2011

Con il 2011 si è chiuso l’anno peggiore della storia d’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo perduto la democrazia, abbiamo perduto l’indipendenza, siamo diventati poveri, ci troviamo nella condizione assurda di essere “rappresentati” da parlamentari che hanno tradito il mandato ricevuto dai cittadini. Parlamentari che avevano due strade legittime da seguire di fronte alla nomina irrituale da parte del Capo dello Stato di un governo non eletto da nessuno: non dargli la fiducia in Parlamento, oppure dimettersi tutti dal proprio incarico rinviando le scelte ai cittadini. Non l’hanno fatto, e continuano a mantenere in vita un governo illegittimo affermando con ogni loro Sì di essere incapaci di fare il proprio lavoro delegandolo ad altri, e prendendo anche di conseguenza uno stipendio cui non hanno diritto.
Questa è la situazione. Ne consegue – e non poteva non essere così – che è stato instaurato un governo dispotico, il quale, come ha affermato pubblicamente, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa (un tempo almeno i sovrani, pur essendo assoluti, dicevano di rispondere a Dio delle proprie azioni) e che, sotto le vesti grottesche di una finta democrazia, esercita un potere inquisitorio, poliziesco, nel quale è stata abolita ogni libertà d’azione e ogni sfera privata. I controllori del fisco e i banchieri sono stati appositamente trasformati in un nuovo corpo di polizia al servizio del governo. Non c’è nessuna giustificazione possibile. Ogni volta che i detentori del potere hanno instaurato il dispotismo, il terrorismo di stato, hanno sempre esibito dei buonissimi motivi. I governanti attuali non fanno eccezione. La ricerca bancaria dell’evasione fiscale è soltanto una forma moderna di ricerca, da parte dell’ Inquisizione, dell’osservanza del precetto pasquale con relativa condanna pubblica sul ponte San’Angelo. Cambiano le persone, ma i detentori del potere sono sempre uguali: sono sicuri e si compiacciono del proprio potere soltanto se opprimono i sudditi.
Cosa possiamo fare? L’ho già detto più volte e debbo necessariamente ripetermi: sul piano della legittimità gli unici che possono farci uscire da questa situazione sono i parlamentari: votino No anche soltanto a una norma del governo Monti, quella sull’uso del denaro contante e dell’obbligo di aprire un conto corrente se si superano i mille euro. Metterebbero fine all’illegittimità della propria condotta con la semplice, ma nobile, rivendicazione del diritto alle libertà democratiche. E il debito pubblico? Su quello non c’è nulla da aggiungere a quanto tutti sanno benissimo: bisogna tornare alla sovranità monetaria, quindi alla lira. Pochi giorni fa in un’intervista sull’Avvenire, Lucio Caracciolo l’ha spiegato con concise, limpide parole: per l’euro non c’è speranza. Stiamo buttando denaro, sacrifici, addirittura le vite di coloro che si suicidano a causa della crudelissima stretta del credito, in un enorme “vuoto”: le ambizioni dei costruttori della moneta unica. Basta, non possiamo aspettare più. La massima responsabilità nelle disavventure della storia è sempre spettata in primo luogo, non ai massimi detentori del potere, ma a coloro che, potendolo, non si sono opposti ai loro accessi di follia.

Una promessa è una promessa….

