Novella a Milano

– “ciao!”
– “Ehi ciao ….., come vi va?”
– “due palle, non ne parliamo.. anche ste’ feste…”
– “Come le feste?” (ride)
– “Ehh ca… vai di qui, incontra là … una trottola son diventato :))) ma senti, parlando di cose serie!”
– “Dimmi tutto”
– “Qui ci son troppi rompicoglioni, ci servirebbe un pezzo …”
– “Tipo?”
– “Sicurezza nelle strade… poi vedete voi in particolare… basta che .. non so… sia un po’ *positivo* “
– “Ahhhhhhhh, capito! Tranquillo… ho già in mente …. cosa fatta, capo… e grazie per la tessera Area C”
– “Figurati … “(ride) … “dovere…, ciao!”
-“Ciao ciaociaociao….”

[ogni riferimento a fatti accaduti è puramente casuale e di fantasia!]

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Come ti abbandono la destra italiana


Per me credere nella destra italiana non è un dogma, soprattutto quando questa non fa gli interessi del popolo facendo invece quelli della casta. Quando qualcuno mi tradisce vuol dire che non mi merita. E Berlusconi ha tradito i suoi elettori cittadini comuni, pensionandi, pensionati, madri di famiglia, sostenendo questo governo infame mandato dalla casta a proprio esclusivo interesse.
Mi serviva una destra sociale che stia tanto con le imprese quanto con i dipendenti e i piccoli artigiani che devono arrangiarsi e quando non ce la fanno s’impiccano.
Visto che non c’è non mi sparo per sostenere Berlusconi o chi per esso. Lui fa gli interessi suoi e di Marchionne, io faccio i miei votando per qualsiasi cosa tolga voti ad ABC traditori del popolo, preferibilmente una coalizione che però non esiste ancora perchè ancora non si è così organizzati e intelligenti da poterla fare nascere.
Berlusconi non è Dio, e anche a Dio stesso con gli anni stento a credere.
Quindi figurarsi…
IL CRONISTA

Caro Silvio il tuo elettorato non è "moderato"

Silvio Berlusconi, nella sua prima vera uscita dopo il colpo di mano della finanza internazionale che ha imposto Monti a Palazzo Chigi, ha esposto con crudo realismo alcune verità.

