Tagli alla difesa

Dopo quella degli esodati, sta per arrivare la bomba degli esoldati. Il governo di Mario Monti ha infatti intenzione di mandare a casa 40mila militari attualmente inquadrati nelle varie forze (esercito, marina, aeronautica). Una dismissione umana graduale, da qui al 2024, che dovrebbe fare scendere l’organico delle attuali forze armate da 190 a 150 mila militari. Questo significa che con il turn over annuo di entrate e uscite si dovranno in media lasciare a casa 3.333 stellette ogni anno. Così si potranno risparmiare 2,2 miliardi di euro l’anno a regime rispetto ad oggi. Il piano è contenuto in un disegno di legge delega a firma del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola. E difficilmente sarà popolarissimo sia nell’uno che nell’altro schieramento politico che dovrebbe assicurare la maggioranza per farlo diventare legge. Nel Pdl sarà facile catalizzare il malumore degli esoldati, nelle fila del Pd chissà quanti approveranno un’operazione che si propone di investire tutti quei 2,2 miliardi di euro risparmiati all’anno in tecnologie e armamenti. Assai probabile che buona parte della sinistra oggi fuori dal Parlamento possa insorgere di fronte a questa ipotesi di scambio (semplifichiamo) fra uomini e bombe: meno uomini per avere più bombe.
La strage in ogni caso non sarà assoluta, anche perché mandare via i militari non è progetto di facilissima realizzazione: secondo i dati forniti dallo stesso ministero in forza oggi ci sono solo cinque alla vigilia del 65° anno di età, 6 alla vigilia del 64°, 24 alla vigilia del 63° e in tutto circa 800 militari dai 60 anni in su. La maggiore parte dei reclutati ha meno di 50 anni, e il grosso della truppa è fra i 30 e i 40 anni. I costi medi sono molto differenziati. Al lordo di Irap e oneri previdenziali gli ufficiali (esclusi i dirigenti) costano in media 72.349 euro l’anno. I sottoufficiali vanno da una media di 39.524 euro per i sergenti ai 54.993 euro dei marescialli. I volontari di truppa costano in media 35.717 euro. Per risparmiare di più è necessario dunque essere selettivi, e cercare un costo medio di circa 50mila euro l’anno per la scelta degli esoldati. L’obiettivo finale che si vuole raggiungere è quello di 115.330 militari in servizio permanente (più di 35mila meno di oggi) e 34.700 in posizione di ferma (circa 4 mila meno di oggi).
Come scatterà la riduzione? In tre modi. Il primo è il più banale: si ridurrà sensibilmente il reclutamento in modo da non rimpiazzare quelli che naturalmente se ne devono andare via per limiti di età o di servizio. Il secondo sarà il tentativo di civilizzare i militari facendoli passare nei ruoli organici dei ministeri per rispondere al loro turn over. Ma si prevede già che l’appeal di questa misura sarà scarsino fra le truppe. Il disegno di legge delega allora cambia alcune norme attuali per facilitare la terza strada, inserendo «alcune misure volte a facilitare, con ogni necessaria garanzia per ciascuno, l’anticipazione dell’esodo del personale militare rispetto ai limiti di età: si tratta di una serie di possibili misure, fra le quali quelle dell’estensione dell’ambito applicativo dell’aspettativa per riduzione di quadri anche al personale di livello non dirigenziale e del ricorso a forme di sospensione del servizio».
Leggendo Di Paola si scopre così che la riforma delle pensioni fatta da Elsa Fornero nel decreto salva-Italia dello scorso 6 dicembre vale per tutti, ma non per i militari che al momento possono ancora essere baby-pensionati. Per l’innalzamento della loro età pensionabile infatti tutto è stato demandato a un apposito regolamento, che nessuno si è finora immaginato nemmeno di scrivere in bozza. E difficilmente lo sarà ora con l’esigenza di mandare a casa prima del tempo migliaia di stellette. Analoga cura dimagrante è prevista anche per il personale civile in forza al ministero della Difesa. Secondo Di Paola entro l’anno prossimo già scenderà a 29.525 unità e in un decennio dovrà attestarsi sulle 20 mila unità, con un esodo di circa 10 mila dipendenti. Qui non si sa bene come funzionino le regole previdenziali perché nella pianta organica 2011 risulta in servizio un dipendente classe 1939 (73 anni), due del 1940 (72 anni), uno del 1942 (70 anni), due del 1943 (69 anni), due del 1944 (68 anni), 26 del 1945 (67 anni), 30 del 1946 (66 anni) e 118 del 1947 (65 anni). I dipendenti civili sono divisi in tre aree funzionali che costano lorde fra 30.177 e 44.783 euro l’anno.
di Franco Bechis

