Pierferdy il viscido

E questo’altro era uno di quelli che quando si stava leggermente meglio e c’era quel dittatore di B., ogni due per tre, davanti alle telecamere berciava con la bavetta ai lati della bocca che, “le famiglie non hanno aiuti e non arrivano a fine mese e lo stato non fa nulla per loro“… ora non bercia più. E le famiglie davvero non ci arrivano più a fine mese. Non mi chiedo manco più se ci è o ci fa ma mi auguro che i suoi elettori rinsaviscano per le prossime elezioni. Lui è uno dei tanti che andrebbe punito e rimandato a casa a fare compagnia alla sua donna.

ROMA – «Sono disperato, lei non ha capito nulla di quello che io ho detto». Pier Ferdinando Casini sbotta davanti a Fabio Fazio che a “Che tempo che fa” chiede dove si collocherà alla fine il Polo della Nazione, se con il centrodestra o con il centrosinista. «Noi non vogliamo essere l’ago della bilancia, non vogliamo determinare la vittoria di questo o di quello, perché vincere con il 51% serve solo a dividere il Paese», spiega il leader Udc. «Vogliamo essere ago e filo e ricucire, tessere, continuare uno sforzo come quello che stiamo facendo oggi a sostegno del governo Monti», prova a chiudere il siparietto Casini. Fazio incalza. Lei quindi vuole Monti dopo Monti?, incalza Fazio. «Stavolta ha capito bene…». E Monti lo sa? «Non mi interessa che lo sappia, non lo deve sapere. Monti riconsegnerà le chiavi alla politica al termine di questa legislatura. Starà alla politica il compito di assumersi poi le proprie responsabilità». Berlusconi. Intanto Casini “liquida” senza troppe perifrasi le offerte di riappacificazione arrivate da Silvio Berlusconi. «Non è che non voglio più Berlusconi, ho delle idee diverse da lui. Rispetto le sue e lui rispetti le mie da diverso tempo andiamo per strade diverse e non credo che l’interpretazione dei voti moderati che ha dato Berlusconi in questi anni sia convincente. Per cui pace e bene a tutti: a lui, agli altri….».
Casini fa capire chiaramente che non si scappa dalla maggioranza allargata che oggi sostiene Monti. «Se Berlusconi è d’accordo con Alfano che è d’accordo con Bersani…», si lancia in una sorta di sciarada, prima di ribadire le ragioni di una legge elettorale che condanni il falso bipolarismo che ha regnato in questi anni. «Basta con le armate Brancaleone che mettono insieme tutto ed il contrario di tutto – afferma -. Che c’entra Bersani, che è stato serio ed ha rinunciato ad elezioni che avrebbe vinto, con Vendola e Di Pietro? Che c’entra Alfano, che stimo, con la Lega. E dov’era Maroni, che oggi parla di protesta fiscale, quando il governo ha tolto l’Ici facendo venir meno risorse e costringendo oggi Monti a mettere l’Imu?». Il voto. «Mi sembra che siano tutti smemorati, tutti Alice nel Paese delle Meraviglie – conclude Casini -. Sembra quasi che se oggi c’è la pressione fiscale sia colpa di Monti…». In ogni caso, per Casini, non si andrà al voto ad ottobre. «Chi vuole farlo non ha il coraggio di dirlo o di provocare le elezioni – conclude Casini -, quindi si andrà a scadenza…».