Quelle che a me interessano riguardano l’assetto politico e le prospettive future del Centro Destra.
E’ vero che, non solo in Italia quindi ma ovunque (e la Francia è lì a dimostrarlo) , il Centro Destra diviso consente ad una sinistra sempre minoritaria di vincere e governare.
Accadde nel 1996 in Italia con la divisione che vide la Lega conquistare un 10% fondamentale per … collocare Prodi a Palazzo Chigi (e furono tasse ed ingresso nell’euro … ).
Accadde, in altre circostanze, negli Stati Uniti quando nel 1992 la candidatura di Ross Perot tolse a George Bush padre i voti necessari per battere Clinton.
Giustamente, quindi, Berlusconi afferma che un Centro Destra unito vince, diviso perde e pertanto lui si adopererà per unire.
Purtroppo torna ad usare, come già fece nel 2008, un vocabolo che mi provoca l’orticaria: moderato.
Condivido tuttora quel che affermò Daniela Santanchè nel 2008: moderato è sinonimo di modesto, grigio.
Moderato non è nè carne, nè pesce e fondamentalmente è un elettore infido perchè incerto fino all’ultimo, quando magari decide in base alla percezione di chi potrebbe vincere per saltare sul carro del vincitore.
Moderato è il buonista che non vuole il respingimento degli immigrati e, magari, è disposto a concedere loro cittadinanza e voto.
Insomma il ritratto del moderato è con tante ombre e poche luci, perchè è la persona che non vorresti avere al tuo fianco in una battaglia (e ancor meno vorresti avere alle spalle …).
Avendo usato quella infernale parolina, Berlusconi ha fornito assist a Casini per replicare che lui, sì, è perfettamente d’accordo per il partito dei moderati ma non per fare, in loro nome, una politica che moderata non è.
Segno evidente che Casini, non rifiutando le avances del Cavaliere, pone però delle condizioni che qualunque uomo di Destra rifiuterebbe, soprattutto in campo immigrazionista e riformista.
Però Berlusconi ha ragione nel valutare che, in questa situazione (magari potrà cambiare fra un anno così come è radicalmente cambiata tra la vittoria alle regionali del 2010 e la disfatta del novembre 2011) non si possa prescindere da una alleanza di tutti coloro che appartengono all’area del Centro Destra, ma non sono tutti moderati.
La Lega non mi sembra possa essere definita “moderata” , come pure la Destra Radicale (imprescindibile anch’essa) o, voglio sperare, ex missini come Meloni, Gasparri e La Russa (questi ultimi due indicati oggi ne Il Resto del Carlino, quali elettori, fossero stati francesi, di Marine Le Pen).
E come la mettiamo con un Fini che si è beccato (sempre in una intervista pubblicata oggi ne Il Resto del Carlino) del “traditore” da Jean Marie Le Pen che ha poi rincarato evidenziando il fallimento del tradimento stesso ?
Del resto abbiamo già visto come la presenza dei Casini e dei Fini abbia imbrigliato ogni tendenza riformatrice, danneggiando il Premier e l’intera coalizione.
Credo anche che ben pochi elettori di Centro Destra (non “moderati”) sarebbero disponibili a concedere la propria fiducia ad una coalizione che torni a vedere Casini e Fini in lista.
E questo è un pregio ma anche un difetto dell’elettore di Centro Destra che, così, manifesta la sua superiorità culturale e politica nei confronti dell’omologo di sinistra che, invece, voterebbe chiunque si presentasse “contro”: contro Berlusconi, contro “la Destra”, contro “il Mercato”, contro la Lega, contro “il Capitalismo”, contro “i Fascisti” e via con i babau che, negli anni, si sono succeduti e che hanno unito la sinistra non su un progetto, ma solo per impedire la realizzazione di quello altrui.
E’ un pregio perchè dimostra la maturità politica e la libertà di giudizio dell’elettore di Centro Destra, ma anche un difetto perchè, come abbiamo visto, la mancanza di una disciplina di voto consegna spesso ad una sinistra minoritaria il governo e quindi le scelte sulle politiche nazionali.
Così abbiamo avuto l’europa, l’euro, le tasse, la spesa senza controllo, leggi repressive della libertà di opinione e rischiamo di avere cittadinanza e voto agli immigrati, la manipolazione genetica, l’eutanasia, il “matrimonio” degli omosessuali, la patrimoniale sui nostri risparmi e immobili, l’asservimento ad un internzionalismo socialista rivisitato in chiave finanziaria e burocratica ed altre leggi che limiterebbero la nostra libertà di espressione.
La soluzione, però, c’è.
Come dice Berlusconi: confederiamoci.
Ma non in un unico contenitore di “moderati”, bensì tra un partito dei “moderati” ed un partito di Centro Destra che sappia difendere, con coerenza, i principi che ne fanno inevitabilmente l’opposto di ogni sinistra.
Una confederazione che dovrà prendere spunto dal tipo di legge elettorale che sarà vigente (a proposito: com’è che non si parla più di cambiarla ? Adesso che non c’è più Berlusconi va bene il “porcellum” ?) perchè con un premio di maggioranza, sarà obbligatorio unirsi.
Senza il premio di maggioranza, la coalizione può attendere e il partito di Centro Destra potrebbe anche puntare a diventare maggioranza almeno relativa per poi dettare le regole del gioco.
Anche perchè, alla fine dei giochi, dubito che vi siano elettori moderati disposti a sposare le sconosciute e forse inesistenti tesi politiche di Casini, mentre credo che la maggior parte degli elettori dell’udc condividano le speranze e le attese manifestate dagli “estremisti” della Lega e della Destra e siano in netta contrapposizione alle velleità meramente ideologiche e prive di concretezza della sinistra, di qualunque sinistra possa mai presentarsi.

Entra ne

Ci mancava anche Prandelli

Prandelli è il commissario tecnico della Nazionale di calcio.
Uno dei sessanta milioni di c.t. che esistono in Italia, ovviamente, ma quello che “conta” di più, perchè per ora è lui a decidere convocazioni, moduli e formazioni.
Purtroppo non si limita al suo campo e ogni tanto spazia in quella che, se fosse un portiere, si chiamerebbe una uscita arrischiata.
L’altro giorno, ad esempio, ha voluto dire la sua su calciatori e omosessualità.
Ha invitato i calciatori omo a dichiararsi perchè secondo lui non ci sarebbe nulla di male.
Io penso all’esempio che potrebbe arrivare, se qualcuno applicasse i precetti del c.t., ai bambini che vedono i calciatori come eroi tutti di un pezzo sui tacchetti  e non personaggi dal sesso ambiguo sui tacchi a spillo.
Prandelli ha anche affermato che l’omofobia sarebbe razzismo.
Si è solo unito al coro, perchè in realtà l’omofobia non è altro che la logica e naturale reazione alla ostentazione degli omosessualiniente “gay pride”, niente omofobia.
Razzismo può, semmai, essere la persecuzione materiale (fisica o nel tentativo di impedirne il pensiero) verso chi non la pensa come la massa.
Comunque prendiamo atto che se la Nazionale dovesse fallire i prossimi europei, dimostrandosi priva di nerbo ed attributi … ne conosciamo già la ragione … 🙂

