Premi e Cotillons


In data 31 gennaio, nella città universitaria per eccellenza, terra dei glossatori, è stata conferita la Laurea Honoris Causa al Pres. Napolitano a Bologna.

Il titolo onorifico in genere va inteso anche come approvazione nettamente culturale e politica, in linea quindi con l’idea di pensiero e gestione del potere che va per la maggiore, come approvazione assoluta e santificazione laica del pensiero e dell’azione di qualcuno, in un periodo particolare.L’Università più antica del mondo, per tanti versi (anche da me, col cuore) amata, con appassionati docenti,
e per altri versi con alcuni docenti noti negli anni anche al di fuori dell’Ateneo, assolutamente politicizzati a senso unico, prende un’altra volta posizione in maniera che …potrebbe non piacere poi proprio a tutti quanti,
per quanto televisioni servili, alcuni quotidiani in particolare, e media mainstream abbiano colto in questo evento solo un trionfo e martellato secondo questa MIOPE dinamica:
*i buoni: le brave persone sono tutte acriticamente e passivamente SEMPRE d’accordo con qualunque cosa facciano e dicano Napolitano, Monti (prima detto supermario, ora acclamato Nonno Mario anche da cortei di infanti) , l’UE & co;
*i cattivi: le persone non d’accordo, sarebbero tutte come i ragazzi dei centri sociali, circoli anarchici, okkupanti, lanciatori di uova e similia.
E pensare che razza di abbonamento e tasse paghiamo per sentirci insultare quotidianamente dal piccolo schermo e da numerosi quotidiani.
Il Quirinale costa 228 milioni di euro l’anno, il Palazzo tra i più cari al mondo.

E che tempismo con i premi! Bisognava anche questa volta fare in fretta per creare approvazione del nuovo governo di filobanchieri non eletti. Specie quando il paese stava mostrando segni evidenti di insofferenza per le nuove “norme” di Monti, del…LA Fornero, Passera & co, e così è stato premiato il Presidente ideatore dello stesso governo, che ha operato la scelta “ad alta caratura tecnica” senza passare per le urne.

Qui un resoconto della cerimonia.

In senso lato, invece quel che accade è una procedura nota: anche in Grecia, è stato rimosso il Presidente del Consiglio eletto e sostituito con un altro, con esperienza anche nella Goldman Sachs (come Monti, ma anche Draghi, Prodi…) gradito ai giusti poteri internazionali e alla finanza, quelli che decidono ormai cosa e come debbano essere le nazioni e i popoli.
Che poi la Grecia, prima di tanto, entrò in Europa con l’economia a sua misura, e a taroccare i conti fu la stessa Goldman, pare una questione accessoria: l’importante sembra debba essere che sia la finanza apolide a governare..ma si ostinano a chiamarla democrazia.La stessa “democrazia” stanno tentando di importarla nell’attuale Ungheria di Orban, che ha il torto di esser stato eletto, di avere una Costituzione votata, che comprende 2 cose che non possono piacere alla UE/BCE dei finanzieri: rispetto per la sacralità della vita dell’individuo (quindi niente aborti seriali e pacchetti eutanasici per far vendere le multinazionali del farmaco, niente immigrazione massiva col pretesto dei troppi aborti) e la Banca Nazionale ancora in parte sotto controllo del governo eletto, e non una summa di banche private che decidono loro i governi, come piace all’EU.

Un’altra volta, un exemplum, fu la Laurea Honoris Causa attribuita sempre a Bologna al filosofo-filantropo-speculatore George Soros, per ringraziarlo per il suo affossamento alla lira e aiutarci/”obbligarci di più” ad entrare nell’euro, sempre senza consultare i cittadini, e con le pezze, secondo le teorie di Prodi.
In altri Stati, Soros per le medesime manovre speculatorie è stato fortemente inviso;
era chiamato “L’Uomo che distrusse la Banca d’Inghilterra” per aver venduto allo scoperto 10 miliardi di dollari in sterline (1992), mentre la Banca Centrale Inglese non voleva aumentare i propri tassi di interesse in relazione all’allora SME. Tanto il geniale filantropo fece, che la Nazione Inghilterra/Banca d’Inghilterra fu costretta a fare uscire la sterlina dallo SME (!), svalutare la propria moneta nazionale mentre il nostro spuntava 1,1 miliardi di dollari.
In Malesia non è andata molto diversamente (c’era una taglia addirittura su di lui), e nemmeno nel grave attacco contro la lira poco prima del nostro ingresso nell’euro, che fu accompagnato da precedenti numerose speculazioni internazionali contro la nostra vecchia moneta. Siamo sempre noi comuni cittadini a non guadagnarci, ma gli altri…
Ci vuole del genio, indubbiamente, per essere in grado di fare queste manovre. Ma ci vuole anche molto coraggio. L’Università di Bologna non gli fece mancare il suo premio.

Si tratta dunque, da osservatori esterni, di riconoscimenti volti a sigillare un “già avvenuto”, in momenti topici; approvazione richiesta, anzi dovuta, per indirizzare il pensare comune, per insegnare cosa dobbiamo farci piacere, e cosa no;riconoscimenti indiretti anche a una forma di mondialismo, o verso fautori della finanza espropriante, o a pro di banche che giocano su scala mondiale, anche contro l’Italia, ma che noi siamo obbligati e resi quindi illustremente edotti a vedere sempre come grande regalo ai cittadini.

Per esaminare l’excursus del Pres. Napolitano consiglio il pezzo di Massimo.

Alcune varie dichiarazioni, per intendere un clima, o cosa si deve pensare, si sono susseguite anche nella settimana precedente al prestigioso riconoscimento a Napolitano, che riassumiamo solo come spunti di riflessione.
Il Rettore Prof. Dionigi a Bologna ammoniva gli studenti oppositori, centri sociali e simili, a non prendersela più di tanto con Napolitano perchè era lui, a suo avviso, la figura istituzionale con cui parlare per i fondi all’Università. Insomma “non prendiamocela con Napolitano perchè..ci concede dei fondi, ed era l’antiGelmini”.

