Liberalizzazioni passeriste

Le stelle polari sono concorrenza e mercato. L’obiettivo è colpire le rendite di posizione e gli interessi consolidati. Se non è un bluff, la prossima settimana il Governo di Mario Monti potrebbe alzare il velo sulla fase 2 (o «Cresci Italia») e mettere in pista il pacchetto per le cosiddette liberalizzazioni. Farmacie, taxi, benzinai, notai, servizi pubblici locali (acqua in testa) i primi capitoli del progetto in mano al sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Con il suo passato alla guida dell’Antitrust, Antonio Catricalà deve gestire uno dei dossier più caldi dell’Esecutivo. L’operazione non sarà certo conclusa in sette giorni. Si parte dai suggerimenti arrivati proprio dall’Autorità garante della concorrenza, ora presieduta da Giovanni Pitruzzella. E già da domani potrebbero prendere corpo alcune misure. In cima alla lista c’è la benzina. Con gli aumenti dei carburanti, Monti potrebbe mettere il piede sull’acceleratore per favorire un contenimento dei prezzi alla pompa.
La riforma è sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico da anni. E nei giorni scorsi il dossier è stato seguito dal sottosegretario, Claudio De Vincenti, che ha visto alcune associazioni e altri incontri potrebbero essere in agenda a breve fino a una riunione complessiva con tutti gli attori coinvolti. Tra le ipotesi, in particolare, l’eliminazione dell’esclusiva, che però sembra non convincere nessuno né i gestori né i petrolieri. La prospettiva, tutta da verificare, è quella di vendere la benzina ai supermercati senza alcuna limitazione. Sul fronte dei taxi, il Governo potrebbe aprire il mercato procedendo con licenze compensative, dando la possibilità agli attuali titolari delle licenze di vedersene assegnata un’altra gratuitamente: ma i tassisti promettono battaglia. Altra idea, passando alle Poste, è scorporare il Banco Posta e delimitare il perimetro del servizio universale limitandolo esclusivamente a servizi veramente essenziali. Allo studio l’ipotesi di ridurre la durata dell’affidamento del servizio a Poste (ora a 15 anni). Assai delicato il capitolo farmacie. L’apertura delle parafarmacie fu uno degli elementi più forti delle lenzuolate targate Bersani: adesso si potrebbe andare oltre, con la deregulation per la fascia C e l’aumento del numero delle farmacie. Verrebbe ampliata la possibilità della multi-titolarità in capo a un unico titolare, aumentando il numero massimo da 4 a 8.
Delicato il capitolo sulle reti. L’Antitrust definisce questioni «impregiudicate» sia lo separazione proprietaria di Snam Rete Gas da Eni sia quella di Rfi dalla holding Fs. Poi c’è la questione dei servizi pubblici locali. Gli enti locali potrebbero essere obbligati a verificare la possibilità di una gestione concorrenziale con procedure aperte di manifestazione di interesse degli operatori del settore. Poche difficoltà, invece, sul fronte banche e assicurazioni.Dovrebbe essere vietata a stretto giro la vendita di polizze abbinate ai mutui. L’Esecutivo potrebbe trovare più di una resistenza con il capitolo delle professioni: l’idea è eliminare le ultime deroghe sulle tariffe minime e accelerare il provvedimento che disciplina le società professionali. Qualche lamentela è già arrivata dai notai. A conti fatti, insomma, Monti ha alzato l’asticella. Si tratta – non cè dubbio – di obiettivi è ambizioso: «Faremo saltare i colli di bottiglia» ha promesso il premier. Un’immagine, quella usata dal presidente del Consiglio, che sintetizza il senso di un’operazione che ritiene cruciale per l’intera strategia di sostegno alla crescita che vuole mettere in campo. Le liberalizzazioni, ha assicurato il professore della Bocconi, «saranno equilibrate e pragmatiche ma non timide». Parole che, inevitabilmente, si legano ai dolorosi passi indietro che, proprio sul fronte delle liberalizzazioni, ha dovuto incassare durante l’iter della manovra in Parlamento. E il rischio di un bis non è da scartare.
di Francesco De Dominicis

Civile convivenza (???)

