Roma, la mala, le cineserie e il multikulti

Qualcuno ha attaccato un biglietto accanto al portone macchiato del sangue di Joy, la bambina cinese di 9 mesi, uccisa dallo stesso proiettile che le ha trapassato il cranio e si conficcato nel cuore del papà che la cullava in braccio, durante una rapina sotto casa, al civico 26 di via Alò Giovannoli a Tor Pignattara. Su quel foglio c’è la data della mattanza, il 4 gennaio 2010. E la scritta vergata col pennarello blu: «L’Italia si vergogna, anche Roma è morta». Un mea culpa che ha sollevato l’ira dei romani, che piangono per le vittime, ma non ci stanno ad essere additati come assassini di bambini. «Vogliono scaricarci quelle morti» si sfogava ieri pomeriggio un omone che aveva appena letto il biglietto. «Ma gli italiani non ammazzano i bambini, nun s’è mai visto che la malavita romana spara ai regazzini. Qui a Tor Pignattara ce n’è di malavita – continua -. Ma questa non è roba nostra. È roba loro, ci vogliono mettere in mezzo». La sua rabbia è la stessa ira covata il giorno prima, quando insieme alle lacrime, ai fiori, alle candele accese sul marciapiede per la piccola Joy e per la sua mamma, Zheng Lian, 26 anni, ricoverata al San Giovanni, e che ancora non sa che la figlia è morta, più di un residente si era ribellato all’idea circolata: che gli autori dell’orribile delitto fossero italiani. «Rifiutiamo il marchio di infamia» avevano detto in molti al bar, o davanti al marciapiede dove don Claudio Santoro, uscito di corsa dalla chiesa di Santa Barnaba, di fronte a via Alò Giovannoli, era riuscito a dare l’estrema unzione alle vittime. «Non possono marchiarci così – aveva reagito il quartiere – solo perché la donna, unica superstite della mattanza, ha detto di aver sentito parlare i due banditi con accento romano». Magari bastasse un accento per prendere quelle belve. Il romanesco lo parlano anche gli stranieri a Parioletti, così si chiama la zona teatro della mattanza, «perché qui non siamo ancora a Tor Pignattara» ha raccontato Antonio, che abita nello stesso palazzo della famiglia sterminata, prima che scomparisse dal frasario degli abitanti. «E sfido – spiega Antonio – i residenti storici non ci sono più. Se ne sono andati via a Ponte di Nona in 30-40 mila quando sono arrivati i cinesi, perché l’Esquilino era una chinatown». Ma ora anche i cinesi stanno per andare via, racconta Antonio. «Si stanno spostando a via dell’Omo dove hanno i magazzini». Un travaso di persone ed etnie. Gli studenti che si dividono gli appartamenti a stanze al posto dei vecchi residenti. Ma le strade di Parioletti, a due passi da Tor Pignattara, una zona strategica tra Casilina e Prenestina, collegata con il centro, anche senza i cinesi resterà piena di stranieri. Alle 5 di pomeriggio ieri a via della Marranella e via Eratostene non si è visto un solo romano. Solo bengalesi e cinesi. Negozi aperti, anche se è un giorno di festa. Mini market, macellerie e barbieri bengalesi. E ancora video club, internet point. Chi non è cinese o bengalese si sente un pesce fuor d’acqua. «Anche io» ammette Anna, polacca, 37 anni, che vive con il marito e la figlia al quinto piano di un palazzo senza ascensore. Gli affitti costano un occhio della testa. «700 euro al mese per una stanza e cucina più le spese di condominio, più tre mesi d’anticio e uno all’agenzia. E quando a fine anno arrivano le bollette dell’acqua è un salasso perché i bangladesh vivono insieme anche 20 persone, e consumano più di tutti, ma paghiamo noi per loro». La convivenza non è facile, e non solo per l’odore di cipolle e sedano che invade le strade. «A via della Marranella affittano anche le cantine – racconta Anna – I proprietari danno una ripulita e ci fanno vivere la gente, con le bombole del gas che possono scoppiare e facciamo tutti la fine del topo, ma nessuno controlla». E circolano soldi che non si sa da dove vengono. «Le donne bengalesi non lavorano e sono piene di figli – continua Anna – hanno i passeggini originali della Prenatal, io e mio marito lavoriamo e non possiamo andare al bar. Invece qui ogni due metri ci sono negozi e parrucchieri bengalesi, ma come fanno? – si chiede – E anche i cinesi, cosa fanno?». Si guarda intorno e conclude: «C’è la mafia».

