La casta e le banche

La Casta subito in ginocchio dagli amici banchieri. L’Abi contesta il taglio alle commissioni e prepara il ricorso all’Ue. I partiti l’appoggiano. Casini: “Norme folli”
Tutti allineati e coperti. La bagarre sull’emendamento antibanche e la pagliacciata dell’Abi con le incomprensibili dimissioni (a proposito: chi avrebbero voluto danneggiare i banchieri?) restituiscono un’amara verità: non solo il Governo di Mario Monti, pure il Parlamento è dalla parte dei cosiddetti poteri forti. La norma proposta dal Pd nel decreto liberalizzazioni – volta a spazzare via le commissioni su fidi e sconfinamenti – è forse tecnicamente sbagliata: può cagionare effetti pericolosi e mettere in discussione linee di credito da decine di miliardi di euro. Un incidente di percorso, insomma, che (salvo sorprese) verrà corretto. Di là dalla disquisizione in punto di diritto, c’è però un altro aspetto su cui puntare i riflettori. L’immagine della Casta che corre a mettersi in ginocchio dai banchieri è la rappresentazione plastica dello sfascio istituzionale e politico del nostro Paese. Il sospetto c’era stato subito. Giovedì, pochi minuti dopo lo strappo dei vertici dell’Assobancaria, parecchi big dei partiti si sono messi a disposizione dell’industria finanziaria. Financo la Confindustria si è schierata contro lo stop alle commissioni sul credito. Si è piano piano formato un inedito fronte compatto a sostegno delle banche, dunque. Ieri è arrivata un’ulteriore conferma. Da Maurizio Gasparri (Pdl) a Pierferdinando Casini (Udc) ed Enrico Letta (Pd), tutti pronti a rispettare le consegne. L’ex aennino se l’è presa col centro sinistra parlando di «confusione che non può essere occultata da bugie». Secondo il numero uno Udc la norma «è una follia allo stato puro che rischia di bloccare» il canale dei prestiti.
Il fatto che il suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone, sia un imprenditore assai attivo nel settore bancario con partecipazioni di peso in Mps e Unicredit, è certamente irrilevante. Del resto, un altro esponente Udc ha sposato la linea del leader del partito. Lorenzo Cesa si è persino preoccupato di indicare la strada per correggere il tiro: un «emendamento nel dl semplificazioni». Per il Pd, dopo che giovedì avevano preso posizione Pierluigi Bersani e Annamaria Finocchiaro, ieri è intervenuto Letta, chiedendo a Monti di «scendere in campo».
Dall’altra parte della barricata sono rimaste Lega e Italia dei valori. Il Carroccio non rinuncia a criticare le banche: «Dovrebbero impegnarsi con le pmi» ha dichiarato Maurizio Fugatti. Per Antonio Di Pietro (Idv) è stato fatto «troppo poco» per smuovere le acque nel settore. Tante rassicurazioni, quindi, e poche, isolate punzecchiate. Il premier Monti, da Bruxelles, ha cercato di mostrare i muscoli: «Così c’è più concorrenza». Fatto sta che il risultato, dal punto di vista degli istituti, non è ancora stato portato a casa. Di qui il piano B esccogitato dall’Abi, che sta valutando ricorsi sia in Italia sia in sede Ue. Nel primo caso, secondo quanto risulta a Libero, l’ipotesi è bussare alla Corte costituzionale: «I ricorsi verrebbero proposti in relazione agli articoli 41 e 47» della Legge fondamentale dello Stato, speiga una fonte vicina al dossier. Si tratta delle norme che tutelano «l’iniziativa economica privata» e che garantiscono «l’esercizio del credito». Principi che sarebbero calpestati dal contestato articolo 27 bis del decreto liberalizzazioni. L’altra ipotesi è il ricorso alla Corte di giustizia Ue per una «palese violazione delle direttive europee».
E mentre i legali delle banche mettono a punto la strategia difensiva e gli sherpa di palazzo Altieri tengono sotto controllo i lavori parlamentari, c’è da registare la strigliata di Bankitalia che ieri ha invitato i big del credito a tagliare utili degli azionisti e superstipendi dei top manager. Tutto questo a poche ore dall’accordo tra la Cassa depositi e prestiti e la stessa Abi per favorire lo sblocco di 2 miliardi di crediti della Pa per le imprese. Segnali negativi, invece, sono arrivati da Francoforte. Stiamo parlando dei cosiddetti depositi overnight della Bce: ieri sono volati a 776,9 miliardi, livello mai raggiunto nei 13 anni di storia dell’Eurotower. Una cifra molto vicina ai circa 850 miliardi di liquidità in eccesso stimata per il sistema bancario dell’Eurozona, che ha fatto gridare alcuni allo scandalo, come Adusbef e Federconsumatori. In effetti la montagna di quattrini prestata dalla Banca centrale all’1% per ora resta parcheggiata nel salvadanio ipersicuro di Francoforte. Così il denaro non finisce nel circuito interbancario e il credito annaspa. È un po’ come mettere i soldi sotto il materasso e dormire sonni tranquilli. Ecco perché sarebbe il caso di far suonare la sveglia allo sportello.
di Francesco De Dominicis

