Il Pensiero Verde 2012-07-24 18:52:00

Piazza Affari sotto attacco, lo spread fa paura

Roma e Parigi smentiscono nota congiunta

Milano chiude in calo del 2,7%. Btp/Bund vola a 537 in chiusura. Rendimenti Btp al 6,5%, mai così alti dallo scorso gennaio.

Il differenziale tra Btp decennali e Bund tedeschi, ha viaggiato a quota 530 punti, con un massimo di 537 raggiunto in chiusura di giornata, i livelli del 17 novembre 2011, il giorno del passaggio di consegne tra Silvio Berlusconi e Mario Monti alla guida del governo. I Btp decennali tornano a pagare un rendimento del 6,5% per la prima volta dallo scorso gennaio e preoccupano parecchio anche le scadenze brevi con il Btp a due anni che rendono più del 2%. I titoli con scadenza residua pari a nove anni hanno superato il rendimento di quelli irlandesi.

Pecunia non olet e calature di braghe

In mezzo ai cinque cerchi olimpici c’è una mezza­luna. Invisibile,impalpabile,eterea.Ma c’è. Ben­venuti nei Giochi più islamici della storia. Non c’è mai stata una città più musulmana di Londra tra quelle che hanno ospitato le Olimpiadi. Un milione di islamici residenti più quelli che arriveranno. Poi i tremila e cin­quecento atleti di Allah, anche lo­ro mai stati così tanti. Poi tutti i Paesi islamici che gareggiano in tutte le discipli­ne. Poi la coinci­denza con il rama­dan, che è cominciato il 20 luglio e finirà il 18 agosto. Poi, poi, poi. L’islam gioca la sua Olimpiade. La gioca in Europa, cioè in casa pur essen­do fuori casa. La gioca per segna­re il tempo. Col velo o senza, con senso di sfida nei confronti del re­sto del mondo o senza. È un equilibrio sottile quello trovato, fatto di un tira e molla in cui il comitato organizzatore ha ceduto parecchio: il Cio voleva a ogni costo che a Londra tutti i Pae­si arabi mandassero almeno una donna. Hanno trattato, hanno parlato, hanno mediato: alla fine accade. Ci saranno ragaz­ze del Qatar, del Bahrein, dell’Ara­bia Saudita. Vitto­ria, sì. E però sconfitta da qual­che altra parte. Perché le conces­sioni che il Comita­to olimpico internazionale e Londra hanno fatto sono state di­verse. Meno eclatanti, ma più nu­merose. Meno appariscenti, ma più decisive. Il mondo racconte­rà la straordinaria storia di Bahi­ya al-Hamad, campionessa di ti­ro, portabandiera del Qatar. Velata. Si parle­rà delle ragaz­ze iraniane e delle saudi­te: flash e im­magini. Bagliori di democrazia e rispet­to dei diritti umani. Lam­pi di modernità di facciata per Paesi che fanno fatica persi­no a pronunciare la parola «don­na». Resteranno ricordi, sorrisi, feli­cità, mentre la contropartita ri­marrà anonima. C’è, però.C’è, ec­come. Per la prima volta nella sto­ria nel Villaggio olimpico ci saran­no zone islamicamente corrette: aree destinate agli atleti musul­mani dove poter pregare. Ogni dormitorio ne avrà una. Poi, ap­pena dopo il tramonto del sole, verranno serviti pasti speciali. Tutte le catene di ristoranti e risto­ri del Villaggio rimarranno aper­te 24 ore su 24 per consentire agli atleti