Umberto Galimberti, satana ti attende…

Tornando a casa l’ altro giorno, mi son sentito alla RAI (!!!) ospite di un Fabio Canino al vetriolo e gongolante, il prof. Umberto Galimberti parlare del suo ultimo libro, “Cristianesimo, la religione dal cielo vuoto“. E’ davvero edificante venire a conoscenza di quanto odio cattofobico possa serpeggiare oggi in libreria; venendo alla solita rivalutazione, assai vetusta in realtà, di Satana come custode del mondo e simbolo del Sacro, nella sua versione maligna. Già critici Cattolici, più titolati di me,  hanno scritto su codesto libro, e quindi, come al solito mi limito a constatare, come sempre, che essendo chiaramente ispirato da Pape Satan Aleppe in arte Diavolo, il professore riceverà degna accoglienza ed ospitalità definitiva ed eterna da Lucifero in persona presso l’ Inferno. Tanto non esistono, no ???

Il tar rende felice Bersani

No, non è un “breve” su certi magistrati di parte il cui comportamento solleva legittimi dubbi sulla credibilità e affidabilità dell’intero sistema giudiziario per l’incertezza sulla terzietà, l’imparzialità.
Chiunque non voglia essere cieco ha ben compreso la situazione.
E’ invece l’annotazione del fatto che un tar non solo, con il Lazio, ha deciso che si debba votare, ma anche la data del voto che, sicuramente casualmente, è tale da rendere improbabile l’election day chiesto dal Centro Destra.
Mi domando quando un tar deciderà anche la ripartizione dei seggi.



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Don Giovanni a cenar teco, mi invitasti…

 
 
 
 
 
Napolitano ha dichiarato che venerdi 7 dicembre  non presenzierà al Lohengrin di Wagner che si terrà alla Scala. Forse si aspettava Verdi, lui che è così “patriottico” da aver orchestrato un golpe tecnico ai danni del Paese. O  forse teme un bel lancio di uova marce davanti al Teatro.  Devo ammettere che questo governo pur nelle sue nefandezze, o forse proprio per questo, offre molto materiale agli storici per ricostruire ai posteri i tempi foschi e torbidi che stiamo vivendo. C’è un’altra data dell’anno scorso che sento il bisogno di ricordare: il 7 dicembre 2011, nella quale Napolitano e Monti, a golpe compiuto e a misure estreme prese, si recarono alla Scala (mentre il popolo italiano doveva sprofondare nel sottoscala) seduti con solenne compunzione sul palco reale, come due monarchi d’antico lignaggio. L’opera stabilita dal calendario scaligero era il Don Giovanni di Mozart diretto da Daniel Barenboim. Qualsiasi manualetto storico, vi confermerà che senza nulla togliere al suo grande genio, Mozart era massone; ma ciò non costituisce in sé il vero indizio. Ce ne sono tanti massoni tra artisti e musicisti!
Il commento (h. 6: 00) di Pseudosauro nel mio vecchio post 11/11/2011, anniversario del golpe che carpì la sovranità all’Italia, mi fornisce l’ispirazione per tornare sull’argomento di simboli e metafore del Potere. Ne riprendo una parte: “
Venendo ai giorni nostri, come interpretare la rappresentazione del Don Giovanni di Mozart alla Scala, poco dopo la caduta di Berlusconi, con Napolitano e Monti nel palco reale e il Commendatore (o convitato di pietra) che ammonisce il Dissoluto stando tra loro invece che dietro una quinta, come avviene sempre ? Perche’ questi serissimi personaggi si sono prestati ad una mascherata simile ?
Risposta: perche’ ci credono, e perche’ sono entrambi massoni di altissimo livello.
E se qualcuno avesse avuto un granchio o peggio, si fosse – a detta di alcuni benpensanti – fatto prendere da facili dietrologie o complottismi, ecco la conferma del critico Armando Torno, scritta, non già su qualche blog cospirazionista, ma sul Corriere della sera del 8 dicembre 2011.
Titolo: ” E sul palco irrompe il fantasma del commendatore” Pertanto cito testualmente:
CONVITATO DI PIETRA Il «convitato di pietra» si è immaginato in mille modi. A volte l’attore era vestito «di sasso» (lo suggerisce il libretto); altre volte scendeva dal piedestallo sul quale era posta la sua statua; altre ancora era scorato da tuoni e fulmini, per diffondere tra il pubblico timore. Ma il regista Robert Carsen lo ha trasformato quasi in un uomo comune. All’inferno ci si va senza troppi complimenti, quasi fosse la normalità. Certo, l’addobbo floreale del grande palco delle autorità, aveva un lieve richiamo ai colori del cimitero; anzi si potrebbe dire, e lo sottolineiamo per rispetto ai presenti, che è stato un elegante cedimento alle richieste funerarie del finale. Ma, si sa, il regista con i suoi vestiti moderni e le scene non convenzionali ha voluto stravolgere questo e altri dettagli. Don Giovanni è un mito che si può variare come meglio garba, tanto ha sempre qualcosa da dire.
RITMO Il Commendatore quando sale sulla scena evoca veramente la morte – ieri sera con la bara aperta – soprattutto grazie a quel re minore che per Mozart rappresenta la tonalità tragica per eccellenza (è anche quella del Requiem ). C’è di più. All’orchestra il compositore ordina di scandire con ritmo implacabile, sostenuto particolarmente dagli archi, il canto del defunto, quindi si diffonde nel teatro la terribile frase: «Don Giovanni, a cenar teco m’invitasti, e son venuto». Il re minore, che era già stato chiamato a sorreggere la prima parte dell’ouverture, a questo punto esplode. E trascina il peccatore alla fine.
DON GIOVANNI 2011 Domanda per questo Don Giovanni 2011: il Commendatore sul Palco Reale è un’allegoria del momento? Conviene rispondere notando che la sua figura è uscita definitivamente dai cimiteri e si aggira, tra una crisi e l’altra, per il mondo. Che abbia scelto il posto d’onore della Scala, lasciando perplessi i vertici dello Stato, è forse una casualità. Anche se i medesimi desiderano fermare la crisi che spinge Don Giovanni – mirabile sintesi di un certo stile italiano, con voglia di concupire e banchettare – verso il baratro.
Se Strehler lo avesse pensato nel 1987, con Carlo d’Inghilterra al posto di Napolitano, si sarebbe potuto dire che Diana c’entrava. Oggi altri l’hanno paragonato a Berlusconi. Ma, come è noto, l’ex presidente del Consiglio non è stato un assiduo frequentatore di prime alla Scala.

