Errori gravissimi

Mario Monti ha assicurato l’Unione Europea che il governo italiano opererà con la massima fermezza per impedire che i manifestanti dei Tir blocchino la libera circolazioni delle merci nella penisola e dalla penisola agli altri paesi europei. E per dare sostanza a questa sua assicurazione il Presidente del Consiglio ha chiesto ai prefetti di intervenire contro gli scioperi ed i blocchi stradali usando lo strumento della precettazione.
Per Monti si è trattato di un passo quasi obbligato. Non può chiedere per l’Italia aiuto all’Europa se poi non dimostra che l’Italia non è in grado di garantire quella libertà dei commerci che è la condizione essenziale per l’integrazione europea. Nessuna critica, allora, può essere mossa al governo per un atto praticamente dovuto. Ciò che va invece contestato è il modo enfatico con cui i media che hanno favorito l’avvento del governo tecnico ed ora lo sostengono con il massimo impegno stanno presentando il comportamento scontato di un esecutivo che non può non ribadire, soprattutto agli occhi europei, la volontà di garantire il rispetto della legalità all’interno del paese. Questi media, infatti, non si limitano a giustificare l’azione governativa in nome delle norme di legge che vietano i blocchi stradali e consentono ai prefetti di applicare la precettazione per assicurare la libera circolazione. Fanno molto di più. Si comportano sulla base di un riflesso pavloviano tipico della stampa dei regime autoritari e, per esaltare l’azione del governo, tendono a criminalizzare ogni forma di dissenso sociale.
Così i tassisti che si radunano di fronte a Palazzo Chigi vengono presentati come teppisti di strada pronti ad ogni nefandezza, i camionisti che scioperano come dei selvaggi disposti a compiere ogni genere di violenza, i farmacisti che protestano come degli ottusi privilegiati che attentano alla salute dei cittadini e via di seguito. Non c’è una sola categoria che agli occhi della stampa di regime che abbia il diritto di manifestare le proprie opinioni e difendere le proprie ragioni nei confronti del governo. Dietro ogni protesta, secondo gli zelanti propagandisti dell’esecutivo di Mario Monti, c’è sempre e comunque lo zampino o la manona di qualche organizzazione criminale. Così dietro il movimento dei “forconi” siciliani c’è necessariamente e solo la mafia. Dietro le agitazioni dei camionisti ci sono gli interessi dei “padroncini” che per definizione sono degli evasori fiscali per di più adusi ad ogni forma di violenza. Ed i tassisti, poi, oltre ad essere anche loro per definizione “brutti, sporchi e cattivi”, rappresentano da sempre le frange più dure ed intransigenti di una estrema destra eversiva e tendenzialmente bombarola.
Il governo non è responsabile di questa criminalizzazione del dissenso sociale compiuta con grande partecipazione ed enfasi dalla stampa di regime. Ma accetta ben volentieri di lasciarsi sostenere da questi sostenitori non richiesti nella non dichiarata convinzione che l’entusiastico consenso assicurato all’azione dell’esecutivo dai giornalisti più montiani di Monti possa garantire un identico consenso da parte della maggioranza dell’opinione pubblica del paese. Si tratta di un errore. Non lieve ma gravissimo. Perché la criminalizzazione delle tensioni sociali, oltre ad essere un metodo tipico dei più beceri regimi autoritari, serve solo ad incancrenire ed aggravare i problemi. Non è bollando come “mafiosi” i pescatori e gli agricoltori siciliani massacrati dall’aumento dei prezzi che impedisce loro di lavorare che si creano le condizioni per far loro riprendere l’attività produttiva. E non è bollando come mascalzoni camionisti e tassisti su cui incombe il rischio concreto di veder dimezzati i propri redditi e di subire un processo irreversibile di proletarizzazione, che si può tornare a circolare liberamente nelle città e sulle strade italiane. Al dissenso sociale vanno date risposte. Non anatemi. Monti si guardi dai suoi forsennati sostenitori mediatici. Sempre che voglia rimanere Monti e non diventare Fidel Castro!

