L’incompatibilità e il silenzio

Dunque per dimettersi eventualmente dalla presidenza del Consiglio nazionale delle ricerche che dipende dal suo ministero, il ministro Francesco Profumo aspetta «la decisione dell’Antitrust». Anche il ministro dell’Ambiente Corrado Clini, per lasciare la poltrona da presidente dell’Area Science park di Trieste, ente pubblico di ricerca la cui nomina dipende dal governo, è in attesa della «decisione dell’Antitrust». Il verdetto riguardante entrambi sarà tuttavia emanato soltanto entro il 16 febbraio, perché l’Autorità garante della concorrenza, fanno sapere i due ministri, «ha bisogno di documentazione aggiuntiva».
Con tutta franchezza: questa storia è semplicemente patetica, e fa il paio, purtroppo, con lo sconcertante annuncio del governo che si riserva di fare trasparenza sugli interessi dei suoi componenti rigorosamente entro i termini formali di legge. Cioè i 90 giorni dall’insediamento, che scadono appunto il 16 febbraio. È patetico che due ministri in una situazione conclamata di conflitto d’interessi si aggrappino a insensati formalismi per conservare le poltrone supplementari. Ben sapendo (non vogliamo far torto alla loro intelligenza) che qualunque cosa l’Antitrust possa dire c’è innanzitutto una ragione di opportunità grande come una casa per cui avrebbero dovuto lasciarle del tutto quelle cariche, anziché rifugiarsi in una poco dignitosa autosospensione: non un minuto dopo, bensì un minuto prima di giurare da ministro. E viene da pensare che forse Mario Monti avrebbe potuto affrontare la faccenda in prima persona, imponendo lui ai suoi ministri le dimissioni dagli incarichi precedenti per sollevare il governo dal sia pur minimo imbarazzo. Ma è ancor più patetica, va detto con altrettanta franchezza, la figura che sta facendo l’Antitrust al cui vertice è stato appena insediato l’avvocato Giovanni Pitruzzella. La legge che attribuisce all’Autorità garante della concorrenza il compito di vigilare sul conflitto d’interessi è una finzione assoluta, non prevedendo alcuna sanzione per chi la viola. Però almeno non si presta a equivoci.
Dice che un ministro non può «ricoprire cariche o uffici pubblici diversi dal mandato parlamentare e di amministratore di enti locali», prevedendo particolari deroghe soltanto per le cariche «in enti culturali, assistenziali, di culto e in enti fiera, nonché conferite nelle università o negli istituti di istruzione superiore a seguito di designazione elettiva dei corpi accademici». Cosa c’è da «interpretare»? A meno che non ci si voglia arrampicare sugli specchi per sostenere che il Consiglio nazionale delle ricerche e l’Area Science park di Trieste appartengono a questa categorie (sono forse enti culturali, fiere, centri religiosi?), la questione è molto semplice: Profumo e Clini devono comunque dimettersi. Ed è sinceramente incomprensibile perché all’Antitrust debbano occorrere tre mesi (tre mesi!) e l’esame di non si sa quale altra «documentazione aggiuntiva» visto che il governo si è insediato a metà novembre, per decretare l’incompatibilità dei due.
Sergio Rizzo

Tout va trés bien, madame la marquise

Un vecchio motivetto francese recitava  ”Tout va trés bien madame la Marquise”, tutto va bene madama la marchesa diceva il cantore alla nobile tentando di nascondere il disastro che avrebbe trovato di ritorno dalla villeggiatura. E’ il motivetto che i sostenitori dell’androide surgelato (copyright Nessie) Mario Monti gli stanno intonando in queste settimane. Il dio “spread”  s’è placato, ora  che sull’altare del dio spread abbiamo immolato la “Tripla I”  (IMU/ICI-IVA-IRPEF), che abbiamo alzato ulteriormente le accise sulla benzina l’irata divinità del capitalismo collettivista è, per il momento, sazia e satolla. Per il momento sull’altare del dio spread non abbiam nemmeno dovuto mettere quella patrimoniale tanto invocata dai salotti del capitalismo collettivista italiota, sora Marcegaglia in testa.

