Il sogno di Berlusconi: incubo o realtà ?

Nel post precedente ho sinteticamente paragonato Monti Mario al Marchese del Grillo, dopo la conferenza stampa del mattino.
Nel pomeriggio, invece, ospite da Massimo Giletti, un Silvio Berlusconi in gran forma gli ha fatto da contraltare, ammonendo l’ elettorato con un sogno premonitore dell’ Italia del dopo elezioni: “Ho fatto un sogno, c’era di nuovo un governo Monti, con Ingroia ministro alla giustizia, Di Pietro alla cultura, Fini alle fogne (!!!), e Vendola alla famiglia.”.
Italiani, a voi il compito che quest’incubo non si trasformi in realtà ! Sveglia !

Monti, sinteticamente il nuovo Marchese del Grillo…

Brutto, bruttissimo commiato del professorino oggi nella conferenza stampa, dove ha dimostrato un’ acida arroganza degna della frase passata alla storia del cinema italiano pronunciata da Alberto Sordi nel film “Il Marchese del Grillo, e rivolta non solo al PdL, alla classe politica ma anche a tutta la nazione: “Io so’ io, e voi nun siete un c**** !”. No, sei un fantasma, e pure maligno.

La fine del Monti che si loda e si imbroda

Venerdì 21 dicembre 2012 aspettavamo
la fine del mondo prevista erroneamente dai Maya ( del resto se
avessero azzeccato la fine del mondo sarebbero anche riusciti a
sconfiggere chi, invece, li annientò
) e invece abbiamo avuto la fine
del Monti
.
Ho brindato.
Non è mai troppo tardi per ravvedersi
e Berlusconi ha saputo farlo.
Monti non doveva neppure vedere la luce
e Berlusconi non avrebbe mai dovuto dimettersi e ancor meno
appoggiare il gauleiter della Merkel.
Purtroppo cosa fatta, capo ha, il “figliol prodigo” (del consenso elettorale ricevuto) è tornato in grande spolvero e dicendo quel che
esattamente voglio sentirgli dire e adesso guardiamo avanti, al
prossimo appuntamento elettorale con schieramenti ancora non ben
chiariti.
Poche parole per i comunisti che hanno
messo assieme la solita coalizione estremista e ideologica che potrà
vincere solo con le divisioni del Centro Destra.
Il programma comunista, per ammissione
dello stesso candidato premier Bersani, è fondato su:
patrimoniale e tasse
“matrimonio” degli omosessuali
cittadinanza e voto per gli immigrati.
Qualunque persona di buon senso
voterebbe per qualsiasi alternativa fosse proposta rispetto a tali
aberrazioni che non possono certo creare benessere, ricchezza,
sicurezza e libertà, anzi ne sono la negazione perché sono il
presupposto per la miseria (morale e materiale)
.
Il Centro Destra si sta assestando con
uno “spacchettamento” guidato e già ha visto la luce un partito
di Destra, guidato da La Russa, Crosetto e Meloni che spero avrà
modo di unire le forze con La Destra di Storace.
A destra da osservare quel che faranno
Forza Nuova e la neonata Alba Dorata che, anche qui, dovrebbero unire
le forze per dare alla Naziona anche una opzione di Destra estrema.
Purtroppo la Lega, anche a causa delle
fisime personalistiche di un Albertini rancoroso che continuando sulla strada
intrapresa si assumerebbe una grave responsabilità che lo
condannerebbe alla damnatio memoriae, si mette di traverso contro una
nuova candidatura di Silvio Berlusconi e con tal atteggiamento
rischia di regalare non solo il governo centrale, ma anche quello di
Lombardia, Piemonte e Veneto ai comunisti
.
Incerta la posizione dei cosiddetti
filomontiani” del PdL, generali spesso senza truppe (l’unico
che potrebbe averne è Alemanno ormai partito per un viaggio che lo
porta sulle stesse orme di Fini
) che aspettano che  Monti decida cosa fare.
