Perdere la lingua materna grazie all’Inglese

L’identità di una nazione (parola che deriva dal verbo nascere)  e di un popolo, scaturisce per l’appunto dalla sua Lingua, che non a caso si dice materna, in quanto è quella che riceviamo dalla nascita e che cresce, si sviluppa, si espande e si arricchisce con noi. Poi da altre componenti che possono essere sintetizzate nelle categorie manzoniane: d’arme di lingua, d’altare,  di sangue, e

Prosegue la pulizia etnica "politicamente corretta"

Leggo nell’edizione online del Carlino che un’altra atleta è stata estromessa dai giochi olimpici per frequentazioni politicamente non corrette.
Nadjia Drygalla della nazionale tedesca di canottaggio, non ha scritto nessun messaggio in internet, non ha pronunciato frasi “sconvenienti” e neppure esercitato il suo legittimo diritto di schierarsi in politica per la parte che più la convince.
E’ bastata la frequentazione di un esponente del partito nazionaldemocratico tedesco (di estrema destra) per escluderla dai giochi.
Ma questi abatini del politicamente corretto, lo capiscono che è il loro razzismo a spingerci a reagire al loro conformismo finto perbenista ed a valutare con interesse e simpatia tutte le opinioni in dissenso e revisioniste della storia e della politica ?




Cfr anche Razzismo a cinque cerchi del 26 luglio 2012

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Fondi Ue

Benvenuti nel mondo dei contributi europei, un mondo ricco, pieno di sorprese che è diventato un business da oltre trecento miliardi di euro. Per ottenere contributi da mamma Europa, la stessa che da una parte ci chiede sacrifici e dall’altra concede soldi agli Sati-membri per i progetti più astrusi. Come spiega Repubblica, che ricostruisce la ricca geografia del contributo europeo, puoi ottenere fondi per svolgere un sondaggio di opinione sull’economia in Islanda o per promuovere un’attività culturale in Palestina, per aprire un ristorante in Romania o per finanziare progetti di inserimento lavorativo in Cambogia. La facilità nell’ottenere un finanziamento ha dato via a un vero magna magna sia da parte di enti pubblici come Regioni, Province e Comuni ma anche di privati cittadini, associazioni, agenzie o organizzazioni non governative. Ovviamente spesso la gestione dei fondi è finita nel mirino delle Procure.
Tutti i progetti: Ecco alcuni progetti per cui l’Europa concede lauti finanziamenti: 600mila euro per la sensibilizzazione dei diritti sessuali e riproduttivi nel Burundi, 2,6 milioni di euro per finanziare le inziative a favore dei disabili in Turchia. Nel mare magum delle sovvenzioni ai progetti sui grandi temi – scrive Repubblica – ci sono la lotta all’uso illegale di internet, 9,5 milioni per aggredire la criminalità finanziaria, 5,5 per contrastare l’estremismo violento, 2,6 milioni per iniziative che scuotano le coscienze nei riguardi della pena di morte e della tortura. Sono tutte finalità nobili e apprezzabili, ma ci si chiede se sia il caso di stanziare cifre di questo genere in un momento di grande crisi e, soprattutto, se viene esercitato il giusto controllo su come vengono gestiti i fondi. Per frequentare un corso di russo e cinese puoi ottenere un credito da 1800 euro, in Sicilia sono stati spesi 150mila euro per pagare un consulente chiamato a coordinare un progetto che tuteli la Zerkova, una specie diffusa sui monti Iblei. E’ previsto un contributo di 3mila euro per la partecipazione di militari a corsi di formazione in Toscana, 28,4 euro per alveare a chi fa un allevamento di api in Andalusia, fino a 700mila euro per la coltivazione di noci in Polonia, 110mila euro per studiare l’attuazione della direttiva sugli zoo in Europa. A evidenziare tutti i limiti del settore è Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al mezzogiorno che, a Repubblica, dice: “Uno dei paradossi della spesa l’eccessiva frammentazione: le singole Regioni presispongono interventi di natura locale che vanno ad accavallarsi, in modo irrazionale, con altri che hanno un interesse nazionale, anche nel campo delle infrastrutture. Senza una regia coordinata il rischio è quello della polverizzazione, che è l’esatto contrario della concentrazione che ci chiede la Commissione europea”.

