati europei stabilendo il percorso con cui ognuno cederà alla Ue la sovranità fiscale attualmente posseduta, creando quella che è stata chiamata Unione fiscale europea. L’8 e 9 dicembre scorso, senza avere nessun mandato esplicito nemmeno dal Parlamento italiano (che non ne ha mai discusso), e nell’assoluta ignoranza dell’opinione pubblica, il premier Mario Monti ha fatto aderire in via di principio l’Italia alla nuova politica fiscale comune.
Alle spalle aveva solo un disegno di legge costituzionale già presentato nel caos dell’estate in cui si prendevano sberloni dalla speculazione dal governo di Silvio Berlusconi: il testo di legge che inserisce nella Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. È stato presentato in fretta e furia come una condizione che ci veniva chiesta dagli altri partner del Vecchio continente per avere una mano dalla Bce nel momento più critico, e nessuno ha obiettato. In fondo si tratta di un principio buono, che ci costringe ad essere virtuosi. Solo sulla carta, però. Perché la virtù ha due facce: quella di un Paese che tiene entrate e uscite in pareggio, magari abbassando le tasse quando è necessario e accompagnando le misure con un taglio analogo alle spese superflue. Ma può anche esserci l’altra faccia, che è quella che stiamo vedendo in queste settimane: un Paese in cui aumentano le spese (anche quella per interessi lo è), e che le compensa alzando le tasse in modo assai pesante. Questa – criticabilissima – è stata la scelta operata dal governo tecnico di Monti. Forse l’ultima scelta che spetterà mai più all’Italia. Perché se verranno approvate entro fine marzo 2012 le nuove regole a cui Monti ha portato l’adesione italiana, il governo di Roma cederà a Bruxelles la decisione sulle prossime manovre italiane. E se i conti pubblici di Roma non saranno a posto, sarà l’Unione europea (una istituzione che non risponde all’elettorato italiano) a obbligare l’Italia ad alzare nuovamente la pressione fiscale sui propri cittadini. Certo, si potrà dire ancora di non essere d’accordo: ma bisognerà avere alleati i tre quarti dei 26 paesi che aderiranno all’Unione fiscale, quindi altri 19 paesi. Condizione praticamente impossibile. In ogni caso non ci sarà mai più la possibilità opposta: quella di abbassare le tasse in modo significativo, a meno che esista un surplus di bilancio così ampio da non trovare obiezioni a Bruxelles.
Tradotto in parole povere: la decisione presa da Monti di fare entrare l’Italia nell’Unione fiscale europea, renderà impossibile qualsiasi autonoma decisione di politica economica ai governi politici nazionali che prima o poi dovranno raccogliere l’eredità dell’esecutivo tecnico. Quindi inutile qualsiasi campagna elettorale, perché è proprio sulle ricette di politica economica che si marcano le differenze fra uno schieramento e l’altro. Perché se fosse stato possibile discuterne (ma evidentemente tutte le decisioni europee sono ormai sottratte alla democrazia e perfino all’informazione dei popoli), è evidente che un’Italia con la pressione fiscale in queste condizioni non può cedere la sua sovranità sulla materia. C’è una pressione da record del mondo sui contribuenti che non possono né evadere né eludere, e zero sugli evasori fiscali. Congelare un fisco così, e passare il pallino a un’Unione europea chiaramente dominata dall’asse franco-tedesco, è pura follia. E se c’era un governo che doveva astenersi dal compiere quel passo, questo era certamente il governo Monti: l’unico della storia repubblicana a non avere alcun tipo di mandato popolare.
di Franco Bechis

Leccaculerie varie di governo (monti)

