Lui poteva non sapere

“Sono incazzato e deluso! Sono stato tradito! Mi costituirò parte civile!” Più o meno queste le parole del capo dell’ex Margherita alla notizia data dai tg nazionali del furto di tredici milioni dalla cassa del partito. Povero Rutelli, tradito dal segretario amministrativo, che li avrebbe turlupinati tutti, compresi quelli che avevano manifestato dei dubbi sull’allegra […]

I partigiani titini e lo scempio dell’Istria

Lo scorso maggio un centro sociale umbro ospitò gli autori de I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata (D. Conti – G. Scotti , Odradek edizioni, 2011), saggio di oltre trecento pagine e dal titolo piuttosto eloquente. Una vicenda ignorata… non esattamente. Molti i titini che, dal 1943 al 1945, operarono nel teatro bellico italiano, contribuendo alla formazione militare ed ideologica delle bande garibaldine. D’altronde in tutta l’Europa occupata solo l’Armata popolare di liberazione della Jugoslavia e l’Armija Krajowa polacca (quest’ultima non comunista, bensì nazionalista e coacervo di diverse sigle) potevano considerarsi vere e proprie forze armate, perché strutturate come un esercito, conreparti e specialità. Fu dunque importante l’apporto addestrativo che i soldati di Tito diedero dopo l’8 settembre ai compagni italiani, questi ultimi divisi, male organizzati, facili prede per la Wehrmacht e le Waffen SS.Umbria, autunno 1943. Prigionieri slavi fuggiti dal carcere militare di Spoleto aiutano comunisti ternani a costituire il primo nucleo della Brigata garibaldina Antonio Gramsci, unità molto controversa e al centro di processi nel dopoguerra per violenza su civili inermi. Le unità slave partecipano ad azioni di dubbio senso strategico, come l’eliminazione di tre persone a Polino, località a due passi da Terni. Due stupri di donne, uno finito in tragedia; poi l’eliminazione del podestà e del suo attendente. Due seuqestri di persona. Odio e fanatismo ideologico dai Balcani al centro Italia. Questa l’eredità portata da uomini che, insieme ai loro nemici bosniaci, cetnici e ustasha, hanno trasformato la guerra ai tedeschi in Jugoslavia nella continuazione di un secolare conflitto etnico. La politica mescolata al raconre razziale per fomentare lotte e faide. Un’eredità criminale che contribuì ad insanguinare anche altri teatri operativi, come appunto la Penisola italiana.
Il dieci Febbraio prossimo ricorrerà la Giornata del Ricordo, istituita per legge il 30 Marzo 2004. Ricordo degli esuli e degli infoibati di Istria e Dalmazia. Tragedia nella tragedia le vittime dei titini non finirono solo nelle cavità carsiche, caddero anche a centinaia di chilometri da Basovizza e da San Giuliano. Vittime dimenticate delle epurazioni in seno alla Resistenza italiana, condannate a morte in base a labili sospetti o calunnie. La rimozione della memoria storica e l’oblio dei caduti militari e civili sarà una delle tematiche affrontate dal convegno Terra Rossa Terra Italiana, previsto per il 9 Febbraio 2012 a Perugia. A Palazzo Cesaroni, sede della Regione Umbria, professori, appassionati e studenti cercheranno di spiegare il motivo per cui è stato necessario aspettare sessant’anni perché un eccidio ai danni del nostro popolo fosse legittimizzato dalle istituzioni e dalla Collettività; nel contempo verrà trattato il tema del silenzio attorno ad episodi criminali che si abbatterono anche su antifascisti e partigiani sospetti di non essere in linea con il Partito Comunista Italiano e, soprattutto, con il IX Korpus sloveno del Maresciallo Tito.

