Il disordine elevato a diritto

La cassazione ha, nel giro di due giorni, inferto due colpi tremendi ad ogni concetto di giustizia, di rispetto delle regole, di ordine pubblico.
Un imprenditore vicentino è stato condannato a dodici mesi (con la condizionale) ed a pagare un risarcimento di 120mila euro a due zingari che lo avevano rapinato.
Perchè ?
Perchè, invece di subire in silenzio, aveva reagito sparando.
Il giorno successivo abbiamo letto della conferma della condanna ai funzionari di Polizia che hanno comandato l’intervento nella scuola Diaz di Genova, covo dei no global all’epoca della devastazione operata da alcuni manifestanti nel 2001, con tanto di lanci di estintori contro le Forze dell’Ordine.
Se la credibilità della giustizia italiana, con i suoi ventisette inutili processi a Berlusconi, con i completi fallimenti nei casi eclatanti di cronaca nera dove gli unici indagati sono stati completamente prosciolti, era già al livello della temperatura di superficie di Plutone, adesso la fiducia che i cittadini possono avere nei suoi confronti non sarebbe rilevata neppure con il più potente telescopio esistente.
Di una giustizia così non sappiamo proprio che farcene, quando si tutelano
quelli che distruggono,
quelli che rubano,
quelli mettono in pericolo le vite altrui,
quelli che rompono l’ordinato svolgimento di una vita cittadina,
quelli che devastano proprietà private e pubbliche,
quelli che non rispettano la vita, le idee, le proprietà altrui, ma sanno solo pretendere di vivere alle spalle di coloro che danneggiano.
Le sentenze della cassazione dimostrano che, avendo elevato a diritto il disordine, ognuno può fare quello che vuole, purchè abbia l’accortezza di mascherarsi all’interno del “politicamente corretto”, visto che esporre una sola bandiera non appartenente a tale categoria ha fatto subiro scattare la reazione compulsiva e pavloviana del processo e condanna lampo.
Fino a quando potremo tollerare che chi si difende venga condannato da una giustizia che non rispecchia minimanente il sentimento di una maggioranza finora troppo silenziosa ?



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Siesta estiva

Cari amici, la canicola incombe e il blog rallenta per la consueta pausa estiva. Non so quali altre nefandezze inventeranno per svegliarci dalla breve siesta estiva, ma è giusto riposarsi un po’, abbandonarsi allo stormir di cicale  foriere di  d’afa che fiacca le gambe e induce dolce sonnolenza. Anche per una forma di igiene mentale, non leggerò giornali e guarderò pochi TG.  Vi lascio con questa suggestiva canzone di Nino Ferrer (alias Agostino Ferrari), cantante italo-francese che sogna come me un suo Sud ideale da reinventare. In realtà si tratta di un Sud del Nord e cioè della Provenza fatta di luci e colori che già ebbe ad attrarre  a sé legioni di pittori impressionisti, quel Midi della Francia dove lui visse e morì. Un posto che rassomiglia all’Italia la cui letteratura prende avvio, proprio dalla “scuola provenzale”.
Ecco il testo della canzone.
Per la traduzione , basta cercarla qui.  Buona Estate!
C’est un endroit qui ressemble á la Louisiane,

á l’Italie.

Il y a du linge étendu sur la terrasse

et c’est joli.

On dirait le Sud,

Le temps dure longtemps,

et la vie surement,

plus d’un million d’années

et toujours en été.
Il y a plein d’enfants qui se roulent sur la pelouse,

il y a plein de chiens.

Il y a máªme un chat, une tortue, des poissons rouges,

il ne manque rien.

On dirait le Sud,

le temps dure longtemps,

et la vie surement,

plus d’un million d’années

et toujours en été.
Un jour ou l’autre, il faudra qu’il y ait la guerre,

on le sait bien.

On n’aime pas ça, mais on ne sait pas quoi faire,

on dit : ” c’est le destin “.

Tant pis pour le Sud,

c’était pourtant bien,

on aurait pu vivre,

plus d’un million d’années

et toujours en été.

Delazioni e sanatorie camuffate…

Un commento: “Ecco un’altra legge del cavolo: il prossimo sport più diffuso sarà “La delazione”. Vera o falsa, non importa. C’è chi ammazzerebbe la mamma per ottenere il permesso di soggiorno!”

