Ma Berlusconi cosa vorrà sulla sua bara?

Preciso subito che non voglio essere assolutamente irriverente nei confronti dell’ex presidente della repubblica Scalfaro, perchè ognuno ha diritto, nel giorno del suo funerale, di essere lasciato in pace. Ciò non toglie che mi abbia stupito la scelta di porre una corona di peperoncini sulla sua bara, la bara di cotanto uomo dello stato e […]

Sovvertire gli schemi culturali

Da tempo propugnamo su queste colonne la sovversione degli schemi culturali in questo paese. La vulgata marxista, gramsciana, femminista e ambientalista ammorba come un filtro magico l’intero pensiero collettivo degli italiani  e ne governa i codici, anche quelli più elementari. Tanto è vero che il verbo dominante si è appropriato della canzone leggera, dei comici mentecatti che si credono profeti, dei registucoli in casacca rossa e, dulcis in fundo, degli organizzatori culturali. Non solo la cultura alta, dunque, poggia su presupposti monocolori, ma pure quella popolare è ormai intrisa del sudore sinistro. La destra berlusconiana, totalmente avvinta dall’edera economica, deflagrata nell’arido sapere dei numeri, ha ulteriormente relegato in un angolo tutto ciò che compete lo sviluppo di un’estetetica e di un sapere alternativi. Eppure la parte destra di Dio ha elaborato nel novecento numerose istanze ideali e una buona dose di pensiero declinabile in molti rivoli, spesso in deciso contrasto l’uno con l’altro: pensiamo a un certo pensiero cattolico ( Del Noce), a quello Evoliano, a quello conservatore e liberale (Croce), a quello sociale (eredità del fascismo). Un patrimonio enorme, capace senza alcun dubbio di contrastare con la forza dei suoi convincimenti il flaccido procedere della chiacchera culturale rossiccia.  E al contempo di dar vita ad un robusto dibattito interno per far scaturire innovazione e spermentazione. Eppure, nonostante lo sbarco ripetuto al governo e dunque nella sala dei bottoni, ciò non è avvenuto e continua a non avvenire. Per quale motivo? Quali sono le cause che impediscono ai tanti uomini e donne destri di lanciare alto il loro grido e di lasciare il segno, senza rimanere legati nell’ambito di minuscole riviste, mediocri paginoni di quotidiani schierati, sperdute rassegne di periferia? Non è facile rispondere al suddetto quesito. Proviamo ad azzardare alcune motivazioni. Innanzitutto il congenito individualismo che ci affligge; i rossi si muovono con strategia militare, in ossequio alla loro stessa natura ideale massificante, sono in grado di annullare il singolo nel fiume colletivo e dunque occupano con facilità le caselle del mondo che ruota attorno alla cultura: ministeri, assessorati, televisioni, giornali, case editrici. Noi non ne siamo capaci e tutt’al più esprimiamo grandi talenti solitari che diventano protagonisti di avventure irripetibili e isolate, geniacci che di solito si trovano a dover combattere, in primo luogo, contro i propri partigiani. La sinistra ha poi l’enorme vantaggio di aver digerito nel migliore dei modi quel pasto pesante che fu Antono Gramsci e sopratutto la sua predica sull’egemonia culturale. Bisogna prima occupare la conoscenza e la testa della gente se si vuole giungere poi alla vittoria politica, diceva il prigioniero dei fascisti nei suoi quaderni. Assunto parzialmente realizzato, come ha dimostrato la Storia, ma ottima startegia di radicamento, come vediamo quest’oggi. Le destre, al contrario, non hanno mai espresso un teorico dell’occupazione culturale così ficcante e intelligente come colui che fondò “Ordine nuovo”.  Le destre altresì, dovrebbero ben ricordare quanto il fascismo fu capace di fare proprio nel campo che a noi interessa. Citiamo il Ministero della Cultura Popolare, il sapiente uso della radio, i Guf, la fondazione di Cinecittà etc. etc. Ancora, il grande impulso ad un’estetica propria e sistematica attraverso l’architettura e la pittura. Da ultimo, la sinistra odierna è stata molto più abile nel far proprie molte di quelle esigenze ideali utopistiche che affascinano le nuove generazioni: lamore per la natura, il mondialismo multicolore, il pacifismo e la fratellanza fra i popoli. Chi è destro, invece, è perennemente afflitto da un pervicace pragmatismo, rifugge dalle utopie instabili che conducono inevitabilmente al disordine. Crto, ci sono dei limiti evidenti in questo nostro carattere, ma anche le nostre forze. Crediamo pertanto, noi del Culturista, che sia giunto il momento di valorizzare quanto di innovativo  racchiudono le nostre tradizioni, amalgamarlo per dar vita a nuove forme pensiero. Occupare con veri uomini di cultura, che non mancano fra noi, i posti nell’amministrazione pubblica. Porre la parola “cultura” ai primi posti degli interessi politici fra col0ro che ci rappresentano. Appropriarci del messaggio gramsciano e definire e linee di una vera e propria “guerra culturale” da combattere ben armati e organizzati. In caso contrario rimarremo condannati ai margini e il ciarpame post-comunista continuerà a pioverci addosso ongi volta che entreremo in un cinema, in un teatro, in un museo, in una libreria o accenderemo la televisione. Condizionando la vita e le scelte del paese.