… E così nell’ultima Giuntadisponibile del 2011, lo scorso 29 dicembre, il presidente della ProvinciaEttore Pirovano si è dimezzato lo stipendio. Da 8.565 euro lordi a 4.680 euro,sempre lordi.
Una promessa è una promessa. E così nell’ultima Giuntadisponibile del 2011, lo scorso 29 dicembre, il presidente della Provincia EttorePirovano si è dimezzato lo stipendio. Un’ipotesi ventilata qualche giornoprima, ma passata in secondo piano rispetto alla notizia dell’abbandono delParlamento dopo tanti anni a Roma tra i banchi della Lega Nord. Finoral’incarico da deputato aveva fatto risparmiare alla Provincia l’interostipendio di Pirovano, perché non accumulabile a quello da presidente. Orapercepirà le quattordici mensilità direttamente da via Tasso per un importoquasi della metà rispetto al suo predecessore. Da 8.565 euro lordi a 4.680euro, sempre lordi. Sempre molto distante dalla retribuzione media di unimpiegato o di un operaio, però lontana anche dagli stipendi di colleghipolitici che siedono in parlamento. La deliberasi può scaricare dal sito internet della provincia di Bergamo cliccando qui.
Giusto oggi sono stati diffusi i dati che evidenziano chegli onorevoli italiani sono i più pagati d’Europa. “Non possiamo nasconderlo,con lo stipendio da parlamentare si vive bene – spiega Pirovano – io sono statomolti anni in Parlamento e non mi posso lamentare. Devo dire che noi della Legadiamo cifre molto alte per il mantenimento del partito. E’ una scelta nostra,personale. Alla fine del mese si arriva a mettere in tasca 7-8 mila euro, unbello stipendio rispetto a quello di tanti altri lavori. Spesso però mi chiedocome alcuni colleghi, o ex colleghi visto che non sono più parlamentare, sipossano permettere panfili, ville, vacanze alle Maldive. Con quei soldi puoifar star bene una famiglia, ma non permetterti lussi continui”. Il presidente èd’accordo sui tagli ai costi della politica, con alcune eccezioni. “Penso aquello che percepisce un sindaco di un paese di provincia – continua – civorrebbe buon senso e permettere loro di guadagnare almeno quanto un impiegatodi buon livello. Non è semplice fare il primo cittadino. E poi nondimentichiamo che i politici sono pagati sopra la media per evitare il rischioche si facciano tentare da arrotondamenti poco legali. I veri sprechi sonoaltri, su tutti il numero dei dipendenti comunali in alcune zone d’Italia,doppio rispetto alla media bergamasca. E’ lì che bisognerebbe tagliare”.

Immigrazione e assegni sociali

Dodici milioni e ottocentomila euro spesi nel 2010 dalla sola regione Emilia Romagna per assegni sociali agli stranieri over 65. Un dato clamoroso, denunciato dal consigliere regionale del Pdl Alberto Vecchi, presumibilmente in linea con quello di altre regioni come Veneto e Lombardia. In tutta Italia, si stima che gli assegni sociali agli stranieri over 65 siano costati in media circa 50 milioni di euro all’anno alle disastrate casse dello Stato, dal 2001 ad oggi. Spesso, però, si tratta di vere e proprie pensioni regalate a persone che non hanno mai lavorato in Italia, o peggio vivono ancora nei loro Paesi d’origine a spese dei contribuenti italiani. E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione. La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato? Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli? In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps… Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi? E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte? Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti? Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima? Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.

A proposito di buvette

Nei giorni scorsi si è parlato dell’aumento dei prezzi della buvette del senato. Qualcosa del tipo che se prima pagavano un caffè, per dire, trenta centesimi, adesso i poveri senatori devono pagarlo, tipo, una decina di centesimi in più.. O se pagavano un secondo di scampi tre euro, magari adesso dovranno pagarlo tre euro e […]

L’inverno del nostro scontento

Ebbene sì, lo confesso: da quando è andato abusivamente al governo l’Androide surgelato, non mi riesce più di guardare un Tg. I giornali li scorro velocemente nei titoli, ma poi qualcosa mi impedisce di leggerli. Intanto a che vale intossicarsi il fegato nel constatare che hanno defenestrato un governo eletto, per mandare al potere dei banchieri con un’agenda folle

