Natale

 Ci sono immagini che dannano l’anima e viceversa ci sono immagini che la salvano. Non lo dico io, lo dice Carl Gustav Jung. Come mi è stato fatto notare nel post precedente da Scarth e da Huxley, mostrare certi velociraptor  della Ue (Barroso, Schulz e Monti) nei giorni a ridosso del Natale, è qualcosa che ci intristisce, ci rende mesti e privi di speranza. Come se la nostra vita privata e pubblica, subisse pesanti ipoteche; come se non ci fossero più orizzonti da scrutare, da intravedere. Di contro, questo particolare del Bambin Gesù che accarezza l’agnellino preso dalla Natività di Lorenzo Lotto, di cui mi sono servita in altri precedenti Natali, improvvisamente ci placa, ci intenerisce,  ci rende pacificati. C’erano degli animali a Betlemme nella grotta? Non c’erano? sono stati aggiunti dai vangeli apocrifi e successivamente posti nei presepi? L’iconografia si fa tradizione, la tradizione è rito, e perciò noi ci crediamo.
 
 
 
 E’ un’immagine ad un tempo umile e nobile, modesta e sublime. Il pittore ha voluto simboleggiare il Salvatore e il suo doppio (l’Agnus Dei) in un dipinto fatto di semplicità, di calore e di tripudio per tutti: credenti e non credenti. Spesso dimentichiamo, attratti dalle sirene mercatiste, dalle volgari luminarie su modello Luna Park, dal baraccone dei lustrini,  dalle patacche di Babbi Natali made in China, vestiti dei colori delle  lattine della Coca Cola, con auguri seriali sul web fatti di cartoline virtuali con renne che ballano il boogie-woogie,  che il termine Natale deriva dal latino natalis, che significa “relativo alla nascita“.   E quando la vita si rinnova è sempre buon segno. E’ da qui che si dovrebbe ripartire. Certamente oggi sono più le cose che chiediamo noi al Bambinello di quelle che possiamo offrirgli. Non siamo pastori e nemmeno contadini con le braccia piene di semplici doni della natura, ma allo stato attuale, quasi dei questuanti.  E il mio auspicio credo che già lo conosciate: liberarci dal giogo di questa terribile ingiustizia che ci sta affliggendo e che ci sta soffocando.

Buon Natale a tutti!

