Governare la decrescita

Nel post di Eleonora, La luce che si allontana, si parla di previsioni fosche per il futuro delle economie di Italia e Spagna, e vengono gettate ombre poco rassicuranti anche sul futuro dell’economia francese, la quale finora è sembrata stare al di fuori del tunnel. Eppure, solo pochi giorni fa il nostro capo di governo aveva parlato di luce in fondo al tunnel. Secondo me, la verità è che parlano così per tenerci tutti buoni. Ma con me non attacca. Parlano in maniera ottimistica, così intanto loro continuano indisturbati a svuotare le casse dello stato. Guardate se si son ridotti di numero, o se si sono ridotti in maniera sostanziosa emolumenti e quantaltro? Eppure la situazione attuale richiede grandi sacrifici a tutti i livelli. I casi Lazio, Lusi e Lega, fotografano invece una situazione di lassismo e menefreghismo nella categoria di chi ci rappresenta. Insomma, mentre al popolo vengon chiesti grandi sacrifici, loro se la spassano e se la godono. Ma sento che non durerà più tanto a lungo questa situazione. Alla luce dell’articolo di Eleonora, altro che ripresa! Intanto, da più parti sta riprendendo piede il baratto, quindi niente scambio di soldi, e quindi niente tasse per lo stato. Bisognerà quindi che i nostri politici comincino a pensare di governare la decrescita; e chi vorrà darsi alla politica, dovrà farlo per vera passione, senza avere grosse pretese, altrimenti che se ne stia a casa sua. E a proposito di decrescita, proprio in questi giorni si è svolta a Venezia la prima edizione della Fiera della decrescita.

Troppa fretta di dimettersi

La Polverini si è dimessa.

Non ho mai avuto fiducia in lei, anche a seguito di una conflittualità personale il cui contesto politico è stato ricordato nelle odierne biografie dei quotidiani (sua adesione e sostegno allo sciopero generale contro il Governo Berlusconi dell’aprile 2002 proclamato dalla trimurti cgil-cisl-uil) anche se apprezzai l’energia con la quale affrontò le elezioni nel 2010 partendo da una situazione di difficoltà per l’esclusione della lista Pdl di Roma.
Forse hanno ragione quelli che ipotizzano un suo salto della quaglia verso l’Udc, a maggior ragione Berlusconi deve stringere le fila con personale assolutamente affidabile.
Quello del Lazio è uno scandalo del finanziamento pubblico, non si tratta di corruzioni, tangenti, favoreggiamenti di parenti o amici.
Fiorito e gli altri hanno utilizzato fondi che erano già entrati nella disponibilità di un partito che quindi poteva dispensarli in base alle autorizzazioni dei suoi organi deliberanti, liberamente.
Perchè se si iniziano a controllare i conti, si finisce con il controllare e censurare le idee, cosa inaccettabile.
Perchè allora la Polverini si è dimessa, mentre Errani e Vendola, sotto indagine (a differenza della Polverini) ancorchè da considerare innocenti (come del resto Fiorito, Lusi, Penati e tutti quelli che sono protagonisti di inchieste) fino a sentenza di condanna definitiva, sono ancora al loro posto e nessuno dice nulla ?



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PROFUMO ? Si, di Satana !

Il ministrodella Pubblica Ign.., pardòn, Istruzione di Monti Mario, Francesco Profumo, ha dichiarato di voler rivedere l’ insegnamento della Religione, ma anche della Geografia, perchè “ormai l’ Italia è un paese multietnico”. E subito i radicali lo hanno appoggiato, chiedendo lo stop ai sussidi alle Scuole Private (ma se sono una miserata, dico io !) e l’ azzeramento totale dell’ ora di Religione (che è facoltativa, razza di geni !) nelle scuole statali. 
Quando verrà bruciata la Bibbia ed il Vangelo in classe ???
State tirando troppo la corda, poi lassù s’arrabbieranno davvero. E saranno dolori !