Attacco all’Ungheria…

MILANO – L’ungheria sempre più a rischio default. L’agenzia di rating Fitch ha infatti annunciato di aver declassato il rating di un gradino, a ‘BB+’ dal precedente ‘BBB-‘, mantenendo prospettive negative sul paese che possono preludere ad altri tagli. Il paese esce dalla categoria di «investment grade» e finisce in categoria «junk» o «spazzatura». Una decisione che «riflette l’ulteriore deterioramento della posizione di bilancio del paese, delle sue condizioni di rifinanziamento e delle prospettive economiche». E questo «in parte a causa di politiche non ortodosse che stanno minando la fiducia degli investitori internazionali e compromettendo la possibilità» di un nuovo accordo di aiuti con Ue e Fmi, afferma Fitch con un comunicato. Ieri l’Ungheria aveva collocato titoli pubblici con scadenza a 12 mesi per solo 35 miliardi di fiorini contro i 45 miliardi pianificati. I rendimenti hanno raggiunto il 9,96% in deciso rialzo rispetto al 7,91% dell’asta del 22 dicembre con titoli a 12 mesi.
FONDO MONETARIO – In mattinata c’era stato un vertice tra governo ungherese, banca centrale e Fmi sulla crisi che rischia di portare alla bancarotta. Il primo ministro Viktor Orban ha incontrato il governatore della Banca Centrale Andras Simor e i ministri del suo governo. Di seguito si sono svolti colloqui con il negoziatore dell’Fmi, Tamas Fellegi, il segretario di stato, Mihaly Varga e il ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsy. Il governo ungherese e la banca centrale ritengono che un accordo rapido con l’Fmi è l’interesse primario del Paese. Secondo quanto riportato dal sito ufficiale del governo il premier Orban ha anche detto che l’esecutivo farà di tutto per avviare al più presto le trattative con il Fondo. L’Ungheria cercherà «un accordo al piu presto» ha detto il premier. Si tratta di una netta inversione di rotta, visto che il premier da tempo cerca con ogni mezzo l’allontanamento del governatore Andras Simor. «Siamo stati concordi che l’interesse del paese è un accordo al più presto possibile con il Fondo monetario – ha proseguito Orban -. Il negoziatore Tamas Fellegi partirà domani per Washington».
DIFESA DEL FIORINO – Dopo le dichiarazioni del governo la valuta nazionale, il fiorino, si è leggermente rafforzata. Il negoziatore Fellegi metterà sul tavolo delle trattative anche la disponibilità dell’esecutivo a cambiare la legge controversa sulla banca centrale. Il Fmi e l’Ue contestano questa norma, che dà facoltà al premier di nominare i vicegovernatori della banca centrale anche senza il consenso del governatore. I partecipanti alla riunione si sono messi d’accordo per una concertazione permanente fra la banca centrale ed il ministero dell’Economia e per un monitoraggio della situazione in vista di assicurare una stabilità monetaria e finanziaria. Secondo la banca centrale la situazione finanziaria del paese è stabile, le riserve monetarie della banca sono salite negli ultimi mesi a 38 miliardi di euro, un livello senza precedenti. Il premier ha assicurato la banca che il governo non intende toccare queste riserve, necessarie per la difesa del fiorino, per accelerare la crescita economica in stagnazione. Orban ha chiesto però al governatore che la banca centrale contribuisca a stimolare la crescita economica con mezzi appropriati.

Obbiettivo: Soggezione!