Maurizio Gregorini

Quando la terra trema

E anche il nord Italia viene scosso dal terremoto o dalla paura di esso, il nord Italia che per la maggior parte è statisticamente meno predisposto ad attività sismiche in rapporto al centro ed al sud. Tremano varie regioni tra cui la Liguria e soprattutto Genova che ha testimoniato nell’arco di tre giorni due scosse abbastanza violente ed intense.

Secondo il parere degli esperti si tratta di uno sciame sismico atto a provocare altre scosse nel prossimo futuro. Ed è questo che ci dovrebbe preoccupare anche se purtroppo di fronte all’evento terremoto l’uomo è praticamente impotente, ma non lo è nelle precauzioni che potrebbe avere. Ed arrivo al punto.

I sismologi ci spiegano che l’intensità del terremoto che ha colpito recentemente le nostre regioni è stata uguale a quella del terremoto dell’Aquila del 2009 (magnitudo 5.9 contro l’attuale 5.6-5.7-5.8) ma se nel caso dell’Abruzzo è arrivata a 8.8 km. a livello della superficie, in quello dell’appena iniziato 2012 è giunta nel primo caso a 30 km. e nel secondo del 27 gennaio a 60 km.

Pertanto ciò ci spiega come sia stato impossibile che si potessero verificare danni a persone o cose. Tuttavia, dato che i terremoti non sono prevedibili nell’esattezza dell’evento mi porrei l’ipotesi per cui le possibili prossime scosse dovute allo sciame sismico ormai accertato potrebbero avvicinarsi alla superficie e non rimanere così profonde come finora è accaduto.

Pertanto, qui dovrebbe intervenire il buon senso, l’accortezza, non il pessimismo ma una buona dose di oggettività per cui seguire i consigli della Protezione Civile e dei sismologi non sarebbe troppo sbagliato. Invece, vorrei citare due esempi a mio avviso significativi che cercherò di serbare dentro insieme con la paura e la tachicardia che mi hanno colpita al momento delle due scosse menzionate.

Pare che in tutto il nord non vi sia stato un comportamento univoco nei confronti dell’evacuazione di edifici e soprattutto delle scuole. Ogni regione, ogni comune, ogni città ha fatto da sé a costo di passare per il crumiro della situazione o di peccare di faciloneria per cui ogni evento è buono per smettere di lavorare o di studiare. Penso che di fronte ad un evento di questo tipo, ripeto, non prevedibile e che potrebbe colpire in modo più intenso in futuro le poche regole dettate dagli esperti dovrebbero essere rispettate senza se e senza ma.

Quindi uscire all’aria aperta o in spazi ampi o in strada se possibile, scendere dai piani alti senza ascensore e non attraverso le scale, ripararsi sotto un tavolo piuttosto che attaccarsi ad un muro per lo più portante, se in auto non  mettersi vicino a fonte di corrente elettrica e non percorrere ponti o strade poco stabili, evacuare subito gli edifici per non perdere tempo. Meglio un accorgimento in più per salvare la nostra preziosa vita e quella degli altri.