Permesso di soggiorno al dipendente che denuncia il suo sfruttatore. Lo prevede lo schema di decreto legislativo approvato oggi dal Consiglio dei Ministri in recepimento della direttiva europea sulle sanzioni per i datori di lavoro che impiegano stranieri irregolari. Il provvedimento inasprisce dunque le sanzioni già previste per chi assume lavoratori non in regola. Si chiama “ravvedimento operoso” o “norma transitoria”, ma appare a tutti gli effetti un provvedimento di regolarizzazione. I datori di lavoro che occupano irregolarmente alle proprie dipendenze lavoratori extracomunitari, “comunque presenti nel territorio nazionale”, potranno dichiarare la sussistenza del rapporto di lavoro allo Sportello unico per l’immigrazione entro un arco temporale da definire.

Happy hour a montecitorio…

… ovviamente alla faccia dei contribuenti italiani e, nel mentre loro bivaccavano sobriamente sforbiciando qua e là, qualcuno nominava altri due sottosegretari. Sobrietà, signori, altrochè.
Un sobrio happy hour governativo per dare una smossa all’aria tesa e un po’ pesante dei lavori parlamentari. Durante le trattative alla Camera sul disegno di legge anticorruzione, con l’esecutivo stretto nella morsa dei gran litiganti Pdl e Pd, il ministro della Giustizia Paola Severino, riferisce L’Espresso, ha deciso di sospendere per qualche minuto l’inconto allietando gli (spiazzati) onorevoli e funzionari con un aperitivo in piena regola: patatine e mandorle salate, succhi di frutta e, per rendere più frizzante il confronto, prosecco e Campari. Alla fine, l’accordo è arrivato: potere delle bollicine.

E il Monti partorì un tagliolino

All’una di notte, Mario Monti si è presentato in conferenza stampa per illustrare la sua manovra di tagli.
Dopo averci illuso, ci ha nuovamente deluso.
Più che tagli sembrano pizzicotti dati qua e là, giusto per salvare la faccia e, in perfetto stile prima repubblica, consegnare al prossimo governo il cerino acceso.
Il ricatto dei privilegiati si è fatto pesantemente sentire e Monti, nonostante tutta la sua supponenza e prosopopea ha obbedito: gli piace restare a Palazzo Chigi.
Così abbiamo qualche sporadico graffietto su una vasta area di intervento, ma nessuna significativa e utile incisione della metastasi della spesa pubblica.
Questo comporta il permanere della spada di Damocle di un ulteriore aumento dell’iva dal luglio 2013, con relativa compressione dei consumi e appesantimento della recessione cui ci ha portato l’illuminato governo dei tecnici e delle tasse.
Sì, perché il nodo fondamentale non è stato sciolto, ma neppure affrontato: per la ripresa occorrono meno tasse e tagli veri ed incisivi alla spesa pubblica.
Gli Italiani devono avere in tasca più soldi da poter gestire in autonomia e spendere in ciò che ritengono meritevole di spendere e non vederseli sfilare dalla mano pubblica per disperderli in spese che, spesso, non interessano o, comunque, non producono il servizio atteso.
Vogliamo fare un esempio ?
Viene venduta come una svolta epocale la “riduzione” a sette euro del buono pasto per gli statali.
Sicuramente con sette euro non si pranza (forse al sud …), ma se si parla di “riduzione”, vuol dire che gli statali (e affini) percepiscono un buono pasto superiore a sette euro e, a quanto mi risulta, in certi settori anche decisamente superiore (11,30).
Il tutto nel quadro di una “azienda”, lo stato italiano, in perdita cronica e inefficienza conclamata.
Quali sono le aziende più efficienti e produttive in Italia ?
Giusto, le banche.
Pur non potendo conoscere  lo stato di tutte le banche, non sono a mia conoscenza buoni pasto superiori a 7 euro e, per lo più sono di poco superiori a cinque euro.
E’ logico che una azienda inefficiente e in perdita paghi buoni pasto superiori a quelli di aziende efficienti e in utile ?
La risposta negativa è ovvia.
Non vi è quindi alcuno scandalo nell’incidere significativamente su tale stato di cose, tra l’altro pagato dalle nostre tasse.
E quel che è stato deciso (vedremo se poi Monti non calerà le braghe davanti ai sindacati che, come il pci/pds/ds/pd hanno negli statali il loro maggior bacino di adesioni) sui buoni pasto (decisamente poco rispetto alle necessità) è stato esteso su tutta la spesa pubblica che permane sostanzialmente tale e quale a prima.
Non ho poi letto nulla circa la vendita di beni dello stato.
Ad esempio ho letto del ritrovamento di cento disegni attribuiti al Caravaggio e con un valore di circa 700 milioni di euro.
Venderli, no ?
Non ne sapevamo nulla della loro esistenza prima e il nostro patrimonio culturale e artistico non era comunque secondo a nessuno e tale resterebbe se li vendessimo, anche assieme ad altri beni immobili, partecipazioni (a cominciare dalla Rai che è solo una perdita secca) nonché proprietà dello stato.
E infatti i mercati non si sono lasciati menare per il naso dal presidente snob come tanti giornalisti proni a tutto: spread a 469,70 e borsa a meno 2,34%.
Monti e i suoi invece preferiscono impoverire gli Italiani nella convinzione che più saremo poveri, più saremo occupati a mettere assieme il pranzo con la cena e non ci occuperemo dei loro affari.
Verrà un giorno …