Le tazze cinesi

“Nemmeno al Senato riusciamo a difendere il prodotto italiano. Al negozio di Palazzo Madama si vendono tazze made in China”. E’ la denuncia del senatore della Lega Nord Roberto Castelli, che ricorda di essere intervenuto in aula in sede di dichiarazione di voto sulla fiducia al decreto Sviluppo proprio tenendo in mano una tazza con il logo del Senato e la confezione con la scritta ‘made in China’. “I cinesi prosperano e le nostre aziende chiudono. Finchè non capiremo questo, ogni parola spesa sullo sviluppo sarà un’illusione”, dice ancora Castelli. “Dopo otto mesi questo è il bilancio disastroso della cura Monti: il debito, rispetto ad un anno fa, è cresciuto in termini assoluti di 80 miliardi di euro (un anno fa era al 120% del pil, oggi al 123); il livello di tassazione ha raggiunto il record mondiale del 55% (l’anno scorso era due punti in meno); la produzione industriale è in caduta libera, la disoccupazione ha raggiunto livelli mai visti negli ultimi 25 anni”, osserva l’esponente leghista. “La nostra industria manifatturiera versa in una crisi gravissima. Il nostro Paese è finito in una tenaglia che lo sta stritolando, le cui ganasce sono da un lato la crisi dell’euro e dall’altro la globalizzazione. Ci sono due numeri maledetti: 2 e 25. Il primo è il costo del lavoro di un’ora in Cina, 25 il costo del lavoro in euro di un’ora in Italia. Come fanno le nostre aziende a reggere questo confronto? Occorre – conclude Castelli – che l’Europa imiti la politica degli Usa: Obama ha stampato trilioni di dollari per sostenere l’economia e ha messo barriere all’ingresso per i prodotti cinesi. Il risultato è che l’economia americana cresce e le aziende tornano a produrre in patria”.