Cambiare mentalità e diventare poveri in canna

Un commento: “mentre continuano a discutere di art.18 annacquato, le tasse aumentano, le aziende chiudono, i disoccupati aumentano, le bollette enrgetiche aumentano ed aumentano le fasce di cittadini che sono ridotte ormai ai limiti della povertà. E nonostante ciò sia evidente il governo e tutta la banda di incapaci che siedono al parlamento nulla hanno fatto per ridurre le spese dello stato. Difendono all’arma bianca i loro privilegi. Bisogna abbattere questo sistema non andando a votare fino a quando vedremo sparire le solite figure che hanno occupato i seggi parlamentari da più di 30 anni. Se l’italia è in questo stato la prima responsabilità cade sulle loro spalle. Gente che si è arricchita con la politica senza aver mai lavorato.VERGONATEVI!.Toglietevi di mezzo prima che vi si spazzi via con la violenza!”
“Sulla flessibilità in uscita è vero che stiamo togliendo qualcosa all’articolo 18, ossia la garanzia che impediva il licenziamento consentendo al giudice di reintegrare il lavoratore, ma non lo abbiamo smantellato”. Ad assicurarlo è il ministro del Welfare, Elsa Fornero nel corso del suo intervento a un convegno dell’Udc a Torino. Il ministro ha spiegato che “abbiamo cercato di fare un ragionamento prendendo in considerazione che c’è un’area che fa impresa che in certi momenti può avere un motivo economico vero per licenziare le persone e indennizzarle economicamente senza che intervenga il giudice. Questo non è sottrarre una protezione anche perché era limitata ad una cittadella di lavoratori, i giovani ne sono fuori e in parte anche le donne, il nostro obiettivo è distribuire meglio la protezione su una platea più ampia”. Insomma, per Fornero, “la vera rivoluzione per l’Italia sarebbe una modifica del sistema di ammortizzatori sociali in cui non va protetto il posto di lavoro, ma il lavoratore nel mercato del lavoro”.
Il titolare del dicastero del Welfare è poi tornato a parlare della sua visita alla fabbrica dell’Alenia per spiegare direttamente ai lavoratori la riforma del lavoro. Secondo il ministro, la sua visita “è stata una prova di democrazia” e con l’Alenia “è stato un confronto vero, duro, autentico, dove nessuno ha concesso niente all’altro. Io l’ho trovato prima di tutto una forma di cortesia, perché 1300 persone hanno firmato per chiedermi un incontro e poi – e lo dico senza enfasi – una prova di democrazia. Loro sono rimasti della loro idea ma credo che abbiano apprezzato l’onestà intellettuale del lavoro di ministro”. Tornando alla riforma del lavoro, Fornero ha spiegato che “abbiamo preso uno schema di assicurazione sociale per l’impiego, in cui il disoccupato si deve attivare per trovare una nuova occupazione ma lo Stato non lo lascia solo con politiche di riqualificazione, formazione e servizi per l’impiego”. Sulle partite Iva, Fornero ha spiegato di ritenerle “una bella cosa perché sono sinonimo di lavoro autonomo ma quando una commessa lavora a partita iva siamo in presenza di una distorsione”.
Dunque, “noi vogliamo salvare le partite Iva ma anche evitare che troppe persone siano costrette a lavorare a partite Iva. Con la riforma del lavoro che seppure non ha molti estimatori, io continuo a difendere abbiamo cercato di fare un’operazione delicata, preservare la flessibilità cercando di ridurre gli abusi. Trovare un equillibrio è delicato”. Infine, per quanto riguarda il sistema pensionistico, il ministro ha dichiarato che “bisogna separare la previdenza dall’assistenza. I contributi sociali che oggi diamo sono eccessivi. Non si può far gravare l’assistenza sui contributi ma deve essere finanziata con la tassazione progressiva e prendere di più da chi ha di più. Ci vuole il sostegno al reddito per disoccupati, ma condizionato al fatto di essere attivi. Un 40enne disoccupato ha il diritto e il dovere di riqualificarsi, di non rifiutare corsi, né opportunità di lavoro fornite”. Insomma, così come Monti giorni fa aveva detto che gli italiani devono cambiare modo di pensare e di vivere, anche la Fornero si colloca sulla stessa linea di pensiero e dice: “Dobbiamo cambiare mentalità, non dire ti devi aspettare l’indennità da disocupato” ma: “ti devi attivare per trovare un lavoro, ma io non ti lascio solo, oltre al reddito ti do formazione, riqualificazione e servizi per impiego. Questa sarebbe la vera rivoluzione in Italia”. “La nostra società ha negato per anni l’esistenza del rischio della disoccupazione, addirittura non chiamando un lavoratore “disoccupato”, ma “cassaintegrato o prepensionato”.