Inoltre, nella mia piccola esperienza, mi sono trovata ad aver paura delle due scosse insieme con alcune persone dato che l’evento ha colpito in entrambi i casi di giorno. Persone le cui reazioni sono state o quelle del panico, del pallore in volto, della tachicardia oppure dello sdrammatizzare, dell’ironia, del fatto di aver provato nella vita anche questa situazione. Ma nessuno che abbia appunto pensato a quelle poche ma sane regole che forse potrebbero salvarci la vita nel caso le scosse fossero più violente.

Se le persone non ci arrivano da sole penso che le istituzioni dovrebbero farlo per esse stando più vicine alla popolazione, dando consigli utili ed un senso di protezione e sicurezza che spesso purtroppo latita in tutti gli ambiti.
Meditiamoci, almeno fino alla prossima scossa, e che Dio ce la mandi buona!

Roberta Bartolini

Come cambiare la politica genovese?

In fondo gran parte di tutto quel che diciamo su Genova, qui sul Culturista, è orientato verso il problema fondamentale: come far ripartire Genova e come realizzare un cambiamento politico che aiuti Genova a mutare mentalità e questa stessa venga potenziata dal cambiamento stesso governato dal nuovo modo di fare politica. Innanzitutto non dobbiamo perdere la speranza che questo possa avvenire, cercando di adottare una sinergia di volontà e di razionalità (senza nasconderci da persone adulte che la razionalità e la volontà si possono sovente contraddire, frenandosi reciprocamente). Non possiamo altresì nasconderci che il decadimento della nostra città è in atto ormai da parecchi decenni e la politica (nella sua componente di maggioranza di sinistra, non è stata ripetutamente all’altezza della situazione). E’ inutile ricordare dolorosi episodi del passato, perché il dramma sta proprio nella mentalità che si è creata e che continuiamo anche senza volerlo a trascinarci dietro. Ne fa fede quel problema che è sorto in seno alla Fincantieri in quel di Sestri Ponente, dove gli operai vengono rallentando la consegna di una nave, ponendo l’azienda a rischio di dover pagare una forte penale (e aggiungendo il risultato negativo che il committente della nave si guarderà bene in futuro dal far costruire navi sia in quel cantiere sia forse presso la Fincantieri stessa). Il ricatto, in questo caso, non è per nulla vincente, anzi sommamente pregiudizievole e tuttavia lo si innalza come strumento di una lottà già persa in partenza (quale che sia l’avvenire del cantiere in questione). Mi chiedo quali sindacalisti avvalorino queste lotte. Sono gli stessi che hanno fatto una guerra insistente a Berlusconi e adesso si ritrovano Monti. Confesso che di fronte a simili strateghi, fuggirei da loro il più lontano possibile. Diciamoci la verità: questa è la mentalità che, per sciagura generale, la sinistra è riuscita a far passare per “normale” diffondendola in giro. Occorre una rivoluzione (o una controrivoluzione: sulle parole basta intenderci) in quanto mi pare sia acquisito che chi perde il lavoro o viene agevolato in vista della pensione, o viene riciclato in un altro tipo di lavoro: se non subito, dopo, godendo comunque degli ammortizzatori sociali. Non mi pare che da parecchio tempo i lavoratori vengano gettati sul lastrico (espressione ottocentesca, come nei libri di Dickens). Parlando dunque di rivoluzione (o di controrivoluzione) si segnala un evento che realizza una discontinuità (nella mentalità e nei fatti). Ma un simile avento deve avere un concorso di cause che siano razionalmente (e irrazionalmente) proporzionali all’evento stesso. L’unica è la crisi planetaria che però rincara in ciascuno le convinzioni ideologiche che ha. Pensare dunque che la sinistra (in gran parte) rinunci alla sua identità è illusorio (non è un caso che la pattuglia parlamentare del PD favorevole a trasformare l’orientamento di politica economica del partito sia una netta minoranza. Figuriamoci allora dirigenti e proletari – veri o finti – che cosa possano continuare a pensare in quel di Genova). D’altra parte, tutti gli esponenti del centrodestra che Lei cita, sono e saranno senz’altro meritevoli per la loro azione politica, ma sono sostanzialmente dei moderati. Il che può essere un merito in determinate circostanze, in altre è pregiudizievole (per lo meno di fronte alla cappa di piombo che è scesa su Genova da un certo momento in poi). Sergio Castellaneta (meriti e/o demeriti personali, a parte) ha fruito, a suo tempo, di una causa e di una forza che derivano ancora dall’onda genuina della Lega Nord, oggi in quei termini irrecuperabile, a meno che il P.d.L. locale non abbandoni quell’aplomb ultramoderato di cui forse Roberto Cassinelli è la naturale incarnazione. Ma è questo davvero possibile? Mi pare difficile crederlo, solo gli animali politici per antonomasia riescono a possedere le due nature, quella chiara e quella oscura. Gli esponenti del P.d.L. sono delle persone per bene, per quanto criticabili sotto il profilo politico. E, paradossalmente ma non tanto, quello che resta una garanzia in loro (e verso terzi), si trasforma in un limite che li penalizza a fronte del lato masnadiero, utopistico, agitatorio e millantatore della sinistra in generale che nella sua ambiguità ha detto e dice tutto e il contrario di tutto. In questa ultima sintesi c’è tutto il dramma e la commedia del centrodestra genovese e il forte declino di questa città, che ha perduto, rendendola largamente minoritaria, la mentalità instancabilmente operosa del ceto medio. Cerchiamo tutti di fare del nostro meglio, senza dimenticare che un antico adagio dice, per evitare di essere travolti, “a brigante, brigante e mezzo”. Certo su tale questione ( e su quelle collegate), occorre ritornare con insistenza, ma credo che questo punto nodale non possa essere evitato salvo piuttosto dannose forme di autoinganno (più o meno consapevoli).