 I sondaggisti, come il cantore del motivetto intonano a Monti che tutto va bene, che anzi la popolarità del mai eletto bocconiano è elevatissima, oltre il 50%. Sarà, ma mai nella mia breve vita ho visto tante categorie protestare così animatamente nello stesso momento. Protestano i taxisti, i farmacisti, i benzinai, gli avvocati, i pescatori e i camionisti. Protestano i  ”forconi” in quel di Sicilia. Novelli “Vespri Siciliani” o fuoco di paglia? La storia ce lo dirà, nel frattempo han bloccato l’intera terra di Trinacria. “La Padania” appoggia la protesta dei forconi siculi, ohibò almeno una cosa è riuscita al bocconiano, far andar d’accordo il Carroccio coi siciliani. Vuoi mai che Monti riesca finalmente a unire gli italiani? Si tutti uniti, ma contro di lui.  Ma non preoccupatevi, “Tous va très bien, Madame la marquise” i protestanti son solo quattro gatti. Sono pericolose lobby assetate di potere politico e peggio di tutti quei “forconi”. Sono fascisti, peggio sono mafiosi, peggio ambo le cose.

Che poi si potrebbe puntellare che Fascio e Onorata Società non è che sian mai andati particolarmente d’accorso visto che il prefetto di ferro Cesare Mori con Cosa Nostra non c’andava tanto per il sottile, ma son dettagli. Protesta contro i protestanti la Triplice (disgrazia) Sindacale. Sia mai che qualcuno rubi loro il monopolio della piazza. Interrompono i servizi tuona la boss cigiellina sora Susanna Camusso. Come se vossignorie della Triplice (disgrazia) non avessero mai frantumato i genitali al contribuente italiota coi loro scioperi che guarda caso si svolgon sempre di venerdì o lunedì, ovvero un giorno prima o un giorno dopo la pausa del “weekend”. Son nove anni che faccio il pendolare, di scioperi dei trasporti ne ho visti a bizzeffe ma mai uno infrasettimanale, le vie del destino si sa, sono infinite.

Intanto registriamo la precoce scomparsa degli “indignados”. Dovevan rivoltare il mondo, invece han solo rivoltato le palle degli abitanti di Roma, loro si indignati contro il teppismo dei soliti “ricyclados” che dal 1968 cambian nome ad ogni “autunno caldo”, loro si allibiti di fronte alla guerriglia urbana dei soliti casseurs dei centri sociali. Nel mentre il governo ha altro di cui occuparsi. Via quell’anticaglia dello ius sanguinis berciano Napolitano, Fini e il ministro con delega all’invasione Andrea “mi manda Bagnasco” Riccardi. Peccato che lo ius sanguinis fosse uno degli ideali di quel Risorgimento con cui ci frantumate i maroni da mane a sera cari Fini e Napolitano. Peccato, anzi, che in Europa non ci sia un solo paese che utilizza lo ius soli per concedere la cittadinanza e che una mossa del genere farebbe incazzare i nostri partner europei come delle iene dato che grazie all’abominio di Schengen sarebbero vittime di riflesso dell’Esodo delle puerpere del Nordafrica.

Anzi, peccato che Canada e Stati Uniti, assediati dalle puerpere latinos stian dibattendo se fare il percorso inverso. Ron Paul tuona chiaro e tondo che è ora di finirla e che lo ius soli è per l’immigrazione illegale come miele per le mosche e pure quell’acciuga sott’olio di Mitt Romney dice che sì, forse è il caso di cambiare. Ma non importa, vai con lo ius soli e pronti all’assedio delle puerpere del Nordafrica, che tanto c’è posto. Abbiamo una disoccupazione al 9%, una disoccupazione giovanile al 30%, una spesa pubblica fuori controllo e l’immigrazione incontrollata ha già prodotto il collasso del sistema carcerario italiano ma non importa, c’è posto per tutti, venghino signore e signori che come dice il mantra l’immigrazione è una “risorsa”.