Governo Monti e Mps

Lunedì scorso sono arrivati i primi 3,9 miliardi di euro da parte del Tesoro Italiano con destinazione Monte dei Paschi di Siena, approvati dalla Commissione Europea in cambio di un piano di ristrutturazione del debito. Questo prestito, si legge nella nota della Commissione, consentirà alla banca di conformarsi alle raccomandazioni dell’autorità bancaria europea (Eba) e costituirà una riserva supplementare temporanea di patrimonio per contrastare la sua esposizione al rischio di debito sovrano. Galeotta fu la nascente Unione bancaria europea di qualche giorno fa tra i 27 ministri economici dell’Unione, a favore di un piano di ricapitalizzazione (propagandisticamente meglio definita come «vigilanza bancaria») da parte della Bce per quelle banche con un patrimonio superiore ai 30 miliardi di euro. Per il resto delle banche, l’accordo prevede saranno gli stati nazionali a provvedere. Spiacente, si fa per dire, per tutti coloro che credevano che in Italia non ci sarebbero stati salvataggi bancari grazie alla indubitabile stabilità di cui gli istituti finanziari si supponeva godessero. Ecco appunto, perché di salvataggio si parla nel caso della Mps. Che tra l’altro, come anticipato da Standard & Poor’s il 6 dicembre, potrebbe non essere sufficiente per impedire comunque un deterioramento in materia di capitale della banca, oggi già ai minimi in tutte le valutazioni.
A detta dei ministri comunque la decisione dell’unione bancaria sarà un passo fondamentale per la sicurezza dei depositi bancari. Ma nulla nell’accordo si dice a proposito di ciò che Chesnais definisce come la socializzazione delle perdite, ovvero il fatto che milioni di cittadini stiano pagando i debiti che in realtà sono le banche ad aver accumulato. Crediamo veramente che le banche europee, anche quelle italiane, non abbiano nulla a che vedere con la crisi del debito? E’ un fatto che esse si siano fatte impigliare, non certo ingenuamente, dalla crisi immobiliare e bancaria negli Stati Uniti. Meno evidente è sbrogliare la matassa del cosiddetto sistema ombra che le stesse banche (insieme ai fondi e società di investimento) hanno creato indebitandosi attraverso l’investimento in prodotti derivati, che non risultano nei loro bilanci contabili. Ora, quando queste attività subiscono, come avvenuto, delle perdite, ciò si ripercuote su tutto il sistema bancario.
Secondo il Rapporto del Consiglio di Stabilità Finanziaria – organo creato dal G20 – dello scorso novembre, infatti, il peso del cosiddetto del cosiddetto shadow banking system per i 25 paesi che possiedono il 90% degli attivi finanziari mondiali è di 67.000 miliardi di dollari, ovvero la metà degli attivi totali delle banche e circa l’equivalente della somma del Pil di tutti i paesi del mondo. E’ un altro fatto che questa cifra probabilmente sfuggirà a qualsiasi regolamentazione e unione bancaria europea. Infine, contrariamente a ciò che si crede, ciò che minaccia le banche non è e non sarà un default di pagamento da parte degli stati per una ragione molto semplice: ciò che minaccia le banche dal 2007 ad oggi è la montagna di debiti privati (molto più alti di quelli pubblici) accumulati grazie alla deregolamentazione bancaria creata a partire dagli anni ’70 e implementata dagli anni ’90. A riprova di ciò il fatto che nessun fallimento bancario a partire dal 2007 è stato causato da un default di pagamento sovrano. La domanda è ora vogliamo davvero seguire l’esempio della franco-belga Dexia e della spagnola Bankia o degli Stati Uniti in primis, trasformando il debito privato in pubblico, o vogliamo denunciare questi fatti rimettendo in campo la questione non più procrastinabile della necessità di una nuova finanza pubblica?
Chiara Filoni

Legge di stabilità… o finanziaria

La legge finanziaria per il 2013 si chiama Legge di stabilità. E’ scritta da dei pazzi in libertà. Chi la legge rischia l’insanità mentale. Un esempio tra i tanti, l’inizio del comma 11 dell’articolo “Finanziamento di esigenze indifferibili”:
“Al fine di finanziare interventi di natura assistenziale in favore delle categorie di lavoratori di cui gli articoli 24, commi 14 e 15, del decreto legge 6 dicembre 2011, n, 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n.214, 6. comma 2-ter, del decreto legge 29 dicembre 2011, n. 216, convertito con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2012, n. 14 e 22 del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135… “.
Ieri sera, la Legge è stata approvata dalla Commissione di Bilancio del Senato con le opportune modifiche dell’ultim’ora per amici, parenti, lobby e quant’altro. La scrittura del Testo pur nella sua oscurità montiana, nel suo stile kafkiano, nella sua neolingua propria dei burosauri, non riesce a rendere il minestrone legislativo di Rigor Montis del tutto intellegibile. Qualcosa trapela, dagli indizi si riesce a dedurre qualche dato. E quello che si capisce è sconvolgente. Tagli alla Sanità, articolo “Razionalizzazione e riduzione della spesa nel settore sanitario”, comma 2, ridotti di 600 milioni per il 2013 e 1.000 milioni di euro a partire dal 2014. Tagli necessari per finanziare l’editoria fallita, con un incremento di 40 milioni rispetto all’anno precedente, e l’inutile Tav in Val di Susa, con due miliardi e 200 milioni in 15 anni. I fondi per le Università sono stati incrementati di soli 100 milioni contro i 400 previsti e per risparmiare si spengono anche i lampioni, si torna ai secoli bui, articolo “Riduzione di spese delle pubbliche amministrazioni”, comma 25, punto a, “Spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne” per favorire la criminalità.
Imperdibile all’articolo “Finanziamento di spese indifferibili”, comma 2, punto f, il “Fondo Speciale per lo Sviluppo della Banca per lo Sviluppo dei Caraibi per complessivi euro 4.753.000…”. Fondamentale per lo sviluppo economico del Paese l’avvio immediato delle gare per nuove sale da gioco per rimpinguare la finanza pubblica. Meno salute, meno istruzione, più cemento, più Stato biscazziere, più pennivendoli a pagamento. Questa è la finanziaria dello Statista che tutte le banche ci invidiano. Ci vediamo in Parlamento. Fuori o dentro sarà un piacere.
Ps: I cittadini contribuenti, sono loro a pagare la Finanziaria, hanno diritto a un documento comprensibile, di non più di dieci pagine, con nuove spese, tagli e motivazioni in termini di ritorni sociali e economici di ogni articolo. Troppo complicato per il governo dei tecnici?