Genova – L’amore può essere una fetta di prosciutto. Da servire nel piatto di Marco o accomodare nel panino di Laura, nomi di fantasia per due bambini, di cinque e tre anni, che il Tribunale dei Minori vuole assegnare a una famiglia adottiva. Il papà, l’artigiano edile Khalid, non ci sta: è musulmano, ma i figli che ha avuto da una donna italiana sono cristiani. La famiglia adottiva è invece islamica, con la mamma che si è convertita da poco ai precetti di Maometto. Khalid: «Dio è uno solo, ma io voglio che i miei figli crescano nella religione del Paese dove sono nati. E voglio che mangino il prosciutto a merenda e l’arrosto di maiale a pranzo, e la bambina non vada in giro con il velo ma faccia i bagni al mare, e il maschietto quando avrà l’età beva ogni tanto una birra con gli amici…». Una bomba, ad Albenga. Dove le due comunità convivono in pace, da quando gli italiani si sono stufati di fare i braccianti agricoli, e anzi i molti maghrebini hanno cominciato a chiedere la mano delle figlie dei fattori. Con il boom dei matrimoni misti, inevitabili le conversioni: e da qualche mese accanto alla Croce Bianca, alla Bocciofila e agli Alpini in congedo ha trovato sede pure l’Associazione delle donne musulmane, dove le convertite sono la maggioranza. Storico difensore dell’ecumenismo religioso il vescovo, Mario Oliveri. È riuscita a benedire i nuovi concittadini anche Rosy Guarnieri, il sindaco leghista dal volto umano.
«Voglio sapere perché», promette battaglia Khalid, «si è deciso di affidare due bambini cristiani a una famiglia musulmana. E perché i giudici arrivino ad accusarmi di maltrattamenti o disinteresse pur di riuscire a strapparmeli». Sulla delibera firmata dal Tribunale dei minori di Genova si fa riferimento, in effetti, agli articoli 333 e 336 del codice civile: «La potestà decade quando il genitore viola o trascura i doveri…». Non solo: il presidente Giampiero Cavatorta e i giudici Giuliana Tondina, Adele Montobbio ed Eugenio De Gregorio aggiungono che «pur sinceramente affezionato e animato da buone intenzioni, il padre non è in grado neppure di fargli regolarmente visita…».  Khalid non se la prende con la giustizia italiana. Tira fuori il documento che attesta la frequenza delle sue visite alla comunità di recupero dove i due bambini sono ospiti, assieme alla mamma ex tossicodipendente: «Mia moglie ha fatto qualche sciocchezza di troppo, in passato, e sono stato io stesso ad andare prima dai carabinieri e poi dalle assistenti sociali. L’aspetto, un giorno tornerà a vivere con me. Nel frattempo i miei figli possono rientrare a casa: ho un appartamento, un lavoro onesto e un fratello, sposato con una bambina, che può aiutarmi a seguirli». Perché il Tribunale dei minori non ha giudicato sufficienti simili garanzie? «Sfido chiunque a sostenere che tratto male o trascuro i miei bambini. Mi portino una denuncia, una testimonianza. Soprattutto mi spieghino perché tutta questa determinazione: dal Marocco si sta trasferendo in Italia anche mia madre, che è la loro nonna…».
Anche Eraldo Ciangherotti, assessore ai servizi sociali del comune di Albenga, vuole vederci chiaro: «Assieme a Khalid abbiamo presentato una nuova richiesta al giudice. Tra l’altro, siccome diamo alle famiglie affidatarie fino a 535 euro al mese, potremmo dirottare la stessa cifra sui parenti indicati da lui, così la sorveglianza sarebbe garantita anche nelle ore in cui il padre è fuori per lavoro». La famiglia interamente musulmana che vorrebbe adottare i bambini è mossa peraltro da ottime intenzioni, essendosi già occupata di Laura per qualche tempo. «Posso capirli», insiste Khalid, «ma i figli sono miei. Anche il parroco di San Michele mi ha detto che è un’aberrazione affidare due cristiani a una coppia di genitori musulmani: perché questo non conta niente per i giudici? E perché, se io non lo desidero, i miei ragazzi devono crescere nelle tradizioni e nella cultura del Marocco, e non giocarsi le chances che non ho avuto io»? La storia dei bambini contesi sta facendo rapidamente il giro della città, naturalmente, e minaccia di incrinare i rapporti fra le due comunità. Khalid: «Siamo in Italia. Grande affetto per il Marocco, le radici restano là, ma è accettando il modo di vivere del Paese dove si va che si conquista il futuro. Non accetterò mai che me lo portino via. Non rinuncerò mai ai miei figli».