Entra ne

Un giorno come un altro

MILANO – «Varare una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i loro rappresentanti, e non di votare dei nominati dai capi dei partiti». In Piazza del Popolo a Pesaro, Giorgio Napolitano sottolinea come oggi si siano create le condizioni «più favorevoli. Non esitino e non tardino i partiti a muoversi concretamente nel trovare l’accordo sulle riforme necessarie per il Paese». È l’appello che lancia forte il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel giorno della festa della Liberazione. «Dinanzi alla crisi che ha investito l’Italia e l’Europa, abbiamo bisogno di attingere alla lezione di unità nazionale che ci viene dalla Resistenza e abbiamo bisogno della politica come impegno inderogabile», ha detto il Presidente della Repubblica. «Occorre impegnarsi perché dove si è creato del marcio venga estirpato, perché i partiti ritrovino slancio ideale, tensione morale, capacità nuova di proposta e di governo». «Diversi partiti» dalla Resistenza in poi «sono scomparsi, altri si sono trasformati, ne sono nati di nuovi e tutti hanno mostrato limiti e compiuto errori, ma rifiutarli in quanto tali dove mai può portare». Poi in un passaggio del suo discorso: «Ci si fermi a ricordare ed a riflettere prima di scagliarsi contro la politica». «I partiti facciano la propria parte, si rinnovino per non dare fiato alla cieca sfiducia contro i partiti e a qualche demagogo di turno». E riferendosi alle riforme da approvare in Parlamento ha aggiunto: «È oggi possibile concordare in Parlamento soluzioni che sono divenute urgenti, anzi indilazionabili». Infine l’appello: serve una nuova «legge elettorale che consenta a cittadini di scegliere i rappresentanti in Parlamento e non di votare nominati dai partiti che debbono, rinnovandosi decisamente, fare la loro parte nel cercare di concretizzare risposte ai problemi più acuti, confrontandosi fattivamente con il governo fino alla conclusione naturale della legislatura».
MONTI – Sulla stessa linea il presidente del Consiglio. Come l’Italia riuscì a liberarsi dall’occupazione nazifascista, ora deve imparare a liberarsi da «alcuni modi di pensare e di vivere» che le hanno finora impedito di pensare al futuro delle prossime generazioni. Mario Monti, al termine della visita al museo di via Tasso, traccia un parallelo tra liberazione e uscita dalla crisi economica. È questo il messaggio che il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha voluto inviare al Paese nella giornata di celebrazione durante una visita al Museo storico della Liberazione di via Tasso, a Roma. Per Monti «si tratta di rigenerare un’esperienza di liberazione, meno drammatica, certo, ma di liberazione da alcuni modi di pensare e vivere a cui ci eravamo abituati e che impedivano al Paese di proiettarsi nel futuro. Sui muri di questo museo – ha aggiunto Monti – c’è l’evidenza di un’esperienza drammatica di tanti giovani che hanno contribuito, con le loro sofferenze, a liberare il Paese».
NO SCORCIATOIE -«Non esistono facili vie di uscita, né scorciatoie per superare la crisi. Il rigore porterà gradualmente alla crescita sostenibile e al lavoro», ha detto Monti tracciando un parallelo tra la Liberazione dai nazifascisti e l’attuale fase di crisi economica. «Riusciremo a superare le difficoltà economiche e sociali se tutti, forze politiche, economiche, sociali e produttive, lavoreremo nell’interesse del paese e del bene comune». «La Resistenza è, con il Risorgimento, uno dei pilastri su cui sono fondate la nostra democrazia e nostra libertà, beni inalienabili dell’individuo» ha detto il presidente del Consiglio. «La visita di queste stanze è stata per me commovente: su queste pareti è testimoniata l’esperienza di chi ha sofferto per il Paese che ci richiama al fatto che il 25 Aprile è la Festa di Liberazione di tutti gli italiani».
LA CORONA – In precedenza il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha deposto una corona d’alloro davanti alla tomba del Milite Ignoto al Vittoriano a Roma in occasione del 25 aprile. Il capo dello Stato era accompagnato dal presidente del Consiglio, Mario Monti, e dai presidenti del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini. Tra le altre autorità presenti alla cerimonia per l’anniversario della liberazione anche il vicepresidente della Corte Costituzionale, Franco Gallo, il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini e il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti.
I PICCHETTI D’ONORE – All’arrivo Napolitano è stato salutato dai picchetti d’onore dei Carabinieri, della Marina, dell’Esercito, dell’Aeronautica e della Guardia di Finanza. Schierati ai lati della scalinata del Vittoriano in alta uniforme i corazzieri. Prima di deporre la corona d’alloro il presidente della Repubblica ha reso omaggio ai reparti militari schierati sul piazzale antistante l’Altare della Patria.
ALEMANNO – Intanto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, presente alla cerimonia, rispondendo ai cronisti che gli chiedevano un commento al fatto che non è stato invitato dal corteo dell’Anpi per celebrare la Liberazione ha detto: «Non è pervenuto nessun invito ufficiale, ne prendo atto senza farne un dramma». «Ci sono molti modi – osserva Alemanno – per ricordare il 25 aprile e faremo in modo che la città di Roma ricordi l’anniversario».