Claudio Papini

Meglio il boia che i mandanti

Mi sembra chiaro, ma sarà bene ripeterlo: sono comunque contro questo governo che ha esordito nel suo mandato prendendosela coi soliti e additittura – d’accordo con l’ex governo, con l’ex opposizione, con gli ex sindacati, con il reuccio della Fiat e con la stronza della Confindustria – togliendoci quello che avevamo conquistato, in civiltà e […]

Enrico Vezzalini, Prefetto di Novara. Ed i Martiri di Scalfaro

Mentre domani i giornali ed i politici (mi dicono già persino Alemanno) incenseranno un presidente discutibilissimo come Oscar Luigi Scalfaro, oggi voglio invece ricordare Enrico Vezzalini insieme ai suoi commilitoni.
Già Prefetto di Ferrara, Vezzalini ottenne lo stesso incarico a Novara, che svolse con perizia, conducendo non solo la lotta contro le bande armate irregolari, ma anche contro la borsa nera ed i delinquenti di vario genere che in tempo di guerra non mancano mai.
Dopo un rapido processo a guerra ampiamente conclusa, durante il quale non gli fu permesso di schierare nessun testimone a discarico, il Pubblico Ministero Oscar Luigi Scalfaro chiese ed ottenne la Pena Capitale per lui e
per altri cinque fascisti: Arturo Missiato , Domenico Ricci, Salvatore Santoro, Giovanni Zeno e Raffaele Infante. Condanne eseguite all’alba del 23 settembre 1945.
Inoltre Scalfaro, entrato in Magistratura nel 1943 giurando Fedeltà al fascismo, ottenne successivamente altre due condanne a morte: Giovanni Pompa, della GNR, eseguita il 21 Ottobre del 1945; e quella di Stefano Zurlo, nel Dicembre dello stesso anno. Quest’ultima sentenza, con il ritorno all’ uso del Processo d’ Appello, fu fortunatamente annullata.

Berlusconi, torna in trincea !