Stupri a Milano

MILANO – Impressionante serie di violenze e molestie contro le donne a Milano: in pochi giorni cinque diversi episodi.
IL CASO PIU’ GRAVE – La mamma di 42 anni aggredita nel parco di Villa Litta giovedì mattina è stata ascoltata negli uffici della Squadra mobile. I poliziotti le hanno concesso 24 ore di tregua perché la donna, dopo la violenza subita, era in stato di profondo choc. Quello che filtra fa pensare: si dovrebbe trattare di un uomo che parla un buon italiano (ma forse italiano non è), è biondo e ha i capelli corti. Quando ha aggredito la quarantaduenne che aveva da poco lasciato il bambino a scuola, l’uomo pare indossasse dei guanti di lattice. In mano stringeva qualcosa. Minacce, botte, poi la violenza. Sul singolare profilo del violentatore è ora al lavoro la squadra degli specialisti della squadra mobile. Il particolare dei guanti indossati potrebbe nascondere la premeditazione, o forse l’abitudine a colpire.
LA SERIE DI VIOLENZE – Negli ultimi tre giorni in città si sono registrati altri quattro episodi di violenza. In via Bruzzesi, al Giambellino, di prima mattina un uomo si è infilato in casa di una 66enne e dopo averla rapinata ha cercato di abusare di lei. Non c’è riuscito ed è fuggito. In via privata Iglesias, nel tardo pomeriggio, a Gorla, i carabinieri hanno arrestato un senegalese di 27 anni che aveva appena violentato un’amica camerunense di 24. Due donne sono state aggredite da un maniaco in metropolitana. Le due, di 24 e 32 anni, sono state palpeggiate in due momenti distinti all’interno del mezzanino da un giovane cingalese che poi è stato bloccato dal personale dell’Atm e quindi arrestato dalla polizia.
LE POLEMICHE – L’ex vicesindaco Riccardo De Corato del Pdl ha attaccato la giunta: «È il fallimento del modello sicurezza di Pisapia». Accusa respinta a stretto giro di posta: «Chiediamo più rispetto. Il dolore delle donne non venga utilizzato strumentalmente»

Toponomastica Femminile

Approfitto del post di Filia Ecclesiae, dedicato alla santa del giorno, Santa Gianna Beretta Molla (foto sopra, tratta dal blog di Filia Ecclesiae), per parlare di toponomastica femminile.
Da una rapida constatazione appare subito evidente il netto squilibrio tra nomi maschili e nomi femminili esistente nella toponomastica di tutti, o quasi tutti i comuni d’Italia. Non fa eccezione Nova Milanese, uno dei comuni lombardi ad aver dedicato una via a Santa Gianna Beretta Molla.