Le liberalizzazioni che ci salveranno

Venerdì inizierà l’esame del Consiglio dei ministri sul decreto semplificazione, che promette di tagliare 430 mila leggi. Difficili immaginarsi che una volta compiuta l’opera il premier Monti si faccia immortalare come Roberto Calderoli, che ai tempi si fece fotografare in bella posa, davanti al muro di fuoco dei faldoni che contenevano le norme spazzate via dopo averle cosparse di benzina. Troppo low-profile, il premier. Eppure anche il sobrio professore ha infilato nel decreto una disposizione decisamente sopra alle righe. La norma rumba, salsa, merengue e cha cha cha. Il decreto, infatti, prevede l’abrogazione di qualsiasi autorizzazione per l’apertura dei locali di intrattenimento danzante e di circoli privati. In poche parole, Monti diventa il paladino del ballo libero.
Il decreto prevede inoltre il divieto al questore di chiudere in via preventiva circoli e discoteche per motivi di ordine pubblico. Secondo le nuove leggi, la chiusura potrà avvenire soltanto su ordine motivato dell’autorità giudiziaria. E allo stesso modo le forze dell’ordine potranno entrare nei locali soltanto su disposizione del giudice. Il prof ha un’incontenibile voglia di buttarsi in pista: Monti Manero è affetto da febbre del sabato sera. La norma non piace alla Fipe, la Federazione dei pubblici esercizi della Confcommercio. “In base al testo in circolazione sarebbe consentito, senza autorizzazione alcuna, organizzare eventi danzanti o aprire locali da ballo, e verrebbe meno anche il requisito morale per l’apertura dei circoli”. Secondo Fipe ciò significherebbe “non contrastare più i rave party oppure facilitare la vita alla criminalità organizzata che non avrebbe più bisogno neanche di trovarsi un prestanome per riciclare denare sporco”. Sorge un dubbio. Forse Monti, nel suo incessante e proficuo legiferare, ha fatto confusione: Mario liberalizza i rave party?

Pdl kaputt !

La firma di una mozione e il voto assieme ai comunisti rendono chi ha compiuto una simile oscenità politica responsabile della pietra tombale che il Popolo della Libertà (inteso come elettorato) metterà sopra il Popolo della Libertà (inteso come partito).
Per quale ragione, infatti, un elettore del Centro Destra dovrebbe votare per un partito, il Pdl, che ha preso i voti su una determinata linea e poi:
rinuncia al governo senza combattere;
– costituisce maggioranza “tecnica” con i comunisti;
vota la fiducia ad un governo formato dai proconsoli dei carnefici del suo stesso governo;
approva la reintroduzione dell’ici e una valanga di tasse e di repressione fiscale;
– finisce con il rendere organica la maggioranza con i comunisti firmando una mozione comune e votandola ?
Se poi leggiamo la mozione, è un inno a tutto ciò che ha distrutto e continuerà a devastare la nostra Vita, la nostra Libertà, la nostra Sovranità e Indipendenza.
Ragionare ancora in termini di difesa e sostegno all’euro, significa perseverare nel Male che ha prodotto l’attuale crisi e mettere la testa sul ceppo degli ukase dell’unione sovietica europea.
Non solo sul piano economico, ma anche, come vediamo dalla insistenza di Napolitano sulla concessione della cittadinanza (e poi del voto !!!) agli immigrati nati in Italia.
Perché un elettore di Centro Destra dovrebbe ancora votare per chi sostiene politiche che contrastano totalmente con il suo sentimento più profondo ?
Il Pdl ha avuto tempo per riorganizzare una linea politica che fosse in sintonia con l’elettorato che dice di rappresentare.
La firma e il voto sulla mozione “europeista” con i comunisti è la goccia che fa traboccare il vaso anche dei più pazienti.
Mi aspetto che se il vecchio Berlusconi non si sente più in forze per ricominciare la “guerra”, ne spunti uno nuovo che possa assumere la leadership di quella vasta platea, tuttora maggioritaria, che oggi come oggi, tradita dal Pdl, si divide tra l’astensionismo, la Lega e la purtroppo sin troppo frazionata Destra Radicale.
Il Pdl può riscattarsi in un modo solo: staccando, hic et nunc, la spina a Monti.

