Buffoni in sauna

BRUXELLES – Notevole imbarazzo sta creando nella Commissione europea un colloquio riservato «per soli uomini» organizzato dal vicepresidente finlandese, Olli Rehn, con sei giornalisti di importanti media. È avvenuto infatti nella sauna interna dell’istituzione di Bruxelles, ottenuta come benefit dagli euroburocrati per rilassarsi e riprendersi dalle fatiche quotidiane. Rehn aveva concordato con i reporter invitati che l’incontro e i suoi contenuti restassero riservati, in quanto solo di contesto sulla crisi finanziaria. Ma la sala stampa di Bruxelles, con un migliaio di giornalisti accreditati, è considerata la più grande del mondo. Un segreto del genere non poteva durare. E ieri Rehn, già nella presentazione delle previsioni economiche, si è visto chiedere da una giornalista tedesca se intendesse estendere alle donne i suoi colloqui riservati con i media. Il vicepresidente, molto imbarazzato, se l’è cavata esprimendo la sua ampia disponibilità verso la stampa e concentrandosi poi a parlare solo delle previsioni economiche. Il Corriere ha allora utilizzato il «Briefing di mezzogiorno» della Commissione per chiedere se l’ultimo di quegli incontri riservati con i giornalisti fosse avvenuto nella sauna e se per i partecipanti fosse previsto un dress code (regole di abbigliamento). Il portavoce spagnolo di Rehn, imbarazzatissimo, si è limitato a dire che non era il caso di fornire particolari sull’argomento perché tutti conoscono i «costumi finlandesi».

Lottiamo uniti contro i parassiti

Guarda il video su YouTube: Il titolo non porti a conclusioni affrettate. I parassiti di cui parlo io non sono i ladri e i fannulloni di cui ha parlato la Marcegaglia. Quelli, ci sono, sì, ma la società li sa riconoscere e li sa escludere, sia pure anche solo moralmente, con l’articolo 18 o no. […]

Vecchie bestie… assassine di popoli

MILANO – Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato una lettera ai Presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio in relazione agli emendamenti al decreto cosiddetto Milleproroghe nella quale si richiama l’attenzione sulla sentenza della Corte Costituzionale n.22 del 2012 che ha, per la prima volta, annullato disposizioni inserite dalle Camere in un decreto nel corso dell’esame del relativo ddl di conversione. Napolitano nella lettera fa anche riferimento ai precedenti richiami fatti sul tema e, pur notando che la Costituzione non gli permette di non firmare leggi solo per obiezioni su parti specifiche senza considerare la necessità e l’urgenza in via generale del provvedimento, richiama Renato Schifani e Gianfranco Fini a far sì che le Camere rispettino le indicazioni a comportarsi correttamente.
LA LETTERA – «Anche in occasione del recente decreto-legge Milleproroghe 29 dicembre 2011, n. 216 sono stati ammessi e approvati emendamenti che hanno introdotto disposizioni in nessun modo ricollegabili alle specifiche proroghe contenute nel decreto-legge, e neppure alla finalità indicata nelle premesse di garantire l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa» si legge nella lettera. «Come è noto, il Capo dello Stato non dispone di un potere di rinvio parziale dei disegni di legge e non può quindi esimersi dall’effettuare, nei casi di leggi di conversione, una valutazione delle criticità riscontrabili in relazione al contenuto complessivo del decreto-legge, evitando una decadenza di tutte le disposizioni, comprese quelle condivisibili e urgenti, qualora la rilevanza e la portata di queste risultino prevalenti». Per questo il Capo dello Stato si rivolge ai presidenti dei due rami del Parlamento, chiedendo loro di evitare per il futuro l’ammissione di modifiche incongruenti. «Sottopongo alla vostra attenzione la necessità di attenersi, nel valutare l’ammissibilità degli emendamenti riferiti a decreti legge, a criteri di stretta attinenza allo specifico oggetto degli stessi e alle relative finalità». Questo «anche adottando – se ritenuto necessario – le opportune modifiche dei regolamenti parlamentari».

Entebbe, per noi un esempio.

Ripropongo qui quanto postato nel mio blog principale Santosepolcro:

Purtroppo non credo che il governicchio dei sottomessi di Monti Mario, che incassa l’ ennesimo insulto dall’ Unione Sovietica d’ Europa sulla pratica degli invasori clandestini provenienti dalla Libia, abbia il coraggio di emulare gli Israeliani con quella mitica impresa riproposta in tanti film che fu l’ Operazione Tundherbolt, in seguito divenuta Operazione Yonatan, dal nome del Tenente Colonnello Netanyau, comandante il raid su Entebbe, Uganda, nel 1976, ma posso augurarmelo.
Il 27 Giugno di quell’ anno un commando di terroristi palestinesi e tedeschi dirottò un aereo dell’ Air France, il Tel Aviv-Parigi, facendolo atterrare nella capitale del criminale dittatore africano Idi Amin Dada, che parteggiava per il terrorismo palestinese, in combutta con Ceausescu, la DDR ed altri servizi segreti comunisti. Una volta atterrati, e saliti a bordo altri della banda, venne chiesta la liberazione di numerosi criminali palestinesi ed internazionali. Per dare credibilità, vennero rilasciati quasi tutti i prigionieri non ebrei oppure israeliani. Ma il comandante dell’ aereo, che non si chiamava Schettino, rifiutò di abbandonare gli ostaggi, e rimase con loro, seguito dall’ equipaggio; tutti furono dunque trasferiti in un hangar insieme ai terroristi.
Iniziò così un estenuante trattativa tra il commando, che minacciava di morte i prigionieri, e lo Stato d’ Israele, che abilmente riuscì a guadagnare tempo per organizzare quello che poi fece, essendo sempre stata la politica israeliana quella che con i terroristi non si tratta, ma si spara.
La notte del 4 Luglio 4 aerei da trasporto Hercules C 130 atterrarono all’ aereoporto di Entebbe, il principale di Kampala, riuscendo a far credere agli ugandesi che si trattava del dittatore Amin Dada in persona in visita. Per questo una Mercedes, scortata da due Land Rover, uscì dalla pancia del primo aereo, dirigendosi immediatamente verso l’ hangar, dopo aver eliminato due sentinelle.
L’ azione fu fulminea e senza scampo: dopo aver urlato in ebraico ai prigionieri di buttarsi a terra (ma uno non comprese e fu subito colpito per errore), oltre un centinaio di soldati ed agenti del Mossad fece irruzione, sparando con le micidiali minimitragliette UZI, dopo aver paralizzato i terroristi con granate accecanti e lacrimogene. Sei terroristi non ebbero scampo. In un lampo, gli ostaggi vennero liberati e caricati sugli aerei, la debole resistenza dei soldati ugandesi venne fiaccata dai lanciarazzi, che fecero strage dei nemici, con la perdita di due soli ulteriori ostaggi. Cadde (nella foto a fianco) anche il

Tenente Colonnello Yonatan (che, come ho ricordato, darà il nuovo nome all’ operazione) Netanyau, fratello maggiore dell’ attuale Premier d’ Israele Benjamin, a capo di un governo conservator-nazionalista. Ma in nemmeno mezzora tutto si concluse, con un bilancio di soli tre morti tra gli ostaggi più il capo della spedizione, a fronte di altri 102 liberati, 6 terroristi eliminati (ed almeno uno catturato, di cui non si seppe più nulla), ed una cinquantina di nemici ugandesi caduti. Ed 11 Mig 17 distrutti per impedire che agli stralunati ugandesi saltasse il pallino di inseguimenti nei cieli africani.
Uno straordinario successo che consiglio vivamente fosse imitato dal Nostro Esercito, qualora la trattativa con gli indiani che detengono illegalmente i Nostri 2 Marò andasse troppo per lunghe:

Andiamo a prenderli !!! Libertà x i Nostri Marò !

Pensioni e articolo 18 venti anni dopo

Monti e la Fornero hanno usato il bisturi per modificare le pensioni, aumentando l’età pensionabile, abolendo le pensioni di anzianità, portando tutti al contributivo ed equiparando le donne agli uomini.
Neanche un’ora di sciopero generale.
Adesso mettono mano alla legge 300/1970, lo statuto dei lavoratori, già vecchio quando fu emanato, figuriamoci quarantadue anni dopo, con tutti i cambiamenti intervenuti nella società italiana e nell’economia globale.
I sindacati tentano una resistenza, ma anche su questo argomento non stanno usando i toni accesi e apocalittici utilizzati in precedenza.
Sì, perché tanto sulle pensioni che sull’articolo 18 e lo statuto dei lavoratori, Monti e la Fornero non fanno altro che attuare quel che, sin dal suo primo governo dopo la vittoria elettorale del 28 marzo 1994, Berlusconi aveva in programma di realizzare.
Abbiamo perso quasi venti anni.
Perché quelle riforme andavano realizzate.
Perché era un corretto adeguamento alla società in evoluzione.
Perché se fossero state realizzate nel 1994, come Berlusconi aveva proposto, ne avrebbero guadagnato i conti pubblici e l’impatto sarebbe stato meno traumatico, avendo avuto margine per una giusta gradualità.
Ancora una volta le resistenze passatiste di sindacati ottocenteschi come la trimurti italiana, hanno causato danni più che benefici ai lavoratori e all’Italia.
E ancora una volta, come accadde durante la prima repubblica a seguire il cosiddetto “autunno caldo” del 1969, la responsabilità dei costi – economici e umani – aumentati deve essere condivisa tra la triplice demagogica, gli imprenditori calabraghe e i politici imbelli che, per conservare la “pace sociale”, hanno preferito fare acquiescenza agli ultimatum dei sindacalisti (Lama negli anni settanta, Cofferati recentemente) invece di far valere il loro diritto, derivante dal mandato elettorale conferito loro dal Popolo, per perseguire il reale interesse della Nazione.
Adesso quei provvedimenti che avrebbero potuto essere assorbiti con facilità venti anni fa, sono assunti dagli “intoccabili” del governo Monti, con timidi tentativi della triplice di fare la voce grossa che, però, davanti ai numeri e alla situazione greca, sembra un coro di Farinelli.
Monti e la Fornero, con i loro compagni di avventura, vanno abbattuti nel nome della Sovranità, dell’Indipendenza e della Libertà della Nazione Italiana.
Ciò non toglie che le riforme di pensioni e struttura del lavoro siano necessarie e utili.
Magari presentarle con meno alterigia e snobismo non guasterebbe.
Est modus in rebus.