Una incertezza che tiene sulla corda
Casini, Montezemolo, Fini, Pisanu e tutti gli altri residuati della
prima repubblica, degni di un posto  più che al parlamento, negli scantinati di Madame Tussaud .
E qui occorre soffermarsi sulla
conferenza stampa di Monti che ne ha svelato la bassezza e lo
squallore
.
Un attacco a senso unico contro
Berlusconi
, senza contraddittorio, utilizzando una occasione
istituzionale per esporre considerazioni di parte, faziose e
fondamentalmente contrarie agli interessi dell’Italia e degli
Italiani
.
Monti infatti ha esposto, nella sua
immensa presunzione,
una sorta di “decalogo” che rappresenta
essenzialmente la fine della Libertà, Indipendenza e Sovranità
dell’Italia e degli Italiani
che, nei progetti montani dovrebbero
continuare a mettere mano al portafogli, farsi espropriare la casa il
tutto ridendo e ringraziando come servi della Germania e di una
unione europea sempre più sovietica e sempre meno liberale
.
Monti sicuramente ha una pessima opinione degli Italiani, considerandoci degli allocchi, degni solo di
essere asserviti ad un potentato estero, come quando, divisa in tanti
staterelli, chi voleva emergere si appoggiava alle baionette
straniere.
Monti non ha però sciolto la “riserva”
e questa è un’ulteriore conferma dello scarso spessore umano e
politico di un soggetto che si muove solo sul sicuro tanto d
a nascondersi sempre dietro qualche potente (organizzazione come la Bildernergo la Goldman o persona come la Merkel), non
rinunciando, sempre facendo “onore” a tale suo animo spregevole,
ad un vergognoso attacco a Berlusconi, nel modo più infimo, curiale
e infido possa esserci.
Ma torniamo alla coalizione seria,
quella di Centro Destra
che deve vedere alleati il PdL, la Lega,
Fratelli d’Italia, La Destra
, perché solo così può ancora
impedire la deriva marxista della nazione, fondata sulla triade
tasse-omosessuali-immigrazionismo
ed ormai evidentemente complice con
Monti e i centrini.
Berlusconi, in meno di un mese, è
riuscito a mettere all’angolo Monti, strappandogli la maschera
“super partes” , obbligandolo a mostrarsi per quell’essere infimo e menagramo che è, oltre a rivitalizzare il partito, un po’ come fece
durante la campagna elettorale del 2006.
Le idee espresse da Berlusconi restano le migliori:
basta tasse, abrogazione per sempre di qualsiasi tassazione sulla
casa, riforma costituzionale e della giustizia.
Se avrà i numeri potrà riuscirci,
almeno in parte,
almeno sul versante tasse che Monti ci ha portato al
più alto livello del mondo, assieme ad un debito ed una spesa
pubblica in aumento, una disoccupazione da record, una povertà in
costante crescita e un totale asservimento all’unione sovietica
europea e, in particolare, alla Merkel.
Ci credo che abbia buona stampa
all’estero, ben lieti di un’Italia prona e serva,  visto che Monti e solo Monti ha ridotto l’Italia al livello di uno
stuoino internazionale
come dimostra il caso dei nostri Marò
sequestrati da uno stato canaglia al quale si è pure versata una
cauzione di quasi un milione di euro per comprare due settimane di
“licenza”.
Comunque la si pensi, sotto Berlusconi
si stava meglio
:
meno tasse,
più soldi nelle nostre tasche,
più occupazione,
meno debito e spesa pubblica,
più ricchezza
più fiducia nel futuro
più ottimismo
più influenti nel mondo anche
scontando la ovvia ostilità di Francia e Germania, che è invece un viatico di Sovranità e Indipendenza, ma potendo
capeggiare una larga coalizione di stati che non vogliono un’europa
germanocentrica.
Comunque la si pensi, ancora una volta
la proposta più credibile e sana è quella di Berlusconi.