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Dio mi ha posto una mano sul capo


Allora, per chi non lo avesse ancora capito, vi spiego.
I comandanti delle navi non sono, come tutti abbiamo sempre creduto, i responsabili della nave.
Non sono coloro che devono avere in ogni momento la situazione della nave in pugno, non sono quelli che rispondono anche dell’operato dell’ultimo mozzo a bordo, non sono quelli che percepiscono uno stipendio per essere responsabili di tutto ciò che possa avvenire durente un viaggio.
Men che meno sono coloro che, oltre che prendersi lo stipendio (cosa questa naturale nonchè ovvia) sentono anche quella passione che dovrebbe essere propria per coloro che fanno certi mestieri. Infatti scegliere di comandare una nave non è certo come scegliere di fare il portalettere. A me pare.
No! Schettino ci ha fatto ricredere delle nostre ingenue e romantiche, stupide, credenze e ci ha riportato alla realtà.
La realtà che guida la scelta di un uomo a guidare una nave.
E la realtà è che i comandanti sono comandanti in quanto devono partecipare alle cene nel ristorante più “in” della nave, devono accogliere simpaticamente le belle fighe ai loro tavoli, fare anche un po’ i galletti. Portarsele (le belle fighette) nei ristoranti della Costa Azzurra, approfittando di uno o dell’altro scalo. Fare gli inchini alle isole che si incrociano nella rotta per fare vedere a tutti quanto si è bravi e spericolati nel passare più vicini del collega alla costa e agli scogli..
Insomma la realtà per cui Schettino aveva scelto di comandare una nave non era la parte che riguarda il dovere, ma solo quella che riguarda il piacere.
Per questo si era anche organizzato in modo tale da sprecare il minor tempo possibile anche negli “inchini”, perchè senza questa incombenza la nave può andare da sola…
“Chiamateme quann simm vicini o Giglio, nè, guagliò! Che prima sono occupato a consumare la mia cena al ristorante in compagnia di amici e fighette e a bere champagne! Nè guagliò!”
Questo, più o meno, è quello che viene fuori della figura del comandante di una nave, dalla vicenda del Concordia.
Quattromila persone in vacanza, in mano a un essere che ha preso il suo lavoro per un non lavoro.
E questo essere irresponsabile per giustificare il suo operato cosa fa? Davanti alla procura si difende tirando in ballo addirittura Dio..
“E’ stato Dio a pormi una mano sul capo e farmi fare quella manovra per evitare un’ecatombe”…
Già, perchè altrimenti, se Dio non ti avesse posto la mano sul capo cosa avresti fatto? Avresti portato la nave direttamente nella piazzetta centrale dell’isola del Giglio???
Ma va a cagare… va!
IL CRONISTA