Sì, una l’immigrazione è una risorsa, per le banche ovviamente. E già che parliamo di carceri la mitica Passera solitaria nel suo decreto sulle liberalizzazioni parla di privatizzazione delle carceri. Ora, lo stato liberale dell’ ’800, il celeberrimo “stato minimo” parlava di uno stato con poche funzioni essenziali e tra queste la gestione della sicurezza. La Passera solitaria però non ci sta e va oltre proponendo la gestione privata delle patrie galere. Infine l’ennesimo balzello sulle sigarette. I fumatori, categoria cui non appartengo ma che m’han sempre ispirato compassione per il linciaggio mediatico-salutistico cui son sottoposti da anni, dovran subire un nuovo salasso. Motivo? Salvare le pensioni! Acciderbolina, ma allora ‘sti fumatori brutti, sporchi, cattivi e coi denti ingialliti mo vedi che a qualcosa servono.

Le sigarette per la pensione” poffarbacco che trovata. La prossima trovata dei geniali e strapagati bocconiani sarà l’oro per lo spread? Ma non preoccupatevi, chi protesta sono lobby, tra l’altro fasciste e pure mafiose, così ci dicono i nostri savi giornalisti insieme ai sondaggisti prone vestali del culto del montismo, novella religione del ricco panorama new age. Giornalisti il cui ordine, quello sì mefitico, per una curiosa  coincidenza del destino non è finito sotto la tagliola della Passera solitaria. Ma guarda un po’ le vie del destino come sono impervie, quelli che si sbrodolano di lodi per i bocconiani son quelli il cui ordine non viene manco sfiorato dalle “liberalizzazioni” della Passera solitaria. Ma intanto tutti in coro intonate a Monti e Napolitano

“Tout va trés bien madame la marquise, tout va trés bien…” 

Il governo e la centralità del cittadino

E’ logico, purtroppo, è nella natura degli umani darsi addosso sempre e comunque quando ci si pone in blocchi contrapposti. Questo succede tra abitanti di una città e dell’altra, di un paesino e dell’altro, di una regione e dell’altra, di una nazione e dell’altra, di un continente e dell’altro, di un emisfero e dell’altro, tra […]

Imbroglioni

Roma – Un Consiglio dei ministri fiume quello che ieri ha partorito il decreto legge sulle semplificazioni: più di sei ore di discussione motivate dal fatto che la carne al fuoco era davvero tanta. Poi una conferenza stampa con siparietto sul caso del ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo. Il quale viene pizzicato da un cronista sul suo doppio incarico: ministro, appunto, ma anche presidente del Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche. Carica assunta dall’agosto 2011 e dalla quale s’è sospeso ma non dimesso. Come mai? Domanda graffiante sulla quale arriva il consiglio di non rispondere da parte, forse, del sottosegretario allo Sviluppo, Claudio De Vincenti: «Ma lassa perde…», suggerisce al ministro l’incauto sottosegretario che parla a microfono acceso. Ma Profumo non ci sta e spiega: «Nel passaggio dal Politecnico al Cnr non ho mai avuto uno stipendio dal Cnr perché avevo dovuto rimanere a stipendio del Politecnico. In ogni caso lascerò l’ente terminate le attività, da me avviate, per riorganizzare l’ente stesso».
In ogni caso, Monti esulta per il provvedimento che, spiega, «dimostra, ancora una volta, l’impegno dell’Italia nelle riforme in linea con le raccomandazioni della Commissione europea e di altre istituzioni autorevoli». Che il faro del Professore stia a Bruxelles non è un mistero e per questo motivo il premier procede spedito nel fare i compiti a casa. Alcune incombenze però vengono rimandate per opportunità politica, visto che sulla riforma del mercato del lavoro il governo sembra procedere con continui stop and go. Prende tempo, insomma; ma preme sull’acceleratore sul resto.
Un capitolo è quello delle semplificazioni. «È la terza iniziativa di spessore in due mesi», si autoelogia il premier. Che aggiunge: «Il pacchetto serve a dare all’Italia un’economia più produttiva e competitiva». Il risultato sarà quello di «modernizzare i rapporti tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese». Viene invece rimandata la questione del valore legale della laurea. Poi, in serata, Monti si concede alle telecamere del Tg1: «Che i partiti ci incalzino è una cosa gradita – dice -, abbiamo bisogno del loro impulso». Quindi, astutamente, elogia sia Pd sia Pdl: «Il mio governo si muove in continuità con le cose migliori viste negli ultimi anni». E cita le liberalizzazioni di Bersani ma anche le riforme dei ministri Gelmini e Brunetta. Quindi torna sulle liberalizzazioni contestate: «Cercheremo di convincere le categorie che non sono d’accordo e comunque procederemo». Ma con la testa il premier è già a Bruxelles al Consiglio europeo: «Spero che il 30 siano prese decisioni molto concrete».