Accomodamenti…

Nei giorni della sobrietà, delle tasse e dei sacrifici, il governo tecnico di Mario Monti dovrebbe dare il buon esempio. Come sottolineano Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, “Palazzo Chigi dovrebbe fare un passo dirompente: rinunciare all’autonomia assoluta per riportare il proprio bilancio sotto la verifica della Ragioneria”. In soldoni, anche il governo dovrebbe ricominciare a rendere conto delle sue spese. Così facendo, la presidenza del Consiglio darebbe un clamoroso esempio: rinuncerebbe all’autonomia totale dei propri bilanci e permetterebbe alla Ragioneria Generale dello Stato e alla Corte dei Conti di vigilare sulle spese (e sugli abusi) di Palazzo Chigi.
Il decreto di D’Alema – Il punto è che i conti di Palazzo Chigi furono sottratti alle competenze del Tesoro nel 1999: era il 30 luglio quando con un decreto legislativo venne sancità l’opacità del bilancio governativo. Chi era il premier dell’epoca? Massimo D’Alema, che volle equiparare la posizione di Palazzo Chigi a quelle del Quirinale, Senato e Camera, che non erano soggetti al controllo delle spese. Il risultato del decreto voluto da D’Alema, come ha ricordato nei giorni scorsi il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, è che “alcuni miliardi di euro vagano senza controlli sostanziali nei bilanci statli”.
Spese impazzite – Rendere conto delle proprie spese renderebbe certamente più virtuoso chi amministra: sono i numeri a dimostrarlo senza margini di incertezza. Dal varo del decreto di D’Alema (ossia il 1999) al 2010 per esempio le spese del segretariato generale sono più che raddoppiate, schizzando da 348 miliardi di lire ai 488 milioni di euro. Come sottolinea il Corriere della Sera, l’aumento in termini reali e calcolata l’inflazione è pari al 116 per cento. Emblematico anche il caso di quanto accadde nel 2000, ossia nel primo anno di autonomia contabile, quando le spese, nell’arco di 12 mesi, schizzariono del 28,7 per cento.

Quello che Formigoni non capisce


Quello che Formigoni e i suoi simili non capiscono o non vogliono capire è che i cittadini, noi, siamo stufi di vedere andare a governare chi, con la scusa di amministrare il bene comune, si mette a fare la bella vita coi soldi del nostro lavoro. Soldi che poi si richiedono sotto forma di ulteriori sacrifici a noi, e sempre a noi che invece, spesso, facciamo una vita grama sempre , e sempre di più.
Quello che Formigoni e i suoi simili fanno finta di non capire è che un uomo pubblico non può nascondersi dietro al fatto che il suo comportamento non è perseguibile penalmente (forse), perchè un personaggio pubblico deve rispondere anche della moralità dei suoi comportamenti. Altrimenti se ne sta a casa a fare quello che vuole, guadagnando mille/duemila euro al mese e sia certo che a nessuno fregherà mai niente di quello che fa e di come vive.
Quello che Formigoni e i sui simili non vogliono capire è che noi, invece, abbiamo capito che di santi in politica ce ne sono stati pochi e al momento attuale non mi pare proprio che ce ne siano; che al contrario, invece, siamo stufi di lavorare per un misero compenso e sentirci dire che siamo i peggio cittadini d’Europa per colpa di una classe dirigente castaiola parassita e, spesso, ladra.
IL CRONISTA