Traveggole

A tale proposito, visto che in questo post si parla anche di RCA, intelligentemente, alcune provincie della mia terzomondista e terzomondistica regione, hanno deciso di aumentarle del 16% esattamente dal primo maggio. Le provincie sono Ascoli Piceno, Fermo e Pesaro. Quindi, non solo dobbiamo pagare la benzina a prezzi da capogiro (alcuni dicono che in questa regione la si paghi più caro che altrove), dobbiamo comprare gli pneumatici da neve e le catene per l’inverno e se sprovvisti fioccano multe costosissime come se nevicasse, curare la manutenzione delle auto e adesso, l’aumento della RCA senza un apparente motivo… perlomeno, io non l’ho capito e NON avere uno straccio di autobus o mezzo pubblico che ci porti da una cazzo di cittadina all’altra perchè gli autobus fanno solo orari scolastici. Eh, ma le liberalizzazioni di monti ci faranno risparmiare un botto.
Le misure di Monti e del suo governo commissariale sono tali e tante che alcune norme, spesso impacchettate tra le cosiddette liberalizzazioni, sono passate quasi inosservate.Tra queste ve ne sono alcune che solo ora stanno dispiegando il proprio effetto distruttivo o distorsivo. Non parlo dell’IMU, sulla quale sono già scorsi fiumi d’inchiostro, mi riferisco invece a quei provvedimenti “minori”, quali l’obbligo di azzerare le commissioni per rifornimenti di carburante fino a cento euro (analogo alla richiesta di conto corrente a zero spese per i pensionati), oppure il tentativo di equiparare i costi della RCA dal Brennero a Lampedusa. E’ noto che l’assicurazione auto ha costi molto diversificati, a seconda della residenza dell’assicurato, con un premio che cresce rapidamente per alcune aree del sud, Napoli in testa, rispetto al nord ed alla media nazionale. Con l’ennesima convulsione dirigistica, il governo Monti aveva statuito (art. 32 del decreto sulle liberalizzazioni!) che “Per le classi di massimo sconto, a parità di condizioni soggettive e oggettive, ciascuna delle compagnie di assicurazione deve praticare identiche offerte”. Un chiaro obbligo per le compagnie, secondo le intenzioni dell’esecutivo, ad uniformare i trattamenti prescindendo dalla collocazione geografica dell’assicurato (purché “virtuoso” nel suo passato di guidatore). Un’altrettanto chiara follia era però pretendere che lo facessero veramente.
Poiché il premio assicurativo deve tener conto del rischio coperto, è onestamente assurdo non considerare il fatto, assodato, che in alcune aree del meridione, Napoli in testa, il rischio di incidenti è maggiore, proporzionalmente, che altrove, ed è altrettanto se non più vero che proprio molti di quegli incidenti sono risultati tentativi di truffa ai danni delle compagnie. Il desiderio del governo avrebbe perciò comportato un onere potenzialmente molto significativo per le compagnie che non avrebbero potuto fare altro che riversarlo sugli automobilisti del resto d’Italia, attirandosi mille critiche. Le compagnie hanno quindi puntato i piedi, sulle orme della Camusso, ottenendo l’ennesima retromarcia del governo. Ora viene al pettine un’altra questione: quella delle commissioni, da azzerare, sul rifornimento di carburante fino a cento euro. Ovviamente anche in questo caso qualcuno avrebbe dovuto farsi carico dell’onere, giacchè installare, mantenere e difendere le “macchinette” per il pagamento con carta di credito o Bancomat non avviene gratuitamente. Si tratta di un servizio che ha dei costi che, se non pagati dall’esercente e dal cliente, sarebbero interamente a carico dell’istituto di credito che peraltro si fa anche carico di eventuali truffe, rapine e quant’altro. Pur con tutta l’antipatia per le banche, soprattutto in questo periodo, non si può quindi negare anche in questo caso che la norma montiana ha un che di assurdo, ben oltre l’evidente dirigismo statalista che la ispira. Di nuovo, quindi, ci siamo trovati di fronte ad una reazione che, c’è da scommetterci, finirà per costringere il governo ad una retromarcia, esattamente come con le licenze di taxi e farmacie, coi conti correnti a zero spese, con la riforma dell’art. 18. Non possiamo pretendere che i professori al governo le azzecchino tutte, né che riescano in un batter d’occhio dove hanno sbagliato generazioni di politici, vorrei però sommessamente chieder loro di evitarci almeno tirate propagandistiche e voli pindarici. Alla luce di tali e tanti flop, sarebbe infatti opportuno smetterla di vantare iperboliche potenzialità di crescita del PIL, dovute proprio a queste “liberalizzazioni”.