islamici di mangiare negli orari in cui il ramadan glielo con­sente. Sì, il ramadan. Molto delle Olimpiadi musulmane ruota at­torno al digiuno: alcuni Paesi ave­vano persino chiesto al Cio di spo­stare le date dei Giochi per evita­re la coincidenza con il ramadan. Non ce l’hanno fatta, ma hanno ottenuto concessioni che mai c’erano state. Non è la prima vol­ta che le Olimpiadi si disputano durante il mese di digiuno islami­co: accadde già nel 1904 a St. Louis e sempre a Londra nel 1908, poi ancora a Londra nel 1948, a Monaco nel 1972, a Mo­sca nel 1980, a Los Angeles nel 1984, a Barcellona nel 1992. Mai, neanche una volta, il Cio s’è fatto influenzare: nessun orario, nes­suna regola, nessun comporta­mento condizionato dalla pre­senza degli islamici. Stavolta sì. Stavolta eccome. I volontari so­no stati tutti istruiti: in alcun caso bisogna urtare la loro suscettibili­tà, anche involontariamente. A ciascuna domanda bisogna ri­spondere con una frase religiosa­mente corretta. A tutti bisogna ri­cordare che all’interno delle aree olimpiche si potrà consumare ci­bo prima dell’alba e dopo il tra­monto. I Giochi Halal, appunto. Cioè a misura di islam. Quattro anni fa, a Pechino, le autorità cinesi avevano così pau­ra dell’estremismo islamico in­terno che cominciarono a coc­colare i musulmani. Eppure è nulla in confronto a Lon­dra. Perché lì non c’era­no connessioni economiche e po­litiche. Qui sì. Londra e i suoi Gio­chi esistono grazie ai capitali ara­bi. Il simbolo della metropoli og­gi è lo Shard, il grattacielo-scheg­gia disegnato da Renzo Piano: è stato tirato su dai soldi del Fon­do sovrano del Qatar. Attra­verso la sua divisione immobiliare, l’emi­rato è diventato anche il maggior azionista di Ca­nary Wharf, il centro finan­ziario della metropoli bri­tannica. La stessa società, la Qatari Diar im­mobiliare, ha ac­quisito il 50 per cento del Villaggio olimpico.L’ha fatto attraverso una joint venture in compro­prietà con l’inglese Delancey: 668 mi­lioni di euro per trasformare gli alloggi in ap­partamenti da affittare già dal 2013. Co­la­te di de­naro che hanno permesso a Londra di respirare in questi anni di sforzo immane per arrivare all’appuntamento olimpico nonostante la crisi in­ternazionale. Da soli gli inglesi non ce l’avrebbero fatta. La prova è che l’altro simbolo delle Olimpiadi è la nuova cabinovia che scavalca il Tamigi e guarda dall’alto la cit­tà. La società che la stava co­struendo era in difficoltà, pron­ta a mollare il lavoro a metà. A sal­vare il progetto è stato il fondo so­vrano di Dubai, attraverso la sua compagnia aerea, la Emirates: s’è accollata i costi dei lavori in cambio della sponsorizzazione eterna dell’opera.Ciascun tralic­cio e ciascuna cabina ora sono piene di scritte Fly Emirates. Il minimo, per aver dato il massi­mo. Il minimo all’apparenza: dietro c’è la conquista della città e, attraverso Londra, di un pezzo di Occidente. Le Olimpiadi isla­miche non si vedono a occhio nu­do: sono velate. Non è una meta­fora, è una strategia.