Se riesce a concedere fondi, e se i fondi saranno bene impiegati, saremmo tutti contenti in un’epoca di tagli, per lo più imposti dall’esterno.
Ma…tutti i problemi di oggi gennaio-febbraio 2012 …sono ancora la Gelmini e Berlusconi?!
Si riporta, con questa chiave di lettura, tutto, al solito teatrino automatico “sinistra-che-dà-fondi-alla cultura VS centrodestraignorantone-con-la-gelmini-cattivi-che-tagliano-soldi-alla-créme-della-cultura”.

Ci si ostina a non sapere che molte norme, piaciute o meno, della riforma Gelmini, e dello scorso governo Berlusconi, non erano nemmeno tutte loro, ma erano obblighi europei gradatamente inseriti…ma avendoli (questi e ben altri obblighi Ue) inseriti troppo “gradatamente”, il governo è stato cacciato;
poi senza elezioni, ma grazie all’appoggio Napolitano, è disceso dalle cataratte celesti il camminatore sulle acque Monti a fare in fretta il lavoro delle elites europeiste-mondialiste (è questo il vero motivo del premio, adesso?), che Berlusconi non faceva abbastanza, e il PD & co si sarebbe perso a mezza strada, anche se, tranquilli, la sinistra italiana è sempre stata prona ai poteri forti, finanza apolide e vari potentati internazionali-mondiali (ha ricollocato così il suo “internazionalismo”) come ricorda la geniale Nessie qui.Si vuole non sapere che molte delle iniziative Gelmini erano già nelle proposte riforma Mussi dello scorso caduto governo Prodi, ma non erano neanche allora tutte di Mussi, ma in parte imposte dall’Ue.
E così in tutti gli ambiti, non solo scolastico-universitario.
Tagli, tagli, tagli e tasse, tasse, tasse per mantenere il carrozzone Ue e aggiungere un tassello in più al…”Nuovo Ordine Mondiale” in cui saremo tutti uguali, ma con alcuni ancora più uguali.
In Italia, come altrove in Eu, da tempo non c’è un governo locale o nazionale vero, ma solo una ‘governance’ eterodiretta europea (tra l’altro sempre prona anche agli Usa, che continuano anche a decidere le guerre per noi), loro stessi o loro sostituti, quella verso cui ci spingono, o incarnano entusiasti, proprio i Monti, i Napolitano e i Draghi ma anche i Prodi, gli Amato, e non troppo dissimili nemmeno certi centrodestra più o meno fallimentari, ognuno secondo il ruolo che ha storicamente avuto in questa direzione.
Non è infatti un caso che tra i concetti espressi da Monti, comunque frutto diretto delle scelte di Napolitano, in questo periodo ci fosse l’idea che se di progresso e futuro si deve parlare, va inteso solo in senso europeo e non più nazionale,
e va inteso nettamente come progressiva cessione di sovranità (le poche rimaste) nazionale e controllo di territorio e risorse da qui (Italia) a là (Europa).
E’ questo dunque che è stato premiato, più che altro, questo sistema.

Val la pena notare ancora altro, rispetto all’idea di Lauree Honoris Causa, Cultura, Università e Dittatura Europea (si badi bene, non Europa di Nazioni, di cui anche chi scrive sente di far parte, ma di un’Unione artificiosa fatta solo di beghe fiscali ed errori monetari, imposizioni assurde in ogni settore, agricolo e alimentare compreso, esproprio del nazionale verso il globale, pezzo di quel Nuovo Ordine Mondiale che tanto ossessiona anche teoreticamente e in pratica i nostri non eletti governanti):
a causa dell’incremento babelico delle lingue per l’allargamento dell’Unione Europea si considerano lingue di redazione degli atti formali solo tre principali lingue europee (l’inglese, il francese e il tedesco) ma non l’italiano.
Questo, per puristi della cultura e della lingua, ma anche della comprensibilità democratica di atti e norme,
è uno smacco alla democrazia, uno smacco ai nostri studiosi, che non possono amare un’Europa siffatta, che è una caricatura d’Europa;
uno smacco all’Università, alla cultura italiana, ma anche alla cultura latina (le altre lingue sono al più neolatine) ripiena di letteratura base del pensiero e culla del diritto di cui facciamo parte e da cui derivavano le Costituzioni serie di mezzo mondo; uno smacco perchè tutte le nazioni non sono considerate uguali (e questo non solo in funzione del loro debito pubblico interno accumulato ad arte, i cui interessi sono quotati in borsa).
Quindi alla fine….i premi vengono però dati a chi è parte attiva dei processi di delegittimazione culturale e materiale autoctona e nazionale, che di solito, mentre opera questo, intesse anche sonori e scenografici inni nazionali proprio quando la delegittimazione della Patria e la cessione di ogni potere in casa nostra è al massimo grado.
Tengo anche a sottolineare che il processo è talmente evidente, che parecchie riviste di cultura geopolitica statunitensi, riferendosi all’Europa anche in modo neutro, non parlano da anni più di nazioni o stati europei, ma di aree: area italiana, area francese…dopo la distruzione effettiva degli Stati Nazionali, che non possono nemmeno più decidere il bilancio interno, c’è poco di che cantare inni mamelici, casomai babelici.

Le Scienze Politiche e le relazioni internazionali: anche l’equilibrismo politico è una scienza politica. Si può essere veterocomunisti sfegatati prima, tifare URSS ma poi passare a tifare USA e neoliberismo-darwinismo sociale in economia, come l’enorme parte della sinistra nostrana, alla faccia di tutti i poveracci che questo sistema crea.
O c’è anche L’European Council on Foreign Relations
tra i membri (rigorosamente “tecnici apolitici” eh, ma apolitici ovviamente di una certa area)
Giuliano Amato, Emma Bonino, Massimo D’Alema, Gianfranco Fini, Emma Marcegaglia….