La più bella notizia dell’anno è che siamo ancora vivi. La più brutta è che siamo mezzi morti. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a uno spettacolo inimmaginabile fino all’inizio dello scorso autunno. Non ci riferiamo alle dimissioni (che erano nell’aria) di Silvio Berlusconi, cui si deve comunque la svolta politica, ma all’avvento di Mario Monti. L’arrivo di questi a Palazzo Chigi non ha favorito il cambiamento che molti speravano, e cioè il decollo dell’Italia, la ripresa economica e l’abbattimento dello spread, ma ha introdotto nel Palazzo motivi di divertimento assoluto. In altri termini, tutte le grane che c’erano all’epoca del governo di centrodestra sono rimaste, anzi, si sono aggravate le tasse sono cresciute, la gente va in pensione più tardi, l’Iva è aumentata, la benzina e i tabacchi e l’alcol sono rincarati – però ci viene da ridere. L’uscita del Cavaliere e l’ingresso del Professore hanno suscitato nel Partito democratico, nella quasi totalità della stampa e della televisione e nel cosiddetto Terzo polo un’ondata di buonumore. Il governo non è più considerato ladro, forse perché piove poco o niente affatto. I sindacati non ringhiano: hanno fatto uno scioperino di tre ore tanto per giustificare il costo delle tessere, brontolano bonariamente, ma si capisce lontano un chilometro che se ne impipano dei ceti deboli. Dei quali si sono scordati anche i giornalisti da combattimento dei talk show. Michele Santoro è sparito, se ne occuperà presto Chi l’ha visto? noto programma di Rai 3. Ballarò, che per tre anni ci aveva somministrato servizi settimanali sui pensionati costretti a raccattare per terra scarti di ortaggi ai mercati, ora mostra solo reportage sereni, confortanti. L’Italia di oggi è peggiorata rispetto a ieri, ma per l’informazione sono scomparse d’incanto le famiglie che con lo stipendio non arrivano alla fine del mese. Forse si nutrono di speranza e di fiducia nel premier algido che usa il fisco per punire, ma lo fa per il nostro bene, garantendoci un futuro radioso. Un premier che ogni due per tre dice: eravate sull’orlo del baratro, poi per vostra fortuna sono arrivato io e vi ho acciuffato per i capelli, altrimenti sareste sprofondati. E noi poveri tapini: grazie, grazie signor docente, come faremo a sdebitarci? Il docente allora, con aria benevola: semplice, basta che paghiate il debito pubblico e siamo pari.
La ricetta di Monti è questa: io governo, voi sganciate. Geniale. Come mai non ci aveva pensato quel babbeo di Berlusconi? Invece di seguitare a rassicurarci: non vi metterò le mani in tasca, poteva mettercele, e avrebbe salvato se stesso e noi. Non aspettavamo altro che aprire il portafogli e offrirne il contenuto allo Stato. E che dire dellafase due? L’abbiamo attesa con trepidazione per un mese nella convinzione fosse una magica soluzione per incentivare la famosa crescita. Si è riunito il Consiglio dei ministri, ci siamo domandati che cosa diavolo avesse escogitato, quando il presidente è uscito dalle sacre stanze eravamo lì con le orecchie ben aperte per udire dalla sua viva voce la formula miracolosa e salvifica. Quindi? Delusione. Lui ci ha rimandato al dì appresso: terrò una conferenza stampa e saprete. Rassegnati, abbiamo pazientato altre 24 ore. Finalmente il cattedratico si è degnato di spiegare, due ore e mezzo di pistolotto professorale; noi zitti ad ascoltare come scolaretti, ma non abbiamo compreso un’acca. Che senso ha blaterare tanto a lungo se non si ha un tubo da dire? Oltretutto Monti ha tediato il pubblico, affamato di notizie, usando un linguaggio involuto, iniziatico, infarcito di anglicismi, sostanzialmente ostico e inaccessibile alla maggioranza degli italiani. Perché gli è stato consentito di perdere tanto tempo e di impedire la messa in onda puntuale del Tg1? Se una cosa simile l’avesse fatta Berlusconi, lo avrebbero accusato di essere un dittatore protervo, incurante delle regole, strafottente e invadente. Viceversa, a Monti nessuno ha osato muovere un rimprovero, una critica, nemmeno un appunto. Mah!
Forse è vero che se non è mutata la situazione economico-finanziaria, è però mutato il costume. Si pensi al trattamento riservato ad Augusto Minzolini. Dicevano che era un incapace perché gli ascolti del tiggì che dirigeva scendevano a vista d’occhio. Lo hanno licenziato in malo modo e sostituito con altro direttore, però gli ascolti sono ulteriormente calati, fino a scendere addirittura al di sotto di quelli del Tg5, eppure nessuno ha fiatato. Ma che è accaduto in 60 giorni di così importante da modificare radicalmente le abitudini e gli atteggiamenti dei sedicenti «cani da guardia del potere»? Prima era tutto uno schifo, ora va tutto bene madama la marchesa. Ecco che cosa chiediamo al 2012: un po’ di chiarezza, se non proprio di onestà. A Monti rivolgiamo un augurio: di non tenere i piedi saldamente ancorati sulle nuvole. Se insisterà a voler liberalizzare soltanto i tassisti, i farmacisti e gli edicolanti, guardandosi dal toccare gli ordini professionali (quello dei giornalisti lo ha gratificato consegnandogli la tessera in cambio di che?) e le municipalizzate, beh, nel baratro insieme con noi ci finirà anche lui. Altro che Quirinale.

