Mutare i concetti alla base dell’economia

Ridare all’economia il significato originario (dal greco OIKONOMOS,  composto da Oikos – casa e da NOMOS – regola, capacità di amministrare i propri beni ) di buona amministrazione in favore dell’uomo; e renderla al servizio delle esigenze dei molti, non solo dei pochi. “Fare rientrare l’economia tra le scienze morali (non meccaniche, non sociali ma morali) è il più grandioso progetto di creazione di un nuovo ordine politico europeo”(De Stefani).
Uno sforzo grandioso che vede protagonista, in primo luogo, il popolo nel suo agire quotidiano e, di riflesso, la politica del domani.

Mondare l’economia dalla burocrazia e dai tassi usurari; liberare gli imprenditori, i commercianti, i professionisti dall’asfissia; eliminare regole e leggi che complicano l’esistenza delle aziende e impediscono ai talenti commerciali di esprimersi. E al contempo purificare la stessa dagli eccessi mediante un approccio culturale comunitario innervato dal rispetto reciproco. Favorire la mobilità sociale e la meritocrazia.

Coinvolgere i lavoratori nelle sorti delle aziende, renderli partecipi delle vittorie e delle sconfitte e non abbandonare mai nessuno al proprio destino anche nelle situazioni peggiori, il licenziamento o il fallimento.

Difendere l’economia della comunità d’appartenenza da assurde imposizioni piovute dall’alto, quali sono quelle che spesso provengono dalla Comunità europea, frutto di pressioni lobbistiche interessate da parte delle grandi multinazionali. Incentivare i marchi DOP e le eccellenze locali, promuovere i talenti in loco prima che fuggano verso lidi più ospitali.

Coinvolgere nella produzione tutti coloro che oggi sono esclusi dalla società, stranieri, indigenti, anziani e giovanissimi, anche in regime di scambio.

Rimodernare la rete economica, eliminare i cartelli che provocano monopoli e veti incrociati, distruggere le rendite di posizione. Informatizzare ai massimi livelli le città, le aziende e i singoli. Dare sostegno al comparto delle tecnologie d’avanguardia in ogni settore.

Attivare una cultura spinta della wiki – economy (economia condivisa) presso la cittadinanza, grazie alla quale diminuire i costi,  incrementare il volume degli affari, inaugurare nuove professioni e modalità solidali, internazionalizzare la comunità.

Avviare lo studio e lo sviluppo della blue economy, così ben focalizzata dai rapporti del club di Roma, consistente di processi imitativi dei procedimenti con cui la natura ottimizza le sue funzioni e rende fattive le sue potenzialità senza arrecare danni agli ecosistemi.

Porre sotto la ente d’ingrandimento ogni forma di attività potenzialmente inquinante e procedere ad adeguamenti ecologici, acculturazione ambientale degli imprenditori e dei lavoratori.

Queste sono le strade lungo le quali dobbiamo avviarci per recuperare il tempo e il terreno perduti.