Altre varie cose sono state affermate e riaffermate da più parti (Monti e Napolitano) nella settimana passata e fanno riflettere. Ecco le nuove XII Tavole.

Sempiterno l’obolo all’Euro, che è una nuova religione a cui s’intonano litanie:
_Non si può uscire dal Santo Euro, non si può criticare l’Europa, anzi guai a chi lo fa.
_L’Euro (moneta fallita) sarebbe una garanzia democratica (sic)
_L’Europa sotto l’Euro sarebbe garanzia democratica (!) e la vecchia idea di Stati Nazionali è anzi pericolosa,
causa le guerre, per cui le sovranità (minime, restanti) dei singoli Stati Nazionali devono essere cedute all’Eu (un superstato dittatoriale con maggioranze non elette, tanto ormai non sono eletti nemmeno i governi nazionali)
_L’Europa siffatta è garanzia contro il “pericoloso concetto” di identità nazionale e contro i totalitarismi nazionali (infatti il totalitarismo lo è lei direttamente)

 L’Italia è in realtà un paese a base tuttora enormemente comunista e le Sinistre (lo si vede da chi le compone, ma non è che in altri settori politici si sia messi molto meglio) sono le vere complici dell’Europa/EURSS mondialista dei banchieri, relazione pericolosa che va verso una dittatura non solo finanziaria sui sudditi.

Allora, in generale PREMIARE PERCHE’ ? Napolitano a Bologna, ma anche premi a Draghi “orgoglio italiano” , e anche premi a Monti
_e che premio quest’ ultimo, il “Trombinoscope” (si chiama proprio così, ma i trombati siamo noi)_
è un modo di dirci: è così che deve andare, anche se non li avete scelti voi.

Loro, governo non eletto degli “altocarati” savi, sanno cos’è meglio per noi,
e tra istituzioni di lignaggio, si premiano l’un l’altro.
Non è nemmeno più necessario passare per consultazioni elettorali, e lo confermano anche i sondaggisti.
Anche se fossimo andati al voto, li avremmo votati lo stesso, dicono, quindi inutile andarci.
E premiamoli.
E’ così che si festeggia il Fiscal Compact, l’EuroGendFor, l’ESM e i prelievi forzosi…da Libero, poco sopra citato:

“….Le uniche cose certe, approvate dal governo, sono: la riforma delle pensioni e l’aumento delle tasse più pagate dagli italiani, benzina e Iva su tutte. E fra un mesetto sarà nero su bianco anche la cessione di sovranità, firmata il 9 dicembre scorso e confermata l’altra sera da 25 capi di Stato, che tuttavia non hanno il debito come quello italiano. È il famoso fiscal compact, che prevede l’obbligatorietà per gli Stati del pareggio di bilancio. Un vincolo quasi costituzionale.
… Il problema è che i Paesi con debito pubblico oltre il 60% del Pil (e noi siamo sopra il 117%) dovranno ridurlo di un ventesimo l’anno. A conti fatti l’Italia sarà costretta a varare manovre da 45 miliardi l’anno per accontentare la Merkel. La quale, per mettere soldi veri nell’Esm, cioè l’erede del fondo salva-Stati, vuole vedere sacrifici veri e non più a parole. Monti e i suoi collaboratori sono riusciti a portare a casa delle attenuanti: prima di punire uno Stato non virtuoso bisognerà tener conto del ciclo economico, del risparmio del settore privato, del saldo primario e dell’evoluzione della spesa. La sostanza tuttavia non cambia: il fiscal compact mangia una manovra l’anno. Quindi ne serviranno altre.”

Questi premi hanno dunque la valenza di benedizione data ai fautori di questa visione e impresa,
quando nel paese infuria la protesta.   Personalità in grado di passare da una carica all’altra, da un premio all’altro, a volte dal privato al pubblico, di alta caratura in alta caratura.  

Sono premi educativi delle masse e diretti all’ammaestramento del popolino bue, per farci ingurgitare per buoni gli errori commessi, e farcene presto ingurgitare altri.
 
Un pensiero di Napolitano dopo la premiazione “non facciamo pagare il nostro debito nazionale
pregresso ai giovani” è un’utopia e una presa in giro di proporzioni immani, perchè sono generazioni che già lo stanno pagando, e da un pezzo: i 40 enni di oggi, i 30 enni e i 20enni, e dopo la riforma delle pensioni, pagheremo e strapagheremo dalla culla alla tomba e non percepiremo mai.

Se il premio a Napolitano significa senza dubbio anche un’affinità con la sua visione della realtà e della politica, oltre che un riconoscimento per aver spodestato senza elezioni un governo sgradito alle sinistre e all’EU, e per aver fatto discendere dai cieli Monti, l’incontestabile gradito alla Germania e a certi mercati speculativi (ma allora il governo lo scelgono i mercati…),
i contemporanei premi a Monti e Draghi nel ruolo attuale (che rivestono da un paio di mesi) risultano ancora più eloquenti. Il punto in comune è che, pur differentemente, rappresentano una stessa concezione e uno stesso progetto.
Quando il consenso non c’è, (e del resto, non lo si è nemmeno chiesto),
un tempo lo si creava con panem et circenses. Oggi panem ben poco.
Rimangono i circenses.
O prelievi forzosi (anche) di stima e consenso.

I premiati piacciono a Obama, a Mrs. Merkel, a Sarkozy, alla UE e all’ONU, alla Nato, ai mercati, alle Università.
Che piacciano o non piacciano ai cittadini, non ha evidentemente importanza alcuna, e infatti non siamo nemmeno stati consultati.