_XXV Aprile. Facce da eroi


XXV Aprile. Facce da eroi

Amodio Rosa: 23 anni, assassinata nel luglio del 1947, mentre in bicicletta andava da Savona a Vado.
Antonucci Velia: due volte prelevata, due volte rilasciata a Vercelli, poi fucilata.
Audisio Margherita: Fucilata a Nichelino il 26 aprile 1945.
Baldi Irma: Assassinata a Schio il 7 luglio 1945.
Batacchi Marcella e Spitz Jolanda: 17 anni, di Firenze. Assegnate al Distretto militare di Cuneo altre 7 ausiliarie, il 30 aprile 1945, con tutto il Distretto di Cuneo, pochi ufficiali, 20 soldati e 9 ausiliarie, si mettono in movimento per raggiungere il Nord, secondo gli ordini ricevuti. La colonna è però costretta ad arrendersi nel Biellese ai partigiani del comunista Moranino. Interrogate, sette ausiliarie, ascoltando il suggerimento dei propri ufficiali, dichiarano di essere prostitute che hanno lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati. Ma Marcella e Jolanda non accettano e si dichiarano con fierezza ausiliarie della RSI. I partigiani tentano allora di violentarle, ma le due ragazze resistono con le unghie e con i denti. Costrette con la forza più brutale, vengono violentate numerose volte. In fin di vita chiedono un prete. Il prete viene chiamato ma gli è impedito di avvicinare le ragazze. Prima di cadere sotto il plotone di esecuzione, sfigurate dalle botte di quelle belve indegne di chiamarsi partigiani, mormorano: “Mamma” e “Gesù”. Quando furono esumate, presentavano il volto tumefatto e sfigurato, ma il corpo bianco e intatto. Erano state sepolte nella stessa fossa, l’una sopra l’altra. Era il 3 maggio 1945.
Bergonzi Irene: Assassinata a Milano il 29 aprile 1945.
Biamonti Angela: Assassinata il 15 maggio 1945 a Zinola (SV) assieme ai genitori e alla domestica.
Bianchi Annamaria: Assassinata a Pizzo di Cernobbio (CO) il 4 luglio 1945.
Bonatti Silvana: Assassinata a Genova il 29 aprile 1945.
Brazzoli Vincenza: Assassinata a Milano il 28 aprile 1945.
Bressanini Orsola: Madre di una giovane fascista caduta durante la guerra civile, assassinata a Milano il 10 maggio 1945.
Buzzoni Adele, Buzzoni Maria, Mutti Luigia, Nassari Dosolina, Ottarana Rosetta: Facevano parte di un gruppo di otto ausiliarie, (di cui una sconosciuta), catturate all’interno dell’ospedale di Piacenza assieme a sei soldati di sanità. I prigionieri, trasportati a Casalpusterlengo, furono messi contro il muro dell’ospedale per essere fucilati. Adele Buzzoni supplicò che salvassero la sorella Maria, unico sostegno per la madre cieca. Un partigiano afferrò per un braccio la ragazza e la spostò dal gruppo. Ma, partita la scarica, Maria Buzzoni, vedendo cadere la sorella, lanciò un urlo terribile, in seguito al quale venne falciata dal mitra di un partigiano. Si salvarono, grazie all’intervento di un sacerdote, le ausiliarie Anita Romano (che sanguinante si levò come un fantasma dal mucchio di cadaveri) nonché le sorelle Ida e Bianca Poggioli, che le raffiche non erano riuscite ad uccidere.
Carlino Antonietta: Assassinata il 7 maggio 1945 all’ospedale di Cuneo, dove assisteva la sua caposquadra Raffaella Chiodi.
Castaldi Natalina:Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945.
Chandrè Rina, Giraldi Itala, Rocchetti Lucia: Aggregate al secondo RAU (Raggruppamento Allievi Ufficiali) furono catturate il 27 aprile 1945 a Cigliano, sull’autostrada Torino – Milano, dopo un combattimento durato 14 ore. Il reparto si era arreso dopo aver avuto la garanzia del rispetto delle regole sulla prigionia di guerra e dell’onore delle armi. Trasportate con i loro camerati al Santuario di Graglia, furono trucidate il 2 maggio 1945 assieme ad oltre 30 allievi ufficiali con il loro comandante, maggiore Galamini, e le mogli di due di essi. La madre di Itala ne disseppellì i corpi.
Chiettini (si ignora il nome): Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945.
Collaini Bruna, Forlani Barbara: Assassinate a Rosacco (Pavia) il 5 maggio 1945.
Conti – Magnaldi Adelina: Madre di tre bambini, assassinata a Cuneo il 4 maggio 1945.
Crivelli Jolanda: Vedova ventenne di un ufficiale del Battaglione “M” costretta a denudarsi e fucilata a Cesena, sulla piazza principale, dopo essere stata legata ad un albero, ove il cadavere rimase esposto per due giorni e due notti.
De Simone Antonietta: Romana, studentessa del quarto anni di Medicina, fucilata a Vittorio Veneto in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945.
Degani Gina: Assassinata a Milano in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945.