Maurizio Gregorini

Italtorbidi politico-economici

La realtà politica di questo nostro (purtroppo!) ultimo periodo contrassegnato dal passaggio di governo da Silvio Berlusconi a Mario Monti, segnala l’impoverimento dell’Italia (in attesa dello sperato rilancio! Annunciato dall’attuale esecutivo) ma è altresì dominato da situazioni torbide e agitate (in una maniera “naturalmente” diversa dall’assalto alla diligenza fino a pochi mesi fa condotta da Berlusconi, che appare circondato dallo squallido “fumus persecutionis”  della magistratura meneghina di solito – pur non essendo la sola –  in servizio permanente effettivo contro il leader del P.d.L). Questo orizzonte, nell’ambito del quale si sta lavorando da parte dei consueti “eroici” democristianucci a cercare, fortificati da numerose complicità, di rubare quanti più voti possibili a Silvio Berlusconi approfittando, appunto, delle sue difficoltà, conviene ancora una volta essere teoricamente più radicali (nel senso di allontanarci dagli eventi che ci stanno dinnanzi per osservare ciò che sta dietro da più lungo tempo ed è causa diretta e indiretta di questi stessi eventi, i quali per se non necessari in assoluto, rispetto alle cause individuate, non sono per nulla da sottovalutare.  Nell’ultima settimana si è scatenata una polemica sul caso Schettino (Costa Concordia) attivata dal settimanale tedesco “Der Spiegel” già noto alle cronache per polemiche contro gli Italiani nei decenni passati. Bene naturalmente ha fatto chi ha risposto per le rime, anche se il caso del comandante della nave (e altri probabilmente ma certamente non tutti) hanno dimostrato nel frangente drammatico non poca incompetenza, finendo con il fare della tragedia all’isola del Giglio un simbolo in negativo del nostro paese, a scapito non solo dell’immagine nazionale con ricadute sul turismo. Lasciamo perdere il caso in questione e chiediamoci come mai all’inizio del sessantasettesimo anno dalla fine della Seconda Geurra Mondiale, coloro che erano finiti peggio (per le devastazioni subite) si sono risollevati meglio (la Germania e il Giappone) che nel frattempo hanno sopportato altre dure prove (la riconversione per i tedeschi dell’Ovest della Repubblica Democratica Tedesca, dal 1981 in poi, e, per il Giappone, un maremoto con l’esplosione di una centrale nucleare dagli impianti piuttosto invecchiati). Anche l’Italia ha naturalmente avuto le sue catastrofi  dovute a terremoti tipici per un’area fondamentalmente sismica come essa, purtroppo, è. La Germania e il Giappone (se si esclude la loro minorità militare, a causa dei trattati conclusivi della  guerra) dànno l’impressione (non infondata) di aver vinto il secondo conflitto mondiale. Il nostro paese continua a non darla, nonostante il tentativo ideologico dal 1945 in poi di far credere il contrario. E’ questo un tratto forse sorprendente ma probabilmente neanche tanto. Gli Italiani si sono agganciati ben più di altri alle risse derivanti dalla Guerra Fredda e hanno perpetuato queste stesse ben oltre la medesima, rappresentando attraverso rinnovate figure della commedia dell’arte (Don Camillo e l’on. Peppone) il loro attaccamento di stile ideologico all’attualità politica in corso, rimanendovi culturalmente dunque ideologicamente e un po’ servilmente attaccati. Mentre altri, in preda alla rabbia per la sconfitta subita e al naturale desiderio di rifarsi in qualche modo del tramonto dei loro sogni di dominio si sono imposti rigide discipline per risorgere secondo una eccezionale solidità economica, nel nostro paese, a causa anche di inveterati pregiudizi (perfino nel periodo del “miracolo economico contro questo stesso) si è coltivata una singolare arte della precarietà, se non soprattutto attraverso l’accendersi dei conflitti sociali (attivati più che dai reali bisogni della popolazione da una perenne litigiosità politica che in sinergia con i sindacati ha sovente indebolito in processo di accumulazione della ricchezza (invece di esaltarlo in vista della distribuzione della medesima che andava fatta cercando, di mantenere comunque al massimo compatibile  l’accumulazione stessa e non cercare di frenarla o in più di un caso di bloccarla). Questo è continuato anche quando è sparita dall’orizzonte storico l’U.R.S.S., il che la dice abbastanza lunga sulla miseria ideologica italiana, in barba a tutti gli autoelogi che la propaganda cattolico-comunista insiste nel distribuire ai suoi leaders, essendo questi non pochi fra le autentiche umane iatture di questo paese che nel versante sinistrorso rappresentano il peggio di questa quasi incredibile repubblica. Se pertanto il fascismo nel sopprimere la libertà e nel condurre l’Italia ad un disastro militare si è rivelato alla fin fine un’avventura nociva (pur salvando tutte quelle innovazioni che la dittatura è riuscita a compiere verso le strutture economiche-sociali e culturali del paese, che gli avversari non hanno mai voluto riconoscerle pur avendole poi adoperate tutte a proprio vantaggio), che cosa ci resta della lunga avventura dell’antifascismo militante o di professione che, appunto da 67 anni imperversa nel nostro orizzonte? Direi ben poco. E infatti tutti coloro che vogliono veramente il nuovo, non possono che porsi ben oltre la simmetria fascismo-antifascismo, operando affinché essa la si possa lasciare alle nostre spalle e proiettarci davvero oltre il XX secolo. E’ singolare che la nostra penisola non abbia raggiunto i traguardi che altri popoli (distrutti dal II conflitto mondiale) hanno ottenuto. Non credo che ci siano popoli in assoluto superiori agli altri ma relativamente capaci di scegliere le vie più opportune per un progresso che li mantenga il più possibile in equilibrio e indipendenti, senza dubbio sì. Spiace dirlo ma noi non ci siamo riusciti. Ci siamo impantanati tuttora per 67 anni nell’attizzamento di vecchie beghe ideologiche e nel cercare di riproporre sempre come vessillo, quello che altri, fuori della nostra penisola, teneva in scarsissimo conto, come se dovessimo continuare a pagare prezzi ai vincitori che essi nemmeno ci richiedevano, stando essi ben attenti ad altre questioni a livello internazionale. E’ come se avessimo insistentemente chiesto perdono ai vincitori di essere stati cattivi, avendo partorito il fascismo che, peraltro, aveva fatto ampiamente comodo a non pochi di loro (oltre che naturalmente a noi, finché è durato). La cultura italiana è fondamentalmente ( e apparentemente) una cultura mitologica a caratura giudaico-cristiano-marxista. Si è detto ripetutamente che il futuro ha un cuore antico e, dunque, ripercorrendo i sentieri della nostra penisola, non è difficile, individuare ciò che dorme e non attende che di risvegliarsi. Il mio augurio è che dopo il (Ri)nascimento e il (Ri)sorgimento ci sia un’altra risurrezione capace di tenerci alta la vita che si adopera a prepararne l’avvento.