Nessun fallimento dell’euro

Per l’architetto dell’euro, prendere le decisioni di macroeconomia senza la partecipazione dei politici eletti e stringere i tempi della deregolamentazione erano una parte del piano. L’idea che l’euro abbia “fallito” è pericolosamente ingenua. L’euro sta facendo esattamente quello che il suo ideatore – e quell’1% di ricchi che decisero di adottarlo – aveva previsto e per cui era stato programmato.  Questo progenitore è l’economista Robert Mundell, che lavorò all’Università di Chicago. L’architetto della “supply-side economics” è ora professore alla Columbia University, ma io lo conoscevo perché era in contatto con il mio professore di Chicago, Milton Friedman, con cui lavorò nella ricerca su valute e tassi di cambio che sarebbe stata la base del progetto di unione monetaria europea e della moneta comune europea. Mundell, all’epoca, era più interessato ad arredare il suo bagno. Il Professor Mundell, oltre ad aver vinto un Premio Nobel possedeva anche una antica villa in Toscana, e mi disse, irritato: “Non vogliono nemmeno farmi costruire un bagno. Qui ci sono delle regole che mi dicono che non posso trasformare questa stanza in un bagno! Ci potresti credere?” Come spesso accade, non lo so. Ma io non ho una villa in Italia, quindi non posso nemmeno immaginare quali frustrazioni possa creare un regolamento catastale sulla costruzione di servizi igienici. Ma Mundell, un canadese-americano, di quelli che possono fare tutto, voleva fare qualcosa anche per questo: e venne fuori con un’arma capace di spazzare via le regole e i regolamenti governativi sul lavoro. (Odiava veramente gli idraulici e il loro sindacati che volevano un sacco di soldi per spostare il suo water.) “E ‘molto difficile licenziare i lavoratori in Europa”, si lamentò. Ma trovò una risposta: l’euro.
L’euro sta facendo bene il suo lavoro quando la crisi colpisce, ha spiegato Mundell. L’aver rimosso i controlli di un governo sulla moneta sta evitando che piccoli e fastidiosi funzionari eletti dal popolo utilizzino gli strumenti monetari e fiscali Keynesiani per tirare fuori una nazione dalla recessione. “Si deve lasciare la politica monetaria fuori dalla portata dei politici”, ha detto. “[E], senza poter manovrare la politica fiscale, l’unico modo con cui le nazioni possano sostenere il livello occupazionale è dare spazio alla concorrenza riducendo le norme in materia di business.” Parlava di leggi del lavoro, di regolamenti sull’ambiente e, naturalmente, di tasse. Con l’euro tutto sarebbe stato spazzato via. La democrazia, in questo modo, non sarebbe più riuscita a interferire con il mercato e nemmeno con l’impianto idraulico. Come dice un altro premio Nobel, Paul Krugman, la creazione della zona euro ha violato la regola base dell’economia nota come “area monetaria ottimale”. Grazie a una delle regole escogitate da Bob Mundell.  Ma questo non preoccupava Mundell. Per lui, l’euro non doveva trasformare l’Europa in una forte entità economica unificata . Si preoccupava piuttosto di Reagan e della Thatcher. “Ronald Reagan non sarebbe stato eletto Presidente senza l’influenza di Mundell”, ha scritto una volta Jude Wanniski sul Wall Street Journal. Le supply-side economics introdotte da Mundell sono diventate il modello teorico per Reaganomics – o come George Bush Sr. diceva L“economia voodoo”: il credo nella panacea della magia del libero mercato, che ha ispirato le politiche della Thatcher.
Mundell mi ha spiegato che, di fatto, l’euro è un tutt’uno con le Reaganomics: “Una Disciplina monetaria deve imporre anche una disciplina fiscale ai politici.” E quando cominciano le crisi, le nazioni economicamente disarmate hanno poco altro da fare, se non cancellare massicciamente le regole sociali, privatizzare indiscriminatamente le industrie statali , tagliare le tasse e buttare il welfare state giù per lo scarico. Così, vediamo che il (non eletto) Primo Ministro Mario Monti sta cambiando completamente il diritto del lavoro in Italia per rendere più facile ai datori di lavoro, come Mundell , di licenziare gli idraulici toscani. Mario Draghi, il (non eletto) Capo della Banca Centrale Europea, chiede “riforme strutturali” – un eufemismo per distruggere i contratti collettivi di lavoro. Tutti parlano di una teoria nebulosa che questa “svalutazione interna”, dovrà farfunzionare in ogni nazione e permetterà a tutti di essere più competitivi.
Monti e Draghi non possono credibilmente spiegare come, se tutti i paesi del continente deprezzano la loro forza lavoro, sarà possibile ottenere un vantaggio competitivo. Ma non c’è bisogno di spiegare le loro politiche, ma solo guardare come stanno lasciando lavorare i mercati con i titoli sovrani di ogni nazione. Quindi, l’unione monetaria è una guerra di classe con altri mezzi. La crisi in Europa e le fiamme in Grecia hanno fatto amalgamare meglio tutti i componenti di quello che il re dei filosofi della “supply side economics” Joseph Schumpeter chiamava la “distruzione creativa”. Schumpeter, sostenitore del libero mercato dell’apologeta Thomas Friedman, è subito volato ad Atene per vedere la banca bruciata, come fosse un “provvido tempio” dove sono morte tre persone dopo un bombardamento di fuoco di manifestanti anarchici, e non ha perso l’occasione per fare la sua omelia sulla globalizzazione e sulla “irresponsabilità” della Grecia. Le fiamme, la disoccupazione di massa, la svendita dei beni nazionali, dovrebbero produrre quello che Friedman chiama “rigenerazione” della Grecia e, in definitiva, dell’intera zona euro. Così Mundell e tutti quegli altri che hanno una villa in Toscana, potranno spostare i loro dannati cessi ovunque vogliano e adesso potranno farlo con meno fastidi. Nessun fallimento quindi anzi, l’euro, che era una creatura di Mundell, ha fatto molto di più di quanto probabilmente aveva sognato il suo papà.