Il governo impostoci dalla dittaura dello spread ha mandato ottanta ispettori del fisco a Cortina per le vacanze di capodanno. E’ stato dato un enorme rilievo a questa notizia. Il rilievo è stato voluto dal governo che, in questo modo, ha voluto fare vedere a tutti che fa sul serio per quanto riguarda la caccia […]

2011

Con il 2011 si è chiuso l’anno peggiore della storia d’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale. Abbiamo perduto la democrazia, abbiamo perduto l’indipendenza, siamo diventati poveri, ci troviamo nella condizione assurda di essere “rappresentati” da parlamentari che hanno tradito il mandato ricevuto dai cittadini. Parlamentari che avevano due strade legittime da seguire di fronte alla nomina irrituale da parte del Capo dello Stato di un governo non eletto da nessuno: non dargli la fiducia in Parlamento, oppure dimettersi tutti dal proprio incarico rinviando le scelte ai cittadini. Non l’hanno fatto, e continuano a mantenere in vita un governo illegittimo affermando con ogni loro Sì di essere incapaci di fare il proprio lavoro delegandolo ad altri, e prendendo anche di conseguenza uno stipendio cui non hanno diritto.
Questa è la situazione. Ne consegue – e non poteva non essere così – che è stato instaurato un governo dispotico, il quale, come ha affermato pubblicamente, non deve rispondere a nessuno di ciò che fa (un tempo almeno i sovrani, pur essendo assoluti, dicevano di rispondere a Dio delle proprie azioni) e che, sotto le vesti grottesche di una finta democrazia, esercita un potere inquisitorio, poliziesco, nel quale è stata abolita ogni libertà d’azione e ogni sfera privata. I controllori del fisco e i banchieri sono stati appositamente trasformati in un nuovo corpo di polizia al servizio del governo. Non c’è nessuna giustificazione possibile. Ogni volta che i detentori del potere hanno instaurato il dispotismo, il terrorismo di stato, hanno sempre esibito dei buonissimi motivi. I governanti attuali non fanno eccezione. La ricerca bancaria dell’evasione fiscale è soltanto una forma moderna di ricerca, da parte dell’ Inquisizione, dell’osservanza del precetto pasquale con relativa condanna pubblica sul ponte San’Angelo. Cambiano le persone, ma i detentori del potere sono sempre uguali: sono sicuri e si compiacciono del proprio potere soltanto se opprimono i sudditi.
Cosa possiamo fare? L’ho già detto più volte e debbo necessariamente ripetermi: sul piano della legittimità gli unici che possono farci uscire da questa situazione sono i parlamentari: votino No anche soltanto a una norma del governo Monti, quella sull’uso del denaro contante e dell’obbligo di aprire un conto corrente se si superano i mille euro. Metterebbero fine all’illegittimità della propria condotta con la semplice, ma nobile, rivendicazione del diritto alle libertà democratiche. E il debito pubblico? Su quello non c’è nulla da aggiungere a quanto tutti sanno benissimo: bisogna tornare alla sovranità monetaria, quindi alla lira. Pochi giorni fa in un’intervista sull’Avvenire, Lucio Caracciolo l’ha spiegato con concise, limpide parole: per l’euro non c’è speranza. Stiamo buttando denaro, sacrifici, addirittura le vite di coloro che si suicidano a causa della crudelissima stretta del credito, in un enorme “vuoto”: le ambizioni dei costruttori della moneta unica. Basta, non possiamo aspettare più. La massima responsabilità nelle disavventure della storia è sempre spettata in primo luogo, non ai massimi detentori del potere, ma a coloro che, potendolo, non si sono opposti ai loro accessi di follia.

Una promessa è una promessa….