L’esempio, l’ e-commerce Groupon

MILANO – C’è chi ha parlato di contratti a orologeria, connotando negativamente una pratica ampiamente consolidata nelle strategie di gestione del personale di Groupon Italia. C’è chi invece ne sottolinea il carattere profondamente meritocratico di un modus operandi con poche imitazioni nell’atrofizzato mercato del lavoro italiano. I detrattori parlano di illusione diffusa, di pratica abusata che alimenta un forte turnover del personale, i sostenitori rilanciano la tesi del posto di lavoro legato esclusivamente al raggiungimento degli obiettivi, alla produttività e all’interiorizzazione dei valori aziendali legati a doppio filo alla velocità dell’internet economy e al vero boom della scontistica correlata ai gruppi di acquisto collettivi, di cui Groupon ne è l’esempio più lampante.
LA STRATEGIA – La strategia è questa: l’azienda con quartier generale negli Stati Uniti assume i suoi dipendenti italiani – al netto degli stagisti impegnati in programmi di formazione universitaria – con un contratto (da subito) a tempo indeterminato. Un investimento importante, nessuna considerazione sull’articolo 18 che ingesserebbe il mercato del lavoro per la presunta mancata flessibilità in uscita, soprattutto il tentativo di smarcarsi dalla precarietà diffusa che penalizza le scelte (anche di vita) dei giovani.
IL PERIODO DI PROVA – La contropartita che richiede l’azienda è però chiara: il periodo di prova lo è a tutti gli effetti. I 60 giorni lavorativi (tre mesi solari) vengono utilizzati dal management per testare il neo-assunto. Se non è sufficientemente “smart” (per dirla utilizzando un lessico caro agli anglosassoni) e non dà prova di abnegazione totale viene messo alla porta. E’ una tendenza evidente soprattutto per le funzioni aziendali di tipo commerciale, in cui la produttività viene valutata anche per l’eventuale raggiungimento degli obiettivi. Ma sostengono i suoi detrattori è una pratica che interesserebbe altri dipartimenti (dal legale all’amministrativo) e sarebbe diventata preponderante, tanto da dar seguito a un forte turn-over del personale. In termini di diritto del lavoro – segnala la giuslavorista Maria Vinciguerra (di Kpmg Advisory) – «è tutto perfettamente legittimo, anzi sarebbe persino auspicabile da parte delle imprese usare al meglio questo periodo-finestra per valutare attentamente il candidato», per evitare poi di trovarselo sul “groppone” (in attesa della riforma Fornero). Considerazione condivisa anche dell’azienda che parla di «criteri meritocratici, dove chi ha competenze ha possibilità di far carriera e crescere professionalmente».
LE ASSUNZIONI – Resta un interrogativo: in 60 giorni lavorativi si riesce a valutare minuziosamente le qualità di un candidato? Dalla sede milanese di Groupon assicurano di sì. Eppure – segnalano alcuni dipendenti messi alla porta prima del termine del periodo di prova – soltanto da marzo sarebbero cominciate le prime lettere di licenziamento individuali e molti avrebbero abbandonato la loro scrivania venerdì, non rientrando il lunedì (e alimentando “un clima di tensione diffuso“). I maligni sostengono che il boom delle assunzioni (Groupon ha 430 dipendenti e in quest’ultimo anno ha contrattualizzato centinaia di giovani, grazie alla definitiva sedimentazione dei consumi legati agli acquisti collettivi) si sarebbe arrestato per la crescita dei reclami degli utenti e con la difficoltà di far fronte ai rimborsi. Ma – al netto delle considerazioni di tipo economico – Groupon sembrerebbe anticipare il principio-ispiratore del disegno di legge Fornero: «Il posto di lavoro legato alla produttività», come ha segnalato il titolare del Welfare in un recente forum di Corriere Tv. Eppure qualche malessere c’è.
Fabio Savelli

Imbecilli incapaci ma laureati

Per lo “spending rewiew“… (chiamarlo revisione di spesa noo, visto che viviamo in italia e parliamo italiano?) nessuno del governo è buono a farlo e quindi, per totale incapacità, forse e dico forse, s’è deciso di chiamare qualcun’ altro. Ma il peggio forse deve ancora arrivare perchè si mormora di “esodare” o mandare in prepensionamento circa 40 mila persone… quindi, non si capisce dove stia la differenza. Beppe Grillo dice che la mafia è meglio dello stato… forse forse, che abbia ragione di straparlare così? E tuttavia, non lo rivaluto ma ha ragione su milioni di cose. Dico, perchè dobbiamo risarcire le famiglie dei due pescatori morti ammazzati si, ma non dagli italiani? Non è mafia anche quella?