Aggiornamento sul tamponamento

Ha detto il perito che la macchina è del 2001 e quindi E’ da rottamare. Per risistemarla, l’assicurazione mi ridà un massimo di 1000 euro… il resto devo mettercelo io oppure la rottamo e ne prendo una nuova. Ora, a parte il fatto che il perito manco l’ha vista fino a stamattina… posso capire che le assicurazioni vengono truffate un giorno si e quell’altro pure MA, io sto con la macchina di cortesia che chiaramente non è mia e che non amo guidare. La mia macchina E’ ANCORA in buono stato nonostante l’età… ma io non vedo perchè, devo pagarmi i danni che mi ha fatto un idiota strabico che non ha frenato affatto. Io non pretendo di rimetterci i pezzi nuovi, io PRETENDO che mi venga pagato il giusto. Il danno è di circa 3500 euro (coi pezzi nuovi è di più e con quelli vecchi è di meno)… e io non pago i danni che mi fanno gli altri e di ricomprare una macchina in quattro e quattr’otto perchè me lo dice un pezzodimmerda di un perito, non mi va, la ricompro quando mi serve, ora rivoglio la mia di auto. Quindi, ci ho messo l’avvocato. Se avete altri suggerimenti, benvengano. Sono qui. Piuttosto incazzata pure.