Dittatore Orban? Dittatura la Ue

La prima volta che sono stato a Budapest era il 1987. Avevo vent’anni ed era il mio primo viaggio al di là del Muro. Non ero mai stato a Est. Tutto quello che sapevo sul comunismo lo avevo letto. Vederlo mi ha cambiato il mondo. L’Ungheria era quanto di più occidentale si potesse trovare al di là della cortina di ferro. A suo modo era ricca. C’era un negozio Benetton che aveva aperto da poco e le ragazze facevano la fila per andarlo a vedere. Rispetto alla Polonia o alla Germania Est credo che l’Ungheria fosse carica di speranze e ottimismo. E’ qui però che ho visto per la prima volta un ragazzo che cambiava fiorini in nero circondato da militari, portato in un autobus e picchiato a sangue. L’Ungheria non era un paese di libertà.Sono tornato in Ungheria nel ’90. Prima a Budapest, poi sul Balaton. Era un’estate magica. Sul Danubio si respirava tutta l’allegria di chi era pronta ad allungare una mano e acchiappare il futuro. Le terme del Gellert, sull collina dove nel ’56 gli ultimi studenti resistevano ai carri sovietici, erano un’approdo internazionale. Il Balaton attirava tedeschi e per dormire bisognava adattarsi in stanze prese in affitto da vedove micragnose. Quanto tempo ci avrebbe messo l’Ungheria a entrare in Occidente?
La scommessa è che sarebbe stata la prima. Invece non è andata così. Ci sono tornato altre volte negli anni, l’ultima nel 2007. Era un paese triste. Perfino il Gellert sembrava ammuffitto, vecchio, trasandato. Non c’era lavoro. Le stazioni della metropolitana assomigliavano a suk di sfaccendati e malavita. Poche speranze, neppure quella di emigrare. Le banche straniere stavano lasciando il Paese. I laureati si ritrovavano con debiti, mutui troppo cari per comprare casa e occupazioni precarie. Molto peggio che in Italia. Quello che non mi aspettavo era il razzismo diffuso contro gli zingari. Anche quelli che ti parlavano per ore di libertarismo, o avevano sul comodino le traduzioni in magiaro di Primo Levi, quelli di sinistra che rimpiangevano il comuinismo continuavano a dire che tu non capivi. “Gli zingari da noi sono davvero un problema”. Non ne ero convinto allora, non ne sono convinto adesso. Il problema degli ungheresi è la frustrazione. Sono più di vent’anni che vivono di promesse non mantenute, soffrono un futuro che non è mai arrivato. La responsabilità, come in Italia, è delle classe dirigenti. Non solo politiche. Anche economiche e culturali. La politica è stata un esempio di corruzione, clientele, mediocrità, miopia. L’economia non è mai riuscita davvero a scommettere sul privato.
Quelli che si facevano chiamare imprenditori pensavano che gli affari si fanno solo all’ombra dello Stato, con le conoscenze e senza rischio. Gli intellettuali o si sono seduti al tavolo dei pochi nuovi ricchi, soprattutto banchieri e affaristi, oppure rimpiangevano il passato, nostalgici di una sicurezza perduta, quando il partito decideva le sorti di ognuno e bastava dire di sì per avere una corona di cartapesta da barone delle lettere o delle arti. Il partito liberale sosteneva solo le poche grandi imprese, detassare i super ricchi e tartassare artigiani,commercianti e piccola impresa. I socialisti hanno continuato a spremere lo Stato, fonte di privilegi e assistenzialismo. E’ da qui, da questa situazione, che arriva al potere Vicktor Orban. Ci arriva con i due terzi dei consensi parlamentari, con la maggioranza assoluta dei voti, con il suo cinismo, con una campagna elettorale che strappa alla destra xenofoba i suoi cavalli di battaglia e li normalizza. Orban non mi piace. E’ uno che chiede la licenza ai giornali e controlla le notizie con una commissione governativa. Ha trovato negli zingari un capro espiatorio perfetto. Ha messo le mani sulla banca centrale e non è tenero con le opposizioni. Ma se sta lì lo deva alla mediocrità dei suoi avversari. Orban, da giovane, è stato un dissidente del regime. Più coraggioso di chi si è riciclato all’ultimo momento dopo che per anni denunciava i nemici del comunismo. E’ uno che ha rinnegato il suo passato e per il potere ha messo da parte un bel po’ dei suoi vecchi valori. Il guaio è che come lui la pensano molti ungheresi.