Punti di vista (realistici)

È necessario liberarsi da un equivoco politico divenuto ormai senso comune, e dal quale dipendono un’infinità di conseguenze: quello di considerare la formazione dell’ Unione Europea come un processo di unificazione politica di tutti i popoli europei e di creazione di una “comunità di diritto” che garantisca pace, diritti e libertà a tutti i “cittadini” dell’Unione. Al contrario, l’Europa è stata fin dall’inizio pensata e costruita come spazio egemonico franco-tedesco. Nel 1948 Adenauer aveva dichiarato: «Il futuro di tutta l’Europa dipende da uno stabile rapporto tra la Francia e la Germania». L’anno successivo replicava De Gaulle: «Io dico che occorre istituire l’Europa sulla base di un accordo tra francesi e tedeschi». Il trattato dell’Eliseo, firmato il 22 gennaio 1963 tra il Generale e Adenauer, segna la definitiva “riconciliazione” franco-tedesca. Tra i compiti del “progetto” europeo vi era dunque, anzitutto, quello della riunificazione politica della Germania. E se prima di quella realizzazione la Germania era una grande potenza economica, ma politicamente debole, le cose sono cambiate dopo il 1989. La prima decisione politica della nuova Germania fu, non a caso, l’introduzione della moneta unica, la quale fu, con l’accordo tra Kohl e Mitterand, imposta a tutti gli altri Paesi, ottenendo così il massimo beneficio da quella moneta in termini economici. L’asse Kohl – Mitterand ha dettato i tempi dell’integrazione europea, dell’adozione del Trattato di Maastricht, dell’accelerazione improvvisa per la costruzione dell’Europa unita. Le altre nazioni hanno dovuto “allinearsi”: Prodi ripeteva continuamente “ce lo chiedono in Europa”.
Ma cosa significava per l’Italia di allora entrare nella zona Euro? In una recente intervista, Vincenzo Visco, Ministro delle Finanze ai tempi del governo Prodi (1996-1998) ha rivelato: «Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. In cambio di questo vantaggio sull’export la Germania avrebbe dovuto pensare al bene della zona euro nel suo complesso». Ma la Germania ha finito per chiederci molto di più: ha imposto la distruzione del nostro sistema industriale. Come ha precisato Nino Galloni, ex funzionario al bilancio (cfr “Il funzionario oscuro che faceva paura a Kohl”, su byoblu.com), l’accordo tra Kohl e Mitterrand «prevedeva anche la deindustrializzazione dell’Italia. Perché se l’Italia si manteneva così forte dal punto di vista produttivo – industriale, quell’accordo tra Kohl e Mitterrand sarebbe rimasto un accordo così, per modo di dire». Se dunque l’Unione Europea, prima, e la moneta unica, poi, erano state pensate e funzionali a rendere la Germania una potenza non solo economica ma anche politica, è evidente che, oggi, questi “strumenti” non servono più, perché nel frattempo gli scopi sono stati raggiunti. La moneta unica, oggi, non serve più a nessuno, e non serve, anzitutto, alla Germania, che con essa ha pagato i costi dell’unificazione. Compiuta la sua funzione politica, la moneta unica resta soltanto uno strumento economico in mano agli speculatori, pronti ad assestarci il colpo di grazia. Da quando Draghi, pochi giorni fa, ha dichiarato che l’euro «è irreversibile» e che non vi è alcun rischio di «esplosione» dell’unione monetaria, è iniziato l’assalto all’euro: mentre scrivo, lo spread è a quota 538 punti e la Consob è stata costretta a reintrodurre il divieto di vendite di titoli allo scoperto per una settimana, mentre Piazza Affari fa registrare un -3,51%. Ed allora occorrerà rinviare il colpo finale, drogando di nuovo i mercati, abbassando ancora i tassi di interesse. Ma, in queste condizioni politiche, l’epilogo è solo rinviato: ci si accanisce per tenere in vita il morto, quando ormai si sono già perdute tutte le speranze.
Un ulteriore commento in aggiunta al quadro descritto: “Questa chiave di lettura è tra le più corrette. Semmai va aggiunta l’ulteriore chiave di lettura monetarista, che spiegherebbe come il modello anglo-americano di riferimento, più imposto che scelto, abbia aggravato non poco le tendenze sperequative e centraliste così ben descritte nell’articolo. Noi non solo eravamo indispensabili in quanto i più forti tra i deboli, ma eravamo già una colonia americana, pronta a copiare in peggio tutti i difetti USA, monetarismo iperliberistico in primis ( … e da qui il famigerato “divorzio” tesoro-BC, cioè tra politica e gestione monetaria, col corollario delle privatizzazioni, possibilmente selvagge, in perfetto stile predatorio imperiale). L’ottusa rigidità della “culona inchiavabile” può effettivamente essere interpretata come volontà di potenza, espressa in un “tanto peggio tanto meglio” nei confronti dello strumento monetario di potere che ha ormai esaurito il proprio compito. C’è solo da augurarsi che in ogni modo venga trombata alle prossime elezioni.”

Chi di spread ferisce …

Mario Monti ormai è nudo davanti alla sua incapacità di
contenere lo spread.
Ma “non è colpa sua” che, invece, si preoccupa delle
generazioni future, tartassando e umiliando la generazione presente cui sta
togliendo anche la speranza.
Intanto Mario Monti ha ottenuto il record del debito
pubblico e il record di tasse
.
Ne avremmo fatto a meno.
Con Berlusconi, infatti, lo spread era alto (ma solo da maggio
quando la stampa di regime iniziò una nuova tornata di aggressione che ne ha
indebolito l’immagine esterna) e comunque “non era colpa sua” e i nostri risparmi erano al sicuro e la casa non era tassata, oggi lo
sappiamo, allora la solita stampa a la politica cattocomunista lo crocefisse.
Adesso cercano di salvare il soldato Monti con alchimie da
Azzeccagarbugli elettorali
con i comunisti che, dopo aver adescato Casini,
pensano di poter vincere le elezioni.