Entra ne

Se un altro padre muore…

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal’amica Patrizia dell’ass. Papaseparatiliguria la seguente missiva:

…quando ho ricevuto la telefonata dal nostro presidente dell’ Associazione “Papaseparatiliguria” ho provato un dolore che non è descrivibile. Uno dei nostri papà , appena associato si è tolto la vita. Adorava i suoi figli ma non era corrisposto, non si sentiva capito dalla famiglia e dagli amici perchè quello della perdita dei figli è un problema che colpisce solo se lo vivi in prima persona. Ad aggravare la situazione la perdita del lavoro dovuta alla sua depressione e quel sentirsi inutile, incompreso, finito. E’ una sensazione di sconforto,  forse di sconfitta quello che si prova in questo momento…forse non siamo arrivati in tempo…forse era troppo tardi o forse era già tutto deciso da un destino avverso, aiutato da una giustizia ingiusta dove magistrati impilano pratica su pratica, fanno CTU che troppo spesso stabilscono l’inidoneità di poveri padri disperati per consegnare i figli  a madri che lottano strenuamente spesso per sola ripicca.
Ciao Carmelo, lì dove sei non sarai più la “pratica n°”.

Patrizia Arrighetti

La svendita pesarese e le coscienze addormentate

Giorgio Napolitano sorride a trentadue denti. E’ soddisfatto della sortita del presidente della Provincia di Pesaro Urbino, il 37enne piddì Matteo Ricci, che, in attesa della riforma legislativa, ha deciso di concedere la cittadinanza onoraria a oltre 4mila bambini, figli di immigrati che lavorano nel nostro Paese. D’altra parte il presidente della Repubblica ha più volte ripetuto la ferrea volontà che il parlamento legiferi in tal senso: “Negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati stranieri è un’autentica follia”. La mossa di Ricci è solo uno spot, non ha alcun valore giuridico, ma apre la strada a quella riforma tanto voluta dalla sinistra nostrana. Nei giorni scorsi non era affatto passata inosservata al Quirinale l’ultima sortita di Beppe Grillo. Il comico genovese si era detto contrario al progetto di dare la cittadinanza italiana ai figli di lavoratori stranieri che nascono in Italia. “Un progetto senza senso, un puro diversivo”, aveva commentato. Napolitano non si è nemmeno curato di rispondere al leader del Movimento 5 Stelle: ha preferito elogiare il presidente della Provincia di Pesaro Urbino. A detta dello stesso Ricci, l’idea di “regalare” la cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati avrebbe preso spunto proprio dagli appelli di Napolitano.
Lo scorso novembre, in due discorsi ufficiali al Quirinale, il presidente della Repubblica aveva sottolineato la necessità di dare, fin dalla nascita, la cittadinanza ai figli degli immigrati stranieri nati in Italia. “Non farlo – aveva spiegato – non so se definirla un’autentica follia, un’assurdità a cui dobbiamo porre subito rimedio con una riforma legislativa”. Secondo il Capo dello Stato, la maggior parte dei bambini che frequentano le scuole italiane si sentono italiani: “Aspirano ad esserlo e non capiscono perché devono aspettare fino a diciotto anni per esserlo a tutti gli effetti”. Una presa di posizione, quella di Napolitano, che aveva suscitato lo sdegno di numerose forze politiche. Per questo motivo Ricci ha deciso di anticipare il parlamento trovando una sponda anche nel governo tecnico. Alla cerimonia, che si terrà nei prossimi mesi, interverrà infatti il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi. Il progetto dell’esponente del Pd (sebbene di carattere unicamente ideologico) ha letteralmente mandato in sollucchero il Quirinale. Tanto che la consulente per i problemi della coesione sociale, Giovanna Zincone, ha auspicato che l’esempio della Provincia di Pesaro Urbino “possa essere seguito anche da altre realtà territoriali” e che la cittadinanza onoraria possa essere “la premessa all’effettivo riconoscimento della cittadinanza italiana a quanti nascono nel nostro Paese da genitori stranieri stabilmente residenti”. Nel frattempo la Provincia di Pesaro Urbino sta valutando la possibilità di organizzare una festa con la consegna ai ragazzi di una copia della Costituzione italiana e di una maglia della Nazionale di calcio. “Chissà se riusciamo – ha detto il presidente della Provincia – a coinvolgere anche Prandelli o un giocatore azzurro”. Uno trovata pubblicitaria, insomma.