Il suo successo si spiega in modo semplice. Sta facendo leva sull’orgoglio nazionale. Si batte in modo illiberale contro la corruzione. Le riforme costituzionali indeboliscono il Parlamento, ma quando la Ue, la Bce e il Fondo Monetario lo hanno messo alle strette, chiedendo condizioni dragoniane per un nuovo prestito, con l’obiettivo di farlo cadere, lui ha scelto di non pagare. Perfino l’Economist denuncia il pressing Ue: “La commissione europea vuole che l’Ungheria adotti adotti una politica economica che non faccia necessariamente (per utilizzare un eufemismo) gli interessi del popolo magiaro. Ma se la difesa delle istituzioni democratiche continuerà a essere accompagnata dall’impoverimento del popolo ungherese non ci si deve stupire se questo non sia entusiasta dell’equazione Europa uguale miseria”. Il governo di Budapest risponde alla Ue: “Non vi ridò i soldi che già vi vedo”. Nel farlo trova anche delle buone ragioni. Visto che l’Europa vuole decidere chi deve governare in Ungheria io non cedo al ricatto e non pago i debiti. La scelta magari è folle, ma denuncia un vizio che negli ultimi tempi il comitato d’affari della Ue non finge più di nascondere. Questo signore in pratica ha smascherato un bluff. Cosa accade se non paghi e dici no all’europa? Le autorità di Bruxelles hanno scritto lettere, si sono infuriate, ma di fatto possono solo lasciare l’Ungheria al proprio destino. Di tutto questo il governo sta facendo una bandiera.
Orban parla di grande Ungheria. Ha fatto approvare una legge sulla cittadinanza che riporta l’Europa indietro di secoli. Lo ha fatto nel giorno della commemorazioen dei moti antiasburgici del 1848. Parla di Risorgimento più di Napolitano e di fatto considera ungheresi qualsiasi persona che abbia un origine magiara. Orban ha abbassato le tasse su lavoro e impresa al 16 per cento. La sua ricetta è fregarsene del debito pubblico e delle agenzie di rating e scommettere su una ripresa economica grazie all’aumento dei salari reali. Questo spiega perché la sua politica antilibertaria sta avendo successo. Ma fa capire anche che l’Unione europea con la sua rigidità rischia di favorire un sentimento revanscista in molti Paesi. Orban è un sintomo, ma la malattia dell’Europa è la Ue.
Riccardo risponde all’articolo: “Guardi che io ne so dell’Ungheria molto piu’ di lei, che ci è stato due volte. Sono infatti sposato con una donna ungherse e vivo in Ungheria. A parte la scemenza (ed uso un eufemismo) di affermare che il popolo ungherese – 10 milioni di uomini e donne – sono attaulmente tristi (chissà, per dirla con una battuta, come li fanno oggi i figli se sono tutti depressi ), è inaccettabile l’etichetta di imbecille (revanscista, illiberale) che dà all’attuale premier Orban Victor (che è l’unico dei politici ungheresi in attività a non essere mai stato comunista a differenza di molti dei suoi colleghi di centrodestra e quasi tutti di quelli di centrosinistra) solo perchè propone leggi che non rientarno nel suo (molto opinabile) concetto di liberale e nazionale. La prossima volta che visita l’Ungheria si limiti a riportare le sue impressioni sull’albergo che l’ha ospitato.”