E se abolissimo le regioni ?

La
Bce ha emanato il nuovo diktat contro l’Italia: accorpare/abolire le
province per risparmiare sui costi della politica.
Se
Monti fosse una persona che avesse in piena considerazione la dignità
propria, del ruolo che ricopre e di tutta l’Italia, avrebbe
rispedito al mittente l’ukase
dicendo: sono gli Italiani a decidere
cosa fare o non fare.
Invece
me lo immagino manifestare l’ animo servile e germanofilo di chi
vorrebbe trasformare gli Italiani in tanti crucchettini
, come ha pur
dichiarato lisciando la governante di Berlino e rispondere
“obbedisco”, tacendo su questa nuova invasione di campo sulla
nostra Sovranità.
Le
province sono una storica ripartizione del nostro stato e su tale
organizzazione sono parametrati molteplici organismi istituzionali e
sociali.
La
scuola con i provveditorati, il ministero dell’interno con le
prefetture, il comando dei Carabinieri e persino della poco amata ed apprezzata Guardia di Finanza, ma anche le diocesi e le strutture organizzative
dei principali partiti sono sostanzialmente (senza essere troppo
pignoli
…) articolate a livello provinciale.
Questo
non vuol dire che non si possano rivedere nella composizione e nelle
competenze, ma siamo proprio sicuri che debbano essere loro il capro
espiatorio dei costi della politica ?
Non
potrebbe, invece, essere più congruo e utile abolire le regioni,
quelle sì monumentali centri di spesa, per tornare alla struttura,
più snella ed efficiente, antecedente a quello sciagurato 1970
quando furono svolte le prime elezioni regionali
?
Mi
sembra che in Trentino Alto Adige, dove la regione è formata dalla
sommatoria delle due province di Trento e Bolzano, le cose funzionino
perfettamente e mi sembra anche che il grosso dei finanziamenti e dei
costi locali siano in regione, non nelle province.
Mi
ricordo che Ugo La Malfa si oppose strenuamente all’istituzione
delle regioni proprio paventando l’esplosione dei costi con la
moltiplicazione dei centri di potere politico e clientelare.
Dopo
più di quaranta anni bisogna riconoscergli il merito di aver avuto
una vista lunga e, purtroppo, come tutte le Cassandre di non essere
stato ascoltato.
Ma
non lasciamoci ingannare dalla propaganda sui costi della politica,
almeno su quelli diretti che sono sostanzialmente una goccia nel mare
di sperperi della spesa pubblica.
Guardiamo
alla sostanza, guardiamo ai grandi centri di costo, che sono proprio
le regioni che gestiscono la sanità, guardiamo all’istruzione,
guardiamo ad un esercito di dipendenti pubblici che è il doppio di
quello degli Stati Uniti dove hanno una popolazione di cinque volte
superiore alla nostra.
Soprattutto
non nascondiamoci dietro un dito.
Il
costo della politica non è l’istituzione “provincia” o
“regione”, bensì la struttura burocratica che vede il personale
come prima voce di spesa
.
Abolendo
o accorpando le province verrebbe ridotto il personale ?
Non
credo proprio
.
Allora
anche l’abolizione o l’accorpamento delle province, oltre a
cancellare una parte della nostra Storia, non porterebbe quei
risparmi di spesa che possono solo essere ottenuti incidendo altrove
.