Ferrari Flavia: 19 anni, assassinata l’ 1 maggio 1945 a Milano.
Fragiacomo Lidia, Giolo Laura: Fucilate a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme ad altre cinque ausiliarie non identificate, dopo una gara di emulazione nel tentativo di salvare la loro comandante.
Gastaldi Natalia: Assassinata a Cuneo il 3 maggio 1945.
Genesi Jole, Rovilda Lidia: Torturate all’hotel San Carlo di Arona (Novara) e assassinate il 4 maggio 1945. In servizio presso la GNR di Novara. Catturate alla Stazione Centrale di Milano, ai primi di maggio, le due ausiliarie si erano rifiutate di rivelare dove si fosse nascosta la loro comandante provinciale.
Greco Eva: Assassinata a Modena assieme a suo padre nel maggio del 1945.
Grill Marilena: 16 anni, assassinata a Torino la notte del 2 maggio 1945.
Landini Lina: Assassinata a Genova l’1 maggio 1945.
Lavise Blandina: Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945.
Locarno Giulia: Assassinata a Porina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
Luppi – Romano Lea: Catturata a Trieste dai partigiani comunisti, consegnata ai titini, portata a a Lubiana, morta in carcere dopo lunghe sofferenze il 30 ottobre 1947.
Minardi Luciana: 16 anni di Imola. Assegnata al battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco” attestati sul Senio, come addetta al telefono da campo e al cifrario, riceve l’ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo, tornando dai genitori. Fermata dagli inglesi, si disfa, non vista, del gagliardetto gettandolo nel Po. La rilasciano dopo un breve interrogatorio. Raggiunge così i genitori, sfollati a Cologna Veneta (VR). A metà maggio, arriva un gruppo di partigiani comunisti. Informati, non si sa da chi, che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI, la prelevano, la portano sull’argine del torrente Guà e, dopo una serie di violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma, porca fascista!” le grida un partigiano mentre la uccide con una raffica.
Monteverde Licia: Assassinata a Torino il 6 maggio 1945.
Morara Marta: Assassinata a Bologna il 25 maggio 1945.
Morichetti Anna Paola: Assassinata a Milano il 27 aprile 1945.
Olivieri Luciana: Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945.
Ramella Maria: Assassinata a Cuneo il 5 maggio 1945.
Ravioli Ernesta: 19 anni, assassinata a Torino in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945.
Recalcati Giuseppina, Recalcati Mariuccia, Recalcati Rina: Madre e figlie assassinate a Milano il 27 aprile 1945.
Rigo Felicita: Assassinata a Riva di Vercelli il 4 maggio 1945.
Sesso Triestina: Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza.
Silvestri Ida: Assassinata a Torino l’1 maggio 1945, poi gettata nel Po.
Speranzon Armida: Massacrata, assieme a centinaia di fascisti nella Cartiera Burgo di Mignagola dai partigiani di “Falco”. I resti delle vittime furono gettati nel fiume Sile.
Tam Angela Maria: Terziaria francescana, assassinata il 6 maggio 1945 a Buglio in Monte (Sondrio) dopo aver subito violenza carnale.
Tescari -Ladini Letizia: Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza.
Ugazio Cornelia, Ugazio Mirella: Assassinate a Galliate (Novara) il 28 aprile 1945 assieme al padre.
Tra le vittime del massacro compiuto dai partigiani comunisti nelle carceri di Schio (54 assassinati nella notte tra il 6 ed il 7 luglio 1945) c’erano anche 19 donne, tra cui le 3 ausiliarie (Irma Baldi, Chiettini e Blandina Lavise) richiamate nell’elenco precedente.
In via Giason del Maino, a Milano, tre franche tiratrici furono catturate e uccise il 26 aprile 1945. Sui tre cadaveri fu messo un cartello con la scritta “AUSIGLIARIE”. I corpi furono poi sepolti in una fossa comune a Musocco. Impossibile sapere se si trattasse veramente di tre ausiliarie.
Nell’archivio dell’obitorio di Torino, il giornalista e storico Giorgio Pisanò ha ritrovato i verbali d’autopsia di sei ausiliarie sepolte come “sconosciute”, ma indossanti la divisa del SAF.
Cinque ausiliarie non identificate furono assassinate a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme a Lidia Fragiacomo e Laura Giolo.
Al cimitero di Musocco (Milano) sono sepolte 13 ausiliarie sconosciute nella fossa comune al Campo X.
Un numero imprecisato di ausiliarie della “Decima Mas” in servizio presso i Comandi di Pola, Fiume e Zara, riuscite a fuggire verso Trieste prima della caduta dei rispettivi presidi, furono catturate durante la fuga dai comunisti titini e massacrate.
Fonte: http://ausiliarie.blogspot.it/