Mi auguro che anche personaggi stizzosi
e fondamentalmente dannosi con il loro comportamento come Albertini e
Maroni
se ne facciano una ragione e ne accettino la strategia.
Nell’interesse della Nazione e di
tutti gli Italiani.

Buon Natale.





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La conferenza del salvatore

Chi avesse ancora qualche dubbio sul ruolo politico, e non più tecnico, di Mario Monti nella campagna elettorale, l’ha sicuramente accantonato dopo aver ascoltato la conferenza stampa di fine anno. Dopo essersi arrogato il merito di aver “salvato” il sistema Italia dalla crisi economica e di aver ridato al Belpaese credibilità agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, il Professore è passato ad attaccare Silvio Berlusconi e il Pdl e, quindi, a presentare il “manifesto” da sottoporre al prossimo governo. Non c’è stato alcuno spazio per i mea culpa. Ad ascoltare le parole di Monti sembra che in Italia sia tutto rose e fiori, che effettivamente la crisi sia passata e che gli indicatori economici siano tornati a sorridere. Non una parola sulla disoccupazione da record, sul debito pubblico che è balzato oltre i 2mila miliardi di euro, sulla pressione fiscale che ha raggiunto i massimi storici. Dopo tredici mesi di lavoro, 401 giorni per l’esattezza, il premier dimissionario si è presentato agli italiani assicurando che l’emergenza finanziaria è superata senza la strettoia degli aiuti dell’Ue e del Fondo Monetario Internazionale. “Era così precaria la situazione dell’Italia nel novembre 2011, eravamo circondati da una così profonda diffidenza”, ha detto il Professore per poi citare le parole pronunciate da Alcide De Gasperi alla Conferenza di Parigi nel 1946: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Così, con un esagerato paragone alla condizione italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Professore si è lanciato in un auto incensamento del proprio operato a Palazzo Chigi e dei tecnici al governo senza, tuttavia, nascondere l’aiuto apportato dalla maggioranza che lo ha sostenuto in questi mesi e il fastidio che ha provato quando il segretario del Pdl Angelino Alfano ha sfiduciato l’esecutivo per le politiche economiche recessive intraprese.
Subito dopo, Monti è passato a illustrare il “manifesto” per l’Italia. Una sorta di agenda che, punto per punto illustra le riforme e gli interventi che il prossimo governo dovrà realizzare nei primi cento giorni di legislatura. Una sorta di memorandum che punta a rilanciare la crescita, snellire la macchina burocratica e cambiare profondamente la macchina politica. Il primo punto, va da sé, è la strenua difesa delle politiche avviate dai tecnici. “È necessario non distruggere i sacrifici, non dissipare quello che con grande fatica e con capacità di sopportazione che lascia pensare che i nostri cittadini abbiano capito cosa stavamo facendo e chiedendo loro”, ha spiegato il Professore citando un paio di esempi di modi sicuri per dissipare questi sacrifici: “sottrarsi alle linee guida dell’Europa” e “promettere di abolire l’Imu”. Lanciando una stoccata a Berlusconi, che nei giorni scorsi aveva promesso di abolire l’imposta sulla casa, Monti ha spiegato che togliere l’Imu “senza altre grandissime operazioni di politica economica” obbligherà, quanto prima, a dover mettere una tassa doppia.

Ed ora che son tornati, restino in Italia.

No, non sono grato al governo nè tantomeno a Terzi ed a Staffan de Mistura per questo rientro tardivissimo in Patria di 2 Servitori dello Stato detenuti illegalmente dallo stato canaglia del Kerala, dove fino all’ ultimo i comunisti locali, ora all’ opposizione (ma l’ alternativa da sempre è un partito socialista…), hanno cercato di bloccare la partenza di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Troppo, troppo tempo è stato rubato ai Nostri 2 Fucilieri di Marina ed alle loro Famiglie, e troppo tenera è stata la voce di questo governo, se poi il pensiero corre ad episodi analoghi, come nel caso recente in cui erano coinvolti gli Stati Uniti. E mai si è invece pensato all’ alternativa di un blitz con appoggio di sottomarini e navi. A quel punto l’ India, che teme la politica USA verso il Pakistan, avrebbe dovuto far buon viso a cattivo gioco, davanti ad un paese membro della NATO. 