Iniquitalia

Nella foto accanto un’istantanea di Attilio Befera, per i nemici Becera, presidente della congrega di vampiri nota alle cronache come “Equitalia”. Secondo Bram Stoker tale personaggio è nato da una fugace relazione tra il conte Dracula e la contessa Erszebeth Batory. Si dice che la contessa Batory, a corto di contante, ripagò in natura il conte Dracula per una fornitura di sangue virgineo in cui la megera ungherese amava immergersi. Secondo Ann Rice proprio il fatto di essere stato concepito durante la riparazione di un debito ha contribuito all’ossessione maniacale per il recupero crediti di codesto personaggio. Ovviamente è solo una leggenda, ciò che sappiamo realmente del conte Attilio è che costui è parte integrante della pletora di parassiti pubblici che sta mandando questo paese allo sbando. Lo stipendio dorato del patron dei nosferatu del fisco costa al vessato contribuente italico quasi 500mila euro l’anno . Il patron dei nosferatu del fisco, romano di nascita, sembra aver sviluppato una particolare avversione per il Veneto, incurante di ciò che tutti più o meno sanno, ovvero che il problema grosso dell’evasione sta sotto la linea gotica. Leggere “Evasione: Oltre la Propaganda” oltre all’ormai mitico “Il sacco del Nord” di Luca Ricolfi, che in queste faccende è il vangelo, per ulteriori informazioni.  Il capo dei nosferatu del fisco insomma sta spremendo quell’Italia che già paga a sufficienza e de facto tiene in piedi questo paese dalla notte dei tempi e ignora, come sempre che la vera “emergenza evasione” sta nel fu Regno delle due Sicilie. Inoltre la nostra Iniquitalia, molto brava a recuperare i crediti dei cittadini nei confronti dello stato-vampiro è, ma guarda un po’ il caso, impossibilitata a recuperare i numerosissimi debiti dello stato parassita nei confronti dei privati. Sì, proprio quei debiti della pubblica amministrazione nei confronti dei privati che sono causa dei suicidi di imprenditori che affollano le nostre cronache. La Lega si indigna per i nosferatu del fisco cercando, in maniera abbastanza patetica, di ricostruirsi una verginità ma dimenticando di esser stata tra i sire del vampiro fiscale nell’ultima legislatura. Memoria corta dalle parti di Via Bellerio eh? Comunque a voi un bell’editoriale di Davide Giacalone sul tema dei vampiri tributari.

Iniquitalia dal blog di Davide Giacalone

Gli attentati a Equitalia pongono un problema collettivo, non risolvibile con la solidarietà nei confronti di chi è bersaglio della violenza e delle intimidazioni. Condannare ogni forma di terrorismo è fin troppo facile. Sentirsi dalla parte degli uomini che vi sono stati esposti è doveroso. Ritenere Equitalia ingiustamente accusata per modalità di riscossione che non dipendono da decisioni societarie, ma da leggi dello Stato, è ragionevole. Tutto questo, però, è pura retorica, è parlare senza tenere conto della realtà, perché occorre aggiungere un dettaglio determinante: il modo in cui si chiedono soldi al cittadino e alle imprese non è conforme alle regole di uno stato di diritto, ma alle modalità operative del dispotismo.