Entra ne

Assedio criminale

Nell’ultima settimana i crimini tentati e commessi hanno riempito le cronache dei giornali.
In evidenza il tabaccaio che ha sventato una rapina al suo negozio abbattendo di prima mattina il delinquente.
I due gioiellieri di Roma che si sono difesi dall’ennesima rapina ed hanno abbattuto un criminale, ferito gli altri due ora catturati.
La giovane madre milanese purtroppo violentata in un parco.
E due coppie di anziani malmenati e rapinati in casa.
Di solito si chiede: cosa c’è in comune e cosa distingue questi fatti ?
Mi sembra evidente.
In comune, a coppie, è lo stesso motivo per cui, con le medesime coppie, li distingue.
I primi due episodi citati hanno visto prevalere la giustizia, gli altri hano visto prevalere il crimine.
Perché ?
Perché nei primi due casi le vittime hanno potuto reagire possedendo regolarmente un’arma da fuoco, mentre negli altri casi le vittime erano inermi nelle mani di delinquenti probabilmente loro sì in possesso di armi.
E i criminali possono tranquillamente aggiungere al vantaggio della sorpresa dell’azione delinquenzialeanche il possesso (irregolare) di armi, mentre in genere noi cittadini onesti siamo non solo colti di sorpresa, ma anche in condizioni di inferiorità davanti alle armi dei banditi.
Del resto è evidente che se qualcuno di noi si fosse trovato nel parco mentre violentavano la signora milanese o nelle abitazione degli anziani aggrediti, se avessimo avuto un’arma, saremmo intervenuti, ma senza armi, in condizioni di inferiorità, nulla avremmo potuto fare per impedire o limitare le azioni criminali dei delinquenti.
Nel 2005, su spinta della Lega, fu leggermente cambiato (migliorato) l’articolo sulla legittima difesa.
Ma non basta.
E’ necessario mutuare dagli Stati Uniti la libertà per i cittadini onesti di portare armi per difesa personale.
I fatti della settimana appena trascorsa ci dicono che è l’unico sistema per poterci difendere dall’assedio della criminalità e riprenderci le nostre città.



Entra ne

Giornalisti e politici dal cervellino

Questo post è scritto in concomitanza dell’avvenuta beatificazione di un economista: Giuseppe Toniolo.
Mi indigno molto quando sento, ancora oggi, fior fiore di giornalisti e di politici ripetere che andrebbero tassate le rendite finanziarie. Come se queste non fossero già abbondantemente tassate. Anzitutto devo premettere che in questo settore l’evasione non esiste, perchè i redditi vengono tassati alla fonte, prima ancora di essere distribuiti. E poi per l’ennesima volta ripeto a tali esimi ignoranti che le tasse delle cosiddette rendite finanziarie da dividendo assommano al 47,5%, indipendentemente dal reddito di ciascuno. Ciò vuol dire che le paga anche chi non raggiunge il minimo tassabile, ma paga quell’imposta per il semplice motivo di possedere qualche azione, magari perchè l’ha ereditata, e il venderla oggi vorrebbe dire accusare una grossa perdita in conto capitale.   
Nei miei post precedenti, su questo genere di argomenti, ho poi tralasciato volutamente di scrivere che la nostra nazione, in questa disastrosa situazione, non è fallita perchè anni fa milioni di risparmiatori han creduto nelle privatizzazioni, investendo i loro risparmi in azioni del tipo Telecom, Intesa, Unicredito, Finmeccanica, e chi più ne ha più ne metta. Tutti risparmi andati in fumo perchè oggi quei titoli valgono un decimo rispetto ai prezzi di collocamento, e in alcuni casi anche molto meno. Ciò vuol dire che al “salvataggio” di quelle aziende sottostanti han contribuito i risparmi degli azionisti buggerati. Di conseguenza ciò vuol dire che i dipendenti di quelle aziende hanno avuto il posto di lavoro assicurato, grazie alla possibilità di quelle aziende quotate di scaricare le perdite sui rispettivi bilanci, perdite che lo Stato, da solo, soprattutto in questo momento, non avrebbe potuto sopportare. 
Ma fino a quando potrà durare questa situazione?
Ma questi sono argomenti a cui i cervellini di certi giornalisti non sono in grado di arrivare.