La luce che si allontana… (stime di S&P)

L’agenzia di rating rivede in peggio anche le stime di crescita dell’eurozona per il 2012 a -0,8% ed invariata nel 2013. La recessione non si ferma. Anzi, si sta «intensificando». Lo dice Standard & Poor’s in un rapporto. taglia ancora le stime dell’economia dell’Eurozona per il biennio 2012-2013, abbassando i valori già critici espressi a luglio scorso. Per l’anno in corso l’agenzia prevede un calo del Pil dello 0,8%, rispetto al -0,7% di luglio, e per il 2013 cancella il segno più (+0,3%) prevedendo una crescita zero. Ancora peggiori le revisioni per il Pil della Spagna con una stima per il 2013 che passa da -0,6% a -1,4%.
IN ITALIA– Quanto all’Italia, S&P parla di una «recessione più profonda» mentre non mancano i segnali preoccupanti per la Francia che viene vista «impantanata» senza nessun crescita. «Gli ultimi indicatori economici continuano a dipingere un quadro fosco per l’Europa. I dati confermano che l’area sta entrando in un nuovo periodo di recessione, dopo tre trimestri di crescita negativa o stagnante dall’ultimo trimestre del 2010. Le prospettive continuano tuttavia a variare da paese a paese», ha affermato Jean-Michel Six, capo economista di S&P per l’Europa, Medio Oriente e Africa.

Sono tutti santi e noi non lo capiamo


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A fronte degli scandali che si susseguono gli uni agli altri, riferiti all’uso disinvolto che si scopre essere fatto dei rimborsi elettorali, assistiamo a prese di posizione e vari distinguo dei vari esponenti dei partiti che fino a ieri stavano zitti.
Tutte queste prese di posizione hanno il solo scopo di far credere che loro non sapevano, loro non c’entravano.
Infatti come non credere che i vari parlamentari (circa 1000), i vari presidenti di regione e tutti i loro consiglieri, i vari presidenti di provincia e tutti i loro consiglieri, i vari sindaci e tutti i consiglieri comunali e di municipio, i vari segretari e presidenti di partito, i vari presidenti delle camere e della repubblica, i vari cognati, mantenuti e troie, nani e ballerine che circondano il Palazzo fossero completamente all’oscuro dell’utilizzo improprio e scandaloso che si fa dei soldi rubati ai pensionati dalla Fornero? E di quelli rubati in generale dal governo tutto con la complicità dei politici che li hanno messi lì per salvare l’Italia?
Il fatto è questo, e noi non la vogliamo capire:
SONO TUTTI SANTI!

IL CRONISTA

(Dopo l’italia) Hollande, le banlieue e il qatar…

Un commento: “Dal Qatar arriva una pioggia di denaro che si porta via (oltre a immobili e hotel di pregio) pezzi rilevanti di aziende e banche italiane: Valentino (in toto), Unicredit ed Eni con quote rilevanti. Il Qatar è tra i primari fornitori di petrolio dell’Italia. L’Emiro del Qatar possiede Al Jazeera e non è detto possa mettere nel mirino anche emittenti nostrane in vendita. Non solo in Francia è stato sdoganato lo shopping dell’Emiro: data la fame di carta (o byte) moneta e di petrolio non occorre fare tanto gli schizzinosi. Da notare il solito trucco nel presentare i dati pro-capite: nulla viene detto sulla distribuzione del PIL e dei redditi, nella stragrande parte appannaggio della famiglia reale (poco più di 200 persone) che genera il 95% di detto PIL. La parte restante dei sudditi si dibatte tra povertà, analfabetismo, servizi non fruibili. Un ruolo importante in Qatar è svolto dall’esercito, ben armato da fornitori occidentali (Italia in primis) e protagonista di repressioni preventive in patria e sostegno ai terroristi all’estero (Siria). Quando si dice vendere l’anima…”

Il Qatar si compra anche le banlieue. Hollande firma accordi per investimenti nelle periferie. Polemiche per la crescente influenza dell’emirato di Gaia Cesare