E’ stata la stessa sindaca, Laura Barzaghi, ad aver evidenziato la questione della toponomastica generale, molto sbilanciata a favore dei maschi. Nel suo comune, alla data dell’8 marzo di quest’anno esistevano 2201 tra strade e piazze, ben 1333 delle quali intitolate agli uomini, e solo 42 alle donne. Le restanti portano nomi di luoghi od eventi, oppure date (83 in totale). Quattro strade sono al femminile, due delle quali, Via Assunta e Via Madonnina, sono dedicate ad entità soprannaturali. Le altre due sono dedicate alle sante Gianna Beretta Molla e Maddalena di Canossa.
Anche a Nova Milanese si è registrato un caso simile a quello occorso a Santa Gianna Beretta Molla. Qui l’articolo tratto dal Corriere della Sera del 12 settembre 1995. 
A Nova Milanese vi sono poi 12 plessi scolastici, dei quali solo due sono dedicati a donne: Anna Frank, e Giuseppina Fasola Quarello, insegnante esemplare di numerose generazioni di Novesi.
Dei tre parchi esistenti dedicati, uno è intitolato a Santa Giuseppina Bakhita (1869-1947), religiosa sudanese appartenente alla Congregazione delle Figlie della Carità, proclamata santa nel 2000. Anche se dovuto a scelte stratificatesi negli anni, è un bilancio assolutamente imbarazzante per l’Amministrazione novese, che ha promesso che d’ora in avanti la toponomastica del suo comune sarà solo al femminile.
Dati desunti da una lettera del sindaco di Nova Milanese, Laura Barzaghi, in concomitanza con la Festa della Donna.