Riabilitando Grillo

Il comico Beppe Grillo mi piaceva.
Essendo sempre stato antisocialista, le
sue battute (che gli costarono anche l’esilio dalla rai e la
“dissociazione” di Pippo Baudo
) contro i socialisti erano musica
per le mie orecchie.
Sono andato, in passato, a vedere tre
spettacoli dal vivo del comico: i primi due di comicità pura, il
terzo e ultimo troppo inquinato dai suoi atteggiamenti da santone
ecologista
.
Nel tempo la prevalenza del Grillo
santone sul Grillo comico mi ha portato a distaccarmi profondamente
dalle sue “battaglie” e dalle sue iniziative.
Anche adesso Grillo, rispetto alle mie
idee, è su un altro pianeta
.
Io sono per il libero mercato, sono per
il nucleare, sono per la natura al servizio dell’uomo, non per
l’annullamento dell’uomo pur di preservare la natura.
L’antiberlusconismo grillesco è
volgare
quasi quanto quello di Repubblica che continua a pubblicare
intercettazioni (ottenute come ?) di colloqui privati del Leader del
Centro Destra.
Le ironie di Grillo sulla Lega
rappresentano la massificazione di una aggressione probabilmente
studiata a tavolino per tarpare leali ad un movimento che avrebbe
sventolato la bandiera della Sovranità contro il nichilismo
montiano.
Non avrei quindi mai pensato che Grillo
potesse riuscire a rendersi a me simpatico
se non per qualche
isolata, estemporanea battuta che riportasse alla luce il Grillo
comico degli anni settanta e ottanta.
In una serrata sequenza Napolitano,
D’alema, Bersani, Di Pietro, Vendola sono invece riusciti
nell’impresa di farmi riabilitare Grillo.
Gli attacchi, tipici da regime
stalinista, cui hanno sottoposto il santone ex comico genovese, mi
fanno riflettere alla luce del fatto che i nemici dei miei nemici
sono miei amici
… almeno temporaneamente.
Quei vecchi comunisti (a parte Di
Pietro che non si è ancora capito cosa sia, ma di diritto deve
essere ivi classificato perché – come Casini e Fini – porta
acqua al mulino della sinistra
) hanno additato Grillo al pubblico
ludibrio perché sarebbe un “qualunquista”.
Però stavano ben zitti e compiaciuti
quando prendeva di mira Berlusconi, da lui definito “lo psiconano”
.
Ma adesso che Grillo sta arraffando nel
loro giardino, non va più bene, è da demonizzare.
A seguire giornali e telegiornali
allineati
(purtroppo anche il nuovo TG4 orfano – e si vede ! – di
Emilio Fede, ormai omologato a tutti gli altri e non più il mio
telegiornale di riferimento
) pronti ad attaccare il nuovo babau
della nomenklatura e del politburo che opprime l’Italia.
Allora riabilitiamo Grillo, rivalutiamo
la sua battaglia che evidentemente non piace alla sinistra,
auspicando che possa emergere anche un Grillo politico da Destra.
Qualcuno ci prova (ad esempio
Giovanardi ridicolizzando la pretesa degli omosessuali di partecipare
ai “dividendi” dell’olocausto
) ma non è abbastanza e comunque troppo circoscritto e  con troppe cautele.
Ci vorrebbe un Bossi anni ottanta e
novanta, un Rick Santorum, un Nigel Farage, un Gert Wilders, un Le
Pen al ragù.
Ci vorrebbe un nuovo Berlusconi …



Entra ne

Ancora un suicidio

La crisi economica continua a mietere vittime. Ogni giorno un tragico suicidio, ogni giorno un imprenditore che getta la spugna. I debiti, l’incertezza nel futuro, il fallimento: l’Italia, stretta nella morsa della recessione e della crescita zero, assiste immobile e inerme a una strage che si consuma quotidianamente. Proprio oggi un impresario edile di 55 anni, originario di Mamoiada, un paese nel Nuorese, si è tolto la vita dopo che la sua azienda, a causa della crisi economica, aveva chiuso. L’imprenditore, costretto a licenziare i propri figli, non ha retto il colpo e ha deciso di farla finita, di dire “basta” e di suicidarsi. Secondo la ricostruzione fatta dall’Unione Sarda, l’imprenditore 55enne si sarebbe suicidato con un colpo di pistola venerdì pomeriggio, nella vigna di proprietà. L’uomo non ha lasciato alcun biglietto d’addio, ma molte persone che lo conoscevano sussurrano che può trattarsi dell’ennesima cronaca di una disperazione dovuta alla mancanza di lavoro. Da impresario G.M. aveva dato lavoro a diversi giovani del suo paese, pendolari verso la costa per costruire case di villeggiatura. Poi, negli ultimi mesi, il precipizio della recessione, che si è tradotto nel fermo dell’azienda, fino alla difficilissima decisione di licenziare i due figli che si trovano alle sue dipendenze. “Non potevamo immaginare nemmeno lontanamente il dramma interiore che quest’uomo stava attraversando – racconta all’Unione Sarda il sindaco di Mamoiada, Graziano Deiana – faceva parte di una famiglia molto unita, era una persona in gamba”.