Complici dell’assassinio di uno stato

Quando, il 3 gennaio scorso, il presidente del Comitato nazionale di Transizione (Cnt) Mustafa Abdel Jalil avvertì che se le varie milizie che avevano contribuito alla cacciata di Gheddafi non accettavano di sciogliersi la Libia sarebbe precipitata nella guerra civile, sapeva quello che diceva. Tre settimane dopo, in seguito anche alla contemporanea denuncia di tre organizzazioni umanitarie sul sistematico uso della tortura da parte dei nuovi padroni, la possibilità che la Libia liberata dal tiranno stia in realtà cadendo dalla padella nella brace si fa sempre più concreta. L’autorità del governo provvisorio, presieduto dal tecnocrate Abdel Rahim El Kib, che dovrebbe reggere le sorti del Paese fino alle elezioni per una assemblea costituente previste per il giugno 2012, si fa ogni giorno più evanescente, e ci sono seri dubbi che possa portare a termine la sua missione di stabilizzazione. Due ultimatum rivolti alle milizie che tuttora imperversano a Tripoli sono stati ignorati, e chi si rivolge alla polizia per denunciare i loro soprusi si sente rispondere: «Sono molto meglio armati di noi, non possiamo fare nulla». Intanto, da ogni parte si levano contro il Cnt accuse di malversazioni, ruberie e perfino oscuri collegamenti con il vecchio establishment gheddafiano.
L’ultima settimana è stata di fuoco. Sabato scorso, una folla inferocita ha attaccato e saccheggiato la sede del governo provvisorio a Bengasi, che era stata la culla della rivoluzione, ma adesso si sente di nuovo trascurata a favore della capitale. Lunedì la tribù Warfalla, già legata a fil doppio al Raìs, ha preso d’assalto la città di Bani Walid, una delle ultime roccheforti del vecchio regime, vi ha instaurato una propria amministrazione e ha costretto il governo centrale a riconoscerla. Giovedì, Amnesty International, i Medici senza frontiere e l’Onu se ne sono usciti con tre distinti quanto devastanti rapporti sulla situazione dei diritti umani nel Paese, che fanno toccare con mano quanto la riconciliazione sia ancora lontana. Il quadro che ne esce è davvero allucinante. Amnesty riferisce nei particolari di una serie di casi accertati di tortura contro ex sostenitori di Gheddafi e immigrati dall’Africa subsahariana, sospettati di essersi schierati con il dittatore. Le vittime hanno riferito di essere state «appese in posizioni contorte, picchiate per ore con fruste, cavi, tubi di plastica, catene, sbarre di metallo e bastoni di legno, tormentate con scariche elettriche», al punto che molti hanno finito con il confessare reati mai commessi e alcuni sono stati messi a morte. L’organizzazione fa nomi e cognomi, e cita in particolare il caso del colonnello Ezzedine Al Ghool, 43 anni, padre di sette figli, seviziato a morte senza l’ombra di un processo.
Buona parte di questi «interrogatori» si svolgono in carceri illegali, fuori dal controllo del governo, dove sedicenti comitati giudiziari, emanazione delle varie milizie tribali, la fanno da padroni. I più feroci sono i membri della brigata Sumond di Misurata, che hanno avuto la faccia tosta di mandare nella clinica di Medici senza frontiere prigionieri tramortiti da un primo round di torture, non per curarli, ma solo per rimetterli in condizione di sopportarne un secondo. Per reazione, Msf ha chiuso l’ambulatorio. Spesso, anche le truppe teoricamente leali al Cnt partecipano a queste forme di rappresaglia: sembra che nella sola Tripoli ci siano attualmente 8.000 detenuti, cui viene negato ogni contatto con le famiglie o con un legale. Il paradosso è che, per ottenere questo bel risultato, i bombardamenti della Nato a sostegno dei ribelli avrebbero fatto da 40 a 70 morti civili, donne e bambini compresi. L’unica buona notizia è che la produzione petrolifera dell’Eni ha quasi raggiunto il livello prebellico di 270mila barili e potrebbe presto arrivare a 300mila. Ma l’esito complessivo della missione di Monti a Tripoli, per «rafforzare l’amicizia e la cooperazione nella cornice di una nuova visione dei rapporti bilaterali» è avvolto nell’incertezza. Il comunicato finale ha vari passaggi ambigui, e alla fine dell’incontro il premier libico ha specificato che del trattato di amicizia concluso a suo tempo da Gheddafi e Berlusconi «la Libia manterrà la parte relativa al risarcimento dell’Italia per il periodo coloniale» ma non ha detto nulla sulle clausole favorevoli al nostro Paese. Inshallah!