Ebbé…, il finale dell’articolo di Torno è un bel excusatio non petita accusatio manifesta. Quel che conta è che intanto la verità ce l’abbia buttata lì. A mio avviso, i due vertici dello Stato non parevano così perplessi spettatori della mascherata del Convitato con la camicia ancora sporca di sangue, lì sul Palco Reale mentre cantava in mezzo a loro. Poi il critico tanto per alleggerire la sua insinuazione, ha voluto rassicurarci dicendo che però Berlusconi non frequentava la Scala. Ma per alludere all’ex Presidente del Consiglio, non è affatto necessario ch’egli sia un habitué dell’Opera. Anzi, Berlusconi doveva proprio essere…il Fantasma dell’Opera, nel senso dell’assenza. Abbiamo eliminato il Dissoluto ( l’aria di Pentiti/no! Pentiti/No!) e d’ora in poi gli affari italiani (o meglio, anti-italiani) non si discuteranno più a palazzo Grazioli, alcova del Grande Libertino, ma a Palazzo Giustiniani. E chi la vuol capire la capisca…Certamente i due monarchi tarocchi lì, sul palco reale, prestandosi a questa pupazzata, l’hanno capita.
Correva l’anno 2011 nella sera del 7 dicembre, ma era già tutto previsto. Come la programmazione dell’opera di Mozart. Alla Scala (e dietro le quinte) il calendario degli spettacoli si programma con un congruo anticipo: come minimo, un anno prima. Ma stavolta non si è trattato, com’era uso dire Berlusconi, del solito “teatrino della politica”; bensì di un magistrale coup de théatre.
 
Don Giovanni, a cenar teco, mi invitasti ,e son venuto….

 

Don Giovanni trailer dal TG1: http://www.youtube.com/watch?v=Bgd1Ay1FlL0
 
 
 
 

Il Pensiero Verde 2012-12-05 23:40:00

Vergogna italiana. I poliziotti costretti a pagare le parcelle degli avvocati in caso di scontri in piazza!