Marco Petrelli

Le (non) trasparenze del governo monti

Innanzitutto due notizie gravissime da diffondere delle quali la stampa non ci informa : il fatto che durante il periodo dell’Epifania (per l’esattezza il 3 gennaio scorso) Monti ha stornato, come si dice nel pessimo slang bancario, i denari testé rastrellati dalle nostre tasche con le manovre finanziarie alla Morgan Stanley (Banca d’Affari americana) . Ovviamente “c’è un problema di immagine per quello che è spesso chiamato il “governo dei banchieri”: dare 2,567 miliardi a Morgan Stanley mentre si stangano i pensionati e si stanziano 50 milioni per la social card non suona bene”. Lo scrive l’Espresso, unico giornale che ha dato la ferale notizia.
“Due miliardi e 567 milioni di euro. Passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio scorso, alla vigilia dell’Epifania. In gran silenzio il ministero di via XX Settembre ha “estinto” una posizione in derivati che aveva con una delle grandi investment bank americane. I cui vertici, nelle periodiche comunicazioni alla Sec, segnalano che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi pari appunto a 2,567 miliardi di euro”. (continua nel blog di Nessie)

Re giorgio, Berlusconi e Monti

L’esame comparativo tra quello che sarebbe stato il decreto-sviluppo del governo Berlusconi, predisposto dagli allora ministri Romani, Brunetta e Calderoli, e i primi tre decreti-legge del governo Monti ci dà la possibilità di fare una serie di considerazioni di carattere politico e costituzionale. Com’è noto, infatti, il decreto Romani-Brunetta-Calderoli non fu approvato nel Consiglio dei ministri del 2 novembre 2011 perché il Quirinale aveva informalmente manifestato la propria indisponibilità a emanarlo, considerandolo privo dei requisiti di necessità e urgenza e di omogeneità richiesti, secondo l’interpretazione costituzionale più volte richiamata dallo stesso Capo dello Stato, in particolare nel caso della lettera inviata a Berlusconi sul «caso Englaro» del 6 febbraio 2009 e in successive occasioni. Sul punto però è necessario fare chiarezza. Le obiezioni all’uso della decretazione d’urgenza sono state tradizionalmente fondate su varie ragioni: l’uso quantitativamente eccessivo di tale strumento, la conseguente mortificazione del ruolo del Parlamento, l’introduzione nei decreti-legge di misure a carattere ordinamentale (e dunque prive dei presupposti della necessità e urgenza), la disomogeneità nell’oggetto dei decreti legge.
Ora da un esame dei primi mesi di attività del governo Monti risulta evidente che quest’ultimo non solo non si discosta, nella sua azione, dal trend tradizionale (confermato da governi di ogni colore) in tema di uso del decreto-legge, ma ne ha addirittura accentuato gli aspetti problematici. L’uso quantitativamente eccessivo dello strumento sembra, infatti, giustificarsi oggi, ancor meno che in passato, proprio per l’esistenza di una maggioranza parlamentare vastissima a sostegno del governo. Inoltre il Parlamento, soprattutto in una fase in cui l’esecutivo non è, nella sua composizione, diretta espressione delle forze partitiche, dovrebbe semmai avere un ruolo ancora più centrale, restando esso l’unico presidio della rappresentanza popolare suffragata dalle elezioni. Va poi aggiunto che i tre decreti-legge approvati dal governo Monti contengono numerosissime norme a carattere ordinamentale, in quanto rinviano frequentemente la propria concreta efficacia a provvedimenti successivi. Infine essi presentano una grande disomogeneità di oggetto, spesso superiore a quella eccepita per il decreto Romani-Brunetta-Calderoli.
C’è allora da domandarsi per quale motivo il presidente della Repubblica abbia operato una valutazione discrezionale così diametralmente diversa tra l’ultimo decreto del governo Berlusconi e i primi tre del governo Monti. Il decreto-legge Romani-Brunetta-Calderoli, infatti, presentava, come si può ben vedere dalla tabella e dalla puntuale analisi comparativa effettuata, un numero di norme a carattere ordinamentale minore di quelle dei successivi decreti Monti, così come aveva caratteri certamente meno disomogenei, quanto agli oggetti, di quelli adottati dal nuovo esecutivo. Dal punto di vista quantitativo il confronto è stato fatto tra i 100 articoli, scritti in 52.329 parole, del decreto Romani-Brunetta-Calderoli e i 200 articoli, scritti in 102.582 parole, dei tre decreti Monti. Dal punto di vista qualitativo le materie possono aggregarsi, in entrambi i casi, in 15 macroclassi. Pertanto da una sovrapposizione quanti-qualitativa, come dimostrano i grafici, emerge una corrispondenza del 50% sia di materie che di contenuti e di un ulteriore 20% di materie ma non di contenuti.
Tutto ciò non può non far riflettere sul ruolo discrezionale della presidenza della Repubblica in quel fatidico 2 novembre, e provoca il rammarico che, se adottate all’epoca, quelle misure avrebbero potuto evitare che la situazione politica ed economica precipitasse come poi è avvenuto. Ricordo tra l’altro che quel drammatico Consiglio dei ministri del 2 novembre 2011 si svolgeva alla vigilia del G-20 di Cannes nel quale si attendeva che il premier Berlusconi presentasse misure incisive per fronteggiare la crisi del debito italiano, attraverso precisi provvedimenti per lo sviluppo. L’impossibilità di adottare il decreto-legge Romani-Brunetta-Calderoli costrinse il governo a ripiegare su di un maxi-emendamento alla legge di stabilità, il quale però fu necessariamente depotenziato per il fatto che la natura di tale legge impediva di recuperare gran parte delle misure originariamente previste nella bozza di decreto. Resta l’orgoglio di poter dire che l’esecutivo di centro-destra ha fatto quanto in suo potere per affrontare la crisi, tant’è che moltissime delle misure allora progettate, dal 50 al 70%, sono state poi riprese dal successivo esecutivo. E che esse sarebbero state approvate molto tempo prima se ciò fosse stato consentito al governo Berlusconi. Ma così non fu.