La felicità degli italiani

Le norme contenute nel decreto semplificazioni “migliorano la qualità della vita dei cittadini” nella “non piccola parte” che riguarda i rapporti con l’amministrazione pubblica e la burocrazia. Ad assicurarlo è il presidente del Consiglio, Mario Monti al termine del Cdm durato circa sei ore che ha varato il decreto legge sulle semplificazioni.
Per redigere il testo “sono state seguite le migliori pratiche a livello internazionale e europeo. L’unione europea, gli osservatori internazionali e i mercati danno sempre maggiore importanza alle riforme strutturali per la crescita per giudicare la sostenibilità nel consolidamento dei bilanci pubblici”, ha aggiunto il premier.
Che sul tema del valore legale del titolo di studio ha precisato che “è molto più complicato di quello che possa sembrare. Abbiamo deciso di non affrontarlo in questo decreto, di aprire una consultazione pubblica su questo tema”. Il presidente del Consiglio ha sottolineato come la questione del valore legale del titolo di studio sia un problema annoso per gli italiani. È un tema discusso dai tempi di Einaudi, che nel 1947 pubblicò uno scritto dal titolo “La vanità dei titoli di studio” e poi, nel 1955, un altro dal titolo “per l’abolizione del valore legale del titolo di studio”.
Tra le misure contenute nel decreto, ci sono novità per gli immigrati. Infatti, “fermo restando il limite di nove mesi, l’autorizzazione al lavoro stagionale si intende prorogato e il permesso di soggiorno può essere rinnovato in caso di nuova opportunità di lavoro stagionale offerta dallo stesso o da altro datore di lavoro”, si legge nel testo.
Nel documento, inserito anche un articolo che introduce i viaggi low-cost per giovani, anziani e disabili. Novità anche per i beni confiscati alla mafia: “I beni immobili sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata che hanno caratteristiche tali da consentirne un uso agevole per scopi turistici possono essere dati in concessione a cooperative di giovani di età non superiore a 35 anni”.
Inoltre, da maggio tutti i versamenti nei confronti dell’Inps dovranno essere fatti con strumento di pagamento elettronici. Il tutto per “favorire la modernizzazione e l’efficienza degli strumenti di pagamento, riducendo i costi finanziari e amministrativi derivanti dalla gestione del denaro contante e degli assegni, a decorrere dal primo maggio 2012 tutti i pagamenti e tutti i versamenti delle somme dovute a qualsiasi titolo nei confronti dell’Inps sono effettuati esclusivamente con strumenti di pagamento elettronici bancari o postali”.
Pronto anche un piano di messa in sicurezza per le scuole e di costruzione di nuovi edifici “al fine di assicurare il tempestivo avvio di interventi prioritari e immediatamente realizzabili”.
Tra le altre misure, sono previste più connessioni a banda larga per cittadini e imprese nell’uso di servizi digitali per promuovere la crescita di capacità industriali a sostegno di sviluppo di prodotti e servizi innovativi.
Per quanto riguarda il rinnovo dei documenti, la carta di identità avrà una validità maggiore rispetto ad oggi, la scadenza sarà estesa fino alla data di nascita del titolare.
Dal primo gennaio 2013, la documentazione comprovante il possesso dei requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativo ed economico-finanziario per la partecipazione alle procedure disciplinate dal Codice dei contratti è acquisita presso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l’Autorità. In materia di appalti, arriva poi la “responsabilità solidale” tra datore di lavoro, appaltatore ed eventuali subappaltatori. Mentre le piccole e medie aziende potranno avvalersi della dichiarazione unica ambientale.
Controlli meno asfissianti e soprattutto più trasparenti: le amministrazioni dovranno pubblicare sul proprio sito e su www.impresainungiorno.gov.it la lista dei controlli a cui sono assoggettate le imprese.
Si semplifica la procedura per l’astensione anticipata delle donne dal lavoro in caso di gravidanze più complesse. Così come le procedure per l’assunzione di lavoratori extra-europei. Pubblica amministrazione più agevole con l’agenda digitale Rapporti più moderni tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese.
“Le tessere di riconoscimento rilasciate dalle amministrazioni dello Stato hanno durata decennale: le tessere quinquennali in scadenza sono prorogate per un quinquennio”.
Meno burocrazia per le persone con disabilità: il dl semplificazioni elimina le inutili duplicazioni di documenti e di adempimenti nelle certificazioni sanitarie; il verbale di accertamento dell’invalidità potrà sostituire le attestazioni medico legali richieste, ad esempio, per il rilascio del contrassegno per parcheggio e accesso al centro storico, l’IVA agevolata per l’acquisto dell’auto, l’esenzione dal bollo auto e dall’imposta di trascrizione al Pra.