Non bastava aver messo le mani su Louis Vuitton e Paris Saint-Germain. Non bastava essersi aggiudicati una megafetta della torta immobiliare francese, dall’imponente Concorde La Fayette agli storici e lussuosi hotel Martinez di Cannes e Hôtel du Louvre di Parigi. Dopo l’ingresso in grande stile nei magici imperi del calcio, della moda, degli immobili e dell’informazione, e dopo aver messo lo zampino su sei dei titoli del Cac-40 (l’indice della Borsa parigina), il Qatar punta ora alle banlieue. Il governo di Jean-Marc Ayrault ha concluso un progetto per la formazione di un fondo a capitale qatariota, con l’obiettivo di investire nelle periferie francesi, e che prevede anche una partecipazione dello Stato, non ancora pubblicamente quantificata. Di mezzo ci sono «almeno 100 milioni di euro», ha spiegato il ministro Montebourg. E ci sono anche i destini di alcune delle aree più disagiate di Francia – dove la disoccupazione fra i giovani sfiora il 40%, come ricorda uno dei promotori del progetto partorito da Aneld, l’associazione degli eletti locali per la diversità – e dove la forte componente musulmana – come ha sottolineato la leader del Front National Marine Le Pen, contraria all’accordo – è all’origine dell’interesse dell’emiro, un Paese straniero a cui Parigi «lascerà scegliere gli investimenti in funzione della religione di questa o quella parte della popolazione». Il Qatar porta a casa un «investimento» che all’apparenza sembra tutto a perdere: le periferie delle città francesi ormai considerate ghetti, affollate come sono di immigrati, per lo più senza lavoro, che vivono ai margini e tornano al centro del dibattito politico quando scatenano la rivolta o sotto campagna elettorale. L’accordo, però, è di reciproco interesse e non a caso – pur di scansare le critiche di «criminale inazione dei poteri pubblici» in materia di banlieue, il presidente François Hollande e il suo ministro del Rilancio produttivo, Arnaud Montebourg, si sono spinti laddove lo stesso Sarkozy non aveva osato arrivare, nonostante l’ex presidente avesse già regalato al Qatar un regime superagevolato in grado di esonerare la famiglia reale dell’emirato dalle imposte sulle plusvalenze immobiliari.
A spiegare meglio di ogni altro il vero obiettivo dell’emirato – un Paese il cui territorio è grande quanto quello della Corsica e il cui Pil pro capite è di 70.639 euro, più del doppio dei 31.615 euro francesi – ha pensato una fonte anonima vicina al dossier svelato da Libération: «Il Qatar è in piena strategia di conquista dell’opinione pubblica. Mostrarsi benefattori delle banlieue, è il modo dei qatarioti di farsi accettare per andare più lontano». Dove? Probabilmente nel cuore della politica francese, con cui ha sempre avuto a che fare e che ha sempre coccolato l’emiro, dai tempi di Mitterrand, che garantiva al Paese arabo il 90% delle forniture militari, passando per Chirac, che da presidente è stato a Doha nove volte, fino all’idillio vissuto con Sarkò, che ha scelto lo sceicco Hamad al Thani, a capo della monarchia, come suo principale partner diplomatico nel mondo arabo. E così fino ai giorni nostri, con il Qatar che è stato il Paese più «ricevuto» all’Eliseo dall’inizio del quinquennato di Hollande. Poco da stupirsi se si pensa che del bottino che varia fra i 15 e i 25 miliardi di euro investiti ogni anno all’estero dall’emirato, circa 800 milioni finiscano in Francia. E poco da stupirsi se si guarda alla strategia d’assalto degli sceicchi qatarioti in Francia. A cominciare dal calcio, con l’acquisto del Paris Saint Germain come trampolino di lancio per la conquista dei cuori e delle menti degli europei – e per di più nel 2022 il Campionato del mondo si svolgerà in Qatar – fino all’assalto al mercato immobiliare con l’acquisto di alberghi ed edifici che rappresentano un pezzo di storia architettonica e sociale di Francia per poi passare dal cruciale mondo dell’informazione con gli acquisti di BeIn Sport 1 e 2 sul satellitare (e Al Jazeera già in mano a Tamin Al Thani, erede al trono e uno degli uomini più ricchi del mondo) e arrivare a quello delle imprese, dove i rapporti di forza Francia-Qatar si invertono in Medio Oriente, con l’emiro arabo che nelle joint venture controlla spesso il 51% del capitale. Ma gli appetiti degli sceicchi pare siano persino più ambiziosi. E spiegano l’appoggio alle rivoluzioni arabe e ai Fratelli musulmani e quel doppio gioco con cui il Qatar mostra all’estero il suo volto pro-occidentale mentre all’interno del Medio oriente finanzia i gruppi estremisti salafiti. «Il Qatar vuole deporre le repubbliche laiche autoritarie arabe – spiega a Libération il consulente francese per la regione Karim Sader – e vuole rimpiazzarle con una sorta di real-islamismo: una borghesia islamica urbanizzata, aperta al business, tipo Ennahda in Tunisia. E incarnare così il wahabismo del Ventunesimo secolo».