Divagazioni culturali a destra

Prima di adagiarsi nell’anticamera del salotto crepuscolare, la cieca agitazione della cosa sedicente “destra nazionale” fu  incalzata e pungolata (invano) da uomini invisi alli superiori a causa della loro sospetta intelligenza e del loro disturbante sapere.  Guastatori indesiderati da Giorgio Almirante e dal suo azzimato successore furono, ad esempio, Attilio Mordini, Giovanni Volpe, Vittorio Vettori, Francesco Grisi, Pino Tosca, Giuseppe Tricoli, Silvio Vitale, Giano Accame, Enzo Erra e Gabriele Fergola. Dopo di loro la compagnia studiosa e senza guinzaglio ha trovato rifugio e felicità nella diaspora a destra, mentre i Bocchino e i Granata, surreali trombettieri della guerra contro la buona cultura, giubilavano nel fracasso del teleschermo.  Acquistato il passaporto degli apolidi, gli studiosi in libera uscita continuano a frequentare le verità coperte dal rumore trionfante ovvero ad esplorare opere e autori svalutati e sconsigliati dal potere stabilito in conformità con lo heideggeriano tempo della povertà estrema. Nel felice circolo dell’emigrazione sans papier politique, si è stabilito Lino Di Stefano, uomo di vasta erudizione e di rara modestia [a questo punto si è purtroppo obbligati a rammentare che la modestia è una virtù, non un vizio di mente]. Di Stefano, infatti, si dedica imperterrito alla lettura e al commento provocatorio di opere nascoste o screditate dai poteri della rombante inciviltà. Frutto recente della preziosa fatica di Di Stefano è Divagazioni culturali, raffinata raccolta di saggi critici, edita dalla casa editrice Eva in Venafro (www.edizionieva.com). La finalità del lavoro è pedagogica: “mettere in rilievo che, in una società come la nostra – dominata dal relativismo, dallo scetticismo, dal consumismo e dalla totale mancanza di valori – la letteratura, nella fattispecie la filosofia e le rimanenti discipline spirituali, possono ancora insegnare qualcosa a colui che il pensatore Gabriel Marcel chiama giustamente Homo viator su questa terra”. Dall’intenzione di diffondere l’amore per la letteratura spirituale discende l’interesse per la Commedia di Dante, che, in un’altra Italia, fu efficace strumento dell’educazione popolare alla filosofia e alla teologia ed è oggi relegata nel margine di programmi scolastici indirizzati all’irreligione e al disamor di patria. A Dante inattuale e alla critica dantesca Di Stefano dedica cinque saggi brevi, nei quali la singolare conoscenza dei commentatori della Commedia (da Croce a Gentile, da Petrobono a Vettori) è accompagnata dalla piacevole levità della scrittura. Specialmente interessante è il commento alla recente versione tedesca della Commedia pubblicata da un editor popolare. Di Stefano, profondo conoscitore della lingua tedesca, informa  il distratto pubblico italiano che l’autore dell’impegnativa traduzione e del puntuale commento, Hermann Gmelin, “non solo ha reso nella propria lingua il potente capolavoro dell’Alighieri, ma ha pure rispettato la cadenza ascritta dal Fiorentino al proprio poema, nel senso che egli ha mantenuto il ritmo dell’endecasillabo, notoriamente verso nobile, non solo della lingua italiana”.  Tra le righe di Di Stefano si legge l’ammirazione per l’ardimentosa editoria tedesca, capace di pubblicare un testo impegnativo, e il rammarico per la cultura popolare italiana, che sta dimenticando il poema della nazione. Preziose informazioni si leggono anche nelle note dedicate all’Ariosto, a Leopardi, a Manzoni e a Pirandello. Puntuali le osservazioni sulla narrativa di Alberto Moravia: pur riconoscendo il valore stilistico dell’opera di Moravia, Di Stefano formula un pesante giudizio sul “paganesimo moraviano, messaggio senza speranza, che ben si adatta alla società contemporanea priva di identità e orba di valori che rendono la vita degna di essere vissuta”.