Mentre Monti, accompagnato dalle servili lodi dei “grandi” giornali italiani che hanno mobilitato all’uopo le loro penne più pagate, continua renderci sempre più poveri e sudditi degli stranieri, gli esponenti di maggior senno del Pdl cercano di scrollare Berlusconi dalla sua apatia.
Come ha fatto Daniela Santanchè quando, parafrasando una frase divenuta celebre nella sceneggiata andata in onda tra il comandante Schettino e il capitano De Falco, questi ordinò al primo di tornare a bordo.
Ma Berlusconi non ha mai abbandonato la nave, semmai ha “firmato” un armistizio, in perdita visto che continuano contro di lui le aggressioni giudiziarie, tanto da fargli abbandonare la trincea, nella quale, invece, è opportuno che ritorni per riprendere la guida della “guerra” contro la sinistra.
Anche Bossi, che si dimostra in ciò un vero suo amico, cerca di scuoterlo, solletincandone l’amor proprio e l’orgoglio.
Un recente sondaggio dice che il 70% degli elettori di sinistra è contento di Monti (cento di simili governi, se gli effetti ricadessero solo su di loro !) mentre altrettanto dice solo il 20% degli elettori di Centro Destra.
In soldoni, il consenso, tra gli elettori di Centro Destra, per Monti e i suoi ministri non eletti, è inferiore al 10% dell’elettorato complessivo, a fronte di un Centro Destra che, nonostante la fuga nell’astensionismo e gli errori gravissimi del Pdl, viaggia ancora intorno al 35% dei consensi.
Il Pdl dovrebbe riflettere su questi dati e pensare che se vuole recuperare i consensi perduti, deve staccare la spina a Monti e recuperare l’alleanza con la Lega.
L’occasione per redimersi c’è.
Nell’ultimo provvedimento è stata reintrodotta la social card (idea del Governo Berlusconi in passato irrisa dalla sinistra che, ora, la incensa solo perchè proposta da Monti).
La differenza con il Governo Berlusconi è nell’estensione agli immigrati dei benefici.
Al senato Pdl e Lega hanno ancora una confortevole maggioranza: provvedano a cassare l’estensione agli immigrati della social card e vediamo cosa farà Monti.
Se Monti vorrà porre la fiducia per accontentare la sinistra, allora lo si dovrà mandare a casa.
Se, invece, Monti farà acquiescenza e, “per senso di responsabilità” anche la sinistra non strillerà più di tanto, allora Lega e Pdl potranno misurare il “senso di responsabilità” della sinistra alzando progressivamente l’asticella anche su altri provvedimenti.
Tanto le Forche Caudine di Monti saranno sempre e comunque in senato.
Se, invece, prevarranno gli elementi alla Alfano, alla Scajola, allora non resterà che organizzare un nuovo soggetto politico, magari chiamandolo “Partito Nazionale Federalista” che dovrà vedere protagonisti tutti coloro i quali, come Daniela Santanchè, ma anche Guido Crosetto, Martino, La Russa, Gasparri, Matteoli, più o meno apertamente, “non ci stanno” a fare i complici di Monti.
Un partito che già nel nome richiami due fondamenti che non possono che essere urticanti per la sinistra: il Nazionalismo (che significa il riappropriarsi della Sovranità e dell’Indipendenza Nazionale contro ogni euro e unione sovietica europea) e il Federalismo (che riportando in sede locale i redditi ivi prodotti, costringerà gli amministratori a gestirli per il bene comune e non a sperperarli “tanto basta piangere a Roma, poi arrivano altri soldi”).
Berlusconi e tutti voi del Pdl: tornate a combattere in trincea !

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Sex and the City. Ma è il caso?

Non vorrei apparire come l’ennesimo puritano perchè non credo di esserlo ma, visto come vanno le cose, forse un po’ di puritanesimo ci vuole. E’ la seconda o terza volta che mi capita di vedere alla Tv degli episodi di una serie televisiva che prima mi era completamente sconosciuta mentre, pare, a molti altri milioni […]