Monti paga il pizzo all’India

I nostri Marò torneranno per Natale.
Lo stato canaglia che li ha tenuti sotto sequestro per quasi un anno, ha concesso il rimpatrio per due settimane in cambio di una garanzia del governicchio di Monti per quasi un milione di euro.
Ho sempre saputo che con i sequestratori non si doveva trattare, perchè così si incentivano altre azioni criminali.
Monti paga, con i nostri soldi, però, non con i suoi.
Cambierei la mia opinione sul signor Monti solo se, una volta tornati a casa i nostri Marò, provvedesse a sequestrare beni indiani per un milione di euro.
Ma chi può sperare seriamente in un atto di dignità e di forza da parte di quel signore con il loden, così forte con i deboli cittadini italiani e così prono verso chi è determinato nell’uso della forza ?



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Del ritrovarselo tra i piedi

ROMA – Mentre i suoi uomini, la sua segreteria, il suo ufficio di gabinetto, i suoi collaboratori, partecipano in modo attivo alla formazione delle liste, o della lista, richiamando il principio che il Professore ha chiesto di osservare (massimo riserbo e meno politici possibili, un via libera di massima sui nomi decretato da lui stesso, quasi un’ultima parola), mentre succede tutto questo, con interlocutori come Casini, Montezemolo, Cesa, Olivero, Riccardi, lui, il presidente del Consiglio, quando può, quando ha tempo, scrive.
La scrittura del programma, del manifesto, o per usare un lessico gradito a Palazzo Chigi, dell’agenda Monti per un Monti bis, è a buon punto. È la scrittura di una traccia che diventerà discorso, sabato o domenica, nella conferenza stampa di fine anno. Sono stati richiesti e sono arrivati anche contributi da parte dei ministeri, con qualche imprevisto: in alcuni casi gli elaborati degli uffici legislativi, tracce tecniche, giudicate di scarso valore, sono stati rispediti al mittente. Lui, a chi gli ha parlato, descrive così i contenuti di un’agenda che darebbe da sottoscrivere alla lista o alle liste che lo sosterranno come candidato premier: al Paese occorrono «riforme epocali», tanto profonde da considerare minime quelle approvate negli ultimi dodici mesi; occorrono anche riforme costituzionali, perché ormai la macchina dello Stato ha bisogno di essere messa al passo dei tempi; c’è da riformare un’articolazione delle amministrazioni in cui si decida finalmente «chi fa che cosa»; ci sono da introdurre liberalizzazioni molto più incisive di quelle finora immaginate.
Usando le parole del ministro Riccardi: «Monti sente che l’opera di cambiamento è incompiuta. Parlerà della sua agenda, di quello che considera un programma necessario di riforma della vita del paese, perché altrimenti dalla crisi non si esce». Usando una battuta che a Palazzo Chigi si faceva ieri sera: «Il nostro governo ha fatto trivellazioni sino a trenta metri, le necessità del Paese richiedono scavi sino a 300 metri». In sintesi, per tornare realmente a crescere in modo sostenuto, per restare nella fascia di primo livello dei Paesi sviluppati, Monti avverte che solo con la ricostituzione di forte centro moderato, che abbia la forza di proporre agli italiani un discorso di verità sullo stato delle cose, e sulle necessità di cambiamento, l’Italia possa costruire un futuro solido e prospero. È un modello, se non alternativo, diverso da quello che propone il Pd, dove «l’azione di governo ancora fa confusione fra i concetti di dialogo e concertazione sociale»: e qui a Palazzo Chigi toccano forse uno dei nodi della scelta di campo che il Professore sarebbe pronto a fare, ovvero l’assenza, a suo giudizio, al momento attuale, di un’adeguata rappresentanza politica in grado di modernizzare il Paese.
Le fasi dell’impegno nuovo del capo del governo, come venivano descritte ieri nel suo staff prevedono due step iniziali: prima la presentazione di un manifesto programmatico, intorno al quale raggruppare partiti, movimenti e personalità politiche che sostengono Mario Monti; successivamente sciogliere il nodo sulle modalità della discesa in campo: lista unica o federazione. La scelta di una lista unica, almeno secondo alcuni studi condivisi ieri mattina con Casini, potrebbe avere degli effetti virtuosi in termini di consenso, «sino al 10% in più dei voti che riscuoterebbero liste separate». In questa cornice appare scontato aggiungere che Monti farà campagna elettorale, ovviamente anche in tv, con la partecipazione a talk show politici. Mentre non c’è traccia dei dubbi, che pure serpeggiano fra alcuni membri del governo, sulla figura di un premier dimissionario che da Palazzo Chigi si ripropone al Paese: sarebbe legittimo? Esporrebbe una carica dello Stato a delle obiezioni fondate? Né al Quirinale, né intorno a Monti, al momento, sembra che il tema si proponga come un problema. Mentre su una riserva che ufficialmente è ancora da sciogliere basta notare che l’incontro con Casini e Montezemolo, ieri mattina, a Palazzo Chigi, è stata in fondo la prima riunione politica di un ex premier tecnico. Nessuno si è preoccupato di tenerla riservata.
Marco Galluzzo