… E così nell’ultima Giuntadisponibile del 2011, lo scorso 29 dicembre, il presidente della ProvinciaEttore Pirovano si è dimezzato lo stipendio. Da 8.565 euro lordi a 4.680 euro,sempre lordi.
Una promessa è una promessa. E così nell’ultima Giuntadisponibile del 2011, lo scorso 29 dicembre, il presidente della Provincia EttorePirovano si è dimezzato lo stipendio. Un’ipotesi ventilata qualche giornoprima, ma passata in secondo piano rispetto alla notizia dell’abbandono delParlamento dopo tanti anni a Roma tra i banchi della Lega Nord. Finoral’incarico da deputato aveva fatto risparmiare alla Provincia l’interostipendio di Pirovano, perché non accumulabile a quello da presidente. Orapercepirà le quattordici mensilità direttamente da via Tasso per un importoquasi della metà rispetto al suo predecessore. Da 8.565 euro lordi a 4.680euro, sempre lordi. Sempre molto distante dalla retribuzione media di unimpiegato o di un operaio, però lontana anche dagli stipendi di colleghipolitici che siedono in parlamento. La deliberasi può scaricare dal sito internet della provincia di Bergamo cliccando qui.
Giusto oggi sono stati diffusi i dati che evidenziano chegli onorevoli italiani sono i più pagati d’Europa. “Non possiamo nasconderlo,con lo stipendio da parlamentare si vive bene – spiega Pirovano – io sono statomolti anni in Parlamento e non mi posso lamentare. Devo dire che noi della Legadiamo cifre molto alte per il mantenimento del partito. E’ una scelta nostra,personale. Alla fine del mese si arriva a mettere in tasca 7-8 mila euro, unbello stipendio rispetto a quello di tanti altri lavori. Spesso però mi chiedocome alcuni colleghi, o ex colleghi visto che non sono più parlamentare, sipossano permettere panfili, ville, vacanze alle Maldive. Con quei soldi puoifar star bene una famiglia, ma non permetterti lussi continui”. Il presidente èd’accordo sui tagli ai costi della politica, con alcune eccezioni. “Penso aquello che percepisce un sindaco di un paese di provincia – continua – civorrebbe buon senso e permettere loro di guadagnare almeno quanto un impiegatodi buon livello. Non è semplice fare il primo cittadino. E poi nondimentichiamo che i politici sono pagati sopra la media per evitare il rischioche si facciano tentare da arrotondamenti poco legali. I veri sprechi sonoaltri, su tutti il numero dei dipendenti comunali in alcune zone d’Italia,doppio rispetto alla media bergamasca. E’ lì che bisognerebbe tagliare”.