Stangate

Un commento: “IRAPinatori. L’ IRAP è la tassa introdotta dai rapinatori a mano armata che hanno ideato un’ imposta non sul reddito prodotto ma sulle spese per produrlo. E’ una mostruosità unica nel mondo civile, una vergogna tutta italiana nata per finanziare le sanguisughe regionali che tolgono i servizi e aumentano la rapina fiscale. Fioriscono così i cancri come la sanitopoli pugliese, la voragine calabrese del compagno Loiero, o quella campana del compagno Bassolino. Tutte fogne che inghiottono miliardi di euro e saccheggiano le tasche di chi lavora. E’ giunto il momento dello sciopero fiscale ad oltranza”.
Irap, allarme della Cgia: “Le imprese rischiano stangata da 3,5 miliardi”. La Cgia fa le pulci al decreto sulle semplificazioni fiscali: “Lo sblocco dei tributi locali e regionali rischia di tramutarsi in una vera e propria stangata per le imprese” di Sergio Rame
“Lo sblocco dei tributi locali e regionali previsto per l’anno di imposta 2012 dal recente decreto sulle semplificazioni fiscali rischia di tramutarsi in una vera e propria stangata per le imprese del Centro-Nord”. A lanciare l’allarme è stato il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi dopo aver letto la relazione illustrativa che accompagna il decreto sulle semplificazioni fiscali. La stangata, annunciata dall’Ufficio studi della Cgia, va ad aggiungersi alla lunga lista di “balzelli” introdotti dal governo Monti negli ultimi provvedimenti e arriverà a pesare sulle imprese (soprattutto quelle del Nord Italia) con un aggravio di circa 3,5 miliardi di euro. Tempi duri per gli imprenditori italiani. I tecnici della Cgia di Mestre ha fatto le pulci al decreto sulle semplificazioni fiscali. E, calcolatrice alla mano, emerge che, “se le Regioni, ormai sempre più a corto di risorse finanziarie, decideranno di aumentare l’aliquota Irap di circa un punto, portandola al limite massimo del 4,82 per cento l’aggravio fiscale sulle imprese sarà di 3,5 miliardi di euro”. Tra le diciannove Regioni e le due Provincie autonome di Trento e Bolzano non tutte potranno eventualmente mettere mano agli aumenti. Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia non possono farlo dal momento che già da alcuni mesi hanno dovuto portare l’aliquota al livello massimo per “comprimere” il disavanzo sanitario maturato in passato. Molise, Campania e Calabria sono andate addirittura oltre: non essendo state in grado di rispettare il piano di rientro imposto dal tavolo di monitoraggio guidato dal dicastero dell’Economia e da quello della Sanità, sono state costrette ad applicare un’aliquota aggiuntiva dello 0,15%. Il risultato? I probabili aumenti interesseranno solo le imprese ubicate nelle Regioni del Centro-Nord. Secondo i calcoli pubblicati dalla Cgia di Mestre, nel 2012 con le aliquote attualmente in vigore, il gettito Irap a carico delle imprese private dovrebbe attestarsi attorno ai 21,4 miliardi di euro. Nell’ipotesi che tutte le Regioni autorizzate aumentino di un punto l’aliquota Irap, il nuovo gettito si dovrebbe attestare attorno ai 25 miliardi di euro, con un saldo positivo di 3,5 miliardi. “Lo sblocco delle tasse locali non riguarderà solo l’Irap – ha quindi concluso Bortolussi – ma, anche il bollo auto, l’addizionale regionale sul gas metano e l’imposta regionale sostitutiva, i tributi ambientali provinciali, l’imposta di pubblicità, l’imposta sull’occupazione degli spazi pubblici ed altri tributi minori”. Vista la difficoltà che stanno vivendo le Regioni e gli enti locali, Bortolussi non ha escluso che per i cittadini e le imprese il peso delle tasse locali sia destinato ad aumentare a dismisura. Il numero uno della Cgia ha, comunque, espresso la speranza che i sindaci e i governatori “non approfittino di questo sblocco per fare cassa, altrimenti gli effetti della crisi sono destinati ad aumentare”.