Piero Vassallo

I preti rossi

Dal blog del noto Don Paolo Farinella, sedicente e purtroppo ancora prete a Genova, ricevo da un amico uno stralcio che voglio commentare. Fin dall’inizio del suo “incarico” presso la nobiliare Parrocchia di San Torpete (Ge), questo signore non perde occasione per sputare nella maniera più bassa sulla Chiesa ( della quale fa, pur indegnamente, parte), sul Vaticano e su tutto ciò che della nostra Fede cattolica non va bene a lui, cioè su quasi tutto. Nel lungo e apparentemente circostanziato stralcio che ho letto si scatena indiscriminatamente sul Cardinal Bertone, sul Vaticano in generale, in quanto al Papa lo classifica come inutile, insignificante ometto tedesco sotto il cui naso viene compiuta ogni immaginabile nefandezza, non si intende bene se con o senza il suo beneplacito. Non sono nata ieri e posso immaginare che in Vaticano, come in qualunque altro luogo di potere, vi siano “mele marce” e singoli comportamenti non in consonanza con il messaggio di Cristo, ma che proprio da un sacerdote arrivi un attacco così velenoso e virulento contro tutta l’istituzione in oggetto mi appare in primo luogo di cattivo gusto e subito dopo di dubbio fondamento. Don Farinella ha fama di essere colto biblista: avendo avuto la (s)ventura di assistere ad una sua catechesi per adulti, infarcita di parolacce e pesanti riferimenti al sesso che non c’entravano nulla con l’argomento, mi chiedo se la troppa cultura anche religiosa, usata “a fin di male” non provochi addirittura più danni dei continui attacchi rivolti alla Chiesa da integralisti musulmani, atei, sedicenti liberi spiriti che se sono tanto liberi e colti dovrebbero aver comunque di meglio da fare che gettar fango su una Istituzione nella quale non credono. Molti preti si sentono autorizzati, col pretesto di una presunta loro libertà di spirito, ad offendere la Chiesa che continua ad essere così magnanima e paterna da non cacciarli fuori a pedate, cosa di cui molti cristiani Le sarebbero grati!

Fiorella Merello Guarnero

http://youtu.be/Pf9weoMNM40


Dobbiamo fermarli!

Innanzitutto due notizie gravissime da diffondere delle quali la stampa non ci informa : il fatto che durante il periodo dell’Epifania (per l’esattezza il 3 gennaio scorso) Monti ha stornato, come si dice nel pessimo slang bancario, i denari testé rastrellati dalle nostre tasche con le manovre finanziarie alla Morgan Stanley (Banca d’Affari americana) .