Josh

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L’ira dei togati

CHIUNQUE sbaglia, DEVE pagare i danni. Ed è giusto che sia così anche per la magistratura. Magari prima o poi, impareranno ad usare meglio il loro potere, le leggi e il cervello. Augurandoci che tale provvedimento passi anche in seconda battuta e finalmente diventi realtà.

MILANO – Via libera della Camera alla norma che introduce la responsabilità civile dei magistrati. L’Aula di Montecitorio ha approvato un emendamento in questo senso del leghista Gianluca Pini alla legge comunitaria. I voti a favore sono stati 264, 211 i contrari. Un deputato si è astenuto. Il voto è stato a scrutinio segreto, come richiesto dal Carroccio che alla fine è riuscito a portare dalla propria parte la maggioranza dei deputati presenti. Il governo, che aveva espresso parere contrario, è stato dunque battuto in aula. «Il governo aveva avuto l’impegno del Pdl a votare per la soppressione dell’articolo» ha commentato subito dopo la votazione il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini. «Come avete visto a voto segreto è successo diversamente» – ha poi sottolineato. Un possibile ricompattarsi della vecchia maggioranza? «Evidentemente – è la risposta – su alcuni argomenti si ricompattano». E ancora: «il governo non ha chiesto il rinvio perchè aveva avuto la garanzia che avrebbero votato secondo le indicazioni». Anche Pier Luigi Bersani commenta con stizza l’accaduto: «È un vecchio trucco, il PdL aveva annunciato che votava no ed invece ha votato sì. È inaccettabile».
«ATTO DA P2» – Durissima la reazione del leader dell’Idv Antonio Di Pietro: «Dietro il voto segreto una maggioranza oscura ha compiuto un atto da P2 parlamentare. Ci sono almeno 50 traditori che hanno votato in modo diverso rispetto ai loro gruppi. Idv, Pd, Udc e Fli eravamo contrari». Per Giulia Bongiorno, avvocato ed esponente di primo piano di Futuro e Libertà, bisogna votare testi «in cui chi sbaglia paga, ma io non voglio magistrati terrorizzati nell’interpretare la legge o che scrivono sentenze con mano tremolanti. Non rendiamoli terrorizzati di fronte alla legge».
COSA CAMBIA – L’emendamento prevede, in particolare, che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento» di un magistrato «in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia», possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. A pagare sarà dunque la toga. Ovviamente, il testo deve ancora avere l’ok del Senato.
I MAGISTRATI: «MOBILITIAMOCI» – La norma approvata alla Camera sulla responsabilità civile delle toghe è «con tutta evidenza un tentativo di intimidazione nei confronti della magistratura». Lo dice all’Ansa il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini. È, aggiunge, «una norma incostituzionale», una «mostruosità giuridica» che il Senato dovrà cancellare. E intanto il tam tam corre sulle le mailing list dei magistrati con l’incitazione alla mobilitazione. «Dobbiamo essere pronti a mettere in campo anche uno sciopero immediato» scrivono in tanti perchè la «posta in gioco è alta». A chiamare immediatamente i colleghi alla mobilitazione subito dopo il voto alla Camera è, tra gli altri, Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma componente del parlamentino dell’Anm in rappresentanza di Magistratura democratica, che chiede «formalmente alla giunta dell’Anm di proclamare lo stato di agitazione e di procedere ad una convocazione straordinari del comitato direttivo centrale per sabato o domenica». «Non ci si può limitare a sperare – aggiunge – che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l’illegittimità della norma oggi approvata dalla Camera. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative – inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato – faccia comprendere anche ai più sordi l’entità della posta in gioco».
IL MINISTRO – E interviene anche il ministro Paola Severino. «Il Parlamento ha votato ed è sovrano -afferma- ma confidiamo che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento perchè interventi spot su questa materia possono rendere poco armonioso il quadro complessivo». La ministra, prendendo atto della volontà del Parlamento, ha comunque osservato che lo strumento dell’emendamento, forse non era il più idoneo per intervenire su una materia così ampia. «Se si fosse trattato di un intervento puntuale sulla sentenza – ha evidenziato – si sarebbe potuto tranquillamente intervenire con un emendamento però poichè il tema si è allargato ad altri aspetti abbiamo ritenuto che fosse più corretto trattare in una sede più organica un aspetto così delicato».

Monti: il popolo non ha pane? Diamogli le brioches!

E’ semplicemente vergognoso quello che ha dichiarato il presidente del consiglio. Lui che prima di accettare il posto da presidente del consiglio si era fatto nominare senatore a vita, che è, come dice la stessa parola: un posto fisso… più di un posto fisso, un posto a vita, e non da mille euro al mese… […]