Uno spread li seppellirà.






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Il gioco dei se…

Facciamo un gioco, facciamo il gioco dei SE. Ha cominciato LEI dicendo: SE FOSSIMO IN UN PAESE NORMALE, cosa succederebbe SE un cretino che viene da fuori si rifiutasse, dopo essere stato assunto, di eseguire gli ordini del suo superiore-donna perchè egli è musulmano e non esiste di essere il sottoposto di una creatura impura? Dunque, SE fossimo in un paese normale, in barba alle accuse di razzismo, verrebbe licenziato e rimandato a casa sua a calci nel sedere. Ma come dicevo a lei, non siamo in un paese normale e quindi, l’ultimo meticcio del mondo arriva qui e detta la sua bella legge di merda. E noi stiamo zitti. No, anzi, non solo stiamo zitti ma gliela diamo pure vinta. Poi, vogliamo parlare di integrazione?

Mi chiedevo poi, ma le femministe dove diavolo stanno? E’ stata insultata una donna e nel peggiore dei modi e loro? In vacanza come al solito quando si tratta di immigrati maschilisti?

Oh, toh, diverse ore dopo la notizia, il caso diventa un giallo. Il direttore ci fa sapere che non ne sapeva niente e che i dipendenti seguono tutti le direttive delle donne…

Niente ordini da una donna. Il caso diventa un giallo. Il dipendente dell’hotel Danieli di Venezia sarebbe stato riassunto. Il direttore: «Non ne sapevamo nulla, il facchino continua a lavorare qui e segue ancora le direttive di una donna»

VENEZIA – Un facchino musulmano di un hotel di Venezia si sarebbe dimesso non sopportando di prendere ordini da una donna. E gli avrebbero salvato il posto affiancandogli un maschio. Protagonista della vicenda un egiziano dipendente del Danieli che si era licenziato per non subire «l’onta» di ricevere disposizioni da una governante. Questa una prima versione dei fatti. Ma la direzione dell’albergo in tarda mattinata si affretta a smentire l’intera faccenda. E il fatto, commentato rapidamente da tutta Italia, diventa di fatto una sorta di giallo. L’uomo avrebbe lasciato il celebre hotel ma non trovando un altro lavoro si sarebbe ripresentato alla direzione che tenendo in grande considerazione il lavoro dell’extracomunitario lo avrebbe riassunto garantendogli che nei suoi turni si troverà a fianco, oltre alla donna, un collega maschio che gli comunicherà gli incarichi. La «mediazione», come indica Il Gazzettino, sarebbe andata a buon fine e l’uomo sarebbe tornato regolarmente al suo lavoro. Diversa, come detto, la versione dell’albergo. Si dice «sorpreso» il direttore dell’hotel Danieli di Venezia, Christophe Mercier, e sottolinea all’Adnkronos che il facchino non aveva mai comunicato ufficialmente il problema che viveva. «Non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione ufficiale scritta dal dipendente – riferisce Mercier – noi rispettiamo tutte le persone che lavorano con noi e se ci fosse stato posto il problema avremmo potuto agire». Il direttore del celebre hotel della città lagunare sostiene infatti che l’azienda non era a conoscenza del caso e quindi non ha preso nessuna misura per cambiare l’organizzazione del personale: «Siamo sorpresi da questo articolo, ne prendiamo atto e ne parleremo con la persona interessata», prosegue il direttore dell’albergo. Il facchino egiziano «continua a lavorare qui», dice, e prende ancora ordini da una donna: «Viene sempre gestito da donne perché le governanti sono tutte donne», sottolinea Mercier. «La nostra azienda – conclude il direttore – ha sempre un comportamento corretto, giusto, etico nei confronti di tutti i dipendenti, di tutte le nazionalità e le religioni».