Immigrazione e assegni sociali

Dodici milioni e ottocentomila euro spesi nel 2010 dalla sola regione Emilia Romagna per assegni sociali agli stranieri over 65. Un dato clamoroso, denunciato dal consigliere regionale del Pdl Alberto Vecchi, presumibilmente in linea con quello di altre regioni come Veneto e Lombardia. In tutta Italia, si stima che gli assegni sociali agli stranieri over 65 siano costati in media circa 50 milioni di euro all’anno alle disastrate casse dello Stato, dal 2001 ad oggi. Spesso, però, si tratta di vere e proprie pensioni regalate a persone che non hanno mai lavorato in Italia, o peggio vivono ancora nei loro Paesi d’origine a spese dei contribuenti italiani. E’ lo stesso Alberto Vecchi a spiegare a noi di Qelsi il meccanismo perverso, nato da una legge del “governo tecnico” (corsi e ricorsi storici) Amato e fortunatamente arginato, ma ancora non abbastanza, dall’ultimo governo Berlusconi.
Alberto Vecchi, recentemente Lei si è scagliato contro gli assegni sociali agli stranieri. Ci spieghi meglio la Sua posizione. La legge che va ad istituire l’assegno sociale è del 1985, e va a intervenire sugli anziani over 65 che per una serie di problemi e motivi arrivano all’età di 65 anni senza un reddito. Qui interviene lo Stato, dando a queste persone un reddito minimo di sopravvivenza di circa 400 euro mensili (più 150 di importo aggiuntivo n.d.r), l’assegno sociale appunto. Poi è arrivato Amato, a capo di un governo tecnico, e mi viene da sorridere pensando alla formula “governo tecnico”, che ricorda tanto i giorni nostri.
Cosa è successo con Amato? Con la finanziaria del 2001, ossia la legge 388 del 2000 entrata in vigore il 1 gennaio 2001, è stata allargata la possibilità di devolvere l’assegno sociale anche agli stranieri over 65. E, non ho alcun problema a riferirlo perché l’ho detto anche più volte pubblicamente, sono subentrati i nostri sindacati e patronati ad incentivare quella che a conti fatti si è rivelata essere una truffa. In poche parole, consigliavano agli stranieri presenti in territorio italiano, per la maggior parte giovani o comunque under 65, di chiedere i ricongiungimenti famigliari con i loro genitori o parenti anziani, dichiarandoli a loro carico, in modo che questi potessero arrivare in Italia e chiedere l’assegno sociale.
Tutto questo senza controlli? In pratica sì. In Francia, ad esempio, bisogna dimostrare di essere nullatenenenti. In Italia basta un’autocertificazione. In questo modo si davano assegni sociali a persone appena arrivate, senza alcun controllo per verificare se effettivamente vivessero in Italia. C’è stato ad esempio un boom di albanesi che aprivano un conto in banca co-firmato con i loro figli o parenti più giovani e poi tornavano in Albania. Tutto su consiglio di sindacati e patronati.
Una vera e propria truffa che rischiava di svuotare le casse dell’Inps… Basti pensare che nella sola Emilia Romagna, in base a dati rilevati il 1 gennaio 2011, i residenti stranieri over 65 sono 10.924, quelli che usufruiscono di assegni sociali 1.944, ossia circa il 18% del totale. Immaginiamo cosa succederebbe se il 18% degli italiani residenti in provincia percepisse un assegno sociale! Per fortuna che il governo Berlusconi in carica dal 2008 è intervenuto immediatamente.
Cosa è cambiato con il governo Berlusconi? E’ stata modificata la legge Amato, inserendo il requisito di almeno 10 anni di residenza in Italia per poter percepire l’assegno sociale. Questo grazie al comma 10 dell’articolo 20 del decreto legislativo 122 del 2008, poi trasformato in legge 133 dal 2008, in vigore dal 1 gennaio 2009. Ha funzionato, perché ha determinato un trend in discesa: in Emilia Romagna, dal 2008 al 2010, la percentuale degli stranieri che percepiscono un assegno sociale è scesa dal 37% al 22%. Questo solo introducendo la condizione dei dieci anni di residenza, in vigore come detto dal 1 gennaio 2009. Ma a mio parere ancora non basta.
Quali sono le Sue proposte? Chiedo un ulteriore sforzo, anche se so che è durissima essere accontentati da questo governo e soprattutto dal ministro Riccardi, avendo quest’ultimo già fatto capire a tutti quale sia il suo orientamento. E’ più probabile che questo governo e questo ministro cancellino le nuove disposizioni da noi introdotte, in ogni caso le mie richieste consistono nell’introdurre l’obbligo di prelevare di persona l’assegno sociale e nell’aumentare gli anni di residenza in Italia per poterlo percepire da 10 a 20.
Quali vantaggi porterebbero questi due nuovi provvedimenti? Innanzitutto, se si introduce l’obbligo di ritirare ogni mese l’assegno sociale di persona, si ha la quasi certezza che chi lo ritira risieda in Italia, e non che torni in Albania o Romania o in altri Paesi dove gli operai guadagnano 180-200 euro al mese. Sarebbe una truffa non soltanto nei confronti delle casse dello Stato italiano, ma anche nei confronti di operai e lavoratori dei Paesi di origine. Aumentando gli anni di residenza da 10 a 20, invece, si parte dal presupposto che se questa persona è residente da 20 anni in Italia, ha lavorato e prodotto qualcosa in Italia almeno per qualche anno. Chi ha lavorato e arriva a 65 anni senza un reddito perché nel frattempo ha avuto dei problemi, merita di ricevere l’assegno sociale: vale per gli italiani e per gli stranieri. Ma se una persona non ha mai lavorato in Italia o peggio non vive in Italia, non c’è alcun motivo che si goda l’assegno sociale italiano nel suo Paese d’origine, dove oltretutto gli stipendi sono meno della metà. Dal 2001 al 2009 abbiamo visto stranieri che dopo due mesi di permanenza in Italia hanno potuto chiedere l’assegno in base ad un’autocertificazione. Non vedo perché chi non è mai stato in Italia debba finire qui la sua vita solo per l’assegno sociale.
In termini di costi, è possibile fare una stima? Nella sola Emilia Romagna gli assegni sociali agli stranieri sono costati 12.800.000 euro. Stiamo raccogliendo firme per chiedere che venga posto un freno a questo meccanismo, possibilmente introducendo i nuovi provvedimenti da noi proposti e che ho illustrato, e nella sola provincia di Bologna siamo già arrivati ad oltre 3.000 firme in pochi giorni.