Norvegia e islam…

«Era ora». Due semplici parole per chiudere qualsiasi polemica sul nascere. Re Harald V, monarca norvegese, non ha dubbi: è un bene per il Paese che a guidare il ministero alla Cultura sia una giovane donna musulmana. Hadia Tajik, 29 anni, è stata nominata venerdì scorso durante un rimpasto di governo. Sostituisce Anniken Huitfeldt che a suo volta è andata al Lavoro. «Nuovi valori, nuove forze, nuove idee», ha spiegato il primo ministro laburista Jens Stoltenberg che con un solo nome è riuscito a battere due primati: Tajik è il più giovane membro del governo nella storia norvegese e la prima fedele di Allah.
Un cambio di passo in un Paese ancora ferito dagli attentati di Oslo e Utoya del 22 luglio 2011. Settantasette vittime dell’odio razziale. Con il terrorista, Anders Breivik, che voleva combattere il processo di costruzione di una società multiculturale. La nomina di Hadia Tajik dimostra che questa evoluzione non si può fermare. Lei, il neo ministro, vuole che «tutti abbiano la possibilità di partecipare alle attività culturali. A prescindere dalla classe sociale cui appartengono, l’etnia o il sesso». Vorrebbe far emergere «le diversità culturali che vivono nel Paese». Proteggere le minoranze e le loro tradizioni. Ieri nel suo primo giorno di lavoro, non si è fermata un attimo. Appuntamenti, incontri, riunioni. E una gran voglia di fare, di cambiare per costruire, appunto, qualcosa di diverso. Chi la conosce bene, spiega che Tajik è così, «una gran lavoratrice. I suoi obiettivi sono sempre stati chiari. E ora la politica viene prima di tutto». E non a caso c’è chi la definisce «stella nascente». Simpatica, sportiva («fa jogging tutti i giorni»), affabile.
«Nessuna sa molto sulla sua vita privata. Di certo non è sposata», raccontano dal quartier generale del Dna. Molto riservata, sembra non sia mai uscita con i colleghi dopo il lavoro. I lunghi capelli neri, le incorniciano il viso dai tratti orientali. Grandi occhi neri, osservano, si soffermano e a volte incutono quasi timore. Oltre a essere molto bella, ha una grande personalità». Nata a Strand, il 18 luglio 1983, è cresciuta nella comunità pachistana. I genitori sono immigrati negli anni ’70. Parla cinque lingue. Una laurea e un master in Norvegia. Un altro all’Università di Kingston a Londra. Legge, diritti umani e giornalismo. E per cinque anni ha lavorato in alcune redazioni. Poi nel 2006 l’ingresso in politica, come consulente del ministro del Lavoro. Un incarico dopo l’altro. Dagli uffici del primo ministro fino a quelli del dicastero della Giustizia e Pubblica sicurezza. Lì nel 2009 ha emanato il suo primo provvedimento: consentire alle poliziotte musulmane di indossare lo hijab (un velo che lascia scoperto il volto). Ma anche nella civilissima Norvegia questo è stato troppo: la norma è stata subito ritirata a causa delle polemiche che si sono scatenate.
Nello stesso anno è stata eletta in Parlamento per la sezione di Oslo. «Fa parte di tante commissioni: la principale è quella sul welfare». Neanche a dirlo c’è quella dell’integrazione. «Non direi sia stata una nomina inaspettata», dicono ancora dal partito. Di certo c’è qualcuno che potrebbe dire «calcolata». A un anno dalle prossime elezioni, Stoltenberg ha portato al governo una rappresentante della più grande comunità etnico-religiosa del Paese. Secondo le ultime statistiche a disposizione (dati del 2009), ci sono almeno 160mila musulmani che vivono in Norvegia, su poco meno di 5 milioni di abitanti, il 3,2 per cento della popolazione. Non stupisce che ad affrontare il nodo sulla rappresentanza delle seconde generazioni sia proprio il governo di Oslo. Le quote rose sono superate. «Nessuna legge impone che il numero dei ministeri debba essere diviso in egual misura tra uomini e donne. È consuetudine sia così», spiega Pia Gulbranvsen, nello staff del primo ministro. Ma la nomina di Tajik ha un sapore diverso. Più che altro di apertura. Il partito di opposizione non ha criticato questa scelta, «perché sanno quanto questa donna vale come politico». Certo, alcuni gruppi di estrema destra come il Sian (Stop the Islamization of Norway), ha protestato e, su internet, ha gridato al grande complotto. Post denigratori e commenti infamanti. Insulti sul colore della pelle, sulla religione e la paura dell’Islam che si trasforma in odio. «Non è così per la maggior parte dei norvegesi». Anzi, c’è chi, come re Harald, non ha dubbi: «It was about time». Cioè, «era ora».