Mes e Fiscal Compact: trombati e contenti

Alzi la mano chi ha visto una coraggiosa campagna di stampa informativa  prima che venissero approvati il MES (o ESM che dir si voglia) e  il Fiscal Compact. Alzi la mano chi ha letto una qualche riga che almeno spiegasse agli Italiani (a misfatto avvenuto) a cosa vanno incontro con queste due  nefandezze. Quali sono per noi gli svantaggi e la totale perdita di sovranità legata al bilancio, non più effettuato in ambito nazionale, ma imposto a livello sovrannazionale, dopo aver modificato in silenzio e nottetempo, perfino la nostra Costituzione allo scopo di averci le mani libere. Come i ladri. Si replica dunque lo stesso scenario già andato in onda il 23 luglio 2008 col Trattato di Lisbona. Gli Italiani, tutti al mare, mentre le due camere ratificarono  nel silenzio più assoluto della stampa, un trattato di svendita della nostra patria potestà. Ma si sa, i malfattori non vanno in vacanza. E ora, ecco  il bis.
Laddove c’è stato qualche tentativo parziale da parte  di alcuni giornali (Libero e Panorama), Monti si è affrettato a minacciare che certa stampa farebbe salire lo spread.  E’ ormai ufficiale: abbiamo il ricattatore del XXI secolo. Se Mussolini diceva “taci il nemico ti ascolta”, Monti ha perfezionato in modo subdolo la dittatura del terzo millennio: “Taci ché sale lo spread ed è colpa tua”. L’ottimismo obbligatorio e coattivo è diventata la nuova medicina degli oligarchi: vietato dubitare della bontà della loro cura. Ma l’affermazione  più disgustosa l’ha fatta Enzo Moavero Milanesi, ministro delle politiche Ue, non appena è stato ratificato il MES e il Fiscal Compact: “Siamo davanti  a un importantissimo passaggio nel percorso di costruzione europea con nuove e sostanziali cessioni di sovranità”. “Credo di poter dire che forte azione dell’Italia nella realizazzione di questi Trattati viene oggi riconosciuta da tutti nella comunità internazionale, senza con questo volerci auto-attribuire meriti particolari”.  Ma va là? !? Qui, su Wall Street Italia, il resto delle sue dichiarazioni.
E così ci siamo distinti come i più zelanti servi tra i  27 trombati d’Europa. Non solo prendiamo i fischi per applausi, ma Monti e i suoi giannizzeri come Moavero, si prendono pure le briga di fare da apripista agli altri recalcitranti Paesi.  E’ il caso di dire, trombati e contenti.
PS: Per un’analisi dettagliata  capitolo per capitolo e articolo per articolo sul MES (Meccanismo di Stabilità Economica) , rimando al post N. 62 dell’amico Silvio del 19 luglio 11: 20 sul blog di Marcello Foa nel topic

Altri articoli di approfondimento sul tema:

Degli anni ’80

Io, negli anni ’80 di sicuro avrei sposato, chessò, un Billy Idolun Duca Bianco (ma lui sarebbe stato davvero troppo per me) o al massimo un elemento ancor più pessimo quale Joe Strummer… o più probabilmente, in quel periodo pensavo solo alla scuola (poco) e al vario cazzeggio e non a sposarmi. Non ero una paninara, o meglio, lo sono stata per un brevissimo lasso di tempo, poi, sono tornata ad essere me stessa… ossia, una mezza punk-dark-goth-medieval girl, si, insomma, una di quelle che vestivano di nero, coi capelli quasi rasati, i cappottoni maschili lunghi fino alle caviglie, la fila di orecchini, croci e catenelle sparse addosso un pò dovunque e le immancabili (e alquanto scomode… e giuro che gli anfibi veri si portano molto molto meglio) Doctor Martens. Tuttavia, mi sono dovuta sorbire tutta l’orrida musica dance-pop di quel periodo e, chiaramente, avevo amichette che si fronteggiavano di brutto sul fatto di chi fosse meglio tra i Duran Duran e gli Spandau Ballet. Che ogni tanto ci ripenso a ‘sta cosa di quelle amichette che in seguito si sono sposate, alcune separate e altre vivono felici con le loro famiglie e i loro bambini che ormai sono anche cresciuti… E, poco fa, mi è capitato sotto il naso questo articolo. E mi ricordo della sciroccata che voleva sposare Simon Le Bon, mi ricordo del libro che le amichette fan dei Duran Duran comprarono di corsa e lessero d’un fiato… e mi ricordo anche del film che dovetti sorbirmi al cinema con le sciroccate di cui sopra. Mioddio, una vita fa…