Ora, nell’ augurio natalizio che porgo ai Nostri Marò, aggiungo che quello che rimane di questo governo non faccia l’ errore di ridare indietro i 2 Soldati, perchè la parola data non vale davanti a chi non abbia rispettato i Trattati Internazionali e calpestato la dignità dei Nostri Soldati.
Ma il timore è grande…

I danni continueranno (post lungo)

Mario Monti (Weimar reloaded) di Maurizio Blondet
Lo scorso 14 dicembre il nostro ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, è volato a Washington ad incontrare il suo pari grado, Tim Geithner, e «investitori» finanziari non meglio identificati. Ad essi, secondo Il Corriere, Grilli ha spiegato il piano del governo Monti per ridurre un poco il debito pubblico, che Monti ha continuato a far salire rispetto al PIL, inarrestabile. Il calo del PIL (e non le tasse, secondo Grilli) ha fatto sì che esso si divaricasse dal debito: quello scende e, per forza, questo sale. La soluzione è aumentare il PIL «nominale», cioè quello reale più l’inflazione (che è al 2%, secondo loro), per far convergere le due entità. Come fare? Tranquilli, ha detto Grilli ai finanzieri esteri: «Il continuo aumento della disoccupazione spinge chi cerca un posto ad accettare compensi sempre minori pur di lavorare, ridando così un po’ di competitività di prezzo alle imprese». Le imprese italiane potranno dunque «ridurre i costi… del lavoro» (Il Tesoro e la via anti-debito).
Ecco dunque il progetto di «rilancio» e «crescita» di Monti (e di Bersani poi, per cui Monti è «un punto di non ritorno»): nessuna liberazione delle imprese dallo strangolamento della burocrazia pletorica inadempiente, nessun taglio ai «costi della politica»; niente blocco degli statali e dei loro stipendi, già il 15% superiori a quelli privati; niente fiscalità che non sia persecutrice di chi produce, nessun taglio agli statali di lusso con stipendi miliardari. Quello che vuol ridurre, il governo, sono i salari privati, ossia di quelli che producono, non dei parassiti. Mettendo in competizione gli occupati con i disoccupati, costretti ad «accettare compensi sempre minori». A parte l’odiosità morale, è il caso di avvertire che proprio questa «soluzione» fu quella che stroncò definitivamente l’economia della repubblica di Weimar (1919-1933), e fece sì che i tedeschi votassero il NSDAP e la facessero finita col liberismo. Non fu infatti l’iper-inflazione, come alcuni credono, a provocare il rigetto della democrazia; l’inflazione tedesca, benché atroce per la classe media, era già finita nel 1923, e l’istituzione pluralista durò ancora 10 anni. A provocare il tracollo fu invece la deflazione, unita alla recessione, provocata da programmi di «austerità» rigorosi secondo l’ortodossia liberista, e infine il taglio dei salari privati ordinato per decreto dal cancelliere Heinrich Bruening.
I punti di contatto fra la repubblica italiana d’oggi, e fra Monti e Bruening, sono così numerosi da inquietare. Andiamo per ordine: Fu la prima globalizzazione (1919-1929): vigeva il Gold Standard, il che significa: negli scambi internazionali si usava una moneta comune globale: l’oro, e le monete in quanto erano agganciate all’oro con cambio fisso. Una volta domata l’inflazione, la Germania – sconfitta nella Prima Guerra Mondiale – riagganciò il marco all’oro, e conobbe una rapida ripresa. Crescita drogata da grandi prestiti USA: la Germania era stata condannata a pagare colossali «riparazioni» a Francia e Gran Bretagna perché bollata dalla «comunità internazionale» (la conosciamo bene anche oggi) come colpevole della Grande Guerra. Tutti gli anni avrebbe dovuto versare 2,5 miliardi di marchi oro fino al 1929 (piano Dawes), poi 37 versamenti di 2,05 miliardi di Reichsmark, poi altri di 1,65 miliardi di marchi fino al… 1988 (piano Young). Berlino non ce l’avrebbe mai fatta, se il governo americano (appunto Dawes e Young, banchieri-politici USA) non avesse fornito altrettanto enormi crediti.