La vittoria di Draghi

Ricordiamo che pochi giorni fa, l’ennesimo santone sceso in terra disse più o meno che avrebbe fatto di tutto pur di salvare l’euro. In quel momento, la borsa saliva e lo spread scendeva (di molto poco). Oggi, qualcosa o qualcuno gli ha fatto prendere una decisione diversa… e le borse scendono e lo spread risale alle stelle…
Un paio di commenti: “signori miei, abbiamo tentato, vi abbiamo fatto un c… così inutilmente, scusateci, noi professori e geni dell’economia e della finanza ci ritiriamo in buon ordine e lasciamo le decisioni ai cittadini, semprechè i politici dimostrino coraggio ad assumersi responsabilità gravi ma opportune”. Finiremo sicuramente nel caos rosso con venature invisibili di centrismo dal colore indefinibile, poi nel giro di qualche anno gli italiani si renderanno conto della stupidata commessa e butteranno fuori dal governo il nuovo pc e soci, che nel frattempo ci avranno condotto non solo fuori dall’europa, ma fuori dalla realtà. Da dieci anni andiamo ripetendo che l’euro è stato la nostra rovina, che non potevamo competere con le economie del nord-europa, che era solo una follia pareggiare le monete forti con le deboli, ma le schiappe tutte tronfie ed orgogliose di averci gettato nel caos continuavano a sostenere, solo per beata ignoranza, che l’euro sarebbe stato la salvezza, inebriati così dai discorsi di banchieri e soci speculatori ed affamatori”.
“Questi sono delle mine vaganti. Mi verrebbe da dire: delinquenti. Sanno benissimo quello che stanno facendo e i nostri politici incapaci si bevono tutto quello che raccontano i due mari. Fra poco rimpiangeremo il tre monti.”
Parla Mario Draghi e crollano le Borse. Le aspettative dei mercati in attesa dell’intervento del governatore della Bce vengono clamorosamente disattese. L’insuccesso non può essere però imputato al Super Mario che controlla l’Eurotower, ma ai governi (e alla Bundesbank) che non offrono margini di manovra all’istituto di Francoforte. Ma passiamo ai fatti. Pur ripetendo che “l’euro è irreversibile e non si può temere che scompaia”, e pur premettendo che la Bce “potrebbe adottare misure straordinarie e non convenzionali” (anche se “i dettagli verranno discussi nelle prossime settimane”: un’altra frenata che innesca la fuga dai mercati Ue), Draghi non avanza di un centimetro sugli acquisti dei titoli di Stato e men che meno sulla possibile licenza bancaria (alias, potenza di fuoco illimitata) di cui potrebbe godere la Bce. Il governatore ha spiegato chiaro e tondo che “la Bce non può sostituirsi ai governi e, prima che possa intervenire sul mercato dei titoli di Stato, i Paesi devono ricorrere ai fondi salva-Stati Efsf e Esm”, la cui potenza di fuoco però resta limitata. Senza tenere conto del fatto che il meccanismo di acquisti automatici dei Bond dei Paesi in difficoltà è subordinato alla decisione della Corte Costituzionale tedesca del prossimo 12 settembre.
Vincono i rigoristi – Draghi ha poi spiegato che l’Eurotower “potrebbe tornare a intervenire sul mercato”, ossia potrebbe acquistare titoli di Stato sul mercato secondario, e se necessario “potrebbe varare misure di politica monetaria non standard”, ossia abbassare ulteriormente i tassi d’interesse dall’attuale 0,75% (un valore che oggi, giovedì 2 agosto, la Bce non ha voluto ritoccare, anche se, ha spiegato Draghi, il consiglio ne ha discusso). I mercati si attendevano dichiarazioni di ben altra portata dal governatore: la speranza era che la Bce aprisse agli acquisti ai Bond in asta, senza dover “tappare i buchi” sul mercato secondario. Ma l’ex numero uno di Bankitalia ha lasciato intendere che, ad oggi, vincono le resistenze dei governi rigoristi: per ora la Bce non può fare di più rispetto a quanto fece la scorsa estate e lo scorso inverno, nel pieno dell’emergenza. A tal propostivo, Draghi ha sottolinato che i governi dell’area euro devono tenersi pronti a ricorrere ai fondi salva-Stati per alleviare le tensioni sui mercati del debito sovrano “in casi eccezionali” e a “condizioni molto strette”. Poi il monito: “I Paesi dell’Eurozona devono andare avanti con le riforme strutturali e con il consolidamento fiscale con determinazione e in modo rapido”. Quindi un’altra secchiata di pessimismo: “La crescita economica nell’area euro resta debole anche per via delle continue tensioni sui mercati finanziari e del clima di incertezza”. Nel dettaglio a pesare sono “l’elevata disoccupazione” e “il rallentamento dell’economia globale”.
Crollano le Borse – Impressionanti le ripercussioni in negativo delle parole di Draghi sulle piazze affaristiche. All’inizio del discorso i rialzi di Piazza Affari flirtavano con il 2 per cento. Nemmeno quindici minuti dopo le prime parole del governatore il tracollo: a Milano il paniere principale Ftse Mib sprofondava del 2,4% mentre il complessivo All Share del 2,20 per cento. Male anche gli altri indici continentali: Francoforte lasciava l’1,17%, Parigi l’1,34%, Amsterdam lo 0,85%, Londra lo 0,68%, Madrid addirittura il 4,4% e Atene lo 0,36 per cento.
Spread ed euro – In parallelo al crollo delle Borse, il volo dello spread: il differenziale tra Btp decennali e omologhi Bund tedeschi sulla piattaforma Tradeweb volava sopra i 480 punti, per oi raggiungere i 485; sulla piattaforma Reuters il valore restava superiore ai 450 punti, con un rendimento pari al 5,82 per cento. Brutte notizie anche per l’euro, che retrocedeva sotto quota 1,22 rispetto al dollaro. Draghi, nel corso del suo intervento alla Bce, ha sottolinato come “i tassi di rifinanziamento del debito pagati da alcuni paesi dell’area euro sono alti in modo eccessivo a causa della frammetnazione della trasmissione della politica monetaria”.