Siamo in Italia e dunque meravigliarsi di quel che accade nel nostro paese è un po’ come meravigliarsi del fatto che Babbo Natale non esiste. È qualcosa che non ha un grande senso. L’Italia è l’Italia, e se c’è un paese, una nazione, un popolo più antitaliano, più antinazionale, più antitutto, questo è paradossalmente il popolo italiano, che non sa difendere nemmeno i propri poliziotti quando fanno il loro dannato dovere. Viviamo in una sorta di illogica resistenza permanente, dove è facile confondere l’autorità statale per il solito regime fascista e i facinorosi, i delinquenti travestiti da manifestanti, per dei grandi rivoluzionari, italiciBrave Heart, o se vogliamo essere più socialisti style, italici Che Guevara che “lottano” per la libertà. Ma libertà de che? La libertà di spaccare vetrine, rompere auto, bruciare cassonetti e vilipendere simboli religiosi? E magari picchiare pure con randelli e bastoni chiunque capiti loro a tiro, o peggio lanciare sassi e molotov, in urla di rabbia e livore animalesco senza senso? Se questa è libertà, chiaramente sto dalla parte dei poliziotti, senza alcun dubbio.Soprattutto poi se questi poliziotti, magari feriti e umiliati in ragione del loro dovere, vedono notificarsi avvisi di garanzia da parte di zelanti magistrati, chiamati a giudicare nientemeno che l’azione di chi si espone al pericolo per proteggere i cittadini.
Il paradosso tutto italiano è che i poliziotti sono i dipendenti pubblici meno tutelati nel nostro ordinamento, proporzionalmente ai rischi che corrono e allo stipendio che percepiscono. I politici, superprivilegiati, per lo più sono impuniti, nonostante i loro spesso accertati misfatti a danno della collettività; i magistrati, poi, neanche rispondono per i loro errori (paga lo Stato, quando paga). Per non parlare degli alti funzionari e dei vertici degli enti pubblici, i quali prendono stipendi stratosferici con una responsabilità ridotta al minimo, tanto è diluita in un’amministrazione ramificata e burocratizzata. Chi si espone al pericolo, e lo fa per dovere, invece niente: spesso si deve persino pagare l’avvocato da sé quando accadono certi fatti.
Mi chiedo: ma in che razza di paese viviamo? Ma qual è lo Stato che umilia la propria forza pubblica in questo modo? Per carità, chi sbaglia deve pagare, ma qui si sta arrivando al paradosso che quando accadono i tafferugli – che spesso si rivelano frutto di veri e propri atti di terrorismo sociale pianificati strategicamente – le vittime diventino i carnefici e i carnefici si trasformino, o meglio vengano trasformate, in vittime. E a pagare sono sempre gli stessi: quei poliziotti che per poche centinaia di euro al mese, si espongono alla ferocia della masnada di bestie, le quali, ben lontane da un sano ideale di protesta e da chi interpreta la stessa come espressione di pacifica democrazia, hanno troppo spesso un solo obiettivo:cercare lo scontro gratuito, l’atto barbarico privo di significato, l’azione vandalica e la guerriglia distruttiva.
La verità è che niente del comportamento dei novelli “guerriglieri” è giustificabile; e sicuramente non lo è per il sol fatto che un poliziotto ha inferto loro manganellate gratuite. Perché in uno Stato che risponde ai requisiti minimi di democrazia come il nostro (minimi), gli strumenti legittimi e pacifici per far valere le proprie ragioni esistono, e se nonostante questi strumenti le anzidette ragioni non prevalgono, evidentemente è perché sono minoritarie o marginali. Perciò, tentare di imporle con la violenza non è solo arrogante, ma è persino sovversivo. 
Ora si scopre pure che in ragione di questa violenza, i poliziotti in alcuni casi devono pagare o contribuire a pagare (quando i fondi pubblici non sono sufficienti) gli avvocati e persino le cure mediche, quando dai tafferugli di piazza fioccano indagini giudiziarie e lesioni varie. Un’assurdità tutta italiana, soprattutto davanti a qualcuno – il poliziotto – che non ha scelta, avendo l’obbligo e il dovere per legge, e per uno sputo di soldi, di esporsi al pericolo.
A tal proposito, fa riflettere quanto scriveva Pierpaolo Pasolini a proposito dei figli di papà che si trasformavano in pseudorivoluzionarie cercavano lo scontro con i poliziotti in nome di una posticcia libertà antifascista: 
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri. 
E badate, Pasolini fu tutto, fuorché uomo di destra. E se una certa e incontestabile verità l’aveva intravista lui…
Fonte WEBhttp://www.iljester.it