Qui, invece altri punti di vista sulla situazione dell’Ungheria. Che ci verrebbe da urlare a squarciagola che siamo tutti Ungheresi… ma sappiamo come andrà a finire. Esattamente come l’Irlanda, il Portogallo, la Grecia e l’Italia che si sono piegate alla dittatura da quarto reich della ue.

Immigrati esentasse…

Roma – C’è crisi, più tasse per gli italiani. C’è crisi, meno tasse agli immigrati. Dopo un mese di salassi annunciati e applicati, ora il governo Monti lancia l’unico messaggio anti-imposte dal giorno dell’insediamento. Seguendo un ragionamento che potrebbe essere corretto se non arrivasse da chi ha appena flagellato sessanta milioni di cittadini, i ministri dell’Interno Anna Maria Cancellieri e della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi stanno lavorando ora in una direzione opposta: hanno deciso di «avviare un’approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia».
Il contributo sarebbe il nuovo balzello deciso da un decreto del governo Berlusconi, a firma degli ex ministri Maroni e Tremonti, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre, che sarà in vigore dal prossimo 30 gennaio. Nel decreto è previsto che gli stranieri che chiedano il permesso di soggiorno debbano pagare tra gli 80 e i 200 euro, a seconda del tipo di documento: la quota minima è per il permesso classico di un anno, 200 euro è invece l’obolo necessario per la carta di soggiorno, destinata ai «soggiornanti di lungo periodo», da rinnovarsi ogni cinque anni. La nuova tassa non riguarda in nessun modo i ragazzi minorenni, gli immigrati che vengono in Italia per cure mediche e coloro che richiedono asilo.
Il ragionamento dei ministri Cancellieri e Riccardi è questo: «In un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani, ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c’è da verificare se la sua applicazione può essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare». Il Pd applaude, ma la mossa filo-immigrati piace soprattutto agli ambienti cattolici, che questo governo rappresenta in effetti con molti ministri, e soprattutto con il premier Monti. La Lega è sulle barricate, annuncia l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni. Ma anche il Pdl è gravemente perplesso: intervenire su questa materia sarebbe «uno sfottò al Parlamento», avverte l’ex sottosegretario Alfredo Mantovano. Questo perch´ la tassa era definita nell’ultimo decreto attuativo di ottobre, ma il contributo «è stato introdotto con la legge 94/2009, che a sua volta ha modificato il testo unico sull’immigrazione; è quindi legge dello Stato, varata dopo un confronto parlamentare consapevole e acceso». Se si modifica questa materia, bisogna quindi ripassare dal Parlamento, avverte anche il Pdl Lucio Malan.
Maroni ha subito reagito sulla sua pagina Facebook: «Il governo vuole cancellare il mio decreto sul permesso di soggiorno a pagamento. Io dico alla ministra Cancellieri di non azzardarsi a farlo, sarebbe un atto di vera e propria discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani, un attacco ai diritti di chi lavora e paga la crisi che la Lega non può accettare». E il vicepresidente del Carroccio al Senato Sandro Mazzatorta ha ricordato che in Francia sono necessari ben 1.600 euro a un immigrato per ottenere il permesso di lavoro.
Il nuovo meccanismo era stato pensato per rifinanziare in parte i considerevoli costi sostenuti dallo Stato per la gestione dell’immigrazione: rimpatrio degli irregolari e amministrazione delle pratiche dei permessi di soggiorno. Metà delle entrate erano infatti destinate al fondo rimpatri, per sostenere gli straordinari degli agenti di polizia. L’altra metà andrebbe invece a finanziare gli sportelli unici per l’immigrazione e l’integrazione. Il provvedimento avrebbe portato nel giro di poco tempo circa 200 milioni nelle casse dello Stato. L’imposta era stata duramente criticata dalla Chiesa, «una tassa ingiusta», l’aveva definita martedì monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. E ieri dal Vaticano e ambienti vicini sono arrivate lodi al governo che nella crisi pensa agli immigrati: il ripensamento del contributo sul permesso di soggiorno «è il segno di una grande apertura che accogliamo con favore», è stato il commento di Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas Italiana. «Un segnale importante e coraggioso» per le Acli.