… e poi c’è l’imbecille che non vorrei manco come amministratore del mio condominio

Bersani fa il gradasso: “Troppo facile vincere le elezioni a ottobre”. Il leader Pd non vuole andare alle urne: “Non intendo vincere sulle macerie del Paese”. Ed è pieno di sé pure per la riforma del lavoro: “So dove prendere i soldi” di Clarissa Gigante

“Non possiamo in questi mesi destabilizzare il Paese, la crisi è ancora lì. In questi mesi dobbiamo far girare le politiche europee, e Monti può avere la credibilità sufficiente per farlo. Non intendo vincere sulle macerie del mio Paese”. Dopo che Giorgio Napolitano ha escluso qualsiasi possibilità che si vada alle elezioni prima della fine della legislatura, Pier Luigi Bersani ricorda un po’ l’atteggiamento della volpe che non può arrivare all’uva. Da un po’ di tempo nella sinistra il clima è quello della campagna elettorale e, nonostante le smentite del leader del Pd, la sensazione era proprio quella che i democratici spingesse per andare al voto il prima possibile, forse anche per contrastare l’ascesa nei sondaggi dei grillini. Ma il niet del Colle ha scombussolato i piani e Bersani può ergersi a vincitore senza nemmeno andare alle urne.

È un Bersani pieno di sé quello che risponde ai microfoni di SkyTg24. Il leader del Pd sostiene anche di avere la ricetta per trovare la quadra della riforma del lavoro – in ballo da mesi ormai – in appena una settimana: “Servono ammortizzatori per i parasubordinati, si tratta di 300-400 milioni di euro che noi sappiamo dove poter prendere”, ha detto aggiungendo che “si può chiudere sulla riforma già la prossima settima con questo aggiustamento”. Sui tagli invece dà fiducia al governo: “So che c’è la possibilità di alleggerire la spesa pubblica. Sono sicuro che un uomo come Giarda pensa di entrare col cacciavite in questi meccanismi perché usare la mazza non va bene. Abbiamo dei punti di spreco e dei punti di sofferenza. Spendiamo male”. Anche sulle questioni europee il segretario democratico ha da ridire. Se infatti in Francia dovesse vincere Hollande, “porrà un tema serio dicendo che a quel fiscal compact bisogna aggiungere misure per la crescita. Noi come progressisti abbiamo una piattaforma precisa a questo proposito”. E ancora: “Vogliamo farla una tassa sulle transazioni finanziarie perchè la finanza paghi parte di quello che ha fatto e non ricada tutto sulle spalle del debito pubblico?”. A sentirlo parlare, Bersani non sarebbe spaventato da Beppe Grillo: “C’è rabbia in giro per la situazione sociale ed economica, per le favole finite in niente, per una cattiva idea che si è creata sulla politica e si mette insieme tutto. È una rabbia che capisco e Grillo la sta interpretando. Ma il cambiamento ha bisogno di binari altrimenti si finisce in proposte che non portano a nulla”.