Imbecilli per vocazione

Qualche notizia riguardo lo ius soli e lo ius sanguinis, qui.
CITTA’ DEL VATICANO – “Garantire la cittadinanza italiana a chiunque nasce nel nostro Paese sulla base dello ius soli è un diritto di civiltà. Un sacrosanto diritto che va riconosciuto a tutti, a partire dai figli degli immigrati che vengono al mondo in Italia, ma nello stesso momento è un diritto che riguarda soprattutto noi italiani”. Parla monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, giurista, presidente emerito del Consiglio per gli Affari giuridici della Cei (Conferenza episcopale italiana), presule tra i più impegnati sul fronte dell’antimafia e dell’accoglienza ai migranti che arrivano nel nostro Paese per sfuggire a fame, guerre e persecuzioni. Uno dei pochi vescovi che, comunque, ha sempre condannato senza esitazioni la politica dei respingimenti adottata dal precedente governo Berlusconi definendola “immorale e che non va assolutamente assecondata”. Condanna ribadita proprio oggi, a Pantelleria, alla presentazione del suo nuovo libro ”La Chiesa che non tace”.
“Occorre fare subito e bene”. Con altrettanta determinazione, Mogavero si schiera a favore della campagna di sensibilizzazione che sta portando avanti Repubblica.it per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, facendo notare che “su questo tema, come ha anche sollecitato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, occorre fare subito e bene perché l’Italia è in grave ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, come la Francia dove lo ius soli è in vigore da tanto tempo”. “Senza questo diritto di civiltà – specifica il vescovo di Mazara del Vallo – il nostro Paese rinuncerebbe a svolgere quel ruolo di avanguardia mediterranea che lo contraddistinguerebbe nel favorire il dialogo e la conoscenza con i paesi delle altre sponde”.
“Abberrane negare il diritto di cittadinanza”. Chi viene in Italia, assicura ancora Mogavero, “lo fa perché vuole vivere, vuole lavorare con dignità e abnegazione. Nessuno ci vuole aggredire e tantomeno imporci religioni e culture diverse dalle nostre. Ma i figli degli immigrati che nascono sul suolo italiano hanno tutto il diritto di avere la cittadinanza italiana, se lo vogliono. E’ aberrante, non andare in questa direzione se gli immigrati che lavorano in Italia pagano le tasse, mandano i loro figli a scuola, hanno diritto all’assistenza medica”. Purtroppo, ammette il vescovo, “tra i politici non tutti la pensano così, come pure nelle gerarchie ecclesiastiche, mentre tra la base cattolica, tra le migliaia di parroci che vivono accanto alla gente comune, l’attenzione a questi diritti è pressocché unanime”.
“E se questo significa essere comunisti….”. “Non è la prima volta che mi esprimo in questi termini e per questo – ricorda Mogavero – mi accusano di essermi schierato. Certo che mi sono schierato. Dove c’è l’uomo c’è Dio. Specialmente dove c’è l’uomo sofferente ed indifeso. Chi me lo fa fare? La mia dignità di vescovo. Ci chiamano i vescovi rossi – aggiunge – perché ci mettiamo dalla parte della giustizia, della verità, della condanna dell’oppressione, se questo è essere comunista io sono il primo, la spiritualità non deve far perdere di vista la dolorosa vita di chi è oppresso”. Il Mediterraneo ”sopravviverà a tutti i potenti – continua il vescovo – la politica, invece, non dura, dobbiamo mettere da parte l’angoscia distruttiva e il pensiero di una ripresa della guerra santa. Chi arriva nel nostro Paese non mette a richio la nostra identità; è sbagliato, ad esempio, pensare che l’Islam voglia togliere le nostre radici cristiane, ci ricordiamo del nostro cristianesimo solo quando sentiamo il pericolo di invasione. Dobbiamo guardare alla ricchezza culturale del Mediterraneo e farci terminale privilegiato di dialogo e di convivenza”.