Napolitano

Questa volta, bisogna riconoscerlo, Roberto Calderoli qualche ragione ce l’ha. All’ex ministro leghista della Semplificazione il decreto sulle semplificazioni appena varato dal governo tecnico ha fatto venire la mosca al naso: e non (soltanto) perché a Monti è riuscito di fare quello che Calderoli e i suoi colleghi avevano soltanto, e parzialmente, impostato. Ma anche, e soprattutto, perché «buona parte dei contenuti del decreto sono gli stessi, o quanto meno una loro variante, del decreto per la crescita predisposto dal sottoscritto con Castelli, Romani e Brunetta, che mai ha visto la luce a causa dell’indisponibilità del presidente Napolitano a firmarlo». La conclusione di Calderoli è apertamente polemica: «Due pesi e due misure, caro presidente Napolitano, che mi amareggiano e che fanno vacillare la stima che avevo per lei». A sostegno della ricostruzione del ministro leghista interviene Brunetta: «È vero, fummo impossibilitati a fare un maxiemendamento al decreto perché ci furono le perplessità del Colle». Del resto, non è un mistero che il Quirinale, per tradizione e per cultura politica, sia da sempre restìo alla decretazione d’urgenza, preferendo invece l’iter parlamentare classico e privilegiando dunque il confronto con le opposizioni rispetto all’efficacia e alla rapidità della decisione.
Nei confronti del governo Berlusconi più volte Napolitano è intervenuto, dietro le quinte o apertamente, per bloccare questo o quel decreto. Nel febbraio dell’anno scorso inviò una lettera ai presidenti delle Camere e al presidente del Consiglio per «richiamare l’attenzione sull’ampiezza e sulla eterogeneità delle modifiche fin qui apportate nel corso del procedimento di conversione del decreto-legge cosiddetto “milleproroghe”». In quel testo, in effetti, c’era di tutto, secondo una tradizione antica che risale alla Prima Repubblica: nella grande palude del bicameralismo perfetto spesso l’unico modo per approvare un provvedimento è infilarlo di straforo in un decreto. Non sarà costituzionalmente irreprensibile, ma può essere di grande utilità. Lo scorso novembre, nel pieno della crisi finanziaria e con il governo Berlusconi oramai agli sgoccioli, il Quirinale intervenne di nuovo per bloccare il decreto che avrebbe reso immediate le misure che il governo stava per approvare in risposta alla famosa lettera di Bruxelles. Secondo Napolitano alcuni dei provvedimenti ipotizzati – per esempio quelli sul Welfare, il diritto del lavoro e i licenziamenti – non potevano essere affrontati con uno strumento d’urgenza, ma andavano inseriti nel maxiemendamento alla legge di stabilità che in quei giorni era al vaglio del Parlamento.
In un paio di mesi, tutto è cambiato. Di licenziamenti e riforma dell’articolo 18 si è già cominciato diffusamente a parlare, e la più grande riforma delle pensioni che l’Italia abbia mai avuto è già stata fatta: per decreto. Il «salva-Italia» e il «cresci-Italia» sono due decreti-omnibus che contengono l’equivalente di una ventina di leggi e forse più: se fossero mai venuti in mente a Berlusconi (o a chiunque dei suoi predecessori), l’opposizione sarebbe insorta e il Quirinale avrebbe mandato i corazzieri. Ha dunque ragione Brunetta quando osserva, con una punta di sconsolato rammarico, che «avevamo ragione noi. Se si vuole avere un impatto immediato sul Paese, sull’economia e sui mercati occorre lavorare per decreto. Lo dicevamo noi, adesso Monti lo fa». Merito (o colpa) della Grande Crisi, naturalmente, che impone scelte rapide e decisioni immediate. E su questo nessuno discute: altrimenti perché mai avremmo mandato al governo una squadra di tecnici? E siccome sono tutti dei simpatici secchioni, c’è da giurare che i loro decreti siano inappuntabili, e che giustamente il Quirinale s’affretti a firmarli quasi senza leggerli. Però il problema rimane, e prima o poi meriterà una riflessione più approfondita. È vero che la democrazia in Italia non è sospesa, visto che il governo dispone della (larga) maggioranza del Parlamento. Ma è anche vero che il Parlamento mostra ogni giorno di più la sua inutilità: non esprime ministri né sottosegretari, non scrive le leggi, non disegna le riforme. Ai parlamentari non è rimasto altro che qualche comparsata in tv e un voto di fiducia settimanale. Dalla centralità del Parlamento siamo rapidamente passati alla sua eclissi totale: per decreto, e senza neppure accorgercene.