Immigrati esentasse, in Italia a sbafo

Il governo Monti non finirà mai di stupirci.
In negativo.
Dopo l’istituzione della dittatura fiscale, dei controlli sui (pochi) soldi che ci vengono lasciati dopo le rapine legalizzate targate Imu, aliquote, sovrattasse, accise ed in mille altri modi; dopo l’apertura della caccia al pensionato che percepisce più di mille euro e l’obbligo per le banche di trasmettere al fisco i nostri movimenti, tutti i nostri movimenti, ecco la brillante idea di Cancellieri (che dovrebbe essere il ministro preposto alla Sicurezza …) e di Riccardi (che è già qualificato dal nome del suo ministero “cooperazione e integrazione”) di ripensare alla tassa sui permessi di soggiorno per gli stranieri.
La motivazione ?
La crisi mette in difficoltà gli immigrati.
Già, invece rende vergognosamente ricchi gli Italiani, contro i quali si accaniscono senza scrupoli per rastrellare denaro con tasse e imposte.
Poi chiamano “razzismo” una legittima irritazione nei confronti degli stranieri, tollerati, accuditi, curati, privilegiati con i soldi delle nostre tasse e che si preparano a pretendere sempre di più, dalla cittadinanza facile al diritto di voto, per rubarci il comando sulla nostra terra (che potranno ottenere solo con la complicità di quelli tra noi che sosterranno la loro cittadinanza facile e il loro “diritto” di voto).
Monti poi si precipita a dire a Le Figarò che gli Italiani hanno accolto la rapina fiscale del suo governo con una flemma britannica.
Le bombe alle sedi di Equitalia saranno state messe dagli immigrati bramosi di pagare la tassa di soggiorno …
Anche Napolitano racconta un’Italia che non c’è, fiduciosa, consapevole della necessità dei sacrifici.
Chiedere agli operai di Fincantieri …
Un atteggiamento, quello di Monti e Napolitano, da vassalli nei confronti di un’europa ma, soprattutto, di una Germania che pretende di dettare legge a casa altrui.
Come è accaduto in Grecia (dove prima di noi hanno imposto i loro fiduciari in sostituzione del governo legittimo voluto dagli elettori) o come provano a realizzare in Ungheria, rea di attuare riforme troppo di destra (come il riportare la banca centrale sotto il controllo della maggioranza governativa, cioè del Popolo da cui dovrebbe promanare la Sovranità di una nazione).
E questo lo comprendiamo anche tra le righe (neanche tanto) di quello che i due dichiarano.
Le frecciate di Napolitano contro Berlusconi e le incaute affermazioni di Monti sul fatto che l’europa (sempre rigorosamente con la “e” minuscola, quando si tratta della istituzione burocratica degli gnomi di Bruxelles) non deve più avere paura dell’Italia.
Perché non deve più avere paura di noi ?
Forse perché adesso è allineata ai voleri dei padroni, mentre con Berlusconi difendeva, con le unghie e con i denti, la residuale Sovranità, Indipendenza, Dignità nostra, magari cercando di coalizzare le nazioni minori per contrastare l’arroganza francotedesca ?

E stasera Monti è volato a sorpresa a Bruxelles, dopo due giorni da panico in borsa e lo spread di nuovo in rialzoma senza Berlusconi lo spread non doveva scendere sotto i duecento punti ?

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€ 3.200 al giorno di pensione, ma lo scandalo siamo noi

L’altra sera in una trasmissione televisiva si parlava di pensioni e dei tagli relativi fatti ai pensionandi (aumento dell’età pensionabile e eliminazione pensione anzianità) e ai pensionati che percepiscono assegni mensili a partire da € 1.400 lordi, che corrispondono a circa poco più di mille euro netti. Qualcuno ha tirato fuori una lista di pensionati […]