Fabro, un maestro antimoderno

Padre Cornelio Fabro (Flumignano 1911 – Roma 1995) è stato l’autore del risorgimento tomista, dunque  l’interprete della coraggiosa sfida lanciata dall’avanguardia cattolica alle filosofie del mondo moderno e ai loro allungamenti nelle mostruosità del secolo sterminato oltre che nelle conformistiche e deliranti teologie dei progressisti.  Nella formazione della sensibilità antimoderna di Fabro, fu decisiva la lettura di un autore protestante, il danese Soren Kierkegaard. Nell’intervista concessa  nel 1971 a Gino De Santis, redattore della prestigiosa rivista “Fiera letteraria”, Fabro rammentava: “Qualcosa s’accese in me quando lessi il Concetto dell’angoscia [di Kierkegaard]. Affiorarono sentimenti che mi erano congeniali ma non riuscivo ad orientarmi: trovavo però che era come un grido di battaglia contro ciò che già nel mio animo oscuramente avversavo: il mito della scienza, l’immanentismo, il materialismo, lo squallore del mondo moderno che trovava barlumi di trascendenza in sé e basta: proprio come un serpente affamato che avesse trovato, unico cibo, la propria coda”. Va da sé che Fabro fu un tomista coerente non un esistenzialista. L’autorevole mons. Pietro Parente ha stabilito che Fabro riconobbe “i difetti di Kierkegaard e della sua opera” dimostrando di non aver mai affermato l’assoluta validità delle sue conclusioni: “io non sono un kierkegaardiano e sento di dover fare molte sostanziali riserve alle sue posizioni così in filosofia come in teologia”.   Non è lecito tuttavia disconoscere i meriti di Kierkegaard, lucido e risoluto contestatore  dello hegelismo e ispiratore delle rivolte contro le filosofie finalizzare a diffondere il nefasto errore intorno all’immanenza assoluta.  Un geniale continuatore dell’opera fabriana, Ennio Innocenti, peraltro, riconobbe che Kierkegaard “ponendosi in antitesi con ogni razionalismo gonfio di sufficienza” si avvicinò al cattolicesimo e (fatto straordinario nel mondo avvelenato dal luteranesimo) formulò pensieri compatibili con il tomismo.  La ultracogitante riduzione hegeliana di Dio al mondo, infatti, abbassa l’orizzonte dell’agire umano e scatena quella folle corsa al piacere momentaneo che ha per orizzonti il totalitarismo della dissoluzione, l’avvilimento della persona e l’oppressione dei deboli.   In secondo luogo il pensatore danese ebbe l’ardire di avanzare sulla via indicata dal genio anticonformista di Friedrich Trendelenburg (1802-1872) e di rivalutare il realismo aristotelico, quale alternativa “alle vaporose divagazioni della dialettica idealistica sull’Io trascendentale, in cui annega Dio e la persona umana”.   Fabro ha dimostrato che la contestazione kierkegaardiana dell’ateismo moderno “si configura da ultimo come la forza dell’intelligenza e dell’azione dell’uomo, che, in quanto Singolo e solo in quanto tale, vince ogni avvilimento socio-logistico e, con la coscienza di essere in divenire, fa divenire il mondo e contesta ogni ordine che non ha fremiti interni di rinnovamento. Il conservatorismo ateo contemporaneo, anche quello che più si occulta in una professione di fede nell’esistenza di Dio, ne sia avvertito, ne sia avvertita anche la contestazione atea: il suo conflitto con l’ordine stabilito è una ricerca di Dio”. La polemica di Kierkegaard contro la cristianità luterana, intossicata dallo hegelismo ha ispirato l’opposizione di Fabro a quella teologia progressista e pseudo-ecumenica, che stava avvelenando la vita della Chiesa cattolica.  Nei roventi anni Settanta Fabro pubblicò tre volumi polemici, scritti per denunciare gli errori di Karl Rahner e il delirio dei suoi seguaci democristiani: “La svolta antopologica di Karl Rahner”, “L’avventura della teologia progressista” e “La trappola del compromesso storico”.  Al proposito don Dario Composta sostenne che “La teologia degli anni 1940-60 si caratterizzava per un doppio sviluppo di falso progresso (da Fabro detto perciò avventura): da premesse di rifiuto del tomismo e perciò dell’adesione incondizionata alla filosofia idealista, esistenzialista e ermeneutica di carattere speculativo, si ha il passaggio verso considerazioni vitalistiche della prassi morale. Senonché, dopo la celebrazione del Concilio Vaticano II e cioè verso gli anni 1965 la teologia cattolica, in particolare, nelle sue forme più spericolate, tentò di imporre alla sana tradizione morale gli stessi princìpi moderni sopra enunciati, provocando in alcuni casi la caduta verso aperte affermazioni lassiste così compromettenti da suscitare in padre Fabro l’indignazione”. L’interpretazione kierkegaardiana di Fabro, se meditata seriamente, dimostra l’attitudine a rettificare e soddisfare finalmente le aspirazione delle avanguardie anti-moderne (si pensi, ad esempio, agli allievi di Giano Accame, dialoganti con la sinistra critica) che hanno cercato di sfuggire al raggio paralizzante dell’antichismo, gettando un ponte verso l’attualità.  La filosofia di Fabro può far passare l’istanza antimoderna (cioè l’intenzione contraria al liberalismo, prima, ultima e mai innocente ideologia) attraverso lo stretto varco tra i due contrapposti errori che la soffocano: il tradizionalismo antichista, sordo ai segnali di vita lanciati dai moderni immuni dalla modernità, e la neodestra pagana, intesa a gareggiare con il nichilismo degli ultramoderni. Il pensiero di Fabro, in ultima analisi, si propone quale riscatto e inveramento delle scuole operanti nella destra antimoderna: la scuola dei pensatori proustiani, che tentano l’impossibile fuga nel passato remoto e la scuola dei pensatori avventurosi, che nutrono l’illusione di vincere la modernità usando gli argomenti dei marxisti decadenti.

Su Fabro cfr.: Rosa Goglia, “Cornelio Fabro Profilo Biografico, Cronologico Tematico di inediti, note di archivio, testimonianze”, presentazione di padre Andrea Meschi, Edivi, Segni 2010, pagg. 300 euro 18, per ordinazioni [email protected]