Equitalia è l’ennesimo animale misto: società per azioni, quindi di diritto privato, salvo essere posseduta per il 51% dall’agenzia delle entrate e per il 49 dall’Inps, quindi società statale. La sua funzione è virtuosa, riportando in mani pubbliche la riscossione dei tributi, come anche il guadagno che da quest’attività deriva. Bene. Assai meno bene, invece, che si presentino ai cittadini e alle imprese conti da saldare sull’unghia, senza prendersi la cura di spiegare da dove originano. Nella società digitale sarebbe giusto e necessario mettere ciascuno nella condizione di sapere, senza muoversi da casa, il come e il perché si pretendono dei soldi. Malissimo, poi, la legge che impone alla Pubblica amministrazione di non pagare il privato nei cui confronti Equitalia segnala delle pendenze negative. Malissimo perché tale negatività è dispoticamente dipendente solo ed esclusivamente dal giudizio di quella società, lasciando fuori dalla porta la giustizia.

Quando ricevi la cartella di Equitalia puoi fare ricorso, ma in questo modo ti metti in coda ai cinque milioni di ricorsi pendenti. In attesa della discussione ogni pagamento pubblico nei tuoi confronti è sospeso, il che, per molte aziende, equivale ad una violenta intimidazione, a una non fronteggiabile concussione, talché si può essere indotti a rinunciare a un proprio diritto pur di non vedersi sequestrare quel cui legittimamente si aspira. Oppure si può procedere in modo diverso: paghi, attendi il giudizio e poi chiedi il rimborso. Con un po’ di fortuna, entro una ventina d’anni rivedi i soldi che non avresti dovuto dare e che ti sono stati estorti.

Nulla di tutto questo giustifica, neanche lontanamente, le lettere esplosive che hanno ferito dei lavoratori, o gli attentati. Gli autori di questi gesti si spera solo che siano individuati e indirizzati alla galera. Anche perché rischiano, con la loro rozza brutalità, di oscurare il punto più importante: un sistema di riscossione che umilia la dignità del cittadino, partendo dal principio che siamo tutti evasori e che, pertanto, dobbiamo scusarci e giustificarci agli occhi dell’esattore, laddove, al contrario, in uno stato di diritto il patto costituente si basa su capisaldi ben diversi: ciascuno di noi è onesto fin quando qualcuno non è in grado di dimostrare il contrario, davanti a un giudice terzo.

E’ vero che Equitalia ha portato risultati migliori di quelli totalizzati quando quel lavoro lo facevano altri, come le banche, ma guai a credere che un risultato contabile compensi una devastazione giuridica. E’ vero anche che l’evasione fiscale è diffusa, sicché molto si dovrebbe colpirla, ma guai a credere che farlo alla cieca aumenti il senso di giustizia, laddove rischia di consolidare l’esatto contrario.

Non mi meraviglia che dal mondo politico si tenda a tacere, circa il diffondersi della violenza contro gli esattori. Non mi meraviglia perché da quel mondo non dovrebbe giungere la solidarietà, bensì un più consapevole messaggio: siamo noi ad avere creato quel sistema, siamo noi i responsabili. Ciò presupporrebbe un coraggio e una lucidità che largamente difettano.