Il Pensiero Verde 2012-12-05 23:31:00

L’arresto di Sallusti? La libertà di stampa è morta in un vergognoso silenzio

E alla fine il direttore de Il Giornale è stato arrestato. Non solo! Dopo essere stato portato a casa propria per scontare la pena, egli è evaso, beccandosi un nuovo processo per il reato di evasione (da 1 a 3 anni).Non so se questo sia stato un atto coraggioso oppure stupido, ma è certo che non sarà utile. Ormai è chiaro che la drammatica vicenda di Sallusti, condannato a 14 mesi di carcere per “omesso controllo” su un articolo considerato diffamante nei confronti di un magistrato, non interessa nulla a nessuno.
Certamente non interessa ai suoi colleghi detrattori. A coloro i quali lo hanno sempre denigrato e considerato un servo del berlusconismo, come se lor signori non fossero viceversa i servi di chi ha sempre sponsorizzato l’antiberlusconismo. Perché diciamocela tutta: se in Italia esiste un giornalista che non è al servizio di un qualsivoglia padrone, altrettanto esistono puttane vergini. È un paradosso che serve a sottolineare che è illogico tacciare un giornalista di “berlusconismo”, per il sol fatto di non omologarsi all’antiberlusconismo o di lavorare in un giornale la cui proprietà fa riferimento alla famiglia dell’odiato Cavaliere.E certamente non interessa ai politicanti. In primis, a quelli di sinistra, i quali, grazie a questa esaltante vicenda, si sono liberati di un formidabile avversario di penna. Un Cyrano de Bergerac poco propenso a dar loro la slinguazzata che adorano e cercano nei giornali amici e compiacenti.E parimenti non interessa ai cosiddetti politici “amici”, i quali, anzi, hanno talmente avuto nei suoi confronti il dente avvelenato, da dargli l’illusione di un impegno solenne per spegnere l’ignobile condanna, salvo poi tentare di sfornare una legge sulla diffamazione ancor più liberticida di quella tutt’ora in vigore. Uno scempio che non avrebbe salvato Sallusti dal carcere ma che avrebbe messo ancor più il bavaglio – con le solite complicità sinistre – alla stampa e in generale alla libertà di opinione, sacro diritto di tutti i cittadini.
E ancora, non interessa al Capo dello Stato, il quale naturalmente non ha speso una sola parola per la drammatica vicenda di Sallusti, sia nella sua veste di Presidente della Repubblica e sia nella sua veste di Capo della magistratura.
Certamente poi la vicenda non interessa a tutti coloro, popoli viola, violetti, rosa e rosati, che nel 2009 manifestarono contro il Governo Berlusconi per un supposto quanto inesistente tentativo di limitare la libertà di stampa. Dove sono andati a finire oggi questi grandi eroi della libertà di stampa?Dove sono andati a finire i movimentisti, i rivoluzionari, i grandi paladini della libertà di pensiero, ora che ci sarebbe bisogno di loro?Naturalmente a dormire, in un qualche armadio pieno di naftalina, in attesa che qualcuno li richiami nuovamente quando al governo ci sarà (se mai ci sarà) nuovamente il nemico politico e servirà manipolare l’opinione pubblica con una nuova ipocrita crociata. Ma non per Sallusti, notoriamente “amico” del nemico politico.

Il Pensiero Verde 2012-12-05 23:26:00

Italia, 2012: si può “infibulare” una bimba se l’incisione è …minimale e simbolica…

A marzo 2006 è stato arrestata una coppia di genitori nigeriani residente a Verona, perché aveva fatto infibulare una delle sue due bambine e stava per far infibulare l’altra. E per la prima volta fu applicata nel nostro Paese la fin troppo nuova legge sulle mutilazioni genitali femminili (mgf), voluta dall’allora ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna.
Due anni dopo, i genitori delle bambine sono stati condannati ad 8 anni e 4 mesi in primo grado, ma pochi giorni fa, essi sono stati assolti in appello “perché il fatto non costituisce reato”. Secondo la difesa, nel caso specifico della bambina che aveva già subito l’intervento non si sarebbe trattato di una vera e propria infibulazione. Alla piccola sarebbe stato praticato “una piccola incisione” che, secondo il parere dei consulenti della difesa, “non avrebbe pregiudicato lo sviluppo sessuale con la crescita”1. E senza quella le piccole sarebbero state discriminate, considerate impure e quindi senza possibilità di sposarsi, nel Paese e nella tribù d’origine dei genitori, quella dei Bini (peccato che vivessero in Italia!).
Si è trattato di una sorta di “puntura di spillo”, come proponeva nel 2004 il medico somalo Omar Abdelkadir, direttore del Centro Ospedaliero Careggi di Firenze ( si sollevò il polverone e poi non se ne parlò più, come spesso accade in Italia quando lo scoop è stato lanciato e la notizia non è più di moda). Si sono salvati capre e cavoli, insomma: non danneggiando, sembra, irreparabilmente le bambine, ma soprattutto salvaguardando la tradizione tribale e patriarcale fatta propria e portata avanti dall’islam, tuttavia presente anche tra cristiani, ebrei ed animisti africani.
Però dovrebbe essere evidente che, anche con la “puntura di spillo”, anche con la “mutilazione di pochi millimetri”, è il principio dell’inviolabiltà del corpo della donna e in particolare della bambina, che viene colpevolmente calpestato in questo caso, in nome di un becero multiculturalismo, islamicamente corretto, buonismo, relativismo e compagnia bella.
Perché non importa quanto una bambina o una donna siano infibulate. Non importa se si tratta di circoncisione o infibulazione as-sunnah (basata cioè sulla Sunnah, fatti e detti di Maometto e quindi pratica da lui permessa), la quale comporta “solo” l’asportazione della parte alta del clitoride con fuori uscita di 7 gocce di sangue simboliche (come sembra il caso delle due bambine nigeriane in Veneto); non importa se si tratta della cosiddetta “escissione al-wasat”, che comporta l’asportazione totale del clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra; non importa se tale pratica prevede l’infibulazione vera e propria (o circoncisione faraonica o sudanese): asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale; o ancora se comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili. Si tratta sempre di infibulazione comunemente intesa, di bambine e poi donne mutilate nel corpo e nello spirito,perché viene impedito loro di provare il normalissimo piacere durante i rapporti sessuali, considerato impuro se è “lei” a provarlo, e facendo sì che solo l’uomo provi godimento su quel corpo mutilato, che lui e la società considerano di sua proprietà.
È comune, con quest’aberrante pratica, il rischio immediato di emorragie, a volte mortali, infezioni e shock; a lungo termine invece, è facilissima la formazione di cisti e, nelle gestanti e nelle partorienti, l’infibulazione può anche portare alla morte della madre o del nascituro.
Fonte: http://www.iljester.it