Piero Vassallo

Storia di una moschea

Benché si parli di moschea a Genova da una decina di anni, la bomba è scoppiata nel corso delle ultime feste natalizie a cavallo tra dicembre 2011 e gennaio 2012. In pratica, la giunta di sinistra genovese della Sindaco Marta Vincenzi ha preparato in sordina un bel regalo alla città ma da donare non prima delle prossime elezioni amministrative di sapore estivo. Pertanto, se tutto andasse secondo il criterio di sinistra secondo il quale questa vincerebbe le elezioni, la moschea si farebbe. Tuttavia, siccome la sfera di cristallo non l’ha nessuno e tutte le parti politiche saranno in gioco ritengo sia giusto e doveroso analizzare e rendersi conto della storia della moschea a Genova per poi trarne le conseguenze e constatare come quello della moschea sia un elemento di fondamentale importanza per portare avanti una campagna elettorale all’interno di una città difficile come Genova e da sempre devota o succube della sinistra. Vediamone i dettagli. Il 29 dicembre 2011 è stata organizzata di fretta e alla chetichella una riunione della giunta comunale che ha accelerato l’iter burocratico legato alla costruzione di una moschea a Genova nella zona del Lagaccio. L’assessore comunale alla cultura, Andrea Ranieri, ha spiegato in maniera frettolosa di aver “approvato una delibera con le linee di indirizzo per il percorso di edificazione della nuova moschea di Genova” e di aver preso atto che la Comunità islamica genovese “si è costituita in fondazione, quindi, in soggetto legale e ha dato disponibilità a scambiare parte dell’area in suo possesso in Via Coronata con la concessione del terreno di Via Bianco”.
E’ da precisare che tale delibera è arrivata senza il consenso dell’Italia dei Valori che, dopo aver annunciato tentennamenti su questo progetto, ha preferito astenersi e non partecipare alla sezione di voto “per riflettere attentamente”, come commentato dall’assessore dell’Idv, Francesco Scidone. In seguito, la pratica è approdata in consiglio comunale fissato per il 10 gennaio 2012 in cui verrà discussa, oltre ad altri punti, la mozione firmata dalla Lega Nord e dai gruppi di minoranza basata sulla richiesta al consiglio di non permettere in nessun modo la costruzione della moschea al Lagaccio (anche se, beninteso, il parere della Lega è di dare battaglia a scongiurare l’assurda ipotesi di realizzare una moschea a Genova, come sostiene il capogruppo leghista in Comune e segretario provinciale genovese, Alessio Piana). Dopo più di tre ore di dibattito in consiglio comunale il 10 gennaio, tale mozione presentata dalla Lega Nord (appoggiata da Pdl e L’Altra Genova) purtroppo è stata bocciata con 28 voti contrari, 14 favorevoli e un astenuto. Mozione ovviamente contrastata dall’Imam genovese Husein Salah e invece ben voluta e difesa dai rappresentanti dal Comitato Cittadini Centro Est (anti-moschea) il cui Presidente è Felice Ravalli. Ravalli ha annunciato una lunga battaglia mediatica e giuridica contro Husein, che è anche portavoce della comunità islamica cittadina, e la volontà di costruire in Via Bartolomeo Bianco al Lagaccio un nuovo tempio islamico. Al di là di ogni parere politico, oggettivamente la campagna anti-moschea proclamata a Genova si basa su dati di fatto. Ad esempio, l’area del Lagaccio dove si vorrebbe costruire la moschea spetta al quartiere in quanto sono 40 anni che esso vive di promesse e di speranze, di progetti mai realizzati finora. Inoltre, un grosso spazio nella zona è stato concesso al centro sociale “Terra di Nessuno” e con la moschea altri 5000 mq verrebbero tolti a tale area per la realizzazione della stessa. Da qui emerge un altro argomento scottante ma tabù a Genova, quello della vita, del presente e del futuro dei centri sociali, argomento che dovrebbe essere preso al contrario in seria considerazione al momento opportuno. Di rimando alle posizioni di contrasto del Comitato Cittadini Centro Est e della Lega e a dimostrazione di come la materia “moschea” sia davvero impegnativa e difficile da risolvere sta la risposta della Comunità Islamica che pare avere già preso il sopravvento., coadiuvata naturalmente da una giunta comunale compiacente. L’Imam spiega come “la Comunità islamica abbia aspettato con pazienza sei anni che la politica facesse il suo mestiere, ma si è oramai capito che è impossibile arrivare ad un accordo unanime su un argomento come questo anche perché c’è sempre qualcuno che strumentalizza le situazioni”. L’Imam aggiunge con enfasi che “la moschea di Genova sarà un’opera importante destinata a diventare un punto di riferimento per il dialogo e la tolleranza tra le religioni a livello nazionale”. Parole forti e dirette queste ma anche facilmente attaccabili semplicemente da un punto di vista dei diritti umani. Prima di tutto deve prevalere il diritto di reciprocità in base al quale due parti distinte devono rispettarsi in tutto, anche nella scelta del culto religioso. Finché tale rispetto verrà meno o sarà univoco non ci sarà moschea né Comunità islamica che tenga. Pertanto, più di dieci anni di battaglia da parte della Lega Nord a fianco dei comitati spontanei per tentare di fermare la costruzione del tempio islamico, in particolare nella zona del Lagaccio, apparentemente sembrerebbero vanificati con l’ultima delibera del Comune che rimanderebbe l’ultima decisione su tale moschea al dopo elezioni amministrative. Al contrario, questa dovrà essere un punto di riferimento e di partenza per affermare il proprio credo, i propri diritti e per contribuire a fare di Genova una città vivibile, dignitosa e rispettosa del valore altrui.

Roberta Bartolini

Il (finto) volare di stracci

Nonostante stia distruggendo l’italia (ed è evidente), tutti gli idioti di destra, di sinistra e di centro, continuano a sostenerlo apertamente. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Il peggio è che con questo governo tecnico del salvaitalia e cresciitalia, andiamo a fondo soprattutto noi. Ipocrita è chi prima lo osanna, poi lo critica e poi ancora dice che rimandare a casa nonno Monti, sarebbe una pazzia.

MILANO – Il posto fisso per tutta la vita non ci sarà più e, in ogni caso, sarebbe monotono, per cui è anche bello cambiare e accettare nuove sfide. Le parole pronunciate da Mario Monti a Matrix non sono passate inosservate e subito si sono levate critiche da destra e da sinistra.
L’AFFONDO DI STORACE – Francesco Storace, leader de La Destra, si affida all’ironia e ricorda che «Monti farà il senatore a vita e avrà il suo posto fisso, quindi dovrebbe fare molta attenzione quando usa le parole». «Mi indigno per la leggerezza con cui vengono dette certe cose – ha aggiunto intervenendo a Tgcom24 – davvero Monti pensa che si possa saltellare da un lavoro all’altro con tanta facilità come accade negli altri Paesi?».
«LUOGO COMUNE MA CORAGGIOSO» - «Ho una grande simpatia per il luogo comune di Monti perchè è coraggioso – commenta invece l’ex ministro Renato Brunetta, a sua volta finito spesso al centro delle polemiche per parole pronunciate in occasioni pubbliche – . Ho detto anch’io tanti luoghi comuni e sono stato crocifisso, insultato ma anche apprezzato, dai fannulloni ai panzoni e così via: ma questo Paese, la stampa soprattutto, ha dei tassi di ipocrisia spaventosi». E un altro ex ministro di Berlusconi, Giorgia Meloni, che si è occupata di Politiche giovanili: «Monti sa benissimo che i giovani non inseguono più da tempo la chimera del posto fisso. Ormai, loro malgrado, se ne sono fatta una ragione. Chi sembra invece non averlo capito sono le banche e gli istituti di credito che, senza busta paga e, appunto la garanzia di un lavoro a tempo indeterminato, non fanno nulla e non concedono mutui per l’acquisto della prima casa. Il nodo quindi non la mobilità, ma il precariato e l’instabilitá del posto di lavoro, che rendono la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze al primo impiego, figli di un dio minore dal punto di vista delle prospettive di vita».
CRITICHE DA SINISTRA – Ma critiche al presidente del Consiglio sono arrivate anche dal fronte del centrosinistra. «È stata una delle peggiori performance televisive del presidente del Consiglio – taglia corto Nicola Latorre, vicepresidente del Pd al Senato, prendendo la parola ad Agorà, su Raitre -. Teorizzare che la società non è dinamica perchè c’è l’articolo 18, perché c’è il posto fisso è una sciocchezza. Teorizzare che il posto fisso è noioso credo sia discutibile e io non la penso proprio così». Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, liquida l’intervento di Monti come «battuta infelice». E aggiunge: «La vera tragedia in Italia sono la disoccupazione e il lavoro precario». Più duro il giudizio che arriva dalle fila dell’Idv per bocca di Antonio Borghesi, vicecapogruppo dei deputati dipietristi: «Sono parole inopportune e inappropriate, tipo quelle di Padoa Schioppa quando disse che le tasse sono bellissime». E ancora: «Monti ha sbagliato profondamente – ha aggiunto – e dovrebbe chiedere scusa a tutti quegli italiani che in questo momento vivono un momento estremamente difficile».
«LA DISTANZA DEI MINISTRI» - La Cgil si affida invece al twitter istituzionale per commentare l’uscita del capo del governo: «Precari per tutta la vita? Ma che noia e che monotonia». Certo, prosegue il sindacato, con la «disoccupazione oltre l’11%, un giovane su tre disoccupato, due su tre al Sud. Quanto tempo libero, chissà come si annoiano e che monotonia». Insomma, si sottolinea, «i professori stanno lavorando con impegno ma di tanto in tanto spunta il loro snobismo. I ministri non vivono fra noi».