Le origini del dissesto finanziario italiano 1

Questa serie nasce dalla curiosità di approfondire le cause che hanno portato l’Italia a sfiorare il precipizio, o l’orlo di un burrore, per usare di una frase cara al nostro attuale presidente del Consiglio Mario Monti. Pericolo non ancora scampato. La curiosità mi è nata ieri sera, mentre ascoltavo l’omelia di fine anno del parroco della chiesa centrale del mio paese di provincia. Nell’omelia egli ha stigmatizzato sull’ampio dolore che stanno vivendo molti suoi parrocchiani, a causa della debacle finanziaria in atto nel nostro paese. Ne ha addossata gran parte della colpa alla corruzione, che avrebbe ormai permeato settori sempre più vasti delle amministrazioni pubbliche di questa nazione. Un livello di corruzione tale che ci relegherebbe ai posti più bassi di una “ideale” classifica mondiale, ponendoci su gradini ancor più bassi rispetto a quelli occupati da certi stati africani, conosciuti per essere i più corrotti del mondo. 
Dopo aver ascoltato la confessione qui sotto di Craxi al processo Cusani, a titolo personale, e dopo aver appreso di nomi di personaggi assolutamente insospettabili, posso aggiungere che la corruzione di cui parlava il mio parroco ha origini molto antiche. Alcune delle persone nominate sono ancora in vita, e occupano ancora importanti posti di comando della nazione.
Buon ascolto.

Ridotti in servitù

Avrei voluto, come primo post dell’anno, parlare di futuro, di temi da affrontare e di problemi da risolvere per realizzare una società, per me, ideale.