Per non dimenticare !!

Nazismo e comunismo sono due specie all’interno dello stesso genere. Entrambi vogliono costruire una società perfetta eliminando tutto ciò che si oppone al raggiungimento dello scopo. Eppure il primo è ricordato come un incubo, il secondo è solo rimosso dalla coscienza.Che gli orrori del comunismo siano in Italia un tabù, è noto.
I crimini del comunismo non sono mai stati sottoposti a una valutazione legittima e consueta né dal punto di vista storico né da quello morale, o almeno in maniera troppo superficiale se paragonata al grande approfondimento che viene fatto sul nazismo, ma anche senza il paragone bisogna dire che l’argomento è troppo poco trattato.
La storia dei regimi e dei partiti comunisti, della loro politica, dei loro rapporti con le rispettive società nazionali e con la comunità internazionale non si riduce alla dimensione criminale e neppure a una dimensione di terrore e di repressione. Nell’urss e nelle «democrazie popolari» dopo la morte di Stalin, in Cina dopo quella di Mao, il terrore si è attenuato, la società ha cominciato a uscire dall’appiattimento, la coesistenza pacifica – anche se era «una continuazione della lotta di classe sotto altre forme» – è diventata una costante nei rapporti internazionali.

Vuoi un altro esempio di qualcosa che non si deve dimenticare !!
http://tuttoquellochedovrestisaper.blogspot.com/2011/08/secondo-un-rapporto-presentato-in.html