Marchionne, Monti e gli operai fiat…

«Penso che sarebbe irresponsabile dissipare i tanti sacrifici che gli italiani si sono assunti facendo ripiombare il Paese in uno stato nirvanico». Sceglie queste parole e la platea degli operai Fiat, Mario Monti, per un’ uscita pubblica che ha tutta l’aria di un avvio di campagna elettorale. I lavoratori Melfi lo accolgono un po’ a sorpresa tra gli applausi. Ed è proprio il giorno in cui Silvio Berlusconi lo ha definito «un piccolo protagonista». «A Melfi nel ’93 è nata la Punto oggi nasce punto e a capo, cioè una svolta, una ripartenza nel rapporti tra la Fiat e l’Italia», dice il premier ai vertici del gruppo italo-americano che a più riprese ha paventato il ritiro dalle attività domestiche. Tredici mesi fa «l’Italia aveva febbre alta e non bastava un’ aspirina» spiega Monti, poi, ancora una volta, la politica del rigore ma serviva una «medicina amara non facile da digerire ma assolutamente necessaria per estirpare la malattia».
IL RACCOLTO DOPO LA SEMINA – Quanto accaduto a Melfi, per Monti «non è qualcosa di magico, ma è emblematico della svolta possibile in Italia. È il percorso che immagino e vorrei per il nostro Paese». L’amara medicina sono «le riforme strutturali», il cui percorso «è appena iniziato» ma che comunque «iniziano a dare frutti». Dunque «non bisogna scoraggiarsi, dopo la semina arriva il raccolto, e l’Italia sta diventando più sana e più forte».
IL PRIMO INVESTIMENTO – «È una giornata importante, molto importante» riconosce l’amministratore delegato Sergio Marchionne che di lì a poco illustra il piano di rilancio dello stabilimento lucano dove saranno prodotti due mini Suv, uno a marchio Fiat 500 e uno a marchio Jeep: «Il primo investimento di una serie in Italia», dice il manager confermando anche gli obiettivi di gruppo per il 2012. È tutto politico l’intervento del presidente del Lingotto, John Elkann per il quale «Monti ha ricollegato l’Italia con il mondo, garantendo credibilità e stabilità. Ora che si appresta a chiudere il suo mandato auspichiamo che la ritrovata credibilità non venga meno».