Invece mi sento in dovere di scrivere del passato, di quello che il Wall Street Journal ha rivelato, sgamando un complotto che tale resta nonostante le liturgiche smentite.
Tutti noi ne eravamo “a pelle” certi, ma ora c’è la conferma che solo la ragion di stato impedisce di riconoscere e denunciare da parte degli esponenti del Centro Destra.
Berlusconi, che aveva ottenuto una comoda maggioranza dalle urne anticipate del 2008, fu posto in condizione di doversi difendere da continui attacchi portati dai poteri forti che hanno cinicamente usato gli ambienti antiberlusconiani (più e meno consapevoli) dei giornali, della magistratura ideologicamente schierata, degli speculatori finanziari, fino ad arrivare ad organizzare una fronda all’interno dello stesso partito del Premier, confidando nelle legittime ma infondate ambizioni di Fini.
Abbiamo così assistito ad un inizio di legislatura da bersagliere da parte di Berlusconi (abolizione dell’ici, assistenza ai terremotati dell’Abruzzo, protagonismo in politica estera – Libia, Russia, stati minori dell’europa – ) il cui attivismo deve aver spaventato non poco gli ambienti conservatori della politica e della speculazione finanziaria internazionale.
Probabilmente gli stessi successi elettorali del 2009 e del 2010, in controtendenza rispetto alle sconfitte che collezionavano Merkel e Sarkozy, hanno spinto quegli ambienti raccolti intorno alle potenti organizzazioni internazionali non elette come Bilderberg e Trilateral, a muoversi in prima persona, sfiduciando i vari Veltroni, Bersani, Di Pietro, Fini e Casini che non riuscivano a ribaltare il Governo di Berlusconi.
Siamo quindi arrivati al diluvio di fango con il quale hanno cercato (riuscendovi parzialmente) di isolare il Premier, fino all’epilogo raccontato dal WSJ.
Berlino e Roma hanno smentito: ma chi ci crede ?
L’articolo (che si può leggere in italiano ne Il Giornale del 31 dicembre) è verosimile e conferma tutte le sensazioni che abbiamo avuto nei mesi scorsi, a cominciare dalla guerra in Libia.
Più che le smentite dei due vecchi compagni di fede (rossa) , conta la conferma: sì, il colloquio c’è stato ma non si è parlato di questioni interne all’Italia.
Molto difficile crederlo.
E quale motivo avrebbe avuto la Merkel di telefonare ad un soggetto costituzionalmente irresponsabile e solo rappresentativo, quando l’omologo operativo (esecutivo) era Berlusconi ?
Sarebbe come se per comprare o vendere giocatori con il Bologna, invece di parlare con il presidente (che “caccia” i soldi) Guaraldi, l’interlocutore scegliesse di parlare con il presidente onorario Morandi.
E’ comunque la dimostrazione (perchè per stessa ammissione dei due, il colloquio è avvenuto) di uno scavalcamente delle normali relazioni tra due stati e nessuno può credere che non sia avvenuto per volontà specifica della Germania di mettere il becco nelle vicende italiane.
Confermate, singolarmente poco prima della rivelazione del WSJ, dalle parole di Monti che, con immotivato autocompiacimento, ricordava quanto lui stesso fosse stimato a Berlino perchè era considerato il più “tedesco” degli economisti.
Francamente se a me dessero del “tedesco” non lo prenderei come un complimento …
Questi retroscena mi rendono ancora più simpatico Berlusconi che ha combattuto (purtroppo per noi, perdendo) contro nemici numerosi, ben supportati e spietati.
E’ evidente che il ruolo di Berlusconi, che fece capeggiare all’Italia una coalizione di “piccoli” stati europei contro il duo francotedesco e, forse ancora più grave ai loro occhi, che spesso (come sulla tassazione delle rendite finanziarie) aveva stretto un asse con il Regno Unito (infatti una delle prime dichiarazioni di Monti fu molto chiara circa il passaggio di campo dell’Italia dai contari ai favorevoli alla tassazione delle rendite finanziarie) , ha segnato il destino del nostro Premier e della residuale indipendenza nazionale.
Spiace rilevare come Berlusconi sembra essersi accucciato dopo la sconfitta e come il Pdl, forse preda della sindrome di Stoccolma, stia sostenendo il governo dei carnefici propri e di tutto il Popolo Italiano.
Urge discesa in campo di un Berlusconi nuovo o rigenerato nello spirito combattivo.
Nota: La vignetta è stata pubblicata ne Il Giornale del 31 dicembre 2011 e mi pare azzeccatissima

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Cetto Laqualunque, gli immigrati, i carcerati e i giovani…