L’equità del governo monti

Avete presente quelli che appena arrivati al governo hanno alzato l’età pensionabile, spiegandoci che 65 anni per gli uomini (…) e 60 per le donne erano pochi, che l’addio al lavoro deve essere «indicizzato all’aspettativa di vita», che portandolo in tempi rapidi a quota 67 e poi ancora più su avremmo avuto «il sistema pensionistico più solido d’Europa»? Ecco: scherzavano. Sono come gli altri, quelli di prima, che almeno non se la tiravano così tanto. Anche questi le leggi le fanno come vogliono e poi le interpretano come preferiscono. Strozzata nella culla la spending review (è bastato affidarla al ministro Piero Giarda), a tutt’oggi il governo può vantare un solo provvedimento capace di ridurre davvero la spesa corrente: la riforma delle pensioni, fiore all’occhiello di Mario Monti, che ogni volta che va all’estero lo sfoggia orgoglioso. Ma anche questo si è appassito e ammosciato. Colpa dei partiti spendaccioni e dei sindacati irresponsabili? Stavolta no: i professori hanno preso appunti e imparato, adesso riescono a fare tutto da soli. Il pasticcio degli esodati, risolvibile solo attingendo alle casse dello Stato, non è un’eccezione solitaria. Il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, chiamata – al pari dei suoi colleghi – a inventarsi qualcosa per sforbiciare le uscite del proprio dicastero, dopo averci riflettuto per settimane ha partorito l’ideona: «Vorrei ridurre del 10 per cento i dipendenti civili del ministero, grazie a uno scivolo, un pensionamento anticipato, senza traumi», ha spiegato al Corriere della Sera. Per tenersi buoni i sindacati promette anche di assumere un numero di giovani pari a quello dei lavoratori allontanati. Scivolone, prepensionamenti e nuove assunzioni: la ricetta deve avergliela passata Clemente Mastella, e se il Luigi Einaudi di Ceppaloni non lo ha fatto gli conviene chiedere i diritti d’autore.
Il presidente del Consiglio non ha commentato la proposta. La speranza è che non se ne sia accorto, impegnato com’era a controllare il grafico dello spread che s’impennava a sfondare il soffitto e quello dell’indice di piazza Affari che sprofondava sotto il pavimento. Perché l’idea del ministro Cancellieri pare fatta apposta per demolire quel che resta della credibilità del governo. E il fatto che costei abbia ha la fama di essere uno dei migliori nella squadra di Monti, visti i risultati, non consola. Anzi. Se applicato, il «lodo Cancellieri» annuncerebbe al Paese che nemmeno il governo del rigore crede ai propri provvedimenti, che persino Monti è pronto a sbracare sulle regole da egli stesso imposte. Confermando – proprio lui, che gode quando in Europa lo chiamano «il tedesco» – gli aforismi di Giuseppe Prezzolini sull’indole maneggiona degli italiani: «In Italia nove decimi delle relazioni sociali e politiche non sono regolate da leggi, contratti o parole date. Si fondano sopra accomodamenti pratici ai quali si arriva mediante qualche discorso vago». Anche perché, una volta applicato ai dipendenti del Viminale l’«accomodamento pratico» escogitato dalla Cancellieri, il giorno dopo i responsabili dell’Istruzione, della Difesa e di qualunque altra amministrazione desiderosa di alleggerire i costi del personale scaricandoli sull’Inps – che è come dire sul contribuente – avrebbero buon diritto di pretendere la stessa cosa. Ci sarebbe, infine, il dettaglio dell’equità. Per quale motivo i dipendenti privati debbono essere condannati al lavoro a vita (o poco ci manca) in nome dell’equilibrio del sistema previdenziale, mentre quelli pubblici avrebbero pronta la via di fuga dello scivolo, per di più finanziato con i soldi di tutti, inclusi quelli costretti a lavorare sino all’ultimo? E perché mai lo Stato manterrebbe il diritto di scaricare i costi del personale sugli enti previdenziali, mentre a un’azienda questa possibilità sarebbe negata? A meno che, aperta la porta dei pensionamenti anticipati, non si decida di mantenerla socchiusa per far scappare altri buoi ogni volta che torna comodo a qualcuno, ente statale o privato che sia. Se l’unico provvedimento con cui il governo ha abbassato la curva della spesa pubblica nei prossimi anni è destinato a fare questa fine, meglio saperlo subito e prepararsi per la Grecia. E non sarà una vacanza.
di Fausto Carioti