Entra ne

Le colpe (inesistenti) dell’italia

STRASBURGO – La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. Nel cosiddetto caso Hirsi, che riguardava 24 persone nel 2009, non è stato in particolare rispettato l’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani, quello sui trattamenti degradanti e la tortura.
IL RISARCIMENTO – La Corte ha inoltre stabilito che l’Italia ha violato il divieto alle espulsioni collettive, oltre al diritto effettivo per le vittime di fare ricorso presso i tribunali italiani. L’Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime, in quanto due ricorsi non sono stati giudicati ammissibili. I legali dei ricorrenti hanno, invece, rinunciato alla refusione delle spese di lite, chiedendo soltanto il rimborso dei costi sostenuti per partecipare all’udienza che si è svolta a Strasburgo il 22 giugno 2011.
LA VICENDA – Come ha ricordato nei giorni scorsi il Consiglio Italiano per i Rifugiati (Cir), il 6 maggio 2009 a 35 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali, le autorità italiane hanno intercettato una nave con a bordo circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza). I migranti sono stati trasbordati su imbarcazioni italiane e riaccompagnati a Tripoli contro la loro volontà, senza essere prima identificati, ascoltati né preventivamente informati sulla loro effettiva destinazione. I migranti non hanno avuto alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale in Italia. Di questi 200 migranti, 24 persone (11 somali e 13 eritrei) sono state rintracciate e assistite in Libia dal Cir. È stato lo stesso Consiglio ad incaricare gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani di presentare ricorso dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Si tratta della più importante sentenza della Corte di Strasburgo riguardante i respingimenti attuati dall’Italia verso la Libia, a seguito degli accordi bilaterali e del trattato di amicizia italo-libico siglati dal Governo Berlusconi.
I TRE PRINCIPI – La Corte ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l’Europa sono in Libia sistematicamente violati. Inoltre, la Libia non ha offerto ai richiedenti asilo un’adeguata protezione contro il rischio di essere rimpatriati nei paesi di origine dove possono essere perseguitati o uccisi. A causa di questa politica, secondo le stime dell’Unhcr circa 1.000 migranti, incluse donne e bambini, sono stati intercettati dalla Guardia costiera italiana e forzatamente respinti in Libia senza che prima fossero verificati i loro bisogni di protezione.
REAZIONI – «Quello della Corte europea dei diritti umani era un pronunciamento che ci aspettavamo», afferma il senatore del Pd Roberto Di Giovan Paolo, segretario della Commissione Affari Europei. «Getta un macigno sulle politiche immigratorie del governo Berlusconi, che ha ceduto alle pulsioni anti immigrati della Lega». Sulla stessa linea Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci – Fds: «Bene la condanna della Corte europea, anche se non ridarà la vita a chi è morto nel dramma del 2009». Per Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, si tratta di «una censura gravissima per il governo che commise quell’errore e per quelle forze politiche che non solo difesero ma si fecero vanto di quei respingimenti, condannati immediatamente da tutte le organizzazioni umanitarie». «La tragica conferma che la demagogia al potere non è mai innocua ma produce errori ed orrori, come in questo caso».