Sul multiculturalismo

Lei si chiama Zara, il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza, ha 17 anni e va molto bene a scuola. Vive in Gran Bretagna. La madre è occidentale, il padre pakistano. Un matrimonio felice finché lui non attraversa un grave momento di crisi economica e cambia di colpo. “Quando la sua azienda è fallita – ha raccontato Yvonne , 46 anni, (anche questo nome è di fantasia) al Daily Star on Sunday – lui è cambiato totalmente. E’ diventato più religioso, mi obbligava a indossare abiti musulmani mentre prima non mi mettevo nemmeno il velo”. E poi, come spesso accade in questi casi, la violenza: “Mi diceva sempre che ero una prostituta e che stavo allevando male nostra figlia. Mi picchiava in continuazione“. Yvonne sopporta finché può ma la tensione sale quando Yousseff obbliga Zara a non andare più a scuola. Poi la goccia che fa traboccare il vaso: la donna sente il marito parlare al telefono con un parente in Pakistan e pianificare il matrimonio della figlia in cambio di una cospicua dote. “Sapevo – racconta oggi la donna – che questo matrimonio sarebbe stato per lo sposo il biglietto di ingresso nel Regno Unito. E non potevo permetterlo. Dovevo salvare mia figlia da una vita da schiava con un completo estraneo. Troppe ragazzine nate in Gran Bretagna vengono sfruttate solo per il visto“.
Così la mamma elabora un piano di fuga. Fa finta di assecondare il progetto del marito che le dà i soldi per organizzazare il viaggio. Non appena Yvonne ha mille sterline in mano prende un taxi all’alba con Zara e si rifugia in una casa d’accoglienza per donne in pericolo: “Sapevo che se ci avesse scoperto avremmo rischiato la vita. I delitti d’onore non sono rari in Gran Bretagna. Oggi, nonostante siano passati cinque anni, ci guardiamo ancora le spalle”. La donna ha deciso di venire allo scoperto e raccontare la sua storia per spingere il governo Cameron a fare qualcosa contro i matrimoni forzati. Il premier ha lanciato una campagna di sensibilizzazione contro la pratica e ha promesso di renderla reato. La ministra dell’Interno ha anche annunciato l’approvazione di una norma che prevede l’ingresso di un coniuge straniero solo se il cittadino britannico guadagna almeno 20mila sterline l’anno. Oggi Zara ha 22 anni e studia legge all’università. Sua madre è fiera di lei: “Ho sacrificato la mia vita ma non avrei mai potuto permettere che la mia bellissima e inteligentissima figlia fosse soffocata in un matrimonio combinato. Penso che questa sia un terribile male che affligge la comunità musulmana e credo che tutte le madri dovrebbero ribellarsi”. In nome di quelle che sono già morte: Shafilea, Nina e tutte le altre.

Meglio un po’ più poveri oggi o in miseria per lungo tempo ?

Comprendo la disperazione delle migliaia di persone che in
Spagna sono in piazza, come lo sono state in Grecia, per contestare i tagli alla spesa
pubblica
che significano tagli sensibili al loro tenore di vita.
Se Monti facesse quello per cui è stato imposto al governo
in piazza ci sarebbero anche migliaia di Italiani ancora illusi di poter
scaricare sul vicino il costo del debito pubblico di cui hanno fruito.
Purtroppo Monti si è rivelato un bluff, sgamato alle prime turbolenze, essendo stato capace
solo di perpetuare la politica della prima repubblica,
alimentando la spesa
pubblica con tasse nuove o aumentate.
La speculazione internazionale morde di nuovo l’Italia,
indifferente al fatto che al governo ci sia Berlusconi o qualcun altro.
Con quali soldi, quelli che si oppongono ai tagli della
spesa pubblica, pensano di poter continuare a finanziare le spese di stato ?
Con la lotta all’evasione e con la patrimoniale, proclamano, come se l’evasione o i risparmi fossero pozzi senza fondo.
In pratica pensano di continuare ad alimentare la spesa
pubblica, fino all’esproprio totale di tutti i risparmi privati.
E dopo ?
Dopo i tagli saranno comunque inevitabili e senza la rete di
protezione individuale dei propri risparmi sprecati in tasse.
Meglio un taglio vigoroso oggi, che la povertà per tutti, senza ritorno e senza
speranza, tra qualche mese.