Almeno ci diano l’eutanasia gratis…

Un paio di commenti: “Più tagli = meno ospedali; meno ospedali = meno cure; meno cure = più morti, soprattutto vecchietti; più vecchietti morti = meno pensioni; meno pensioni = più posti di lavoro per i giovani; più morti = più PIL pro capite; meno pensioni = meno spesa pubblica; meno spesa pubblica = più soldi per pagare gli interessi alle banche; Favoloso!! Voglio vedere chi ha il coraggio di obiettare.”

“Tagli mirati -_-” …lavoro in un reparto di chirurgia, in un ospedale dove sono stati chiusi molti posti letto proprio di chirurgia. Ogni giorno ci troviamo a dover ricoverare tantissimi pazienti senza avere i letti a disposizione, a dimettere pazienti in fretta e furia praticamente “buttandoli” giù dal letto, a sospendere interventi chirurgici programmati da mesi e le liste d’attesa continuano ad allungarsi. Lavoriamo in condizioni allucinanti e i pazienti sono i primi a risentirne. Purtroppo chi fa le leggi non ha idea di cosa succede davvero nelle corsie… come possono fare interventi mirati se NON FANNO QUESTO LAVORO?!?”
ROMA – Rispetto a quattro anni fa è cambiato molto poco. Non si è abbassata la percentuale degli italiani utilizzatori dei servizi sanitari che hanno sperimentato almeno una volta le code per visite o esami: 6 su 10. Secondo un’indagine della società Ermeneia, sono diminuite le attese tra 30 e 120 giorni, in compenso hanno avuto uno scatto quello che superano i quattro mesi. Il mancato alleggerimento di questo fenomeno, al quale tanti provvedimenti hanno cercato di mettere fine, sarebbe uno dei sintomi della pressione esercitata sui cittadini, la conseguenza dei tagli alla sanità.
TAGLI – Lo ha denunciato con profonda preoccupazione Gabriele Pelissero, presidente dell’Associazione italiana ospedalità privata nel presentare il decimo rapporto «Ospedali e Salute» (I NUMERI). I tagli previsti dagli ultimi interventi economici, a partire dalla manovra di Tremonti nel 2011 fino a spending review e legge di Stabilità, sottrarranno da qui al 2014 circa 14 miliardi. «Probabilmente secondo i nostri calcoli l’effetto complessivo sarà superiore – insiste Pelissero -. Se confrontiamo l’andamento della spesa con gli altri Paesi occidentali vediamo che l’Italia si colloca di ben 2 punti al di sotto di Francia e Germania. Siamo passati nell’ultimo biennio dal 7,2 al 7,1 del Pil». In pratica, «se non verrà cambiato qualcosa il sistema non sarà sostenibile. Finora siamo riusciti a fornire un buon servizio pubblico, ma sotto questa soglia non si può scendere. Non potranno essere garantiti i Lea, i livelli essenziali di assistenza». Cioè quelle prestazioni che tutte le Regioni devono dispensare ai cittadini gratuitamente. A fine anno è atteso il nuovo elenco aggiornato.
CLINICHE – In particolare, un pericolo si profila dietro l’angolo per gli imprenditori privati. L’eliminazione di cliniche convenzionate con un numero di posti letto inferiore a 80. Il paletto viene fissato dal documento sugli standard qualitativi all’esame della Conferenza Stato-Regioni. Tra l’altro, sono tracciati i percorsi di riorganizzazione per passare dagli attuali 4,2 posti letto per mille di abitanti a 3,7. Un piano che dovrebbe portare (il condizionale è d’obbligo) alla riconversione di reparti e delle strutture meno produttive e dalle performance meno brillanti. Il rapporto Aiop censisce le aziende ospedaliere private che non rispondono agli standard stabiliti dal ministero della Salute. Sono 250, danno lavoro a 12 mila persone e producono 300 mila ricoveri all’anno a un prezzo più basso rispetto il pubblico perché soggette a un diverso meccanismo tariffario (che i privati chiedono di equiparare a quello per il pubblico).
TICKET – L’associazione ha elaborato una dettagliata proposta. L’obiettivo è evitare la chiusura «delle attività sane, che garantiscono un buon servizio». Dunque non tagli lineari, ma mirati. Altra criticità sono i ticket: quelli su visite e prestazioni specialistiche sono cresciuti dell’11,3% nel periodo 2009-11, quelli sui farmaci del 13,3%. Pubblico o privato, la sanità attraversa la fase più difficile da quando nel 1978 è stato creato il Servizio sanitario pubblico, nato come universalistico e oggi diventato un sistema che zoppica per rincorrere questa caratteristica. «Siamo uno dei sistemi universalistici con la maggiore compartecipazione dei cittadini», fa notare Giovanni Bissoni, presidente di Agenas, l’agenzia per i servizi sanitari. Ieri Giovanni Monchiero, presidente di Fiaso, l’associazione dei manager delle aziende sanitarie, ha lanciato un allarme che non sorprende. Molte Asl rischiano di non poter pagare la tredicesima ai dipendenti per problemi di cassa. I lavoratori dell’Idi di Roma sono già senza stipendio.
Margherita De Bac