A proposito di buvette

Nei giorni scorsi si è parlato dell’aumento dei prezzi della buvette del senato. Qualcosa del tipo che se prima pagavano un caffè, per dire, trenta centesimi, adesso i poveri senatori devono pagarlo, tipo, una decina di centesimi in più.. O se pagavano un secondo di scampi tre euro, magari adesso dovranno pagarlo tre euro e […]

L’inverno del nostro scontento

Ebbene sì, lo confesso: da quando è andato abusivamente al governo l’Androide surgelato, non mi riesce più di guardare un Tg. I giornali li scorro velocemente nei titoli, ma poi qualcosa mi impedisce di leggerli. Intanto a che vale intossicarsi il fegato nel constatare che hanno defenestrato un governo eletto, per mandare al potere dei banchieri con un’agenda folle

Dittatore Orban? Dittatura la Ue

La prima volta che sono stato a Budapest era il 1987. Avevo vent’anni ed era il mio primo viaggio al di là del Muro. Non ero mai stato a Est. Tutto quello che sapevo sul comunismo lo avevo letto. Vederlo mi ha cambiato il mondo. L’Ungheria era quanto di più occidentale si potesse trovare al di là della cortina di ferro. A suo modo era ricca. C’era un negozio Benetton che aveva aperto da poco e le ragazze facevano la fila per andarlo a vedere. Rispetto alla Polonia o alla Germania Est credo che l’Ungheria fosse carica di speranze e ottimismo. E’ qui però che ho visto per la prima volta un ragazzo che cambiava fiorini in nero circondato da militari, portato in un autobus e picchiato a sangue. L’Ungheria non era un paese di libertà.Sono tornato in Ungheria nel ’90. Prima a Budapest, poi sul Balaton. Era un’estate magica. Sul Danubio si respirava tutta l’allegria di chi era pronta ad allungare una mano e acchiappare il futuro. Le terme del Gellert, sull collina dove nel ’56 gli ultimi studenti resistevano ai carri sovietici, erano un’approdo internazionale. Il Balaton attirava tedeschi e per dormire bisognava adattarsi in stanze prese in affitto da vedove micragnose. Quanto tempo ci avrebbe messo l’Ungheria a entrare in Occidente?
La scommessa è che sarebbe stata la prima. Invece non è andata così. Ci sono tornato altre volte negli anni, l’ultima nel 2007. Era un paese triste. Perfino il Gellert sembrava ammuffitto, vecchio, trasandato. Non c’era lavoro. Le stazioni della metropolitana assomigliavano a suk di sfaccendati e malavita. Poche speranze, neppure quella di emigrare. Le banche straniere stavano lasciando il Paese. I laureati si ritrovavano con debiti, mutui troppo cari per comprare casa e occupazioni precarie. Molto peggio che in Italia. Quello che non mi aspettavo era il razzismo diffuso contro gli zingari. Anche quelli che ti parlavano per ore di libertarismo, o avevano sul comodino le traduzioni in magiaro di Primo Levi, quelli di sinistra che rimpiangevano il comuinismo continuavano a dire che tu non capivi. “Gli zingari da noi sono davvero un problema”. Non ne ero convinto allora, non ne sono convinto adesso. Il problema degli ungheresi è la frustrazione. Sono più di vent’anni che vivono di promesse non mantenute, soffrono un futuro che non è mai arrivato. La responsabilità, come in Italia, è delle classe dirigenti. Non solo politiche. Anche economiche e culturali. La politica è stata un esempio di corruzione, clientele, mediocrità, miopia. L’economia non è mai riuscita davvero a scommettere sul privato.
Quelli che si facevano chiamare imprenditori pensavano che gli affari si fanno solo all’ombra dello Stato, con le conoscenze e senza rischio. Gli intellettuali o si sono seduti al tavolo dei pochi nuovi ricchi, soprattutto banchieri e affaristi, oppure rimpiangevano il passato, nostalgici di una sicurezza perduta, quando il partito decideva le sorti di ognuno e bastava dire di sì per avere una corona di cartapesta da barone delle lettere o delle arti. Il partito liberale sosteneva solo le poche grandi imprese, detassare i super ricchi e tartassare artigiani,commercianti e piccola impresa. I socialisti hanno continuato a spremere lo Stato, fonte di privilegi e assistenzialismo. E’ da qui, da questa situazione, che arriva al potere Vicktor Orban. Ci arriva con i due terzi dei consensi parlamentari, con la maggioranza assoluta dei