Italia violenta e bloggers criminalizzati

… tuttavia, secondo la Severino (guardasigilli italiano abusivo), a fare i danni peggiori sono i pericolosissimi bloggers
Il catalogo di rapine selvagge nelle case e per la strada, di stupri commessi a tutte le ore e in tutte le località del Paese, di morti ammazzati per caso o perché si sono provati a reagire, di commercianti vessati condannati per aver osato armarsi e difendersi, si fa tutti i giorni, ed è doloroso, è in crescita esponenziale. Sarà la fame da crisi nera, sarà che in dieci anni il numero degli stranieri è triplicato, e con la gente che viene per lavorare importiamo allegramente fior di delinquenti. Ma sarà anche e prima di tutto che non se ne occupa nessuno, che siamo in regime di polizia finanziaria, siamo col Parlamento a casa anche se ancora ufficialmente in stanca funzione, siamo in una zona grigia, in una morta gora che è peggio di un golpe? Peggio, se pure la violenza della cronaca nera non fosse, e lo è, superiore ad altri periodi della storia recente, se per ipotesi fossimo di fronte ad una recrudescenza episodica, ricorrente e perfino fisiologica, e non lo è, provate a pensare di vivere ancora in una nazione a gestione democratica, dove governano e legiferano eletti dal popolo italiano, e riflettete su quel che accadrebbe, su quel che è già accaduto in vicende analoghe sotto un governo Prodi o un governo Berlusconi che sia.
Responsabilità – Partirebbe una polemica politica locale e nazionale, scambi di accuse furibonde fra esponenti di maggioranza e opposizione, interrogazioni parlamentari, relazioni del ministro dell’Interno, decisioni eccezionali, potenziamenti delle forze dell’ordine, invio di truppe speciali. Succederebbe un casino sano e salvifico, la dialettica che tiene vive anche le democrazie più cialtrone e slabbrate. Invece no, tutti buoni, tutti zitti, che non si disturbi il manovratore tecnico, lo stesso che per intenderci probabilmente ci guida verso lo sfracello, non gli si chieda di rispondere della ondata di violenza, di prendere iniziative. Tutti zitti. A, B e C studiano alchimie elettorali e forme nuove di finanziamento ai partiti, il Cav si rianima solo su giudici e Rai, per il resto conferma la fiducia nel professor Monti, e chissà se si continua sentire in magica sintonia con gli italiani. Le elezioni amministrative si tengono tra una settimana e non si capisce un tubo di chi è alleato con chi e chi si nasconde dietro l’ennesima sigla fasulla, pardon, lista civica. Nel momento di maggior distacco fra cittadini e potere della storia repubblicana, c’è ancora qualcuno in Parlamento, scranno alto, che si permette di chiedere «Grillo chi?», ma non si trova nessuno disposto a chiedere al ministro Cancellieri come pensa di rispondere alla criminalità che colpisce gli italiani onesti, e che ne è stato delle efficaci scelte politiche del suo predecessore, Roberto Maroni; non si trova nessuno disposto a chiedere al ministro Riccardi come concilia le sue raffinate teorie sulla commistione fra culture con l’ondata di delinquenti romeni che ci affligge; non si trova nessuno disposto a chiedere al ministro Terzi che fine hanno fatto i nostri due marò prigionieri in India, e con loro la nostra dignità nazionale. Se questo non è golpe che cos’è?
Il caso Reggiani – Gli episodi di violenza di questi ultimi giorni mi hanno ricordato l’orrendo omicidio di Giovanna Reggiani a Roma nel 2007. Fu uno spartiacque del buonismo, che sarebbe riduttivo attribuire solo al sindaco Veltroni, e che voleva gli stranieri integrati e contenti nella capitale; la polemica politica che seguì a quel delitto fu pesante ma giusta, fu utile per cambiare almeno per un po’ atteggiamento. Alla Corte d’Assise che scelse di concedere all’assassino romeno delle attenuanti e di non condannarlo all’ergastolo, toccarono invettive e critiche pesantissime, mi onoro di esserne stata apri strada; toccò anche a quella Corte di essere smentita seccamente dalla Corte d’Assise d’Appello, che raccolse il senso della polemica e della richiesta pubblica di severità.
Tempo scaduto – È possibile e perfino legittimo che un governo formato da amministratori delegati, diplomatici e commis di Stato non sia oggettivamente in grado di far fronte alle complesse richieste della gestione di un Paese, e che non sia giusto chiederglielo, tanto meno pretenderlo, e che l’ordine pubblico, la lotta alla criminalità appartengano invece e fino in fondo ai doveri di un esecutivo politico. Per questa ragione si chiamano governi di emergenza, durano il tempo necessario per portare alle elezioni senza traumi o cesure improvvise. Ma qui i mesi passano, al 2013 manca ancora un anno, il consenso dei partiti è al minimo tollerabile, nessuna delle riforme sperate è stata messa in campo. La sensazione è ancora più dolorosa e allarmante, è che l’indifferenza che gli eurocrati mostrano per i bisogni della gente, quell’accanimento tutto burocratico nel caricare di pesi insopportabili e nel minacciare poliziescamente chi non sia in grado di farvi fronte, si trasferisca anche a ordine pubblico e lotta alla criminalità. Questo succede, voi politici tutti zitti? E vi chiedete «Grillo chi?».
di Maria Giovanna Maglie