Sentenza molto bella…

«È una cosa molto bella e molto attesa, siamo molto contenti». Così il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ha commentato la sentenza della Consulta che ha accolto il ricorso del Quirinale nei confronti della procura di Palermo sul caso delle intercettazioni nel procedimento sulla presunta trattativa Stato-mafia.
«SENTENZA POLITICA» – «Attribuire alle decisioni del massimo organo di garanzia costituzionale un significato politico è impossibile e del tutto fuori luogo», ha replicato il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli risponde a una domanda sul giudizio espresso dall’ ex procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, che ha definito politica la sentenza della Consulta. La Corte Costituzionale, ha sottolineato Sabelli, prima di un’audizione in commissione Giustizia alla Camera, «per autorevolezza e indipendenza dà ogni garanzia e non si può assolutamente parlare di sentenza politica».
IL CSM – «La Corte Costituzionale è una delle massime istituzioni della Repubblica, la sua autorevolezza e la sua storica indipendenza non possono essere messe in discussione da nessuno, e in particolar modo non lo può fare chi ricopre incarichi pubblici», ha detto il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, ai microfoni del Tg2. Per Vietti «a volte le parole sono fuorvianti. Conflitto non fa riferimento a contrasti, ma ad un’azione di regolamento di confini tra poteri dello Stato. Questo non vuol dire indebolire l’immagine delle istituzioni, ma semmai rafforzarla».