Sui marinai italiani è calato il silenzio…

«Sono un militare italiano soggetto all’esclusiva giurisdizione nazionale in virtù del principio d’immunità delle forze militari in transito. Considero illegale questo tentativo di sottrarmi con la forza alla giurisdizione italiana». Sono queste le parole pronunciate il 19 febbraio da Massimiliano Latorre, in attesa di processo in India, quando viene arrestato dalla polizia del Kerala. Una specie di dichiarazione da prigioniero di «guerra» riportata sul giornale di bordo dell’Enrica Lexie, la nave italiana che i marò difendevano dai bucanieri. Latorre e Salvatore Girone sono ancora in India accusati di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati. Quando vengono fatti sbarcare è presente una corposa delegazione italiana, che non riesce ad evitare il peggio: Gianpaolo Cutillo, Console generale a Mumbai, gli ammiragli Franco Favre, addetto militare all’ambasciata italiana a New Delhi e Alessandro Pirosi, capo del Terzo reparto pianificazione della Marina. Poi ci sono altri due ufficiali inferiori, Marco Mattesi e Francesco Marino oltre al consigliere legale Jean Paul Pierini.
Dopo l’arresto dei due marò inizia il calvario della Lexie, del suo equipaggio composto da 19 indiani e 5 italiani, oltre ai 4 fucilieri del San Marco superstiti del nucleo di protezione anti pirateria. «Siamo stati abbandonati dallo stato italiano – denuncia il direttore di macchine della Lexie, Mario Massimino – Si rischiava di rimanere in India fino a luglio. E lo stesso è accaduto ai quattro fucilieri rimasti a bordo. Anche se ogni due giorni li chiamavano dalla Marina erano scoraggiati». Massimino non ha peli sulla lingua e ricorda come «l’ambasciatore non si sia mai fatto sentire. E poco via per i ministri che sono venuti in visita. Quando è arrivato Terzi, quello degli Esteri, non ha neppure fatto una telefonata a bordo». Il direttore di macchine ricorderà «sempre i marò con affetto. Non solo: proprio nei momenti difficili hanno saputo dimostrare la loro grande professionalità. E sia chiaro che Girone e Latorre hanno sparato solo in acqua».
Un documento di tre pagine con la data del primo maggio riassume le concitate telefonate nelle ore precedenti fra l’armatore, Luigi D’Amato ed il capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. E dimostra quanto sia stata confusa la linea italiana nel momento cruciale della liberazione della nave. «Alle 13.30 ho ricevuto una telefonata dall’ammiraglio Binelli che lamentava una ventilata nostra ipotesi di far sbarcare i 4 NMP (i marò superstiti ndr) – scrive l’armatore – (…) Ho fatto presente che se avessimo avuto questa intenzione lo avremmo fatto fin dall’inizio, ma l’idea (…) non era mai stata presa in considerazione». La nave resta bloccata fino a quando il governo italiano non firma «una lettera d’impegno per far tornare i 4 NMP in India qualora si fosse ravvisata la necessità processuale per una loro testimonianza». L’ammiraglio Binelli si mobilita e alle 13.40 richiama l’armatore «per confermarmi formalmente che il governo italiano, tramite i ministri interessati, aveva ordinato all’Ambasciatore di firmare tale lettera d’impegno». Ed invece salta tutto.
«Alle 15,30 ho richiamato l’Ammiraglio Binelli, il quale mi ha confermato che quanto detto precedentemente (…) non aveva più alcuna validità» si legge nel documento in possesso de Il Giornale. A questo punto l’Ammiraglio Binelli mi ha testualmente detto: “che si era chiamato fuori e se ne voleva lavare la mani”» scrive l’armatore. Sul piatto c’è il destino della nave con 28 uomini a bordo. Alla fine l’ammiraglio Favre, addetto militare dell’ambasciata italiana, spiega che secondo il legale indiano «firmando quella lettera si correva il fortissimo rischio che venissero arrestati i 4 NMP (a bordo della Lexie ndr)». Secondo la società armatrice, invece, «era vero l’esatto contrario, per cui con la firma dell’impegno la nave sarebbe immediatamente partita con i NMP». Il sospetto è che si tenga «legata la liberazione della nave alla soluzione del caso dei 2 NMP imprigionati (Latorre e Girone ndr) (…) che fanno clamore sui media (…) – si legge nel documento – Tale strategia (…) si è rivelata totalmente sbagliata e perdente». Il giorno dopo, il 2 maggio, la Corte suprema di Delhi concede la luce verde alla partenza della nave, a patto che ci sia la lettera d’impegno per i marò rimasti a bordo ed il governo italiano finalmente la firma. I familiari di Latorre e Girone stanno tornando in India per incontrare i loro cari, come avevano fatto in aprile. Questa volta i due marò sono liberi su cauzione e non dietro le sbarre, ma il 10 luglio li attende la nuova udienza di un processo per omicidio tutto in salita.