Milano

Qualche commento: “I FRUTTI DEL COMUNISMO. Il comunismo è quella malapianta che genera frutti conosciuti in tutte le misere nazioni nelle quali è stato o è ancora al potere. Essi sono: la mancanza di libertà, miseria materiale e culturale, parassitismo statalista, ignoranza e violenza ideologica e il codazzo beota. Milano sta diventando la nuova Cuba e come essa, alla facciata del Duomo e di via Montenapoleone, fa riscontro un retrobottega raccapricciante di lerciume e degrado ai marximi livelli. D’ altra parte il marximo godimento dei comunisti consiste nel distruggere i simboli del benessere e nell’ utilizzare i miserabili per insozzare tutto. Ai milanesi che non l’ hanno votato suggerisco di fare una class action contro pisapippa per disastro ambientale. Agli italiani del centrodestra dico che la fine di Milano la farà l’ Italia intera se non andiamo tutti, magari tappandoci il naso, a votare. Difendiamoci dai folli.”
“Sarà sempre peggio. Preparatevi, vendete le vostre abitazioni o scegliete di vivere in un paese di montagna. Oggi sul Corriere della Sera sono pubblicati i dati Istat: gli stranieri sono triplicati in cinque anni, l’incremento demografico è SOLO per opera degli stranieri, altrimenti si sarebbe in recessione, le coppie italiane hanno in media un nucleo familiare di 2,4 persone (quindi nemmeno mezzo figlio a famiglia), nei prossimi anni l’incremento immigrato sarà stratosferico, esponenziale, un asintoto verso l’infinito. Contando solamente i “regolari”, cioè quelli censiti. Attorno a questa demografica esplosione multietnica, bivaccheranno e si stanzieranno tutti gli irregolari, i Rom, i clandestini d’Europa. Quelli che in paesi altrettanto “benedetti” dall’immigrazione, come la Germania, il Belgio o l’Olanda, non vanno. Là non possono restare. Qui sì, nessuno li espellerà mai più. Questa è Milano, questa è l’Italia. Questo è lo scenario dei prossimi vent’anni.”
E il pirla che non capisce un cazzo ma ride come un deficiente: “ahahahah grandi sudditi hardcoriani.non vi passerà mai la rosicata per Pisapia.occhio al fegato ahahahahahh”.
Gentile direttore, le scrivo perché voglio denunciare pubblicamente il continuo degradarsi di Milano. Mi sono rivolto ripetutamente all’amministrazione comunale e alla polizia locale, ma è stato tutto inutile. Da anni abito in viale Francesco Crispi, a due passi da corso Como e da corso Garibaldi, e negli ultimi mesi ho assistito al continuo degradare della zona. Gli zingari hanno letteralmente invaso tutto il quartiere: sembra di vivere in una favela. Dove un tempo sorgeva l’autolavaggio, a due passi da Porta Volta, svariate decine di rom hanno costruito baracche in lamiera e cartone: vivono in pianta stabile nell’indifferenza dei vigili che ogni sera, invece, girano nella zona per multare aspramente i cittadini che parcheggiano in sosta vietata. Oltre alle baracche i cittadini devono sopportare la sporcizia, gli escrementi e i vetri rotti. Basta fare un giro per via Pasubio, piazza Baiamonti e via Ceresio per capire che l’intero quartiere è nelle mani dei rom. Alcuni di loro dormono addirittura all’interno delle automobili abbandonate a due passi dal Cimitero Monumentale. Se di notte gli zingari bivaccano tra le baracche sorte nell’ampio spiazzo di Porta Volta, di giorno prendono d’assalto i semafori, dove fanno i lavavetri, oppure i parcheggi, dove obbligano anche i residenti a farsi dare qualche euro per poter parcheggiare l’automobile.
E il nostro sindaco cosa fa? Niente. Da quando Giuliano Pisapia è a Palazzo Marino, l’Amsa non pulisce più l’area: nelle giornate di caldo e sole i residenti lamentano infatti la puzza di escrementi e cibo in decomposizione. Anche la polizia municipale non interviene più: i nomadi possono accamparsi dove vogliono e continuano ad aumentare. Cosa può fare un normale cittadino come me per chiedere giustizia? È troppo chiedere di vivere in un quartiere pulito e non degradato? È troppo chiedere maggiore sicurezza e non avere paura quando si rientra a casa? Oppure, per il sindaco Pisapia, è normale che sotto casa mia vivano una quarantina di rom che occupano abusivamente un’area privata, che costruiscano baracche dove vogliono, che possano gettare la propria sporcizia per strada senza che nessuno la pulisca? Questa è viale Francesco Crispi, a due passi da corso Garibaldi, dal centro di Milano. Spero che questa mia mail serva a smuovere qualcosa, ma dubito che Pisapia si muova per sgomberare questi rom abusivi.
Giovanni

Strane storie

Adama, la donna senegalese che aveva denunciato di essere stata picchiata e stuprata da un connazionale, si sarebbe inventata tutto, commettendo anche una lunga serie di reati. Di questo è convinta la procura di Forlì che, come anticipato dalla stampa locale, ha notificato alla donna, attualmente ospite di una struttura protetta, la fine delle indagini con a suo carico una dozzina di capi d’imputazione. La vicenda prese il via lo scorso mese di dicembre, quando l’africana, dal Cie di Bologna, denunciò, tramite un legale, di essere stata vittima, due mesi prima in un piccolo comune del forlivese, della violenza, provocando le critiche di alcune associazioni contro le forze dell’ordine, accusate di non essersi adeguatamente attivate. Ne nacque un caso nazionale, raccolta di firme, sino all’intervento anche del ministro dell’interno Cancellieri. La storia di Adama venne addirittura scelta come simbolo per la giornata mondiale della violenza contro le donne, e diverse associazioni lanciarono un appello affinchè l’africana fosse liberata, come poi avvenne, inviata in un casa protetta e dotata di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Le indagini avviate per identificare il presunto stupratore hanno però completamente ribaltato, secondo la magistratura, i contorni della vicenda.
Adama non solo si sarebbe inventata l’aggressione e lo stupro, ma avrebbe prodotto falsi documenti di un matrimonio, si sarebbe sostituita ad una connazionale e con la falsa identità avrebbe aperto conti correnti, denunciato lo smarrimento di un bancomat, chiesto un ricongiungimento famigliare facendosi assumere da una grande azienda alimentare con sede sull’Appennino forlivese, per poi dichiarare all’autorità giudiziaria che l’amministratore delegato dell’azienda (in realtà, secondo le indagini, ingannato dai falsi documenti presentati) era a conoscenza del suo status di clandestina. Al termine dell’indagine la procura forlivese ha archiviato il fascicolo riguardante il presunto stupratore, mentre Adama dovrà rispondere di duplice calunnia, sostituzione di persona, truffa e una serie di falsi. Per la donna potrebbe anche scattare il provvedimento di espulsione.