Vedi anche

Equitalia si accendono le proteste via Crisis

Dacci oggi quotidiana iniquità via Nessie

Una strada per Almirante

Mentre Monti, pensando di menarci per il naso raccontando la favoletta degli evasori che ci mettono le mani in tasca, umilia se stesso (e non mi interessa) e l’Italia (e questo sì che mi interessa) per raccogliere veline nel pellegrinaggio tra Bruxelles, Parigi e Berlino, invece di prendere l’unica decisione coraggiosa che dovrebbe essere assunta: lo smantellamento dell’euro ed il ritorno alle monete nazionali, apro una piccola parentesi per ricordare che Destra e sinistra esistono ancora, eccome !
In questi giorni leggiamo sul berciare a Roma dell’associazione partigiani e della sinistra in genere, contro la proposta di dedicare una strada a Giorgio Almirante, Fondatore e grande Leader del Movimento Sociale Italiano.
Giorgio Almirante merita una strada molto più dei comunisti Togliatti, Longo , Berlinguer, che ci avrebbero resi schiavi dell’Unione Sovietica.
Giorgio Almirante merita una strada molto più di “Stalingrado”, ancora ricordata almeno a Bologna, Lenin, in onore di sanguinari tiranni che hanno caratterizzato la storia recente del mondo, elevando il comunismo al rango del peggiore e più feroce sistema, con oltre cento milioni di morti, che mai l’Umanità abbia conosciuto.
Tutto questo lo sanno anche coloro che si oppongono a questo riconoscimento al Capo della Destra Italiana.
L’opposizione all’onore da rendere ad Almirante dimostra come il tanto invocato “dialogo” e superamento delle ideologie, viene inteso solo a senso unico: noi dobbiamo dimenticare, loro no.
Beh, non è così che funziona.
O il dialogo è reciproco, oppure non ha senso neppure parlarne.
Io non credo più al dialogo con la sinistra.
Ormai ho conosciuto troppi comunisti nei miei 55 anni di vita e con internet ho constatato come a sinistra il ragionamento sia un optional che non viene mai scelto.
Questo sia di insegnamento e di monito.
Insegnamento per chi si illude che a sinistra siano disponibili a mettere una pietra sopra il passato per guardare alle azioni concrete necessarie per far crescere l’Italia (e questo lo si era capito anche con lo starnazzamento provocato dalla decisione – purtroppo non confermata – del Governo Berlusconi di abolire le giornate festive il 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno).
Monito per chi, giustamente scontento (eufemismo) della scelta di Berlusconi di continuare a dare ossigeno a Monti, manifesta propositi astensionisti.
I comunisti non si asterranno.
Loro non capiscono, ma si adeguano.
Se ci asteniamocome in una vera democrazia sarebbe nostro diritto e dovere per protestare contro una scelta contraria agli interessi dei propri elettori faremmo solo un assist alla sinistra.
Cioè a chi peggiorerebbe solo la situazione con:
aumento delle tasse per continuare a spendere a favore delle clientele;
leggi di favore per le cooperative, a spese nostre;
concessione di cittadinanza e voto agli stranieri;
obblighi e sanzioni in ogni campo della vita sociale;
deriva morale sui temi etici;
asservimento completo dell’Italia ai poteri forti internazionali cui svendere la nostra terra, i nostri beni, le nostre proprietà.
Perché il peggiore dei nostri, resta comunque migliore del migliore dei loro.
E tornando al rapporto con i comunisti, il massimo che possiamo sperare è mantenere lo scontro sul piano verbale.
Finchè non matureranno.
Ma dubito che quel giorno potrà mai arrivare.

Entra ne

Ritorno al Futuro.

Nel sistemare un altro mio blog (ForzaCuba)prima che Splinder chiuda, ho trovato questo mio post dell’ Agosto 2006. Oggi attualissimo,basta sostituire il nome di Visco con Monti:

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giovedì, 03 agosto 2006

Come a Cuba, avremo il Grande Fratello ? Chiedetelo a Visco.

A Cuba si chiama Seguridad. Nell’ex-DDR si chiamava Seguritmi, in Romania Securitate.

Dove c’è un regime comunista, ogni cittadino è spiato, schedato, pedinato, intercettato, con ogni mezzo possibile. Spesso il fratello, l’amico, il collega è lo spione di turno, a volte costretto a forza.