Una voce a sorpresa contro la cittadinanza facile

Giovanni Sartori è un cosiddetto “politologo” in auge a cavallo tra la prima e la seconda repubblica per le sue tesi che propugnavano un sistema elettorale che, sostanzialmente maggioritario, garantisse la governabilità e la rappresentanza popolare.
Come tutti i cosiddetti “intellettuali”, a maggior ragione se “professoroni” alla Monti, si adombra e si impermalosisce se viene ignorato o non ossequiato come lui pensa di dover essere.
Non so cosa gli fece Berlusconi, ma fino ad oggi Sartori, divenuto, come lo fu Monti, editorialista del Corsera, non perdeva occasione per attaccare il Premier, sposando le cause più assurde pur di sparargli contro.
Berlusconi non è più Premier, purtroppo, in molti lo danno ormai per pensionato (spero che si sbaglino) e Sartori sembra essersi ripulito dalla intossicazione da coatto antiberlusconiano e pare tornato a più miti consigli.
Così ieri il Corsera ha pubblicato un suo editoriale che, incredibile dictu, contrasta con la riverita opinione di Napolitano sulla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati.
Sartori, però, non prende spunto dall’ennesima interferenza di chi dovrebbe solo essere notaio super partes, ma dall’intervento del comico Grillo che, sorprendentemente, ha dichiarato di contrastare la concessione della cittadinanza facile.
Sartori scrive come sia stata una sorpresa il fatto che in Inghilterra e Francia persino la terza generazione di immigrati non sia “integrata”.
Sarà una sorpresa per i gonzi che credono nella integrazione propagandata dal “politicamente corretto”, ma non certo per chi, tenendo i piedi saldamente per terra, ha finora impedito la deriva dell’Italia opponendosi alle pretese degli immigrazionisti.
Comunque ben vengano le conversioni e i ripensamenti (grazie, è bene ricordarlo, al tempo che tutti noi abbiamo guadagnato opponendoci alla cittadinanza facile !) e così anche quella di Grillo e Sartori che, tra lo ius soli degli immigrazionisti alla Fini, Napolitano, Vendola, Bersani, Bindi e lo ius sanguinis della nostra Tradizione, propone una “terza via”: la concessione di una residenza permanente revocabile.
Agli immigrati presenti regolarmente sul nostro territorio, con un lavoro, viene concesso un permesso permanente trasmissibile ai figli.
Poi si valuterà quanti saranno e quanto potranno incidere sulla nostra società.
A chi venisse colto in fallo, chi delinquesse, verrebbe tolto il permesso e rispedito al paesello natio senza tanta burocrazia.
Sartori si spinge a dire che l’unica “privazione” di questo permesso temporaneo sarebbe il diritto di voto.
La proposta mi sembra meriti di essere approfondita e valutata.
Presenza sul territorio per valutarne l’incidenza e la integrabilità reale, ma senza diritto di voto così da lasciare ai cittadini di nazionalità italiana il comando sulla propria terra finchè non saranno verificati i presupposti per accoglierne altri.
Naturalmente, vista la considerazione di partenza circa la mancata integrazione delle terze generazioni in Inghilterra e Francia, non si potrà andare oltre almeno per cinque generazioni.
Finalmente anche gli “intellettuali” cominciano a ragionare sul tema dell’immigrazione …

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Giulio Ferroni contro la letteratura italiana

Un critico che non le manda a dire. Viene da pensare a questo, fin dalle prime pagine di Scritture a perdere, agile pamphlet o raccolta di interventi di Giulio Ferroni, noto a tutti per le antologie della Letteratura italiana mondadoriana, o per il diffuso La passion predominante.