Hunger

Questo film ha avuto stranissime vicissitudini. In italia, la sua distribuzione non interessava a nessuno e qualche anno fa, uscì solo in inglese e senza sottotitoli. E invece, ora finalmente esce anche in italia. Bhe, infondo è la storia di Bobby Sands (sconosciuta ai più)… storia scomoda. Ma probabilmente ora hanno deciso di distribuirlo dopo il successo di Fassbender in Shame e non per altro…

Diritti umani, necrofilia egiziana legale…

Ok, dalle mie parti (e forse anche altrove), si usa l’espressionebasta che respiri e se è tiepido/a, va bene uguale ma appunto, è una espressione che si usa con chi ama l’altro sesso così tanto ma difficilmente trova l’oggetto del desiderio fisso ed è soprattutto un gioco di parole. E, dopo la necrofilia per legge… bhe, a questo punto io non ho davvero più parole.
La necrofilia è una rara perversione sessuale (parafilia) nella quale viene raggiunto l’orgasmo mediante atti, eterosessuali od omosessuali, compiuti su un cadavere. La parola deriva dal greco antico: νεκρός (nekròs; “cadavere” o “morto”) e φιλία (philìa; “amore”). Il termine viene anche usato in senso figurato per descrivere il desiderio di controllo totale su un’altra persona, tale da annullare completamente la volontà dell’altro riducendolo a un oggetto completamente dipendente, come appunto un cadavere.  La necrofilia è in genere considerata eticamente inaccettabile e un atto sessuale con un cadavere viene normalmente considerato simile a uno stupro. Sono conosciuti rari casi in cui il morto aveva, prima di morire, dato il consenso ad un rapporto sessuale dopo la sua morte: tali casi pongono difficili quesiti etici sulla loro liceità.
Fare sesso con la propria moglie morta. In tutto il mondo è necrofilia. In Egitto, presto, potrebbe diventare legale. Secondo quando riporta il Daily Mail, è stata inserita una nuova norma in un pacchetto di provvedimenti che il parlamento, a maggioranza islamica, voterà a giorni. L’unico limite è quello temporale: si potranno avere rapporti sessuali col cadavere della consorte solo entro le prime sei ore dopo il decesso. Alla legge è stato dato il grottesco nome di “Rapporto d’addio”. Tra le altre norme in discussione, l’abbassamento dell’età matrimoniale a 14 anni e l’eliminazione del diritto per le donne di avere istruzione e impiego.
Polemiche furibonde – Subito si è scatenato un dibattito, con reazioni molto accese. Il consiglio nazionale egiziano per le donne ha afferma: “Queste leggi emarginano e indeboliscono la condizione delle donne incidendo negativamente sullo sviluppo del paese”. Anche i media egiziani si sono schierati apertamente contro la legge. Il conduttore televisivo Jaber al-Qarmouty ha affermato il suo sdegno nei confronti del rapporto d’addio: “La questione è davvero seria. Sarebbe una catastrofe dare ai mariti un tale diritto sulle proprie mogli. Davvero la tendenza islamica si è spinta a tal punto? Ci sono davvero persone che la pensano in questo modo?”. La notizia è in prima pagina su tutti i media egiziani, anche se c’è chi sostiene che la legge non esista e si tratti di un depistaggio operato da giornalisti leali all’ex presidente Mubarak.