Re Giorgio, la magistratura e le trattative stato-mafia

E brava Liana di Carlo Bertani
Sapevamo di liane sulle quali volava Tarzan, con Jane che lo aspettava e cucinava lo stufato di rinoceronte mentre Cita schiamazzava per avvertire di nuovi pericoli, sempre fra una liana e l’altra. Questa era la legge della jungla: mille pericoli in agguato. La nostra Liana, invece, è una persona ed è una giornalista di Repubblica: Liana Milella, cronista giudiziario del quotidiano di De Benedetti, la quale quando avverte pericoli non schiamazza come Cita, bensì scrive. E, appena emanata la sentenza della Consulta che ordina di distruggere le intercettazioni telefoniche Mancino-Napolitano, non schiamazza, starnazza un telegrafico post che riportiamo integralmente dal titolo – più che esplicativo – “E adesso distruggere subito” – che ci fa venire in mente solo Torquemada:
“Sarebbe sbagliato se la procura di Palermo, dopo la decisione della Consulta, attendesse ancora. Il passo obbligato adesso è uno solo, nel rispetto dovuto tra istituzioni. Chiedere al gip, nel giro di poche ore, di distruggere le telefonate di Napolitano con Mancino. Sarebbe un errore, un atto di arroganza, attendere le motivazioni della sentenza. Nelle poche righe del comunicato della Corte c’è già tutto quello che i pm dell’inchiesta Stato-mafia devono sapere.” (1)
Finito: tutto qui. Manca solo, al termine, il classico “capito mi hai”? per farlo diventare un avvertimento in stile mafioso. Da parte di Liana Milella. Ora, che i magistrati di Palermo non conoscano la legge mi sembra un’accusa un poco eccessiva: sanno benissimo – a parte ricorsi in sede europea – che le sentenze della Corte Costituzionale si rispettano.
Il problema, allora, si sposta dalle parti della Corte Costituzionale, la quale – col trascorrere degli anni – s’è trasformata sempre di più in una Corte “Presidenziale” e “Governativa”. Ci viene in soccorso, per introdurre il dubbio, un articolo (2) comparso sul Fatto Quotidiano e passato subito nel dimenticatoio, nel tritacarne della carta stampata per il quale la notizia dell’uomo che morde un cane scaccia quella del cane che morde l’uomo. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si lagna per l’alto numero dei casi presentati dall’Italia (quasi il 10%!) sul totale dell’area OCSE: siamo in testa, seguiti da Turchia e Russia le quali, però, ci sopravanzano per il cumulo delle multe. Si tenga presente che il ricorso in sede europea è possibile solo quando sono stati esauriti tutti i ricorsi in sede nazionale: in pratica, sono tutti ricorsi contro sentenze della Consulta e, in minor numero (giacché il ricorso alla Consulta è spesso promosso da avvocati e magistrati, per opposte ragioni) dalla Cassazione.
Note sono le sentenze su Rete4 e su Europa7 – che l’Italia non applica, continuando a pagare sanzioni – meno note altre, come la “sentenza Agrati” (personale scolastico) nella quale, in un paio di paginette, i magistrati europei quasi irridono ben due (!) chilometriche sentenze della nostra Corte Costituzionale, affermando che il “re è nudo”: le sentenze – spiegano i giudici europei senza mezzi termini – sono state redatte in quel modo ampolloso e confuso per una sola ragione, ossia per dare ragione ai vari governi ed impedire i giusti rimborsi. Ma torniamo all’attuale sentenza: a meno che Mancino telefonasse per dare a Napolitano la ricetta degli arancini siciliani, lì si parlava di mafia, di trattativa stato-mafia la quale, non dimentichiamo, ha lasciato sul terreno due eroici magistrati, Falcone e Borsellino. Più Livatino e tutti gli altri. I magistrati italiani sono “usa e getta”? Se non lo sono li “gettiamo” in un pilastro di cemento oppure li disintegriamo con l’esplosivo? Vede, Milella, se lo Stato italiano fosse prodigo di risposte sulla lotta alla mafia, sui suoi contatti (il cosiddetto “terzo livello”), sulle modalità d’esecuzione dei suoi affari, su chi è “a servizio” e chi, invece, rischia la pelle, potremmo concludere che bene ha fatto la Consulta ad impedire un conflitto istituzionale.
Così non è, siamo chiari. Al punto che – per evitare le “talpe” – Falcone e Borsellino si rinchiusero per mesi alla fortezza dell’Asinara, lontani da tutto e da tutti per preparare l’istruttoria di un importante processo di mafia. Senza essere “sparati” prima: sapevano che sarebbe successo dopo. Per gli italiani, questa sentenza ha il sapore della “sabbia”, ossia di quella sabbia che fu gettata (e continua ad esserlo) su mille inchieste: ricorda come veniva chiamata la Procura romana? “Il porto delle nebbie”. In tempi nei quali le cosche stanno impadronendosi sempre di più degli appalti, entrano nelle amministrazioni, controllano il territorio al Nord quasi come al Sud e infarciscono le amministrazioni di loro uomini, non sarebbe stato più produttivo mostrare le carte? O non c’è nulla, e quindi Re Giorgio (l’appellativo non è mio, è del New York Times) potrebbe tranquillamente mostrarlo agli italiani, magari spiegando cosa è successo, oppure c’è qualcosa: allora – in una vera democrazia – Napolitano, Mancino, Martelli e chi altro è coinvolto dovrebbero portare loro stessi quelle intercettazioni ai magistrati, insieme alle dimissioni da qualsiasi carica istituzionale. Ci sarebbero ancora da dire due parole sul suo giornale e su chi e che cosa rappresenta: basta appoggiare il “salasso-Monti” e si sacrifica anche l’antimafia? Beh, allora vale anche qual che disse l’ex ministro Lunardi: “Con la mafia si deve convivere.” Che pena, per lei e per i bravi giornalisti di “Repubblica”, ridotti a dei pennivendoli schiavi del pensiero dominante e uniformato, urbi et orbis, nel nome del saccheggio della popolazione. Concludiamo con la nota locuzione di Falcone, che ricordava i troppi “professionisti dell’antimafia”. Capito mi hai, Milella?
NOTE

Monti e il piano di ripresa… che non c’è?