Tanta generosità non era disinteressata, e fruttava grassi profitti. Gli USA avendo venduto forniture belliche gigantesche agli Alleati durante la guerra europea, erano divenuti i grandi creditori del mondo, e Fort Knox traboccava di oro affluito dai Paesi debitori (che erano poi gli alleati; ma gli affari sono affari). Il Gold Standard obbligava a moltiplicare di altrettanto i dollari: un mare di liquidità in eccesso stava per abbattersi sull’economia USA, che già subiva la recessione inevitabile una volta finita la super-produzione bellica. La Federal Reserve e i banchieri USA impedirono tale effetto abbassando artificialmente i tassi – la stessa cosa fatta da Greenspan negli anni ’90, e da Bernanke poi – ed incitando all’esportazione di dollari: come nella storia dei petrodollari degli anni ’70, esportarono così la loro inflazione all’estero. Assoluta libertà di circolazione dei capitali: questa fu la decisione decretata da Washington e da Londra, potenze vincitrici. I capitali americani, poco remunerati in patria, affluirono in Germania. Nel 1925, il tasso di sconto della Federal Reserve era del 3%; in Germania, era sul 10%. Negli anni seguenti, la remunerazione del capitale investito in USA fu sul 4%, in Germania spuntava l’8%. Il doppio. Pura finanza speculativa, perché basata su un circolo vizioso finanziario: i capitalisti USA si facevano prestare dalla FED al 4%; con questa liquidità indebitavano i tedeschi all’8%, e con questi prestiti i tedeschi pagavano le riparazioni a francesi e inglesi. Come «garanzia» per i generosi prestiti, furono ipotecate la Reichsbank (la Banca Centrale), le Reichsbahn (le ferrovie nazionali), i diritti di dogane e l’imposta sui consumi.
Ma una parte delle riparazioni doveva essere pagata in merci e beni: e dunque parte dei prestiti USA andarono anche a finanziare l’industria tedesca. La repubblica di Weimar piaceva all’alta finanza USA come uno Stato «business friendly»: le dava le due garanzie che il liberalismo capitalista desidera in un Paese per investire, il «mercato» e la «democrazia». E inoltre, i salari tedeschi erano bassi – milioni di soldati smobilitati cercavano un lavoro a qualunque prezzo – e i bassi salari stimolano sempre gli investimenti industriali: come abbiamo visto fino ad oggi in Cina. Bolle finanziarie: il risultato di tanto denaro a disposizione provocò oltre ad un surriscaldamento industriale, gigantesche «bolle». Rapidamente, i terreni e i fabbricati rincararono del 700% a Berlino, e del 400% ad Amburgo. I giornali seguaci del liberismo (perché pagati dai capitalisti) lanciarono una campagna per «liberalizzare gli affitti». Gli affitti erano stati bloccati durante la guerra; ma ormai era «ingiusto», dicevano i media, visto che gli immobili si erano tanto apprezzati, che essi rimanessero fermi. Una legge sbloccò gli affitti, che crebbero immediatamente del 125%. A pagarli erano soprattutto gli operai, appena urbanizzati, risucchiati nelle metropoli dall’industria assetata di manodopera. Berlino passò da 2 a 6 milioni di abitanti, e gli alloggi non bastavano mai. I padroni immobiliari erano quelli che guadagnavano.