Grotesque 2012-04-27 16:58:00

Giusto qualche notizia, su finmeccanica, sulle autoblu nuove e sull’afghanistan.
“Vuol sapere un segreto?”, dice Carlo Secchi con la voce impastata durante un’ora di colloquio a murare domande e tramandare leggende. La Commissione Trilateral, origine americana e desideri di tecnocrazia, dollari e diplomazia, maneggia sapientemente i segreti. Secchi è il presidente italiano, nonché ex rettore all’Università Bocconi e consigliere d’amministrazione di sei società quotate in Borsa tra cui Italcementi, Mediaset e Pirelli: “Quando il nostro reggente europeo Mario Monti ha ricevuto l’incarico dal Quirinale, e stava per formare il governo, noi eravamo riuniti: curiosa coincidenza, non l’abbiamo scelto noi”. Questo è un tentativo di respingere i complotti che inseguono la Commissione.
Monti premier, promosso o bocciato? La Trilateral guarda l’Italia con grande interesse. Tutti sono contenti e ammirati per il lavoro di Mario Monti. È inevitabile che ci sia un’ottima considerazione del premier, che è stato un apprezzato presidente del gruppo europeo. Prima osservava e giudicava, ora è osservato e viene giudicato. Ovviamente i princìpi di fondo – su economia, finanza, riforme, bilancio, sviluppo – sono ancora condivisi. Mario non li ha rinnegati: c’è continuità fra il Monti in Commissione Trilateral e il Monti a Palazzo Chigi. È un fatto positivo. Non è l’unico che passa per le nostre stanze: da Jimmy Carter a Bill Clinton, da Romano Prodi fino al greco Lucas Papademos.
Cos’è la Trilateral? Una storia di quarant’anni, a breve onoreremo l’intuizione del banchiere David Rockefeller e le visioni di Henry Kissinger. Avevamo una struttura tripolare che rispettava i poteri di un secolo fa: americani, canadesi e messicani; l’Europa democratica, cioè occidentale; Giappone e Corea del Sud. Adesso ci spingiamo verso i paesi orientali, quelli più rampanti: India e Cina, Singapore e Indonesia. Siamo una specie di G-20 allargato. La Croazia è l’ultima ammessa.
Che ruolo giocate? Favorire il dialogo su temi di carattere economico e geopolitico. Vogliamo coniugare l’interesse fra le istituzioni e gli affari.
Bella definizione, teorica però. Chi seleziona i componenti? Siamo divisi in gruppi continentali e nazionali con un numero limitato. In Europa non possiamo superare i 200 membri, mentre in Italia siamo 18. Posso citare, per fare un esempio, Marco Tronchetti Provera (Pirelli), Enrico Tomaso Cucchiani (Intesa), John Elkann (Fiat). Io sono entrato come rettore della Bocconi.
Chi si dimette fa un nome per la successione, ma si cercano figure simili. Soltanto un banchiere può sostituire un banchiere. Il nostro disegno è quello di contenere la società italiana: professori universitari, esperti militari, ambasciatori, imprenditori, politici, giornalisti. Ci vediamo due volte all’anno con vari argomenti da approfondire e cerchiamo di trovare una soluzione. Lanciamo idee.
E chi le raccoglie? Ciascuno di noi ha un collegamento con le istituzioni. Il nostro presidente può chiedere un incontro con i commissari europei. Noi elaboriamo proposte, non facciamo pressioni. Non votiamo mai per un nostro piano, discutiamo, punto.
Differenze con il Club Bilderberg? Le nostre porte sono più aperte, c’è un profondo ricambio generazionale. A volte si può assistere ai dibattiti, invitiamo personalità a noi vicine, ma con un divieto assoluto: non è permesso riportare dichiarazioni all’esterno. Questo serve a garantire la nostra libertà.
C’è tanta massoneria fra di voi? Personalmente non me ne sono accorto, può darsi che qualcuno dei membri maschi sia massone. Non c’è nulla, però, che rimandi a una loggia. Più che i grembiulini, noi indossiamo una rete: è chiaro che, avendo numerosi contatti sparsi ovunque, ci si aiuti a vicenda.
Come influenzate i governi? Soltanto in maniera indiretta, non abbiamo emissari, non siamo un sindacato né un partito. Non mi piace il verbo influenzare. Ma non posso negare che le nostre conoscenze siano ampie.
Scommettete contro l’Euro morente? Non posso portare fuori il pensiero interno alla Trilateral. Posso raccontare spezzoni, elementi messi insieme durante l’ultima assemblea di Tokyo. Quando ragioniamo sull’euro ci rendiamo conto che siamo di fronte a una creatura incompiuta e quindi consigliamo un mercato europeo comune, non soltanto una moneta.
Previsioni? La Cina è un chiodo fisso, a Tokyo è stata protagonista. Cina vuol dire crescita e integrazione, e il timore che quel mezzo potentissimo possa rallentare. Invece gli americani si sentono tranquilli, ma credono che l’Europa sia un po’ lenta a risolvere i suoi problemi e sono molto insoddisfatti di Bruxelles.
Meglio i tecnici o i politici al governo? Ci sono tecnici ad Atene e Roma.
Papademos e Monti, due ex illustri esponenti della Trilateral. Il prossimo modello, forse anche in Italia, sarà una coalizione trasversale come in Germania. Poi cambia poco se i ministri saranno o no dei partiti.
Quali sono i vostri amici nel governo italiano? Oltre a Monti e al sottosegretario Marta Dassù (Esteri), per motivi professionali, dico i ministri Lorenzo Ornaghi (Cultura) e Corrado Passera (Sviluppo economico).
La Trilateral è potente perché misteriosa? Siamo semplicemente una rete forte, la migliore al mondo. Non prendiamo direttamente decisioni importanti, ma ci siamo sempre nei momenti più delicati. Jimmy Carter non è diventato presidente perché era il capo americano: una volta alla Casa Bianca, però, sapeva di avere un gruppo di persone con cui consigliarsi.