Anche in Italia, dove pur tra mille difficoltà, stiamo vedendo nascere un regime comunista, presto, grazie alla Legge Bersani-Visco, saremo tutti tracciati, ogni nostro acquisto, malattia, divertimento sarà schedato e sottoposto al burocrate di turno che deciderà se possiamo permettercelo.

Tra poco, cominceranno ad essere aperti i supermarket in dollari per stranieri; gli italiani saranno costretti a comperare solo nelle COOP , e vedremo fiorire il cambio in nero.

Come a l’ Avana. Com’era a Bucarest.

Ue e Ungheria

Chi ha paura di Viktor Orban? Chi aveva paura di Silvio Berlusconi? Chi ha paura dei vescovi cattolici? Chi ha paura che le nazioni, i popoli, i costumi, le culture, le idee, le fedi d’Europa sopravvivano e anzi vivano in modo non folcloristico, come pegno di sovranità, come elemento di diversità e di ricchezza? Il premier ungherese ha cambiato la Costituzione e apertamente rivendicato la necessità di nuove regole, di un nuovo regime politico.
Non ha attaccato le libertà civili, non ha violato la sovranità delle Camere di una Repubblica parlamentare, al contrario l’ha fatta funzionare in modo aperto e radicale; non ha abolito la libertà di stampa o di culto, non ha espropriato la proprietà individuale, non ha annullato la funzione giudicante, non ha messo in mora i partiti; ha reso la Banca centrale magiara che batte una moneta nazionale responsabile di fronte al Parlamento, meno vicina a una logica sovranazionale di mercato, come accadeva in Europa ancora vent’anni fa senza strepito e senza scandalo. Si può criticare, attaccare, Orban, e si può diffidare di lui. Ma non esistono un potere e una ideologia che gli corrisponda, sul piano europeo e mondiale, che abbiano titoli per impedire il libero esercizio della democrazia ungherese. Forzare la situazione verso una crisi, ieri in Italia oggi in Ungheria, è diverso da un richiamo ai valori universali, è il tentativo di strangolare un meccanismo decisionale democratico in nome di qualcosa di oscuro, di non normato, di non convalidato da alcuna legittimità, e cioè un potere burocratico, tecnocratico, che vuole ordinare la storia senza avere la chiave per farlo. Berlusconi aveva cambiato la costituzione materiale italiana, cambiando la natura politica del regime nel senso del sistema maggioritario, un processo di uscita dal modo di funzionare dellavecchia repubblica dei partiti assai meno impegnativo della svolta ungherese ma altrettanto allarmante per le eurocrazie. È durato di più di quanto prevedibilmente durerà l’esperimento di Orban e della sua maggioranza di due terzi, ma anche a lui sono toccati la delegittimazione, la corrosione sistematica da parte di un fronte interno saldato a un fronte esterno, l’aggressione giudiziaria, la gogna intellettuale e morale, infine lo scherno a un passo dalla cacciata.
Quanto ai vescovi cattolici, e allo stesso papato, c’è una lunga storia di delegittimazione giuridica e civile dello spazio pubblico della religione che parte dal Parlamento europeo e dall’Onu: anche qui si vede all’opera l’intolleranza paragiacobina di un’ideologia dottrinaria, confusa ma possente e mobilitante, in nome della difesa arcigna e intollerante di ogni aspetto della secolarizzazione del costume, dello spirito e dell’etica familiare e matrimoniale, per non parlare della biopolitica e della questione dell’aborto e del maltrattamento della vita umana dalla nascita alla morte. Non c’è bisogno di essere seguaci del partito di Orban o di Berlusconi o di Ratzinger per capire che l’Europa e in genere i poteri sovranazionali, tra i quali le organizzazioni che dominano i mercati finanziari, si stanno da anni allargando oltre i limiti del consentito, da un punto di vista liberale.L’Europa della moneta è in crisi, ma vuole dettare legge in tutti i campi nel momento stesso in cui non riesce a governare la sua vera ragion d’essere, che è un mercato unico, un regime di cooperazione e concorrenza ben regolato, una disciplina di bilancio comune che sia capace di sostenere l’uno e l’altra. Gli stessi che hanno considerato criminale l’interventismo politico e militare degli occidentali a contrasto del terrorismo binladenista e delle sanguinarie tendenze jihadiste che pervadono la umma islamica, ora invocano l’ingerenza politica e correzionale per dannare con iperboliche e false accuse di populismo e fascismo, o di oscurantismo, ogni elemento della storia europea e globale non riconducibile al pensiero unico corrente. Io credo che i diversissimi tra loro Orban e Berlusconi non siano vittime di complotti, e che la chiesa cattolica sa difendersi benissimo da sé, e non voglio cambiare le carte in tavola, non voglio impedire il libero esercizio della critica e della lotta politica. Ma la strategia di schiacciamento del diverso è il primo nucleo di un regime, quello sì illiberale, che nessun popolo europeo, nessuna nazione e nessuna democrazia di mercato hanno mai nemmeno lontanamente immaginato. Burocrazie e media non possono prendere il posto delle sovranità e delle libertà che fanno parte della nostra storia comune.