Se andate al sito di Aljazeera, ascoltate l’intervista con Monti che si intitola: “Mario Monti: Italy is done with austerity” che potrebbe significare o che l’Italia ha finito con l’Austerità, o piuttosto che l’Italia è finita a causa dell’austerità. Purtroppo la risposta giusta è la seconda. Ascoltare i primi 5 minuti dell’intervista. Il giornalista chiede a Monti che era andato a batter cassa nel Golfo: “Lei chiede che noi investiamo in un’Italia dal futuro roseo, ma adesso che ha creato l’austerity, è calato il denaro in circolazione, la gente è disoccupata… come farà a rilanciare l’economia? Qual’è il piano di rilancio dell’economia italiana?” Ed ecco come risponde un vero gentleman: “In quanto la ripresa prevedeva il primo periodo di austerity, l’ austerity è parte integrante della ripresa e quindi l’ austerity è LA ripresa!” Incorniciatevela nella toilette per momenti di stipsi grave; leggerla può aiutare. In pratica, Monti NON HA RISPOSTO, e così facendo ha risposto che il piano di ripresa non ce l’ha, altrimenti lo avrebbe esposto. Monti è un vero professionista della non comunicazione; se gli chiedessero come mai la Commissione Europea in cui aveva avuto un ruolo dirigenziale dal 1999 ha dovuto chiudere per ammanchi di cassa di 7.000 miliardi, se gli chiedessero dove sono spariti quei soldi dirà: ma volevamo rimetterli in circolazione!
Andate su Wikipedia e cercate “Santer Commission“, vedete i 7.000 miliardi di lire spariti ( nearly £3 billion, a pag. 11 – circa 3 miliardi di sterline); una commissione sulla commissione Santer, mandata a chiarire gli ammanchi , scrisse a un certo punto disperata a causa dei muri di gomma che si trovava di fronte: “It was becoming increasingly difficult to find anyone who had the slightest sense of responsibility.” E così la fecero chiudere. Per proseguire con le indagini che però non ci furono, poiché arrivò Prodi a chiudere la vicenda in silenzio. “In response to the report, PES withdrew their support from the Commission[8] and joined the other groups stating that unless the Commission resigned of its own accord, it would be forced to do so.[11] So, on the night of March 15, Santer announced the mass resignation of his Commission.” Ma mandare a casa i membri della Santer non era cosa facile: e giù tutto l’iter burocratico per cui i membri spendaccioni della commissione potevano esser richiamati solo dagli Stati che li avevano mandati a “lavorare”; gli Stati si rifiutavano di farli rientrare, così… la Commissione fu forzata a sciogliersi, e i 7000 miliardi non si sa dove siano finiti. Responsabile: nessuno. Mario Monti commentò che la commissione si sciolse per colpa di qualcuno che non voleva assumersi le proprie colpe, ma pare che questa fosse la tesi anche degli altri componenti dell’allegro gruppo. Allegherei il fascicolo sulla Commissione Santers che fu pubblicato dopo 8 mesi di indagini, ma mi pare che non si possano fare allegati; non è stato facile trovarlo; lo danno sparito da più siti, ma se cercate lo trovate.
Guardate che bel titolo: “Allegations regarding Fraud, Mismanagment and nepotism in the European Commission”. E si commenta in fondo nelle conclusioni “nessun membro poteva essere all’oscuro di ciò che è accaduto”. E quindi neanche il Prof. Monti. Oddio, finché metto al posto della mia segretaria mia cugina, che magari è gnocca, chi se ne frega, ma SPARIRONO 7.000 MILIARDI di lire! Così come stanno sparendo i beni degli italiani e dell’Italia; Monti sa come si fa; dopotutto alla Bocconi sono i maghi della finanza creativa. Ma a parte qualche fatto passato non molto chiaro, MONTI NON HA IL PIANO DI RIPRESA! L’unico piano di ripresa è l’Austerity in quanto, lo ha detto in tv nel filmato sopra, “L’austerity è LA ripresa”. Se invece vogliamo la ripresa vera, cacciamo questi sicari della finanza, nazionalizziamo le banche, ricusiamo il debito pubblico. O congeliamolo per 5 anni a interessi zero, poi si vedrà. Magari altri 5 o 10 anni, finché non ci siamo ripresi. Se il piano di ripresa lo avesse, Monti lo avrebbe detto, ma con la gente a le aziende a terra come cazzo la si fa la ripresa adesso? Dai Prof Monti, Lei che ha studiato ci dica come si fa adesso che ci ha distrutti per benino. Ma forse parlava di ripresa bancaria, e allor tutto diventa chiaro. L’avevo sempre sospettato, ma c’è qualcuno che crede ancora ai giornali. Come il mio amico carissimo ing Sandro Turello di Trieste che dice che Monti ha migliorato l’immagine dell’Italia: ha migliorato l’immagine agli occhi degli speculatori di borsa, del Wall Street Journal, dei banchieri che vedono ancora grasse vacche da mungere. Ma l’immagine vera dell’Italia ce la facciamo con il Parmigiano che viene solo da noi, con la burrata pugliese che a NY costa un occhio della testa, con i vestiti di marca, con le musiche di Morricone, con Fellini… Insomma, col made in Italy. Il resto è foffa, truffa, fumo. Abbasso le banche, viva l’economia. E come diceva Catone il censore alla fine di ogni discorso, anche noi dovremmo chiudere ogni email con: “Ceterum censeo Bancam delenda est”. Ovvero, finchè non è distrutto questo sistema bancario (e il sud america ci dimostra che è fattibile), non ne usciamo vivi.
ps dimenticavo: magari qualcuno sa il piano di ripresa di Monti ??? Per piacere ce lo dica…