Cineserie che nessuno vede

Sono tra le prime immagini dei laboratori clandestini gestiti dai cinesi in Italia. La città è Prato e il filmato mostra il risultato di un’indagine della Guardia di finanza tesa a stroncare il lavoro nero e l’attività illegale dei money transfer. A mostrarle sarà giovedì sera Sirene, il nuovo programma con Margherita Granbassi che andrà in onda su Rai Tre ogni giovedì alle 23,15. E che utilizzerà filmati inediti e servizi girati in esclusiva dalle forze dell’ordine. Le immagini più crude della fabbrica clandestina di Prato sono quelle che riguardano i bambini. La vita delle donne che cuciono, delle moderne schiave, si svolge tutta dentro uno stanzone, lì si dorme, si mangia, si lavora e lì si fanno vivere i figli. Che dormono tra le macchine e la sporcizia. Donne, bimbi e topi sono coinquilini. I finanzieri mostrano alle telecamere la colla che i padroni del laboratorio hanno steso sul ripiano di un frigorifero per tentare di immobilizzare i ratti. Anche in questo caso cibo ed escrementi sono contigui.  Edoardo Nesi, lo scrittore pratese premiato quest’anno con lo Strega, aveva raccontato con grande efficacia nel suo ultimo libro la cronaca di un blitz delle forze dell’ordine in un sottoscala. Ma la forza delle immagini aggiunge qualcosa in più e ci si domanda se nell’Italia culla dei diritti sindacali, per di più nella civilissima Toscana, si possa tollerare il risorgere dello schiavismo. Quello sfruttamento crudele e inumano – non va dimenticato – serve ad alimenta un perverso modello di business come quello creato dai cinesi nel distretto parallelo di Prato. E illegalità dopo illegalità si passa successivamente ai money trasfer e al denaro sporco e globalizzato.
Dario Di Vico

Allora gli immigrati portateveli a casa vostra

La corte europea per i diritti umani (?) di Strasburgo ha condannato l’Italia per il respingimento degli immigrati attuato dal 2009.
Ancora una volta, un gruppo di parrucconi al sicuro nelle loro torri d’avorio e ben remunerati con i soldi nostri, non tutela la Nazione Italiana.
L’Italia pagherà, purtroppo, a maggior ragione con questo governo di abusivi del voto popolare, proni all’europa.
Io non pagherei.
Tanto, se non paghiamo cosa ci fanno ?
Mandano la Bundeswehr del quarto reich merkeliano ad occuparci con una “guerra umanitaria” ?
E poi continuerei a respingere gli immigrati di cui, ormai, siamo pieni.
E soprattutto non concederei cittadinanza alcuna trasformando il nostro millenario, civile, ius sanguinis nel barbaro ius soli, neppure per i figli degli immigrati che sarebbe solo il piede di porco per legittimare l’invasione degli stranieri.
Le vicende di Francia e Gran Bretagna dimostrano, infatti, che la sicurezza interna è messa in pericolo dalle seconde e terze generazioni più che dalle prime.
Se proprio i parrucconi insisteranno nella loro vessazione, predisporrei un bel trenino per mandare a casa loro gli immigrati di cui si preoccupano tanto.
Vediamo se li accoglieranno o se li respingeranno, come facciamo legittimamente noi (e anche con troppa cautela e buona creanza).

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Tram di Milano in maschera

Quest’anno il Carnevale Ambrosiano sarà celebrato in pieno centro con maschere e costumi africani, tramite l’Arci, che lo organizza tramite contributi comunali (185mila euro, fonte “Corriere”). Niente di male, è anzi interessante apprendere le tradizioni di altre culture. C’è solo una cosa da dire, che con il carnevale questi “mascheramenti” non hanno niente a che fare. Significa travisare completamente il concetto di maschera come “trasgressione giocosa”, che è quello che da sempre contraddistingue il Carnevale. A meno di sentirsi cosi stupidi da voler lanciare coriandoli e stelle filanti all’interno di un rito Voodoo, ancorché simulato per noi turisti in casa nostra. A questo punto, partecipiamo alla festa anche col nostro blog, in modo più inerente, almeno milanese, portando on line i “mascheramenti” dei classici tram meneghini, messi in mostra ai tempi morattiani in Metrò Cadorna, ma senza la pretesa di farne un carnevale.

Il Kerala, ovvero la Cuba indiana.

Continuiamo la nostra piccola informazione su quello che i pacifinti considerano un paese democratico. Veniamo oggi allo Stato del Kerala, dove sono detenuti illegalmente i Nostri Marò.

L’attuale primo ministro del Kerala è Oommen Chandy , eletto dopo la vittoria del Partito del Congresso (socialista)nelle ultime elezione tenutesi nel 2011 , a danno del Partito Comunista Indiano. Aggiungiamo che il Kerala è considerato da sempre lo stato più rosso dell’ India, e che gli unici 2 partiti che hanno governato dall’ indipendenza, alternandosi, sono i 2 sopra. Che in Kerala il senso di appartenenza ad un partito è molto forte, mischiato ad un nazionalismo in salsa bolscevica stile Muro di Berlino. Che il paese è spesso paralizzato da manifestazioni operaie e studentesche. Che il Partito Comunista, da anni al potere in Kerala, non ha particolarmente gradito la vittoria del partito del congresso (socialista), guidato dall’ Italiana Sonia Gandhi… Si delinea dunque un quadro assai chiaro…