La lobby gay militante si scatena contro Lucio Dalla.

Me lo aspettavo, ma non certo in queste proporzioni. Da due giorni la lobby gay italiana si è scatenata in maniera rancorosa contro il povero Lucio Dalla. Motivo ? Quello di non aver pavesato la propria presunta omosessualità. Presunta, perchè lui non l’ha mai confermata, non considerando il sesso un fatto pubblico. Il culmine è stato toccato dalle dichiarazione del militante gay (militanza che lo aiuta in maniera esponenziale nella sua attività di scrittore) Aldo Busi, che oggi sul sito Dagospia ha dichiarato:
HO SEMPRE PENSATO CHE LUCIO DALLA FOSSE UN CHECCHESCO BUONTEMPONE, UN CHIERICHETTO FURBASTRO – LE SUE INTERVISTE SONO UN VERO FLORILEGIO DI BANALITÀ IN OSSEQUIO ALLA MORALE COMUNE E ALL’AUTORITÀ COSTITUITA, ALLA MANIERA DI CELENTANO – E NON BASTA LA MORTE PER CANCELLARE LA MAGAGNA DEL GAY REPRESSO CATTOLICO (REPRESSO ALLA LUCE DEL SOLE, IL CHE NON NE INIBISCE CERTAMENTE IL GODIMENTO TRA LE TENEBRE DELLA VITA PRIVATA, ANZI, LE IMPLEMENTA, COME BEN SI SA)” “I BEN DOCUMENTATI RAPPORTI DI DALLA CON CRAXI E L´OPUS DEI, NONCHÉ CON L’ANGELO CUSTODE CHE DICHIARÒ DI AVERE VISTO AL SUO FIANCO, ME LO RENDONO POI ADDIRITTURA INDIGESTO, PER AMORE DELLA PILA SAPEVA INDIVIDUARE BENE DOVE ANDARE A FARE IL BACIAPILE, NON ERANO CERTO LE PROTEZIONI IN ALTO LOCO A MANCARGLI, ERA TRASGRESSIVO DOVE ESSERLO È DI MODA E ALLA PORTATA DI QUALUNQUE REAZIONARIO DI MONDO“.

Queste dichiarazioni sono l’ ulteriore dimostrazione della differenza sempre qui esposta tra l’ omosessuale non militante che non pretende impossibili ed innaturali matrimoni/unioni od adozioni, vivendo la propria condizione spesso con sofferenza, ma sempre come fatto privato, ed il gay sempre militante, spesso carico d’odio Cattofobico ed anticlericale, forse talmente insicuro della propria sessualità ed esistenza da vedersi costretto a sbandierare un comportamento trasgressivo con un curioso esibizionismo al limite della patologia. Incapace di comprendere quello affermato dalla Chiesa da sempre, e cioè la differenza tra peccatore e peccato. Che non si riesca a capire queste differenze, è preoccupante…



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Il Secolo scopre Alfa Giubelli. Con 4 anni di ritardo.