Tempi di crisi, vacanze di lusso… per i politici

Dopo i tre porcellini (beccati alle maldive in un resort esclusivo) e non solo loro, eccone un altro che fa parte della casta… beccato in un altro resort esclusivo. E la sobrietà di tutti (soprattutto quella comunista) va a farsi fottere.
Cari lavoratori della Wagon Lits arroccati su una delle torri della Centrale da 15 giorni, anche a Natale Giuliano Pisapia era con voi. Ve l’ha detto decine di volte ed è venuto personalmente a ricordarvelo pochi giorni fa. E questo era vero almeno per quanto riguardava il suo spirito. Il corpo, invece, era gentilmente posato su una delle comodissime sdraio del mega-hotel Rayavadee, Thailandia. Una location da sogno. E il sogno in questione costa 900 euro circa a notte. Perché va bene essere compagni, purché lo si faccia con stile. Il sindaco di Milano è stato fotografato così poco dopo il 25 dicembre: panzetta all’aria sotto il caldo sole del sud-est asiatico, nel cuore del parco nazionale Krabi Marine. Al suo fianco, l’immancabile first lady Cinzia Sasso, inviatissimo di Repubblica a sua volta in libera uscita. Una vacanziella in grande stile, che sicuramente non avrà prosciugato il conto in banca del sindaco, come si può tranquillamente intuire dalla dichiarazione dei redditi 2009 presentata del politico vendoliano durante le primarie. Il suo lavoro da avvocato gli è fruttato ben 805.887 euro. Una bella cifretta, con la quale non sarà stato un problema affrontare le tariffe monstre del resort asiatico.
Purtroppo, non ci è dato di sapere su quale delle tante suite sia caduta la scelta del nostro primo cittadino. Si parte dagli 866 euro necessari per la stanzaccia più pezzente (e si fa veramente per dire, consultare il sito www.rayavadee.com per credere, se le foto a fianco non dovessero bastare) per arrivare alla “villa Prhanang”, accessibile per poco meno di quattromila euro a notte e comprensiva di boschetto privato, lettone imperiale, due stanze per gli eventuali ospiti, idromassaggio e ovviamente piscina delle dimensioni del golfo persico in esclusiva. Il mini-castello è disponibile anche a prezzi inferiori, purché si scelga la bassa stagione. Come detto, tuttavia, non è questo il caso dell’avvocato Giuliano, partito da Malpensa con il volo TG941 della Thai Airways International per Bangkok il 20 dicembre, ovvero nel periodo della grande migrazione dei veri ricchi italiani verso i tropici per un break invernale.
Certo, non sono queste le passioni del nostro sindaco, abituato dalla sua passione politica a sistemazioni decisamente più popolari. Parliamo di un uomo che il giorno della prima della Scala dichiarava di non aver dormito al pensiero di dover indossare il borghese smoking. Di fatto, però, si trattava del viaggio di nozze della coppia Pisapia-Sasso, civilmente uniti a Venezia la primavera scorsa, proprio prima del primo turno delle comunali. L’imprevista vittoria aveva costretto il neo-primo cittadino a cancellare qualche progetto sfizioso. E da lì era iniziato un periodo molto più faticoso del previsto, come lui stesso aveva confessato in una lettera-sfogo sul suo blog su internet. «Ora ci sono mille impegni che incalzano», aveva spiegato, «comincio la mattina e finisco la sera in una girandola di incontri, a volte mi pare di essere una macchina che pigia un bottone e poi un altro, cambiando interlocutori e problemi ogni mezz’ora». Serviva un attimo di relax sotto una palma. Ultima nota: «Ci eravamo dimenticati, quanto fosse difficile governare». Molto meglio fare opposizione dai tropici. Un viaggio forse un po’ troppo borghese per un viaggiatore come Giuliano, che aveva programmato di passare la sua estate girando il Canada in camper e che ha sempre indicato come meta prediletta l’India. Questa volta, tuttavia, non c’era spazio per avventure. Meglio la finissima sabbia thailandese. D’altra parte, pur da avversario, Giuliano l’ha sempre ammesso: lo stile-Berlusconi non è tutto da buttare.
di Lorenzo Mottola