Sedurre il partner con le illusioni ottiche

Il nido dell'uccello giardiniere

La seduzione è sempre frutto di un’illusione. Lo sanno bene gli uccelli giardinieri che per sedurre le femmine costruiscono complesse strutture, simili a pergolati, costituite da una galleria con le pareti e il pavimento fatti di pagliuzze intrecciate che termina in una corte di conchiglie, ossa e ciottoli di colore grigio (collettivamente definiti “gesso”) disposti in modo tale da creare un’illusione ottica che renda più grandi gli oggetti al suo interno. Questi i risultati di uno studio pubblicato su Science e condotto dai ricercatori Laura Kelley, della Deakin University di Geelong e John Endler, della James Cook University di Townsville, entrambe in Australia.

La geometria delle corti è quella, spiegano i ricercatori, che crea l’illusione. I componenti del gesso vengono infatti disposti secondo uno schema preciso: quelli più piccoli a ridosso dell’uscita della galleria e sempre più grandi man mano che ce ne si allontana. La disposizione del gesso in ordine crescente di dimensioni fa sembrare invece gli oggetti che lo compongono tutti della stessa misura, creando un’illusione ottica, detta di “prospettiva forzata”, la quale si verifica ogni volta che la relazione naturale tra la distanza di un oggetto e la sua dimensione è violata. Questo fa sì che a un osservatore che si trova nella galleria la corte appaia più piccola e dunque gli oggetti che vi si trovano, più grandi.

Tale effetto viene sfruttato dal maschio di uccello giardiniere, che durante il corteggiamento mostra alla femmina piccoli oggetti colorati, come frutti o fiori, i quali appaiono più grandi a causa dell’illusione, nonché risaltano sullo sfondo grigio uniforme del gesso, catturando più a lungo l’attenzione delle femmine. I maschi impiegano ore nella costruzione della corte, tali sforzi vengono tuttavia ripagati: il successo di accoppiamento degli uccelli giardinieri maschi sembra infatti avere una diretta relazione con la loro capacità di creare illusioni ottiche. Le femmine infatti, dopo aver visitato vari nidi così costruiti, tendono in effetti a prediligere per l’accoppiamento quei maschi i cui pergolati producono le migliori illusioni ottiche.

by Galileonet

La Gran Bretagna in crisi stampa nuova moneta

L’economia britannica si è leggermente indebolita nel 4. trimestre 2011, dirigendosi verso la recessione e aumentando la probabilità di vedere la Banca d’Inghilterra accrescere a breve l’emissione di liquidità.

Dalla crisi del 2008-2009 la ripresa dell’economia britannica è stata debole e negli ultimi mesi la disoccupazione ha toccato i più alti livelli degli ultimi 17 anni. Un ruolo capitale lo hanno avuto i tagli al bilancio operati dal governo del premier David Cameron.
Stando alle cifre pubblicate oggi dall’Ufficio nazionale di statistica, il prodotto interno lordo britannico si è contratto dello 0.2% fra ottobre e dicembre 2011. La paralisi del settore dei servizi non ha permesso di compensare il calo nella produzione industriale e nell’edilizia.
“Il calo del Pil nel quarto trimestre dello scorso anno dovrebbe essere il primo passo verso la recessione tecnica, definita da due trimestri consecutivi di contrazione dell’attività – ha sottolineato Andrew Goodwin, di Ernst & Young.