Ancora sulle rendite finanziarie

Quando ci vuole, ci vuole.
E’ l’ennesima volta che sento pronunciare la stessa bestialità in televisione. Mi fanno arrabbiare, e mi viene quindi spontaneo dare del somaro a chi ha pronunciato la frase. E’ il turno della giornalista Ritanna Armeni, che vorrei quindi candidare per il prossimo Premio Bamba.
Nel corso della trasmissione televisiva Italia sul Due, la giornalista Ritanna Armeni mi ha fatto andare fuori dai gangheri, quando ha detto che si dovrebbero tassare di più le rendite finanziarie, anzicchè far pagare l’IMU sulla prima casa. Secondo lei, quindi, i dividendi azionari sono tassati meno che le case. Mi sta benissimo il fatto che non si dovrebbe far pagare l’IMU sulla prima casa, almeno da un certo reddito in giù, ma da qui a dire che le rendite finanziarie pagano pochissimo di tasse, e meno degli immobili, ce ne corre. Evidentemente voleva apparire bella e colta davanti al pubblico dei telespettatori e dei presenti in sala.
Ma, come si dice, o c’è o ci fa. E l’altro bello è che, tranne una voce fuori dal coro, che ha parlato di capital gain azionario, nessuno ha saputo obiettare alla signora Armeni che i dividendi azionari – che secondo lei pagano solo il 20 % d’imposta – prima di essere distribuiti vengono assoggettati ad una ulteriore tassazione alla fonte del 27,5 %, subendo quindi una tassazione complessiva secca del 47,5 %, prima di essere distribuiti agli aventi diritto, sotto forma di reddito assoggettato alla fonte, e quindi da non inserire più nella dichiarazione dei redditi. E tutto questo  indipendentemente dal reddito tassabile dichiarato da ciascun azionista.