Le origini del dissesto finanziario italiano 2

Tanto a pagare è sempre pantalone, cioè noi tutti accomunati nella stessa barca.
Alle origini del dissesto finanziario italiano c’è stato anche l’eccesso di fiducia concesso nel tempo a chi avrebbe dovuto occuparsi di gestione oculata del denaro pubblico.
Fin dagli anni ’80 tutti sapevano di quanto fosse abnorme e in via di continua espansione il debito pubblico italiano, ciò nonostante molti amministratori pubblici lo hanno ignorato e hanno abusato delle facoltà loro concesse, erogando pensioni anche a chi non ne aveva assolutamente diritto. La storia raccontata in questo articolo recensito da Eleonora, è emblematica di tale fatto. A questa sorta di “regalo” fatto alle già disastrate casse dello Stato aveva contribuito Giuliano Amato con quella sua legge descritta nell’articolo. Inoltre Giuliano Amato è uno di quelli che con le sue pensioni da un totale di 31.000 euro al mese sta contribuendo allo sfacelo dell’Italia. A tal proposito, in questi giorni ho letto in vari blog di gente qualunque, che l’Italia sarebbe già in una situazione di fallimento tecnico.

Quell’ Italia che non dimentica: Acca Larentia, Napolitano e la Perina.

Eccomi qui, a dover tornare ancora sulla Strage di Acca Larenzia del 7 Gennaio 1978. Non solo per ricordare Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. Per ribadire che sono 4 le vittime da ricordare. Il padre di Ciavatta, Mario, mai ripresosi per la morte del figlio, si suicidò per la disperazione bevendo un’ intera bottiglia di acido muriatico: quando lo trovarono, non aveva più le labbra, corrose dall’ acido. Per ricordare a Napolitano Giorgio che oggi ha celebrato il Tricolore, che negli Anni ’70 i suoi compagni di partito bruciavano tali bandiere per le quali caddero i Nostri Caduti.
E ricordare a Flavia Perina, scandalizzata per la svolta autoritaria magiara, quello che scriveva un tempo, parlando sul Secolo d’ Italia del 17 febbraio 1987 di “assassinati Fascisti”.
Anche se tutti cambiano, dimenticano, cianciano, stravolgono il passato,proprio ed altrui, IO NO !