Privilegi…

MILANO – «Possono essere iscritti ai servizi all’infanzia del Comune i bambini presenti abitualmente nel Comune di Milano e privi di una residenza anagrafica». È il passaggio centrale della nuovissima circolare della giunta arancione di Giuliano Pisapia sulle iscrizioni a nidi e materne comunali. Ed è la vicesindaco Maria Grazia Guida a sottolineare subito il cambio di rotta rispetto alla precedente amministrazione di Letizia Moratti: «La nostra è un’apertura incondizionata, prima invece le iscrizioni degli irregolari venivano accolte ma con riserva». Come dire, solo adesso a Milano tutti i bambini hanno uguali diritti, anche i figli dei «nuovi milanesi», regolari e irregolari, senza permesso di soggiorno o con permesso scaduto.
Il documento compare nel tardo pomeriggio sul sito del Comune. E fra le novità evidenziate da Palazzo Marino ecco «l’accoglienza per tutti i bambini che vivono a Milano». Milanesi, stranieri, regolari e clandestini, tutti hanno diritto a iscriversi ai servizi per l’infanzia, dai nidi alle materne. In serata la vicesindaco con delega all’Istruzione firma un comunicato in cui spiega le ragioni della scelta e cita la Costituzione: «Abbiamo aperto a tutti perché con l’articolo 31 ci richiama alla tutela dell’infanzia e con l’articolo 34 alla garanzia del diritto allo studio». Immediata la replica della Lega: «Ma questa è istigazione all’illegalità», sbotta il capogruppo Matteo Salvini. «I bambini non si toccano ma la decisione della giunta Pisapia è un pessimo segnale. La clandestinità, come previsto dalla legge, deve essere punita. Non incoraggiata. Il rischio? Che qualcuno usi i figli per non essere espulso. La soluzione? Lascino i bambini qui e se ne vadano. Non dovrebbero vivere nella clandestinità».
Tutti i bambini in graduatoria senza precedenze né riserve, come invece era stato in passato. «Non intendiamo penalizzare i figli di cittadini non in regola – ha spiegato ieri Guida – La vecchia amministrazione accoglieva con riserva l’iscrizione di questa tipologia di bambini e perciò era stata condannata perché il provvedimento era stato ritenuto discriminatorio». Un passo indietro. Quando il sindaco Letizia Moratti firmò una circolare per dire niente posto all’asilo ai figli dei genitori che non avranno ottenuto il permesso di soggiorno entro il mese di febbraio, intervenne l’allora ministro Fioroni e minacciò la revoca della parità a quelle scuole e il taglio dei finanziamenti: «È un illegittimo atto discriminatorio», disse. Poi arrivò, dopo il ricorso di una mamma straniera, l’ordinanza del giudice a stabilire che bastava «l’abituale dimora», che non occorre la residenza anagrafica per iscrivere i figli nelle scuola comunali milanesi. Le graduatorie già allora furono corrette. E Palazzo Marino fu anche condannato a un risarcimento simbolico di 250 euro per aver discriminato un bimbo.
Anche così si è arrivati all’«apertura incondizionata» di Pisapia. «Ma non cambia nulla, sono solo parole – sostiene l’ex assessore morattiana Mariolina Moioli – Non potevano fare diversamente, dopo la decisione del giudice che obbligò già noi a utilizzare quella dicitura sull'”abituale dimora”. La verità è che quelle famiglie restano in coda perché nelle graduatorie senza residenza anagrafica avranno punteggi bassi». «A meno che negli asili di Milano quest’anno non ci sia posto per tutti, la sostanza non cambia – secondo Moioli -. Ci tengono a far vedere che c’è discontinuità ma poi penalizzato le famiglie: è saltata la territorialità, quindi addio posto nella scuola sotto casa; niente doppia graduatoria quindi sarà impossibile correggere gli errori e classi da 25 destinate a crescere ancora dopo i ricorsi».
Federica Cavadini

Art. 18: Governo cinico e baro

Nel corso di questi mesi abbiamo già detto tutto quanto ci pareva fosse possibile su questo governo. Ma non era sufficiente. Adesso scopriamo che è anche baro, oltre che cinico, a parte i piagnistei ridicoli di Nostra Ministra delle Lacrime. Insomma, si era presentato facendo dell’eliminazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori un suo punto […]