Anche a spese delle industrie, che pagavano di più affitti e mutui e fidi per i fabbricati industriali. «L’economia era sempre più dipendente dal capitale estero; il peso degli interessi continuava a crescere (…) I crediti esteri erano per lo più a breve, ma erano piazzati in investimenti a lungo termine, sicchè la minima crisi economica presso i creditori avrebbe avuto conseguenze gravissime per la repubblica» (così lo storico Horst Moeller). Allora la crisi fu quella del 1929, che da un giorno all’altro lasciò l’economia germanica a secco di capitali americani. Oggi è stata la crisi dei sub-prime in USA, che ha destabilizzato il sistema bancario globale, rivelandone l’insolvenza. Ma intanto, tra il 1925 e il ’29, l’economia cresceva trionfalmente. Erano Die Goldener Zwanziger, i dorati anni ’20 immortalati dalle vignette di Grosz, coi ricconi grassi in cilindro, sigaro e frac che palpano puttanelle (figlie della classe media rovinata) nei cabaret. Gli industriali tedeschi rispondevano al peso crescente degli interessi passivi e dei costi da «bolla» sui fabbricati, creando un apparato industriale ad alta intensità di capitale, in modo da risparmiare sui salari. «Le industrie smantellavano le vecchie fabbriche e le rimpiazzavano coi più nuovi macchinari. La Germania stava diventando il Paese industriale più avanzato del mondo, più degli stessi Stati Uniti (…) l’intero sistema ferroviario fu rinnovato…». Così Bruno Heilig, giornalista ebreo dell’epoca, che scampò nel 1938 a Londra (Bruno Heilig, “Why the German Republic Fell”).
Non mi dilungherò sulle «privatizzazioni» scandalose e truffaldine che allora prosperarono. Mi limito a citare il nuovo porto sulla Sprea, che il municipio di Berlino rammodernò spendendo milioni di marchi, attrezzandolo di gru e magazzini (era il porto che serviva il rifornimento della capitale) e che poi fu ceduto a due privati – con l’argomento che la mano pubblica non poteva gestirlo «con efficienza e profitto». Il consorzio privato, Schenker & Busch, pagò 396 mila marchi – unico pagamento per 50 anni di affitto (il solo prezzo d’affitto del nudo terreno del porto sarebbe stato di 1 milione di marchi l’anno) e per giunta si fece dare dal comune un prestito di 5 milioni di marchi come capitale operativo. L’alto funzionario pubblico responsabile del progetto, e che aveva poi consigliato la privatizzazione, lasciò l’impiego pubblico e fu assunto da Schenker & Busch con uno stipendio principesco. Intanto «i lavoratori berlinesi, già aggravati dal rincaro delle pigioni, pagavano un tributo a quei privati per ogni pezzo di pane che mangiavano» (Heilig). La crescita a credito cominciava a perdere colpi. Gli interessi sui debiti degli industriali crescevano, crescevano i costi degli affitti e dei macchinari. Ma per qualche anno «ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori» (Heilig). È significativo che anche durante il boom dei Venti Dorati, i disoccupati restarono tanti, si mantennero sui 2 milioni. Tanto meglio, per gli industriali: manodopera a basso costo. E coi «risparmi» sui salari, comprarono macchinari ancora più efficienti onde aumentare la produttività. Così gli aveva insegnato il liberismo anglosassone. E i tedeschi sono allievi-modello.