Critico, storico della letteratura, giornalista, scrittore e professore ordinario di Letteratura italiana a Roma: sfaccettature multiple che spiegano l’estrema precisione scientifica di Ferroni, nonché lo stile accattivante e l’estrema chiarezza delle sue pagine critiche. Limpidezza del dettato e levità contribuiscono di certo alla diffusione di Scritture a perdere, pensato non solo per gli addetti ai lavori ma per il lettore medio che, adescato a dovere da un titolo attraente, si troverà immerso senza accorgersene in un dibattito acceso col presente della letteratura.
La polemica è una Kali che allunga le sue tante braccia in ogni singolo contributo, a partire dall’assunto che
oggi assistiamo al paradosso di una letteratura che si moltiplica e contemporaneamente arretra, assediata dall’impero dei media, dalla vacuità della comunicazione, dalla degradazione del linguaggio e della vita civile: come schiacciata da tutto ciò che ha alle spalle e dall’eccesso in cui continua ad espandersi, confinata in una condizione che da tempo è definibile come “postuma”. (p. 101)
Una concezione pessimistica, certo, della condizione della letteratura nella contemporaneità, schiacciata dai media e dall’immagine, nonché dall’informatica, di cui Ferroni non sembra apprezzare neanche le potenzialità pratiche (Il tempo dell’eccesso). Si moltiplicano i testi, ma restano annacquati tentativi di comunicazione: dominano i contenuti e sbiadisce l’attenzione allo stile, sempre più tachigrafico e meno studiato, piegato sull’imitazione del parlato, anche quello più bieco e corrivo.
Dopo una violenta denuncia della sparizione di spirito critico nella società italiana (Evaporazione di una cultura “critica”), ha ampio spazio il ripensamento di Ferroni su tanti bestsellers pluripremiati negli ultimi anni. In particolar modo, nel capitolo Scrittori di successo la penna  di Ferroni si fa critica sulla Mazzantini di Venuto al mondo, ma anche sulla Solitudine dei numeri primi di Giordano o Scarpa con il suo Stabat mater.
Nel successivo capitolo Frammenti del bestiario italiano, Ferroni prende atto della sempre più frequente tendenza degli scrittori italiani a provare la strada del genere noir, a qualunque costo, costruendo trame largamente inverosimili, su ispirazione particolarmente libera di fatti di cronaca.
Dopo questa raccolta di disillusione e di distruzione della letteratura contemporanea, subentra l’aspetto propositivo di Ferroni. Il capitolo Qualche strada praticabile: dal racconto all’”autofiction” perde la portata polemica dei precedenti, per esaminare generi e possibilità d’espressione per il presente. La misura del romanzo appare inadatta a rappresentare la “confusione del mondo“; al contrario,
sembra che la forma “breve” del racconto, guardato spesso con sospetto dagli editori, sia oggi la più adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell’esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva: essa può costituire una risposta critica allo zapping interminabile della comunicazione e alla sua apparente continuità e scorrevolezza, all’aggressione sistematica della televisione e della pubblicità. (pp. 67-68)
Testimonianza del successo e delle potenzialità della forma breve, è il ritorno al racconto di tanti scrittori, come Vassalli, con il suo Dio, il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni (Einaudi, 2008), o Giovanni Martini, Francesco Pecoraro, Silvana Grasso, Andrea Carraro e Giorgio Falco. Alle loro raccolte di racconti Ferroni dedica un’attenzione ammirata, con brevi ma efficaci quadri delle caratteristiche principali di ogni opera.
Altra possibilità rimasta alla letteratura contemporanea è, forse, l’Autofiction, ovvero
l’io che parla non è propriamente autobiografico, ma non è nemmeno del tutto fittizio, coincide in tutto o in parte con quello dell’autore vero e proprio, di cui può assumere anche lo stesso nome, anche se sulle sue vicende personali inserisce dati di finzione che possono essere più o meno ampi, oscillando tra una misura minima […] e una misura massima (p. 83).
Questo genere, che ha per illustre predecessore Proust della Recherche e nel Novecento italiano Fratelli d’Italia di Arbasino, trova esempi contemporanei nei meno noti Ermanno Cavazzoni, Fabrizia Ramondino e Walter Siti. In una struttura che oscilla tra recensione e breve commento, Ferroni apprezza le peculiarità delle singole opere, per poi ricordare due libri molto distanti tra loro ma comunque meritevoli come Gomorra di Saviano e La vita bassa di Arbasino.
Chiude il libretto Responsabilità e destino, da cui ho tratto la prima citazione: alla fine della lunga tirata polemica e del più dimesso plauso per le suddette opere, Ferroni delinea le caratteristiche dello scrittore che manca alla contemporaneità, e chiude la propria riflessione con un fondo di provocazione (o di velata speranza?):
Di fronte a questo contesto […], una scrittura della responsabilità e del destino non può prescindere da una prospettiva “negativa”, da un legame con la grande tradizione di “negazione” che ha caratterizzato la modernità letteraria e artistica. Ma questa negatività non può chiudersi nella propria singolarità, nel rilievo della propria autosufficienza, negli oscuri gorghi in cui si è spesso immersa l’avanguardia: le tocca confrontarsi con la confusione e con l’eccesso della comunicazione corrente, lavorare sottilmente contro le scorte infinite che la costituiscono, depurarne e svuotarne l’illusoria consistenza. Ricerca dell’essenziale, impegno nell’ascolto del mondo, cura per il suo destino, disposizione a dislocare l’invenzione e a toccare il cuore del linguaggio. Ci saranno nel nostro paese scrittori all’altezza di questa necessità? (pp. 109-110)