Il Secolo scopre Alfa Giubelli. Con 4 anni di ritardo.

Ricordate Alfa Giubelli, la cui vita fu rovinata dall’ odio partigiano e comunista di cui mi occupai nel Settembre 2008 con tre post in Santosepolcro ed altri cinque in Mortidimenticati ? Ebbene, a quasi quattro anni di distanza, il Secolo d’ Italia, liberatosi dal giogo finiano, se n’è occupato con un articolo di Angelo Spaziano il 23 Febbraio scorso:

http://www.secoloditalia.it/stories/Cultura/2610_sangue_chiama_sangue_il_caso_di_alfa_giubelli/

Insomma, meglio tardi che mai…

http://santosepolcro1.blogspot.com/search/label/alfa%20giubelli

http://mortidimenticati.blogspot.com/search/label/alfa%20giubelli

Sul No Tav: Onorevoli, ma che vivete a fare?

Guarda il video su YouTube: Anche nella puntata di ieri sera dell’Ultima Parola, la trasmissione condotta da Paragone con servizi sul campo del bravo Alessio Lasta che ha fatto un reportage…

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La condanna a morte

Monti ha detto sì all’Europa: Italia condannata a morte. Il premier firma il fiscal compact, trattato che dal 2013 ci costringerà a manovre lacrime e sangue. Addio sovranità
Oggi, venerdì 2 marzo, Mario Monti ha firmato la condanna a morte dell’Italia. Il premier, insieme agli altri leader europei riuniti a Bruxelles, ha detto sì al fiscal compact, il trattato europeo che a partire dal 2013 e per i decenni a seguire ci costringerà a manovre lacrime e sangue. Secondo il fiscal compact, tra le altre norme, il bilancio annuale dello Stato dovrà sempre essere in pareggio e non potrà superare lo 0,5% del Pil. Un obiettivo difficile, una morsa che renderà l’Italia un paese a sovranità militata, un paese con un Parlamento (e un popolo) esautorato.
Soddisfatta la Merkel – Il fiscal compact è stato firmato da 25 paesi dell’Unione Europa, tutti eccetto Regno Unito e Repubblica Ceca. Il patto di bilancio prevede regole più stringenti per i conti pubblici ed è stato fortemente voluto dalla Germania e dai paesi più virtuosi. “Gli effetti saranno profondi e di lunga durata”, ha commentato il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy, che ha aggiunto: “Abbiamo raggiunto un equilibrio fra i 17, i 25 e i 27, praticabile per tutti. Dopo la firma di oggi arriva il momento delle ratifiche: dovete ora convincere i parlamenti e gli elettori che questo trattato è un passo importante per riportare l’Euro stabilmente in acque sicure. Sono sicuro che avrete successo. I benefici del trattato sono chiari”. Secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel “il fiscal compact è una pietra miliare nella storia dell’Unione Europea. E’ un segnale forte che stiamo imparando la lezione della crisi e che abbiamo capito i segnali. Stiamo scommettendo sul futuro di un’Europa politicamente unita”.

Un sosia avariato ha sostituito Berlusconi

In nessun altro modo, infatti, è spiegabile il comportamento di Silvio Berlusconi dalle dimissioni (comprese, perché il vero Berlusconi non si sarebbe mai dimesso !) , all’appoggio al governo dei non eletti di Bin Loden, al voto favorevole all’aumento delle tasse irpef addizionali, tasse sui risparmi, patrimoniale contro la casa di proprietà, fino