La produzione manufatturiera è scesa dello 0.9% dal terzo al quarto trimestre, il calo più marcato dal terzo trimestre 2009, mentre la produzione industriale, nel suo insieme, è calata del 1.2%.
La produzione nei servizi, che rappresenta il 76% del Pil è stata stabile sul trimestre.

Per il 2012 i pareri degli economisti divergono, ma se le cifre danno ragione a chi prevede il calo del Pil anche in questo primo trimestre, la Gran Bretagna affronterà il secondo periodo di recessione in tre anni.

In questo contesto, la politica monetaria della Banca d’Inghilterra dovrebbe andare nella direzione di un Quantitative easing, la creazione di nuova moneta da inserire nel circuito del mercato economico e finanziario.
La maggior parte degli economisti pensa che la banca centrale annuncerà una nuova iniezione di liquidità nell’economia a febbraio, per un valore di 50 miliardi di sterline supplementari, mentre invece il governo ha le mani legate riguardo alla sua promessa di sopprimere il deficit di bilancio sui prossimi cinque anni.
Il ministro delle Finanze George Osborne ha nuovamente affermato che la politica di rigore condotta dalla coalizione tra conservatori e liberal-democratici è la scelta giusta.
“La Gran Bretagna ha importanti problemi economici – ha detto Osborne – Negli ultimi dieci anni il debito nazionale è aumentato e il governo si sta occupando di questo problema, con tutte le difficoltà che derivano a causa della situazione della Zona euro.”

http://youtu.be/nFpdmKwJVEQ

La destra genovese nel tunnel degli ideali

Mentre passeggiavo con il mio cane mi ha fermato un giovane studente di giurisprudenza e mi ha chiesto come è possibile liberare la mente dalle nebbie depositate da decenni di diseducazione scolastica, politica, giornalistica, televisiva, cinematografica e (pur troppo) parrocchiale. Diseducazione è la parola adatta a significare il risultato di mezzo secolo di varia umanità, di confusioni incoraggiate dai compromessi sottoscritti da cattolici modernizzanti con il laicismo furente e incapacitante. Anni segnati dall’inganno politicante e dalla superba stupidità: la lettura dilettantesca e demenziale del Grande inquisitore anticattolico o dagli applausi parrocchiali a Brecht, a Fellini e a Testori, per citare soltanto i primi esempi di amori intelligenti che si affacciano alla memoria. Dagli anni Sessanta ad oggi la storia genovese ha infatti messo in scena una vera e propria catastrofe civile, spirituale e in ultima analisi antropologica. Il popolo laborioso e virtuoso, che aveva rovesciato l’esito tragico della guerra, nel giro di pochi decenni si è trasformato nella massa senescente, opaca e sciatta, che corre verso piaceri orizzontali ed evasioni umilianti. Il furore della metamorfosi non ha risparmiato nessuna area della città partita. Nell’immaginario culturale Gramsci è diventato Luxuria. Giovanni Gentile è naufragato nell’alcova di Gaucci. Don Sturzo si è disperso nelle ridarelle intitolate – con abuso inaudito – a Sant’Egidio. Benedetto Croce si è sciolto nella lacrime della Fornero. Un naufragio umiliante al quale si è sottratta una minoranza trascurabile, emarginata e silente: il clero fedele e il resto del suo popolo. E’ evidente che la via d’uscita è intitolata a quella tradizione che è stata sfregiata dai politicanti. D’altra parte si sa che esiste una ricca biblioteca, che raccoglie le testimonianze degli autori (ad esempio il cardinale Giuseppe Siri) che hanno esposte con maestria le indicazioni necessarie all’uscita dal disordine. Il compito di usare quella biblioteca compete ai politici e non agli studiosi impegnati a sottrarla all’avanzate oblio. Ma dove sono i politici? Politicanti una folla rumorosa e asfissiante. Politici? E’ questo il nodo del problema genovese. La politica latita. A destra oscilla tra la filosofia di scherzi a parte e il rombo desolante della retorica. Ora la disastrosa svolta modernizzante è stata perfezionata nella Genova di Paolo Emilio Taviani. L’appiattimento della città sullo zero metafisico stampato sul faccione inespressivo di Marta Vincenzi è il risultato ultimo di una scelta creduta tonificante e maturata da Taviani contro la contraria opinione del cardinale Siri. Inizio dell’avvilimento di Genova – la denatalità, lo sfascio delle famiglie, lo sconquasso dell’economia, l’esodo della Esso e della Shell, la liquidazione delle società di navigazione, la contrazione della siderurgia, la decadenza del porto, l’anchilosi del commercio, insomma il mal di Genova ha origine dalla scelta creduta progressista da Taviani. E’ dunque evidente che il rilancio della città deve cominciare dal rovesciamento degli indirizzi alla decadenza progressiva. Una tale scelta obbliga ad uscire dal cicaleccio politicante e appropriarsi della tradizione cattolica, l’unica seriamente antagonista. La buona amministrazione incomincia dal corretto pensare. I veti paralizzanti – ad esempio: no al termo-valorizzatore, no alle ronde militari nelle zone infestate dai malavitosi – hanno infatti origine dalla metamorfosi decadente dell’ideologia marxista-leninista. La soluzione dei problemi di Genova deve iniziare dalla critica della cultura che li ha generati e ingigantiti. Purtroppo la destra genovese sta muovendo fantocci su una scacchiera irreale, simile a quella di Marostica. Tanti candidati, tante chiacchiere, tanti sogni-incubosi, nessuna strategia in uscita dal consueto bla-bla-bla.