voti, con il suo cinismo, con una campagna elettorale che strappa alla destra xenofoba i suoi cavalli di battaglia e li normalizza. Orban non mi piace. E’ uno che chiede la licenza ai giornali e controlla le notizie con una commissione governativa. Ha trovato negli zingari un capro espiatorio perfetto. Ha messo le mani sulla banca centrale e non è tenero con le opposizioni. Ma se sta lì lo deva alla mediocrità dei suoi avversari. Orban, da giovane, è stato un dissidente del regime. Più coraggioso di chi si è riciclato all’ultimo momento dopo che per anni denunciava i nemici del comunismo. E’ uno che ha rinnegato il suo passato e per il potere ha messo da parte un bel po’ dei suoi vecchi valori. Il guaio è che come lui la pensano molti ungheresi.
Il suo successo si spiega in modo semplice. Sta facendo leva sull’orgoglio nazionale. Si batte in modo illiberale contro la corruzione. Le riforme costituzionali indeboliscono il Parlamento, ma quando la Ue, la Bce e il Fondo Monetario lo hanno messo alle strette, chiedendo condizioni dragoniane per un nuovo prestito, con l’obiettivo di farlo cadere, lui ha scelto di non pagare. Perfino l’Economist denuncia il pressing Ue: “La commissione europea vuole che l’Ungheria adotti adotti una politica economica che non faccia necessariamente (per utilizzare un eufemismo) gli interessi del popolo magiaro. Ma se la difesa delle istituzioni democratiche continuerà a essere accompagnata dall’impoverimento del popolo ungherese non ci si deve stupire se questo non sia entusiasta dell’equazione Europa uguale miseria”. Il governo di Budapest risponde alla Ue: “Non vi ridò i soldi che già vi vedo”. Nel farlo trova anche delle buone ragioni. Visto che l’Europa vuole decidere chi deve governare in Ungheria io non cedo al ricatto e non pago i debiti. La scelta magari è folle, ma denuncia un vizio che negli ultimi tempi il comitato d’affari della Ue non finge più di nascondere. Questo signore in pratica ha smascherato un bluff. Cosa accade se non paghi e dici no all’europa? Le autorità di Bruxelles hanno scritto lettere, si sono infuriate, ma di fatto possono solo lasciare l’Ungheria al proprio destino. Di tutto questo il governo sta facendo una bandiera.
Orban parla di grande Ungheria. Ha fatto approvare una legge sulla cittadinanza che riporta l’Europa indietro di secoli. Lo ha fatto nel giorno della commemorazioen dei moti antiasburgici del 1848. Parla di Risorgimento più di Napolitano e di fatto considera ungheresi qualsiasi persona che abbia un origine magiara. Orban ha abbassato le tasse su lavoro e impresa al 16 per cento. La sua ricetta è fregarsene del debito pubblico e delle agenzie di rating e scommettere su una ripresa economica grazie all’aumento dei salari reali. Questo spiega perché la sua politica antilibertaria sta avendo successo. Ma fa capire anche che l’Unione europea con la sua rigidità rischia di favorire un sentimento revanscista in molti Paesi. Orban è un sintomo, ma la malattia dell’Europa è la Ue.
Riccardo risponde all’articolo: “Guardi che io ne so dell’Ungheria molto piu’ di lei, che ci è stato due volte. Sono infatti sposato con una donna ungherse e vivo in Ungheria. A parte la scemenza (ed uso un eufemismo) di affermare che il popolo ungherese – 10 milioni di uomini e donne – sono attaulmente tristi (chissà, per dirla con una battuta, come li fanno oggi i figli se sono tutti depressi ), è inaccettabile l’etichetta di imbecille (revanscista, illiberale) che dà all’attuale premier Orban Victor (che è l’unico dei politici ungheresi in attività a non essere mai stato comunista a differenza di molti dei suoi colleghi di centrodestra e quasi tutti di quelli di centrosinistra) solo perchè propone leggi che non rientarno nel suo (molto opinabile) concetto di liberale e nazionale. La prossima volta che visita l’Ungheria si limiti a riportare le sue impressioni sull’albergo che l’ha ospitato.”

Qui, invece altri punti di vista sulla situazione dell’Ungheria. Che ci verrebbe da urlare a squarciagola che siamo tutti Ungheresi… ma sappiamo come andrà a finire. Esattamente come l’Irlanda, il Portogallo, la Grecia e l’Italia che si sono piegate alla dittatura da quarto reich della ue.