L’altra faccia della produttività. Accadde quello che sempre accade quando si retribuisce troppo il capitale (i banchieri, essenzialmente) e poco il lavoro: le merci, prodotte in quantità sempre maggiore, non trovano acquirenti, perché i consumatori (che sono i lavoratori) hanno perso potere d’acquisto. Gli imprenditori corsero ai ripari applicando i dettami del liberismo americano appena appreso. Nel 1931, ridussero la quantità di merci prodotte, sperando con ciò di sostenerne i prezzi. Ma così facendo «interessi, tasse, ammortamenti ed affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti, fino a divorarli» (Bruno Heilig). Quali misure vennero prese? Altri licenziamenti in massa. Ovviamente, «per ogni lavoratore licenziato era un consumatore che scompariva», ha scritto Heilig, sicché i datori di lavoro «ne ebbero ben poco sollievo». Già. A far colare a picco le imprese erano i «costi non comprimibili», non già il costo del lavoro; ma questo era il solo ritenuto «comprimibile» – e fu compresso senza pietà. Furono i costi incomprimibili, nel corso del 1931, a rendere insolventi sempre più imprese. Gli interessi sui debiti diventarono impagabili, e non furono più pagati. Con l’insolvenza dei debitori-imprenditori, cominciarono a fallire le banche.
Il cancelliere Heinrich Bruening, salito al potere nell’ottobre ‘31, spese miliardi di marchi (dei contribuenti) per «salvare le banche», applicando da allievo modello i dettami del liberismo anglosassone. Come oggi, quando sono le banche a crollare per i loro investimenti sbagliati, il «mercato» viene sospeso, e invece di lasciarle fallire, si invoca la mano visibile dello Stato, l’intervento pubblico a loro favore. Non bastò, ovviamente. Allora Bruening, che ormai gestiva l’economia a forza di decreti d’autorità, lanciò una politica di austerità e rigore, tagli di bilancio, deflazione deliberata. Il cancelliere «ascoltava i funesti consigli del dottor Sprague, l’emissario della Bank of England. Il quale naturalmente voleva la continuazione della politica di deflazione ad ogni costo; deliberata permantenere il valore dei fantastici investimenti della City in Germania» (Robert Boothby: Recollections of a Rebel, 1978). Anche oggi, il rigore e la deflazione decretati da Mario Monti sono nel solo interesse dei grandi creditori internazionali, che vogliono mantenere il «valore dei loro investimenti». Proprio di questo il nostro (loro) Grilli è andato a rassicurare gli investitori americani che creerà «crescita» tagliando i salari.
Nel 1931, Bruening fece lo stesso: per decreto, ordinò una riduzione generale dei salari del 15%. Nella sua teoria, riteneva che riducendo il potere d’acquisto del lavoratori, si sarebbe prodotta di conseguenza una riduzione dei prezzi. Il «prezzo umano», la messa alla fame dei lavoratori e delle loro famiglie, non gli sembrò indegno d’esser pagato. La massa salariale prima del 1929, ossia nel boom liberista, ammontava a 42,4 miliardi di marchi. Durante il cancellierato Bruening scese a 32 miliardi (il Terzo Reich la fece risalire, nel 1937, a 48,5 miliardi). Ovviamente, il drastico taglio dei salari non funzionò come sperava Bruening, anzi accelerò il tracollo. Come abbiamo visto, i prezzi delle merci erano determinati da fattori ben diversi che dalle paghe: dai costi incomprimibili, dal servizio del debito, dagli indebitamenti per comprare suoli sopravvalutati dalla bolla. Bruening avrebbe dovuto agire su quelli. Non lo fece.
I disoccupati salirono a 7 milioni: un terzo della forza-lavoro nazionale; a cui si dovettero aggiungere i «disoccupati parziali», part time e precari, altri milioni non censiti. «L’apparenza di prosperità economica degli anni Venti si rivelava ingannevole. Quando la crisi americana del 1929 e la poca fiducia nella stabilità economica e politica di Weimar spinsero (gli stranieri) a ritirare i crediti, l’economia tedesca collassò… La generazione giovanile si vide privata di possibilità professionali, economiche e sociali; era sradicata e si sentiva derubata dell’avvenire». (Moeller). «La classe media (era) spazzata via: questa la situazione ad un anno dall’apice dalla prosperità» (Heilig). In quell’anno, il numero dei deputati nazisti al Reichstag passò da 8 a 107. Avevano votato per loro 13,4 milioni di tedeschi; il 60% erano persone che prima non avevano votato, astenendosi. Nel gennaio 1933, divenne cancelliere Adolf Hitler. E cominciò la ripresa, usando ricette contrarie a quelle del liberismo (1). Oggi, i poteri forti – che hanno la memoria lunga – hanno agito d’anticipo, di fatto favorendo un colpo di Stato dall’alto in Italia, svuotando di senso le votazioni; hanno accelerato la creazione della giunta oligarchica a livello europeo, in modo – mentre cadono a picco tutti i dati dell’economia reale – da prevenire una deriva «populista» della volontà popolare, che scalzi il loro potere come avvenne «allora».