MILANO – «Un discorso alto, realista, coraggioso e onesto. Istituzionalmente impeccabile. Nelle parole del Presidente Napolitano emerge un forte richiamo alla capacità del nostro Paese di superare, come in passato, momenti difficili attraverso le sue articolazioni sociali, politiche ed istituzionali». Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, in una nota diramata dall’ufficio stampa di Palazzo Madama, commenta il tradizionale messaggio di fine anno del capo dello Stato. Secondo il Presidente del Senato è «quanto mai opportuno il richiamo alla responsabilità dei partiti perché questi possano assicurare l’attuazione dell’indispensabile agenda delle riforme in un clima costruttivo e non conflittuale». «Il Capo dello Stato – continua il Presidente Schifani – ci richiama fortemente inoltre a non trascurare, e sono certo che non lo faremo, i delicati e sensibili temi della crescita economica, della tutela del futuro dei giovani, dell’immigrazione e del sovraffollamento carcerario».
FINI – Condivide il le parole di speranza del presidente della Repubblica il presidente della Camera Gianfranco Fini: «Tutti gli italiani devono essere grati al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per aver indicato la via per un futuro migliore: essere davvero una comunità nazionale che oggi come ieri mostra nei momenti più difficili della propria storia di sapersi unire per raggiungere l’obiettivo. Sono certo che l’appello del presidente della Repubblica non cadrà nel vuoto, perchè gli italiani riconoscono il lui una guida morale».
CLINI – Il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, impegnandosi a rendere «l’ambiente una forza trainante della crescita economica», ha ringraziato il presidente Napoletano. «Desidero esprimere la mia gratitudine al presidente della Repubblica per il suo messaggio di incoraggiamento e di responsabilità e per il forte riferimento all’esigenza di affrontare l’emergenza del dissesto idrogeologico. Il nostro sforzo sarà tradurre gli obblighi internazionali e dell’Unione Europea in una opportunità di sviluppo per tutto il Paese».
BERSANI – «In tutto il discorso del presidente c’è un richiamo appassionato all’idea di comunità, al destino comune degli italiani», afferma il segretario del Pd Per Luigi Bersani. «Bisogna corrispondere a quel richiamo con giustizia, solidarietà e con coraggio. In un momento così difficile bisogna imparare, in particolare, quella vicinanza profonda al mondo del lavoro che le parole del presidente hanno ancora una volta testimoniato. Non sarà un anno facile. Per quello che ci compete a noi faremo come dice il presidente: ci metteremo tanto impegno, tanta responsabilità e tanta fiducia».
DI PIETRO – Condivide le parole del presidente Antonio Di Pietro. «Ha fatto bene a ribadire che per uscire da questa condizione la forza motivante, proprio cosi l`ha definita, va trovata in noi stessi», ha detto. Per quanto riguarda l’Idv, dice Di Pietro, «faremo fino in fondo il nostro dovere, senza preconcetti, in Parlamento e nelle piazze, affinché le disuguaglianze economiche e sociali si possano ridurre e si possa ridare speranza a questo Paese e ai nostri giovani, come ha auspicato nel suo discorso il Presidente Napolitano».
GASPARRI -Secondo il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri ill messaggio di Napolitano ha dato «importanti indicazioni come la fiducia nella politica, con i partiti che devono rigenerarsi rivendicando il proprio ruolo per riforme che garantiscano la democrazia dell’alternanza». Mi auguro, dice Gasparri che «anche il governo attuale trovi la tensione ideale che Napolitano ha espresso e che a Palazzo Chigi oggi non abbonda».
CALDEROLI – Fuori dal coro degli applausi si pone Lega: «Sembra il discorso di “Cetto la qualunque”, un messaggio tratto dal film Qualunquemente. Per contenuti ricorda la conferenza del premier Monti: un libro dei sogni con tanti luoghi comuni». Il senatore della Lega Nord, Roberto Calderoli, boccia senza mezzi termini il messaggio di fine anno del presidente Giorgio Napolitano «Vista la lunghezza della carriera politica di Giorgio Napolitano come parlamentare, ministro e presidente della Repubblica, avrebbe potuto fare un esame di coscienza su quello che non si è riuscito a fare fino ad oggi», prosegue l’ex ministro. «C’è qualche fuori campo: dal suo passato nelle fabbriche di Napoli, ma forse si riferiva a quelle dei botti, allo Ius soli – prosegue – C’è poi il passaggio sulla segnalazione dell’ eccesso di tasse: prima fa un vero e proprio panegirico del governo Monti, una cosa che non si è mai vista, poi si lamenta delle tasse quando è proprio Monti a proporre solo tasse». «Ma la cosa che più mi ha dato fastidio – conclude l’esponente leghista – è che non c’è nessun accenno al federalismo: questa è una colpa».

L’auspicio del comunista

MILANO– Il presidente Napolitano lo aveva ripetuto anche durante il discorso di “fine anno”. L’importanza di riconoscere la nazionalità italiana ai figli di immigrati nati in Italia. Un auspicio per Takwa, venuta alla luce un’ora e 42 minuti dopo mezzanotte nella sala parto al secondo piano dell’ospedale Sant’Anna. È lei la prima bambina nata a Torino. Pesa 4 chili e 190 grammi, i suoi genitori risiedono a Torino e sono di origine tunisina, papà Ben Ahmed e mamma Karik hanno rispettivamente 44 e 26 anni, lui fa il meccanico e lei è casalinga e hanno già un’altra figlia di 4 anni, Jasmine.
ROMA – Ha origini vietnamite la mamma di Sofia, la prima bambina nata a Roma, pochi secondi dopo la mezzanotte. Lo ha precisato il Comune di Roma, annunciando che il sindaco Gianni Alemanno si recherà, come è consuetudine, a porgere di persona gli auguri alla piccola e alla sua famiglia. La bimba è stata data alla luce all’ospedale San Filippo Neri. Il padre è un avvocato romano.
BOLOGNA – È Linda la prima nata a Bologna nel 2012. Primogenita di una coppia residente a Monterenzio (il padre ha trent’anni, la mamma 34), è venuta alla luce sei minuti dopo la mezzanotte al policlinico Sant’Orsola e pesa 3,090 kg.