Altro giro, altri disastri…

… e in regalo a questo governo, il mongolino d’oro. E per nostra fortuna, hanno avuto il coraggio di chiamare altri eminenti tecnici per continuare a disastrare l’italia mentre i sindacati minacciano lo sciopero generale… non per gli ospedali (e i posti letti che mancheranno) che chiuderanno ma per il “licenziamento” pagato degli statali.
Ancora un colpo di scena. La bozza del decreto legge di riqualificazione della spesa dello Stato cambia nuovamente. Ma una cosa è certa: anche il nuovo testo continuerà a provocare polemiche. E bisognerà vedere se dopo l’approvazione da parte del consiglio dei ministri resisterà al vaglio del Parlamento. A cominciare l’esame sarà l’aula della Camera a partire dal 31 luglio.
OSPEDALI – Gli ospedali entro i 120 posti letto vanno chiusi entro ottobre, come prevede la nuova bozza del decreto legge sulla spending review che approderà sul tavolo del Consiglio dei ministri (GUARDA L’ELENCO DELLE STRUTTURE OSPEDALIERE A RISCHIO). «Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano adottano tutte le misure necessarie a prevedere, entro il 31 ottobre 2012, si legge nel testola cessazione di ogni attività dei presidi ospedalieri a gestione diretta, anche se funzionalmente aggregati in presidi ospedalieri multisede, con un numero di posti letto inferiore a 120 unità e la conseguente immediata chiusura». Sempre in tema di ospedali si conferma la «riduzione dello standard dei posti letto ospedalieri accreditati ed effettivamente a carico del servizio sanitario regionale, ad un livello non superiore a 3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti letto per mille abitanti per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie, adeguando coerentemente le dotazioni organiche dei presidi ospedalieri pubblici». In precedenza il numero dei posti letto in ospedale era stato fissato a 4 ogni mille abitanti.
IVA – L’aumento dell’Iva scatterà dal primo luglio 2013, mentre a decorrere dal 2014 il rincaro sarà dello 0,5%. Salta inoltre l’articolo 6 del provvedimento: non ci sarà alcun blocco delle tariffe. Nell’ultima bozza non c’è neanche il taglio del numero delle Province che invece compariva nei testi precedenti. Ma come già spiegato dall’esecutivo questa parte dovrebbe rientrare in un prossimo decreto in arrivo forse già ad agosto.
MINISTRI – La bozza prevede una riduzione delle spese di funzionamento sul bilancio di Palazzo Chigi con un risparmio di 5 milioni per il 2012 e 10 milioni a decorrere dal 2013. Riduzione degli stanziamenti per le politiche dei singoli ministri senza portafoglio e sottosegretari, con un risparmio complessivo non inferiore a 20 milioni di euro per l’anno 2012 e di 40 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.
REGIONI – La materia più «calda» della spending review resta però quella sanitaria, soprattutto quella relativa, come detto, alla chiusura dei piccoli ospedali, un’ipotesi che è tornata sul tavolo, nonostante il ministero della Salute avesse precisato che il governo non ha deciso alcuna chiusura di piccoli ospedali in quanto la materia è di pertinenza delle regioni. I tagli alla sanità decisi con la spending review sono «insopportabili», quindi «il governo cambi rotta o sarà rottura istituzionale». Lo rendono noto le Regioni, le quali, in una conferenza stampa, denunciano il «cambio della natura dei servizi sanitari imposto dal governo». Le Regioni faranno appello al Capo dello Stato.
ARMAMENTI – Dietrofront anche per quanto riguarda il settore armamenti salta infatti il taglio di 100 milioni l’anno per il biennio 2013-2014 previsto inizialmente per gli armamenti. Viene poi cancellato anche il taglio di 10 milioni, nel 2012, del fondo per le vittime dell’uranio impoverito.
PAGELLA – Arriva anche la «pagella» per gli statali: nell’ultima bozza del dl sulla spending review, si legge infatti che verranno individuati per decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di concerto con l’Economia, i criteri per «la valutazione organizzativa e individuale» dei dipendenti pubblici. Non c’è più poi la norma che imponeva la chiusura degli uffici pubblici nella settimana di Ferragosto e in quella a cavallo tra Natale e Capodanno.
DIRIGENTI – Nella pubblica amministrazione sospesi i concorsi per dirigenti di prima fascia fino al 2015. Ribadita la riduzione del personale in pianta organica del 20% dei dirigenti e del 10% del restante personale.
ESODATI – Altri 55mila lavoratori esodati saranno salvaguardati dalla riforma del sistema pensionistico, che ha aumentato i requisiti per poter lasciare il lavoro.