I Marò

I nostri marò chiusi nella trappola indiana. Secondo le autorità locali i proiettili sarebbero compatibili con quelli che hanno ucciso i pescatori. Ogni giorno che passa è uno schiaffo all’Italia di Fausto Biloslavo
I marò accusati di aver sparato a due pescatori hanno evitato per un soffio di finire dall’umana guest house della polizia alle ben peggiori galere indiane. Purtroppo è solo un rinvio, fino al 5 marzo. Non solo: sta trapelando la notizia che il calibro dei proiettili che hanno ucciso i due pescatori indiani sia lo stesso delle armi dei fucilieri di marina. E ieri è saltato fuori un altro incidente misterioso. Un mercantile sconosciuto ha speronato un’imbarcazione ammazzando due pescatori indiani nella stessa zona dove è avvenuto il sospetto attacco dei pirati al mercantile italiano difeso dai marò. In questo caso, però, la nave assassina si è volatilizzata. Ieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò agli arresti dal 20 febbraio, hanno rischiato di finire in galera. Non a caso una fotografia scattata nella mattinata li ritrae con gli zaini pieni in spalla che si dirigono verso il tribunale scortati dai poliziotti indiani. Evidentemente anche i marò temevano di venir trasferiti dalla guest house di Kochi al carcere. La corte ha deciso di prolungare il fermo di polizia fino a lunedì prossimo. Un quotidiano locale, il Deccan Chronicle, ha citato il direttore generale della polizia dello stato del Kerala, Jacob Punnoos, che non lascia spazio a dubbi. Secondo l’ufficiale la squadra speciale che indaga sul caso dei marò solleciterà l’applicazione del fermo giudiziario, ovvero la galera.
Un pugno nello stomaco legale degli indiani rimandato al 5 marzo. Non è stato l’unico tenendo conto che il giudice P.S. Gopinathan ci ha razzolato per bene in aula affermando che il ricorso per processare i marò in Italia presenta «seri difetti» che devono essere «sanati» prima di ottenere una risposta. Il magistrato ha messo in dubbio anche la firma sull’affidavit difensivo di uno dei marò. L’impressione è che il processo sia già scritto e che i due fucilieri di marina finiranno in carcere o addirittura condannati. Il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, che rimane a Kochi, dove si trovano i marò e la petroliera italiana Enrica Lexie, ha parlato di giornata segnata da «alti e bassi», ma alla fine con buoni risultati. A parte il rinvio dell’incarcerazione sul lato delle perizie balistiche i carabinieri continuano a non avere il permesso di assistere all’intera procedura. La polizia ha fatto trapelare la notizia che il calibro dei proiettili mortali sarebbe di 5,56 mm, lo stesso delle armi dei marò. Prima avevano parlato di altri calibri, ma proprio dall’esame balistico dei proiettili, che gli indiani vogliono fare da soli, si può capire da quale specifica arma sono partiti. A patto che si tratti delle ogive estratte dai corpi delle vittime, mai visti dagli italiani, e che siano intatte.
La stessa polizia indiana, che aveva scortato il peschereccio colpito senza chiarire rotta e orari, ha in dotazione l’Insas, un fucile mitragliatore 5,56. Pure i militari dello Sri Lanka, che spesso sparano ai pescatori indiani per il controllo delle aree ittiche, hanno in dotazione il cinese T97 sempre 5,56 mm. La fetta di mare dove è avvenuto l’incidente con i marò è pericolosa e contesa. Ventidue indiani sono nelle galere dello Sri Lanka dopo essere stati catturati dalla marina con i loro 5 pescherecci. Guarda caso solo ieri è trapelata la notizia che nello stesso tratto di mare, dove i fucilieri del reggimento San Marco hanno sparato a sospetti pirati, è capitato un grave incidente. La barca indiana Dawn II è stata speronata da un mercantile provocando la morte di due pescatori, mentre altri sono dispersi. Michael, uno dei sopravvissuti, ha dichiarato: «Ci hanno urtato di proposito. L’impatto ha fatto rovesciare il peschereccio». Il mercantile si è dileguato e nonostante l’allarme gli indiani non sono riusciti ad identificarlo. Non si capisce bene se lo speronamento è avvenuto domenica scorsa, oppure mercoledì notte. In ogni caso non è scattata la «trappola» che ha incastrato i marò. De Mistura ha giustamente sottolineato il diverso comportamento del comandante di «questa nave-pirata in senso automobilistico» rispetto a quello della Enrica Lexie. «Non ci si può non soffermare – ha commentato il sottosegretario – sulla limpidezza delle procedure adottate dalla petroliera italiana che non ha avuto problemi a farsi localizzare e che in buona fede ha immediatamente accettato di tornare indietro, quando è stata contattata dalla Guardia costiera indiana».