Arroganza… e idiozia della politica

Toglie agli italiani il posto fisso perchè altrimenti si annoierebbero… ma lui, lui è senatore a vita e ha un posto in cattedra, entrambi posti fissi. Ma a quanto pare non si accontenta…
Anche se l’Italia è «sulla buona strada per uscire dalla crisi», la missione dell’esecutivo «non è affatto conclusa», anche perché «per recuperare la fiducia di lungo periodo dei mercati servirà più tempo di quanto abbia a disposizione questo governo, che al massimo potrà restare in funzione fino alla primavera del 2013». Il governo scadrà, ma lui forse no. Benché abbia ormai un incarico a vita come senatore, la prospettiva del posto fisso a Palazzo Chigi tenta anche Mario Monti.
Da un lato si schermisce sul fronte interno con un’intervista alla Repubblica, in cui allontana l’ipotesi di un impegno in politica perché «vorrebbe dire che non ho fatto un buon lavoro». Dall’altro, incassato l’appoggio sine die del suo predecessore Silvio Berlusconi, ricambiato con attestati di stima, il presidente del consiglio un po’ si loda e un po’ s’imbroda con un’intervista al quotidiano bavarese Sueddeutsche Zeitung. È appena arrivato a Monaco di Baviera, dove deve partecipare a una conferenza internazionale sulla sicurezza. Ma il tema principale del meeting non sembra essere in cima alla sua agenda. Nel suo intervento, si limita ad assicurare la prosecuzione della lotta al terrorismo, a cui conferisce «grandissima importanza» tanto che «nonostante noi siamo in un momento di grande austerità, abbiamo dato di nuovo l’autorizzazione dei finanziamenti alla partecipazione italiana ad alcune missioni di peacekeeping per altri anni». Gli tocca dirlo, per dovere d’ufficio e anche perché in fondo il summit riunisce i vertici dell’Occidente, a partire dal Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che gli ha confidato, da parte degli Stati Uniti, «un grande interesse per l’Italia». Il premier la rivedrà a Washington, la settimana prossima. Venerdì 9 sarà anche alla Casa Bianca per incontrare il presidente Barack Obama. Sarà la sua consacrazione definitiva.
SOTTO I RIFLETTORI
Si è reso conto di stare sotto i riflettori, ora che «l’Italia è seguita da tutti con grande interesse, in Ue ma anche negli Usa» perché da «fonte della crisi dell’Eurozona» sta divenendo «attore della soluzione», riferisce ai giornalisti. Tutto merito suo. Mica aveva quella posizione di prestigio, quand’era soltanto un commissario europeo. C’è da capirlo, se ora avverte un’attrazione sempre più fatale per la poltrona. Tutti i potenti del mondo gli fanno i complimenti, che si aggiungono all’autopromozione sulla stampa tedesca. Rassicura i lettori del quotidiano bavarese, spiegando che l’Italia a differenza della Grecia «è un luogo tranquillo» e che sta lavorando per diventare «la prima della classe» in Europa nell’impegno a ridurre il deficit. Sa di spot pubblicitario autoprodotto anche la sottolineatura del successo del suo governo, che ha ottenuto la riduzione dei tassi di interesse per i titoli a breve termine. Pare che siano nelle sue mani anche i destini dell’Europa. Si sente già un leader in grado di competere con la cancelliera tedesca Angela Merkel, che a differenza sua ha affrontato almeno la prova delle urne. Così Monti ribadisce le critiche da parte italiana alla rigidità della Germania, spiegando che gli italiani sono consapevoli di «fare dei sacrifici in nome dell’interesse nazionale» e che comunque non si tratta assolutamente di una «contrapposizione tra l’Europa e l’Italia». Infine, a proposito del fiscal compact, Monti giudica l’accordo siglato nei giorni scorsi a Bruxelles un primo passo per gli eurobond, che però potranno essere presi in considerazione «solo al termine del processo» per la disciplina di bilancio.
SALVATORE DELLA PATRIA
E come si potrebbe considerare conclusa l’era Monti, con tutto il lavoro che ancora rimane da sbrigare? Il suo impegno da presidente del consiglio ormai sta trasformandosi sempre più in una missione da salvatore della Patria. Tanto che la percezione della mutazione inizia già ad avvertirsi nel linguaggio quando comincia perfino a esprimersi attraverso il plurale majestatis. Si pronuncia ex cathedra insomma, per manifestare il proprio autocompiacimento: «Siamo contenti se gli italiani diventano un po’ più patriottici», fa rilevare parlando alla Sueddeutsche Zeitung. Prima di lui, per un certo periodo, si era notata una brutta tendenza a buttarsi giù, ma «un po’ di autoconsapevolezza in più fa bene al Paese». Della sua personale autoconsapevolezza, invece, nessuno aveva mai osato dubitare.
di Andrea Morigi

Berlusconi, addio !