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A caccia di investitori…

Un commento: “Un incubo, “Prodi 2 la vendetta”, già questo governo, con l’avallo autorevole del Colle, ha regalato la sovranità politica ed economica italiana alle “famiglie” e alle lobby di speculatori stranieri, ora ci apprestiamo a fare a pezzi la nostra economia reale e a inserire i gioielli di famiglia nei pacchi dono a favore degli stessi infami che ci stanno controllando. Geniale.”
Il Tesoro mostra ottimismo, nonostante Piazza Affari continui a segnare minimi su minimi e lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi sia tornato a sfondare la soglia allarmante dei 500 punti base. Ieri, in una intervista al Sole 24Ore, Maria Cannata, direttore generale del ministero dell’Economia responsabile del debito pubblico, ci ha tenuto ad assicurare non solo che gli investitori esteri “stanno tornando perché, rispetto ai rendimenti negativi dei Paesi core, conviene investire in Btp”, ma anche che la liquidità nelle casse dello Stato in luglio e agosto è tale da “non richiedere aste extra di Bot”. Eppure, con gli indici di Milano ai minimi, i “gioielli” di Piazza Affari tornano scalabili a prezzi stracciati. La capitalizzazione dell’intero listino è scesa a 325 miliardi di euro, meno della sola Apple (464 miliardi) e di Exxon Mobile (330 miliardi) le due più grandi società mondiali per valore di borsa. Visti questi numeri, il presidente del Consiglio Mario Monti ha strabuzzato gli occhi e, secondo fonti governative riportate da Repubblica, si sarebbe subito messo al lavoro per riportare gli investitori esteri a credere nel sistema Italia. Dopo aver smentito le elezioni anticipate e aver allontanato la possibilità di una crisi di governo pilotata, Monti si è rimesso al lavoro per evitare che la drammatica situazione in cui sono piombate le banche iberiche non arrivi a contagiare pure l’Italia. Per il momento, però, il governo fa di tutto per gettare acqua sul fuoco. “Siamo vigili, ma non c’è quell’allarme che traspare nei media”, è il refrain che esce come un disco rotto da Palazzo Chigi e che i ministri continuano a ripetere. Resta, però, il fatto che il Belpaese non può contare su quello scudo anti-spread che sperava di ottenere dall’Eurotower dal momento che l’entrata in vigore del fondo permanente (Esm) è appesa alla sentenza della Corte costituzionale tedesca e l’attuale fondo “salva Stati” (l’Efsf), pur essendo già operativo, non ha né le risorse né i requisiti per proteggere l’Italia. Motivo per cui la speculazione non si ferma e gli investitori scappano. E quindi? Secondo fonti ben informate, la strategia di Monti e del viceministro Vittorio Grilli passa sotto il nome di “damage control”. Una strategia improntata, secondo Repubblica, su “una lunga apnea del debito pubblico, con le aste dei Btp a dieci anni rinviate a settembre”. Dicono, infatti, che Grilli sia riuscito a sterilizzare l’aumento dello spread rendendolo solo virtuale. Sarà. Resta il fatto che il differenziale volteggia oltre i 500 punti base. Numeri drammatici, altro che virtuali. Numeri che fanno scappare a gambe levate gli investitori. L’intenzione del governo Monti è quella di “farcela da soli”, magari con l’aiuto della Bce qualora le cose si mettessero davvero male. Il presidente del Consiglio non vuole neanche prendere in considerazione l’idea di ricorrere agli aiuti europei. “Oltre che umiliante – spiega un’altra fonte governativa – sarebbe forse inutile perché la ricetta la conosciamo meglio noi di qualche funzionario di Bruxelles, Francoforte o, peggio, Washington”. Non resta, dunque, che proseguire sulla strada degli investitori esteri. Perché, sebbene il deficit sia sotto controllo e il piano del debito sia stato approvato, la Borsa di Milano continua ad essere in balia della speculazione. Sicuramente la situazione in Spagna rischia di far sprofondare tutta l’Eurozona nel gorgo della recessione economica, ma tra tutti i Paesi membri l’Italia è senza dubbio quello più a rischio contagio. Da qui la necessità di far tornare il sistema italiano appetibile agli occhi dei grandi investitori esteri. Messa una pietra sopra alle manovre economiche, il governo sembra voler puntare (in attesa della delega fiscale) sul lavoro dei supercommissari Giuliano Amato e Francesco Giavazzi (rispettivamente su tagli incentivi alle imprese e ai costi della politica e dei sindacati) che sono già sul tavolo di Palazzo Chigi e che, come ha detto Monti, potrebbero trasformarsi in agosto in provvedimenti concreti.