Paola Pica

Risorse preziose

Un commento: “C’era la legge: si chiamava bossi-fini. Questa legge diceva che se sei clandestino e non te ne vuoi andare, allora vai in galera. Questa legge è stata affossata dal partito dei magistrati, I centri sociali e la sinistra (anche vendola ricordatevelo) hanno manifestato contro questa legge.”
MILANO – Rincorsa, gettata a terra, picchiata selvaggiamente a pugni e calci in faccia e violentata: l’orrore si è scatenato alle dieci di sera, in un giardino pubblico alla periferia di Milano. Una donna di 42 anni è stata stuprata all’interno dei giardini di largo Giambellino da un clandestino iracheno, con precedenti penali. L’uomo ha tentato anche un secondo assalto, urlando insulti alla «p… italiana», e questo l’ha tradito: le urla sono state udite da un passante, che ha chiamato i carabinieri, e l’uomo è stato riconosciuto e arrestato, anche grazie alla manica del giubbotto che la vittima era riuscita a strappare.
LO STUPRO – La violenza è avvenuta attorno alle 22 di mercoledì sera. La 42enne, che gestisce un chiosco nei mercati ambulanti, era uscita per andare a trovare un’amica e mettersi d’accorso con lei su come festeggiare il Natale. In via Odazio si è accorta di essere seguita dall’uomo e ha provato a fuggire, attraversando i giardini della zona. Qui però è stata raggiunta e aggredita alle spalle dall’iracheno, che l’ha afferrata per i capelli gettandola per terra e coprendola di pugni e calci in faccia. Lei ha reagito finché ha potuto, strappandogli una manica del giubbotto. Poi lui è riuscito a spogliarla e violentarla, urlandole insulti. Ha quindi tentato un secondo stupro, gridando «Brutta p… italiana, t…, devi stare con me».
L’ARRESTO – L’allarme è stato dato da un passante che ha sentito le urla e ha chiamato i carabinieri, segnalando una «lite» all’interno dei giardini. Pochi minuti dopo tre auto dei militari sono arrivate sul posto mettendo in fuga l’iracheno, che correndo ha perso le scarpe, ma si è portato via la borsetta della donna, con 200 euro. Lei l’aveva osservato bene ed è stata in grado di descrivere tutti i dettagli ai carabinieri: giubbotto scuro con la manica strappata, jeans, orecchie a sventola, denti storti e mancanti, qualche piccola cicatrice sul viso, un forte odore di sporcizia. Rintracciato sotto il cavalcavia della stazione di San Cristoforo, l’uomo è stato sottoposto a fermo al termine dei necessari accertamenti. Si tratta di Mohamed K., 32 anni, clandestino e con precedenti per furto e lesioni. Aveva ancora con sé i 200 euro rapinati. La 42enne è stata trasportata alla clinica Mangiagalli per essere curata.

No al solito ricatto di Pannella

Mi disgusta profondamente vedere nei telegiornali il pellegrinaggio delle “istituzioni” dello stato verso Pannella e la santificazione che fanno del personaggio.
Indipendentemente dai motivi (e per me Pannella è stato uno dei principali artefici del disfacimento delle fondamenta morali della Nazione con i suoi divorzio, aborto, eutanasia, liberalizzazione della droga e, da un po’ di tempo, amnistia) il ricatto “mi uccido se non mi accontentate” è da respingere.
Morire per una causa non la rende giusta a prescindere e il problema delle carceri non si risolve liberando i criminali ma, semmai, rispedendo a casa loro (dopo averne preso il dna) gli immigrati (che rappresentano il 35% della popolazione carceraria) e non usando il carcere preventivo per estorcere confessioni.
Le nostre “istituzioni” dovrebbero trarre insegnamento dal comportamento tenuto dalla Thatcher verso i terroristi irlandesi che avevano provato a ricattarla con lo sciopero della fame.
Scommettiamo che anche Pannella, davanti a tale forte dignità, la smetterebbe ?



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