(nella foto: Paolo Emilio Taviani)

PIERO VASSALLO

Nostra Ministra delle Lacrime

Col nuovo governo in carica, oltre alle madonne, anche le ministre piangono, questo lo abbiamo capito. Quindi i miracoli paiono essere sempre all’ordine del giorno del governo Monti. Le informazioni che danno i Tg nazionali si stanno adeguando all’andazzo. Proprio così! Nell’edizione delle 20:30 del Tg2 di ieri questa è la notizia: “La vendita porta […]

Conflitto d’interesse? Si, ma non ditelo a nessuno

I mmaginate il figurone che avrebbe fatto, dando le dimissioni subito. Coro di elogi: finalmente uno che non ci prova neanche a tenere i piedi in due scarpe! Non lo ha fatto, purtroppo. Anzi, ha chiesto all’Antitrust: devo proprio lasciare la presidenza del Cnr? Così, giorno dopo giorno, il ministro Francesco Profumo ha finito per dar l’impressione, gli piaccia o no, di volersi tenere quella sedia di riserva. Come si tiene di riserva la «morosa vecia», non si sa mai, in attesa di vedere come va la nuova.
La legge 193 del 2004, in realtà, pare chiara. All’articolo 2 dice che «il titolare di cariche di governo, nello svolgimento del proprio incarico, non può (…) ricoprire cariche o uffici o svolgere altre funzioni comunque denominate in enti di diritto pubblico». E gli dà, all’articolo 5, scadenze precise: «entro trenta giorni dall’assunzione della carica di governo, il titolare dichiara all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (…) le situazioni di incompatibilità». Dopo di che, se proprio ci fosse qualche dubbio interpretativo, «entro i trenta giorni successivi al ricevimento delle dichiarazioni di cui al presente articolo, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni provvedono agli accertamenti…» eccetera eccetera. Profumo, accolto con dichiarazioni di pubblica stima da una larga parte del mondo della politica, della scuola e dell’università, ha giurato in Quirinale il 16 novembre. I primi 30 giorni sono scaduti il 16 dicembre, i secondi 30 giorni il 15 gennaio. Da allora ne sono passati un’altra decina. Senza che venisse fatta chiarezza.
Un mucchio di tempo, per un governo così rapido e operativo in altre decisioni da riuscire, nel giro di un paio di settimane dall’insediamento, a cambiare la prospettiva di vita e di pensione a milioni di persone. Un mucchio di tempo. Trascorso senza che l’esecutivo mostrasse su questo punto (come sulla scelta della trasparenza assoluta delle ricchezze immobiliari e finanziarie, dei vitalizi e delle prebende, dei voli blu e altro ancora) la fretta e il decisionismo sventolati in altri settori. Al punto che lo stesso titolare della Pubblica istruzione e dell’Università, incalzato dai giornalisti dopo che il tempo era già scaduto e mentre sul Web divampava la protesta dell’Usi e altri sindacati del pubblico impiego e dei ricercatori che si riconoscono nel sito «articolo 33.it», ha insistito: «Sto aspettando la risposta dell’Antitrust». In ogni caso, ha aggiunto, «da quando sono stato nominato ministro è stato nominato un vicepresidente al Cnr che se ne occupa e c’è pure un sottosegretario che ha la delega».