Poveri parlamentari tartassati

Premessa: non faccio parte della categoria di dementi che ritiene basti tagliare il numero dei politici e i loro stipendi per risolvere i problemi. Quando sento gente dirmi che basterebbe tagliare gli stipendi dei politici per vivere nell’Eden sciorinando risparmi favolosi per le casse dello stato spesso non so se ridere o piangere. Però quando senti notizie del genere ti girano i coglioni, perché se c’era una cosa in cui speravo da questo governo “falce, croce & compasso” era che, quantomeno per tener buono il popolino furibondo causa IVA; ICI; Equitalia; pensioni, tracciabilità a 1.000 euro e nequizie assortite, ci dessero un taglio a certe faccende. Invece i favolosi tecnici bocconiani pluri-titolati (pluri-titolati come i dirigenti di Lehman Brothers nda) manco riescono a tagliar gli stipendi di quattro castaroli. Manco quello son capaci a fare, e dovrebbero risolvere i problemi dell’Italia.

“Modifichiamo il sistema, ma non pubblichiamo titoli che non rendono giustizia alla condizione reale dei parlamentari italiani, che hanno accumulato privilegi, ma non così disastrosamente differenti rispetto a quelli dei loro omologhi, altrimenti sembra che i parlamentari siano la causa di tutti i mali.” (P. Bersani)
Così si è espresso il segretario del PD, Pierluigi Bersani, a proposito della riduzione degli emolumenti dei parlamentari, su cui, come era prevedibile (e previsto), stanno tutti quanti tergiversando, con pretesti che credo siano sempre meno ascoltabili da parte dei cittadini. Tanto per essere chiari, ho riportato le parole di Bersani, ma la reazione è stata decisamente bipartisan.
Cosa è successo? La commissione ad hoc che aveva l’incarico di effettuare una comparazione tra gli emolumenti dei parlamentari italiani e gli omologhi degli altri Paesi europei guidata dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha consegnato i primi risultati. Giovannini ha peraltro messo le mani avanti, dichiarando che sono necessari ulteriori approfondimenti, perché “il tempo non è stato sufficiente per un lavoro che non ha eguali al mondo”. (invece ad alzar le tasse ci metton due minuti quando c’è da tagliare gli stipendi di questi imbecilli c’è bisogno di tempo nda)

Forse nostalgico del marxiano “proletari di tutti il mondo unitevi” – frase che potrebbe essere imbarazzante per uno che non si vuole più chiamare comunista – suppongo che Bersani abbia pensato che fosse il caso di parafrasare Marx con un bel “parlamentari di tutta Italia unitevi”.

Sì, perché i parlamentari italiani hanno accumulato privilegi, “ma non così disastrosamente differenti rispetto a quelli dei loro omologhi”. Il fatto stesso che Bersani ammetta, seppur cercando di ridimensionarne le proporzioni rispetto a ciò che succede in altri Paesi, che i parlamentari italiani hanno accumulato privilegi differenti (un eufemismo per dire superiori) rispetto a quelli dei loro omologhi, significa che di “grasso” in eccesso ce n’è davvero parecchio in quei trattamenti economici.

Aspettiamo pure gli esiti dei nuovi approfondimenti promessi entro marzo dalla commissione guidata Giovannini. Ma dubito che da quello studio emerga una realtà molto diversa da quella di cui si parla da anni.
Peraltro, anche se i parlamentari italiani avessero già un trattamento economico simile a quello, per esempio, di francesi e tedeschi, non vedo per quale motivo non dovrebbero ridurselo, dato che l’Italia è in crisi nera e, manovra dopo manovra, ai cittadini stanno arrivando randellate fiscali da tutte le parti.

L’ufficio stampa della Camera dei deputati ha pure tentato, con totale assenza di senso del pudore, di sostenere che in Italia è più alta l’indennità lorda, ma non quella netta, perché le tasse sono più alte. Credo che ogni commento su questa osservazione sarebbe superfluo.

Magari i parlamentari non saranno la causa di tutti i mali, ma credo sarebbe meglio evitassero di fare vittimismo. Soprattutto dopo il decreto “salva Italia”.