“Serve una riforma. Per attuarla Berlusconi pensa a un lavoro che coinvolga non soltanto gli azzuri, ma anche i Democratici e che passi anche per una rifondazione della politica, “in questo momento evanescente”. “Il 46% degli italiani non sa chi votare. Il voto si disperde in una miriade di partiti e partitini”. Partitini tra i quali cita non solo grillini, dipietristi e Radicali, ma anche la Lega. Un inclusione che suona un po’ come il sancire la fine dell’allenza con Bossi. Il Cav ipotizza un innalzamento della “soglia di sbarramento”, per arrivare, con il Pd, a un bipolarismo compiuto.”.  

Così leggo nella edizione online de Il Giornale e se non avessi già dato con l’influenza, correrei in bagno, immaginate a fare cosa.
Con i comunisti non vedo alcuna circostanza che giustifichi non dico una alleanza, ma neppure una collaborazione o il concordare una sola legge o un solo comma di un solo articolo di legge.
Chi si presta al loro gioco, legittimandoli, tradisce gli elettori che lo hanno votato per contrapporsi ai comunisti e per me questo è essenziale per concedere fiducia e voto.
Berlusconi ci ha dato molto, moltissimo in questi 18 anni.
Ci ha illuso e ci ha reso felici.
Ci ha regalato momenti di grande euforia  il 28 e 29 marzo 1994, il 13 maggio 2001, un po’ meno nel 2008 quando pur vincendo, scelse Fini invece di Storace ponendo le premesse per l’odierno ribaltone.
Ci ha dato leggi e riforme impensabili.
Vado a memoria, ma ha abolito la leva obbligatoria, ha istituito il 10 febbraio, ha riformato l’istruzione in ogni ordine e grado, ha ampliato l’applicazione della legittima difesa, ha promosso leggi che, per quanto contrastate, hanno contenuto l’immigrazione legittimando il principio del respingimento e dell’espulsione.
Ha ridotto le tasse nel 2003 e nel 2005, ha abolito l’ici sia pur solo sulla prima casa (e non su tutte).
Ha cercato ripetutamente di riportare l’azione della magistratura nell’ambito delle leggi approvate dal parlamento, senza sconfinamenti, e tanto altro ancora.
Ma soprattutto ha dato ad una pletora di partiti e partitini fondati sull’individualismo il senso della comune appartenenza ad una coalizione vincente.
Se da ragazzo mi avessero rappresentato una tale situazione, avrei fatto subito la firma, tanto l’aria era inquinata da un cattocomunismo mefitico e totalizzante che si è oggi tradotto nel “politicamente corretto”.
E’ però naturale ed è d’obbligo se vogliamo proseguire nel nostro progresso, pretendere di più.
E qui Berlusconi ha mancato, probabilmente per colpe non sue vista l’amplissima coalizione che lo ha ostacolato fino a ribaltare la volontà popolare per installare al suo posto Monti, ma probabilmente anche perchè non ha osato passare il Rubicone, come fece Cesare, giocando e rischiando tutto, per avere tutto.
Del resto chi ha molto, rischia anche molto e l’attacco contro la sua persona, risultando vano, si è esteso alle sue aziende ed a tutto quello che aveva costruito.
Noi possiamo dire che da un Leader ci si aspetta che rischi anche la vita per guidare il suo popolo: ma quanti di noi, alla prova del nove, “tengono famiglia” per molto meno ?
Quindi Berlusconi resta quel Grande che abbiamo apprezzato in passato e sarebbe rimasto tale pur se avesse continuato a sostenere Monti, ma non più quando sostiene una qualche forma di collaborazione con i comunisti.
Berlusconi, addio !

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