Monti contro gli euroscettici

Se lo spread dovesse rimanere a livelli troppo elevati per troppo tempo, il rischio è quello di avere in Italia un governo non europeista, non favorevole all’euro e non orientato alla disciplina fiscale. È l’allarme che lancia dal presidente del Consiglio Mario Monti, nell’intervento ad un seminario organizzato dalla Confindustria finlandese ad Helsinki. E questo ad apertura di una giornata che si annuncia decisiva per la riunione del consiglio direttivo della Bce a Francoforte per il duplice incontro che avrà Monti prima con gli imprenditori finlandesi e poi a Madrid con il presidente spagnolo, Mariano Rajoy.
LEGGE ELETTORALE – Monti è poi tornato ad auspicare una nuova legge elettorale, anche per ridare credibilità ai partiti. «Sono fiducioso che i partiti riflettano sul gap che si è creato tra cittadini e partiti in termini di credibilità», ha detto. «Spero che lavorino duramente, approfittando di questa parentesi di un governo tecnico, per migliorarsi e spero che raggiungano rapidamente un accordo su una nuova legge elettorale che dia credibilità al sistema politico». Sul tema della legge elettorale immediata la replica di Angelino Alfano: «Apprezziamo l’appello di Monti, ma speriamo che non creda che facendo quello cali lo spread». Il segretario Pdl anticipa invece che «chiederemo la prossima settimana un incontro con il presidente Monti per illustrargli la nostra proposta» in tema di riduzione del debito pubblico. «Speriamo – aggiunge – che la accolga positivamente. Noi in questi dieci mesi abbiamo fatto la riforme e tagliato la spesa, la cosa da fare adesso è diminuire debito e tasse».
AIUTI ALLA GRECIA – Ha poi parlato di Germania e Francia che contribuiscono maggiormente al salvataggio della Grecia rispetto all’Italia, ma ottengono anche di più visto che le banche tedesche e francesi hanno una «alta esposizione» in quel paese, mentre gli istituti italiani no. «Noi – ha detto il premier – non chiediamo e non otteniamo alcun sostegno da nessun meccanismo europeo. Siamo il terzo più grande contributore Ue e siamo il terzo più largo contributore in termini di impegno per il salvataggio di Irlanda, Portogallo e del sistema banacario spagnolo. Ma se calcoliamo il netto siamo molto più vicini alle cifre di Germania e Francia. Perchè? Perchè essendo più grandi contribuiscono di più, ma tutti sanno che parte di queste somme tornano indietro in termini di sollievo per le banche tedesche e francesi che sono altamente esposte in Grecia, mentre le banche italiane non hanno questa grande esposizione».
EUROBOND – «Credo sia importante non creare inutili conflitti fra leader politici e per questo ripeto che l’Italia è fortemente in favore degli eurobond, ma allo stesso tempo il governo ritiene che questo passo possa essere fatto solo dopo che altri passi siano fatti». Questo invece il pensiero dell premier Mario Monti dopo aver detto di essere «molto d’accordo» con Agela Merkel sulla necessità che prima di varare gli eurobond sia necessario procedere sulla strada di una più stretta «mutualizzazione» della politica europea. Monti si è inoltre detto ottimista. «Non sono affatto pessimista sulle prospettive di crescita anche se sono consapevole delle difficoltà». «Molto tempo è stato assorbito – ha aggiunto – per fare qualcosa di enormemente più importante: costruire l’Europa, il mercato unico, la moneta unica, l’allargamento e la Costituzione. Dunque è vero che abbiamo perso tempo ma per fare qualcos’altro che aiuterà molto la crescita futura». Circa l’Italia, ha detto, «credo sia uno dei Paesi migliori al mondo per generare un’economia come quella di cui avremo bisogno nella prossima decade», visto che nei settori della «cultura ambiente e turismo» è «molto ben collocata», soprattutto nel Sud.
BRACCIO DI FERRO NELLA BCE – Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea si riunisce dopo le promesse del presidente Mario Draghi di fare tutto il possibile per salvare l’eurozona, la dura replica del capo della Bundesbank Jens Weidmann, che si oppone a qualunque intervento sui compiti della Bce. Il tutto potrebbe avere pesanti ricadute sulle borse europee e mondiali.