Lira vs euro

Su questo specifico punto Grillo ha tutte le ragioni.
Invece di continuare nelle recriminazioni reciproche pro o contro l’euro, pro o contro il ritorno alla Lira, si facciano votare gli Italiani in una scheda semplicissima, dove da un lato ci sia scritto in grande “euro” e dall’altro “Lira”.
Vince chi ottiene anche un solo voto in più della parte opposta, niente quorum, niente furbizie: o di qua o di là.
Chi perde, accetti il risultato e taccia per sempre.



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Lavaggi del cervello… l’effetto monti e le liberalizzazioni

Effetto Monti, l’Italia è più aperta al mercato. L’indice di liberalizzazione del nostro Paese sale a quota 52%, tre punti in più rispetto al 49% di un anno fa. Lo dice il rapporto 2012 dell’Istituto Bruno Leoni (Ibl), che verrà presentato oggi a Milano, a Palazzo Durini, e che pubblichiamo in anteprima. Vuol dire che poco più della metà del mercato italiano è considerato oggi aperto alla concorrenza. Non è molto, ma è un avanzamento come non si vedeva dal 2009 (passò dal 47% al 49%). Migliora l’indice delle autostrade e degli ordini professionali, peggiora quello dei servizi finanziari (la Borsa), restano fermi treni e mercato del lavoro.
IL METODO – Il dato nazionale del 52% è la media dell’indice assegnato da Ibl, su valutazioni qualitative e quantitative del grado di concentrazione del mercato, ai diversi settori, dal gas alle telecomunicazioni. A sua volta quest’indice settoriale è misurato in rapporto a un’ipotetica «base 100» dei Paesi ritenuti a liberalizzazione (e privatizzazione) più alta, presi a riferimento: in testa la Gran Bretagna. Fu lo stesso Ibl a presentare a Palazzo Chigi, in gennaio, lo studio «Liberalizzare e crescere – Dieci proposte al governo Monti». «Sono ancora attuali — dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’istituto —. Questo esecutivo sulle liberalizzazioni ha fatto più dei precedenti, ma l’elenco dei passi da muovere è ancora lungo». È scettico Mingardi, per esempio, sul ruolo della Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini, separata nella gestione ma controllata dal Tesoro e sempre più presente nell’economia italiana, dalla rete gas di Snam alla banda larga di Metroweb, l’ultima partita aperta (con ventilato scorporo della rete di Telecom): «Potenzialmente la Cassa è nelle mani di un decisore politico, può avere derive di statalizzazione, essere pericolosa per la libertà economica». Come dire, per ora è gestita (quasi) come un ente privato, con attenzione al conto economico, domani chissà (per esempio, se escono dall’azionariato, com’è ora possibile, le fondazioni bancarie, o un nuovo governo dà indirizzi diversi).
PUNTI DI VISTA – L’Indice delle liberalizzazioni del Bruno Leoni resta comunque dal 2007 un riferimento per misurare il superamento dei monopoli. E l’edizione 2012 arriva, fra l’altro, proprio mentre è attesa, a giorni, la segnalazione dell’Antitrust al governo sugli interventi ancora necessari per aprire e modernizzare i mercati. In agosto Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio ed ex presidente dell’Autorità della concorrenza, ha chiesto all’Authority oggi guidata da Giovanni Pitruzzella di presentare a governo e Parlamento un memorandum sulle misure da prendere, anche in vista della Legge sulla concorrenza che dovrebbe essere varata entro la prossima primavera. Il documento potrebbe essere consegnato già questa settimana.