Suicidi e tentati suicidi

E qualche imbecille parla invece di questo,  altri imbecilli pensano a questo (invece che abolire i rimborsi del tutto) e qualche altro imbecille ci viene a dire che ci sono troppe tasse (un genio, eh, ci ha studiato pure) mentre chi ha queste morti sulla coscienza, se ne va dai padroni.

Un altro suicidio. Ormai è uno stillicidio continuo. La crisi ammazza ancora. E il fisco strangola imprenditori, artigiani, liberi professionisti strozzati dall’ondata delle nuove tasse varate dal governo Monti. Non saremo arrivati ai livelli della Grecia (ferma a quota 1725 persone che si sono tolte la vita), ma la lista dei suicidi si allunga costantemente. L’ultima tragedia ha colpito un imprenditore di 52 anni che si è ucciso lanciandosi nel vuoto dal balcone del suo appartamento in via Cilea, nel quartiere Vomero a Napoli. Lunedì scorso l’uomo aveva già tentato di farla finita. Salutata la moglie, era rientrato a Posillipo, dove aveva scavalcato la ringhiera di protezione e si era avvicinato a uno strapiombo di 50 metri di altezza. La moglie, che aveva forse intuito le sue intenzioni, aveva avvertito la polizia, che lo aveva localizzato attraverso le celle della rete telefonica. Gli agenti lo avevano trovato con gli occhi chiusi e il corpo semisospeso nel vuoto e lo hanno salvato. L’imprenditore aveva spiegato che la ragione del gesto risiedeva nell’angoscia per le cartelle di Equitalia dalle quali era gravato. Oggi ci ha riprovato. E purtroppo questa volta non c’è stato nessuno a salvarlo. L’uomo era un agente immobiliare, era sposato e aveva due figli di 14 e 9 anni. Interrogata dopo la tragedia, la moglie dell’imprenditore avrebbe riferito agli investigatori che il marito non aveva debiti e non aveva in sospeso cartelle esattoriali che lo preoccupassero. La donna, insegnante, non sa darsi spiegazioni sull’assurdo gesto del marito e ha riferito agli investigatori che la sua famiglia “non ha problemi economici”.
Prima di lui, a Bosa, in provincia di Oristano, Giovanni Nurchi, artigiano edile 52enne, si era tolto la vita, lasciando moglie e tre figli. L’uomo aveva perso il lavoro e non riusciva a mantenere la famiglia. Il 20 aprile scorso Due giorni fa è uscito di casa, disperato, ed è stato trovato due giorni dopo dal cognato, nel suo magazzino, appeso con una corda al collo. Ai suoi piedi aveva lasciato un appunto: “Scusatemi, ma forse non è solo colpa mia”. Come se non bastasse, una signora, lodigiana di 55 anni, ha tentato il suicidio, tuffandosi nell’Adda a Pizzighettone (Cremona). Per fortuna, Carlo Musti, assistente della polstrada di Pizzighettone, l’ha salvata. Alla base del gesto estremo c’era una situazione economica disperata. “Non riesco a pagare la multa, siamo senza soldi e ci stanno tagliando le utenze”, aveva detto poco prima in caserma alla polizia stradale, dove si era recata con il marito a protestare per una contravvenzione. La donna era andata con il marito dalla polizia che il giorno prima gli aveva elevato una contravvenzione perché alla guida di un furgone sprovvisto di tagliando assicurativo. I due avevano nel frattempo provveduto a pagare l’assicurazione e volevano ritirare il mezzo. Ma è stato loro spiegato che non era possibile, se non avessero pagato la sanzione di 200 euro. E così in preda alla disperazione, ha tentato di togliersi la vita.