Peccato. Peccato perché, se anche non ci fosse una legge che ai comuni mortali sembra assolutamente ovvia, quelle due poltrone sono così platealmente incompatibili che pare perfino impossibile (e anche un po’ umiliante) dovere ricordare come controllore e controllato, in un paese normale, non possano coincidere nella stessa persona non solo per due mesi abbondanti ma neanche per due minuti. E stupisce che un uomo di statura professionale e scientifica, non il solito vecchio occupatore sudaticcio di poltrone clientelari, possa immaginare che sia sufficiente la scelta di «autosospendersi» dalla presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche. Come se non si rendesse conto di quanto la riluttanza a mollare la prestigiosa poltrona avuta soltanto pochi mesi prima di diventare ministro stia pericolosamente rosicchiando la sua credibilità agli occhi di chi cerca nella politica delle figure diverse, limpide e generose in cui credere e riconoscersi.
Peccato per lui, peccato per il mondo della scuola affamato di punti di riferimento dopo la contestatissima stagione di Maria Stella Gelmini, peccato per il Cnr. Il quale, come spiegava giorni fa Massimo Sideri sul «Corriere» rivelando lo spinosissimo atto d’accusa della Corte dei conti contro gli sprechi del nostro massimo istituto di ricerca, ha bisogno di essere rovesciato come un calzino. Sono anni che, mentre ragazzi di genio come il romano Alessio Figalli erano costretti ad andare a conquistarsi a 26 anni una cattedra di matematica all’università texana di Austin o come il fisico milanese Alessandro Farsi erano spinti a trasferirsi nella newyorkese Cornell University per scoprire il «mantello dell’invisibilità», il Cnr continua a ingrigirsi e ingobbirsi. Basti ricordare gli stupefacenti rincorsi al Tar contro la decisione ministeriale di fissare un’età massima di 67 anni (sessantasette!) per quanti volevano concorrere per i rari posti di direttore d’istituto lasciati finalmente liberi dalla più stravecchia e imbullonata struttura dirigente che mai un ente di ricerca abbia avuto nella storia del pianeta. Una situazione inaccettabile.
Possiamo rassegnarci, come ha denunciato mille volte Salvatore Settis, a regalare agli altri paesi i nostri figli migliori che vanno a vincere la maggior parte dei concorsi internazionali mentre il Cnr, a torto o a ragione, assomiglia pericolosamente sempre più a un carrozzone dove, dicono i giudici contabili, solo il 31% dei soldi finisce nelle strutture scientifiche e tutto il resto se ne va, scriveva Sideri, negli «stipendi del consiglio d’amministrazione, delle segreterie, dei dirigenti amministrativi e della burocrazia centrale»? No. Mai e poi mai. Francesco Profumo è restìo a mollare perché è convinto di avere lo spessore giusto per risanare, appena possibile, il Consiglio Nazionale delle Ricerche? Magari ha addirittura ragione. Ma certo la decisione di restare lì appeso come un caciocavallo a un parere dell’Antitrust non rafforza lui, né il CNR «decollato» (al di là delle perplessità su certe scelte squisitamente politiche ai vertici…) e men che meno il governo al quale appartiene. È impossibile, infatti, che la scelta non venga interpretata dai maliziosi così: si vede che in fondo in fondo non è poi sicuro che Monti duri a lungo…
Gian Antonio Stella