1) Bruening se ne andò in USA, dove fu accolto a braccia aperte dall’Università di Harvard. Vi restò come docente di politica liberista fino al 1951.

Non avere di meglio da fare…

BERLINO – Qual è il «sesso di Dio» spiegato ai bambini? Non si tratta di un dibattito teologico-grammaticale che potrebbe escludere quel 16 per cento della popolazione mondiale che secondo un recente studio del «Pew Forum on Religion and Public Life» si professa non credente. È qualcosa di più, e riguarda tutti coloro che hanno figli piccoli, perché il problema del «genere» nell’educazione infantile è ormai all’ordine del giorno in molti Paesi europei. Lo dimostra la proposta del governo francese di inserire nel libretto di famiglia la dizione «genitore 1» e «genitore 2» al posto del padre e della madre, e il riaffacciarsi in Svezia del pronome neutro per sostituire il «lui» e il «lei» nell’asilo. In Germania, è stato il ministro per la Famiglia, Kristina Schröder, cristiano-democratica, nota per le sue battaglie contro il «femminismo storico», a fare discutere tutti. In questo caso, si è iniziato a parlare di religione, ma il vero scontro è sulla figura dell’uomo e della donna nell’immaginario dei bambini. In un’intervista al settimanale Die Zeit , Kristina Schröder ha detto di trovarsi in imbarazzo con la sua Lotte (un anno e mezzo) parlando di Dio al maschile, come avviene nella lingua tedesca, e ha aggiunto che sarebbe meglio usare l’articolo «das», con cui si precedono i nomi di genere neutro. «Ciascuno – ha detto – dovrebbe decidere per conto proprio». Una riflessione, questa, che è stata accompagnata da critiche al «sessismo» delle fiabe e della letteratura per bambini in cui «raramente si trovano figure positive di donne».
Le parole della Schröder sono state accolte con una raffica di proteste. Christine Haderthauer, ministro per gli Affari sociali della Baviera, le ha definite una «sciocchezza intellettualistica». Un altro esponente cristiano-sociale, il parlamentare Stefan Müller, ha osservato che «Dio appare a noi come il Padre di Cristo e così dovrebbe rimanere». Secondo un eminente teologo cattolico, padre Wilhelm Imkamp, l’idea di rendere neutro il Padreterno è «stupida, insolente e testimonianza di opportunismo». L’unico a gettare acqua sul fuoco è stato Klaus-Peter Willsch, parlamentare della Cdu nell’Assia (il Land dove Kristina Schröder sarà capolista nelle elezioni del prossimo autunno), suggerendo che «per chi cerca una figura di genere neutro, c’è Gesù Bambino». Alla parola Christkind, infatti, si accompagna «das». «Per chi crede in Dio l’articolo è indifferente», ha risposto il portavoce della cancelliera, Steffen Seibert, durante il consueto briefing del governo. Secondo un collaboratore di Kristina Schröder, Benedetto XVI «ha scritto che Dio non è né uomo né donna» e quindi «i critici del ministro non dovrebbero essere più “papali” del Papa». E lei, la diretta interessata? Ha ricordato alla Bild che si stava riferendo ad una bambina e non ai tanti adulti «inciampati» sulle sue parole. Ma non è detto che tutto finisca qui.
Paolo Lepri