APERTURE – Dei 16 settori analizzati dall’Istituto Bruno Leoni, ben 11 risultano più aperti al mercato rispetto al settembre 2011, i due terzi; solo tre sono più chiusi e tre stabili. «Miglioramenti riconducibili ai provvedimenti contenuti nei decreti del governo Monti, che segna una discontinuità — dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche di Ibl, che ha curato l’indagine —. Dal Salva Italia, che ha interessato i professionisti e razionalizzato il ruolo dell’Anas, al Cresci Italia, che ha fra l’altro introdotto l’Autorità dei trasporti» (bloccata, però: vedi altro articolo). Aumenta molto, difatti, l’indice di liberalizzazione degli Ordini professionali, dal 47% al 52% (cinque punti, il riferimento è al Regno Unito), «in primo luogo per l’apertura alle società di capitale», dice Stagnaro; e, soprattutto, quello delle autostrade, dal 28% al 40%, addirittura 12 punti (e il parametro qui è la Spagna di Abertis, la rivale di Autostrade): «Per maggiore certezza delle regole e risoluzione del conflitto d’interesse con l’Anas», commenta l’analista. Scendono, invece la Borsa (dal 69% al 66%, il confronto è con la Svizzera), per la Consob ritenuta «controllata da Parlamento e governo, con poco potere d’intervento» e la scarsa contendibilità delle quotate; la tivù (dal 62% al 61%, confronto con la Spagna), per «l’ambiguità della Rai, che riscuote il canone e ha un tetto alla raccolta pubblicitaria, andrebbero tolti entrambi: in Spagna il ruolo del soggetto pubblico è stato meglio definito»; infine il fisco, passato dal 48% al 47% per la «pressione sui cittadini ancora troppo elevata».
NORME – Restano poi fermi, rispetto a 12 mesi fa, il mercato del lavoro, stabile per Ibl a quota 60% nonostante la Legge Fornero («Nella sostanza per ora non soddisfa nessuno») e i trasporti ferroviari, bloccati al 36% malgrado l’ingresso della Ntv di Luca di Montezemolo nell’Alta velocità contro Ferrovie dello Stato (vedi altro articolo), e qui pesa il fallimento di Arenaways: «Restano norme anticompetitive sui trasporti locali», dice Stagnaro. Autostrade a parte («Abbiamo voluto dare un’apertura di credito», concede Ibl: e l’amministratore delegato di Atlantia, Giovann i Castellucci, sarà alla presentazione dell’Indice oggi), i trasporti restano insomma la spina nel fianco. L’opportunità Snam Il mercato più liberalizzato in Italia in base all’Indice Ibl resta comunque quello elettrico con il 77% (cinque punti in più del 2011); quello meno, l’acqua con il 19% (come l’anno scorso). Stabili in classifica al 12esimo posto le telecomunicazioni: salgono dal 42% al 45% perché «aumentano i passaggi degli utente da un fornitore all’altro», ma «se Telecom e Metroweb si accordano sul cablaggio la concorrenza diminuirà», dice Stagnaro. Passa invece dal sesto al quarto posto il gas naturale con il 64% (era al 62%). «Lo scorporo di Snam dall’Eni può portare a una maggiore competizione, come fu nell’elettrico con la separazione di Terna dall’Enel», dice Stagnaro. Eppure Snam è stata rilevata proprio dalla Cassa depositi e prestiti, e la quotata Terna fa capo alla stessa Cassa per il 30 per cento.
Alessandra Puato

Ha parlato Monti, adesso ho capito!


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Mi sono sciroppato un po’ della diretta televisiva del discorso di Monti da Roma.
Non mi soffermo su tutti i punti del discorso perchè non l’ho seguito bene, ma solo su quello che mi ha fatto definitivamente capire che io sono un essere inferiore rispetto a lui. Così come siamo inferiori tutti quelli che stiamo subendo la macelleria sociale, molti dei quali messi in un angolo dell’inferno senza stipendio e senza pensione.
Sono un essere inferiore perchè non capisco la soddisfazione del presidente del consiglio tecnico non eletto quando dice – esibendo un ghigno beffardo quasi come quello che ha esibito quando disse che: “.. E poi, il posto fisso.. che noia..” (che detta da un neo-senatore a vita, ovvero posto fisso a vita fintanto che morte non lo colga..) – che gli Italiani non gli sono ostili malgrado i provvedimenti che sono stati *inflitti* loro (parola corretta mentre la diceva con altra che lo sputtanava meno).
Sono un essere inferiore peché altresì non capisco come nei discorsi ufficiali si possa con così tanta faccia tosta non considerare la gente e la loro necessità, almeno, di mangiare.
Sono un essere inferiore perché, davvero, mi sembra ormai di vivere in un brutto film di fantascienza nel quale l’uomo è considerato una bestia da soma che si può mandare al macello senza alcun rimorso, tanto che la ministra del lavoro sta lavorando all’idea di abbassarci gli stipendi dai cinquant’anni in su (leggi post) non considerandoci, appunto, che esclusivamente come forza lavoro con l’unico parametro dell’età e non, piuttosto, come Uomini che in quanto tali sono anche essere pensanti, filosofici, poetici, dignitosi (non tutti), padri, madri di famiglia, nonni, figli…
Sono un essere inferiore perchè non capendo questo modo di vedere la società, ma al contrario dando anche importanza agli animali da soma e no – tanto che per rispetto nei loro confronti da un po’ di tempo ho deciso di non mangiare più carne perchè lo trovo barbaro – trovo inconcepibile una civiltà degli esseri umani nella quale una parte di questa decide che gli altri si possano sacrificare tranquillamente, senza rimorsi, per il bene dei conti pubblici.
Sono un essere inferiore perchè da queste cose capisco che i Fiorito, i Lusi, i porci, le trote, le margherite – passata la burrasca – continueranno ad abbuffarsi sulle spalle dei pensionati con un cinismo del quale non riescono nemmeno più a rendersi conto.
Come potrebbe essere altrimenti quando i ministri che ci governano, per primi, si fottono stipendi MI-LIO-NA-RI..
Ma sono un essere inferiore, senz’altro hanno ragione loro..

IL CRONISTA