Claudio Papini

Il pensiero politico dopo le ideologie

Il potere culturale ha tentato di liquidare Augusto Del Noce archiviandolo fra i filosofi inattuali ossia refrattari al furore squillante sul palcoscenico postmoderno.
Antonio Livi ha tuttavia stabilito che, nell’età della parlantina senza controllo, l’ostracismo alla memoria di Del Noce, pensatore irriducibile agli sdegni crepuscolari, si deve al fatto che egli fu sostenitore di una “metodologia storiografica, che si fonda su induzioni di carattere schiettamente sperimentale, e arriva a stabilire delle leggi universali sulla base di fatti accuratamente esaminati e valutati attraverso il confronto con fatti analoghi”.
Per mezzo dell’analisi storiografica Del Noce, negli anni bui del post-sessantotto, ha dimostrato la stretta parentele esistente tra le sorelle della discordia, la soffocante mitologia intorno alla mano magica del mercato e la mitologia intorno alla giustizia riparatrice del comunismo.
Di qui la scandalosa anticipazione a Domenico Settembrini: “Voi sapete quanto io detesti il comunismo: ebbene, se l’unica alternativa – cosa che non credo – dovesse essere la società consumistica, sceglierei il comunismo”.
Livi commenta: “Si potrebbe dire: sono parole di un utopista; come si fa a opporsi a un processo ineluttabile come quello che ha portato e sempre di più porterà all’egemonia del sistema capitalistico? Come si fa ad andare contro la globalizzazione? Ebbene: Augusto Del Noce fu creduto un sognatore quando prevedeva il crollo del comunismo, e invece il suo pensiero si rivelò l’espressione del più acuto realismo politico, perché aveva saputo leggere nella realtà la legge che regola le idee politiche e le fa vivere o morire, facendo vivere o morire con esse i sistemi di potere che se ne servono”.
A oltre vent’anni dalla morte di Del Noce la fede nel mito della globalizzazione non è più incrollabile. Sull’universale labaro del mercato magico adesso sono evidenti gli strappi causati dalla delusione e dal risentimento seguiti allo scoppio americano della grande bolla speculativa.
Dove splendeva il simbolo liberale della consumante felicità, fiammeggiano le parole Usura, Truffa Madoff, Depressione.
Il giudizio di Del Noce sul capitalismo è ultimamente confermato dai fatti. Sostiene Livi: ”Chi può essere certo che Del Noce non abbia visto chiaro anche nel caso del capitalismo consumistico? Non sarà anch’esso condannato a crollare, perché in conflitto con la coscienza cristiana ma anche e soprattutto perché contrario alla legge naturale, alla natura dell’uomo e al bene comune della società?”.
A Del Noce la discesa delle ideologie nell’organizzazione alienante del consumismo fu evidente dopo la trionfale diffusione del pensiero ludico, francofortese e californiano.
Nel lontano 1971, ragionando con Ugo Spirito sull’eclissi dei valori tradizionali, Del Noce dimostrò che, nella resa incondizionata ai miti borghesi della scienza e della tecnologia, la cultura progressista dava luogo a un movimento indirizzato “al conservatorismo più oppressivo che la storia abbia mai conosciuto … sicché si ha la distruzione totale delle tre virtù teologali e delle loro versioni laiche e questo, appunto, è il nichilismo”.
Del Noce ha previsto la trasformazione del conflitto ideologico tra liberali e socialisti in gara, tra imprese e banche gestite da sessantottini impenitenti: un doppio tritacarne, inteso alla conquista della prima fila nella sistema dell’oppressione.
La filosofia d’ispirazione cristiana ha anticipato la riduzione della modernità a duello parolaio, combattuto fuori dalla storia, nell’oltretomba televisiva della ragion sconvolta.
L’ultimo orizzonte dell’ideologia, secondo Del Noce, è il regno di Dio senza Dio, circolo quadrato inventato da Walter Benjamin e Ernst Bloch e messo in scena dai sessantottini, nel dolente presagio della catastrofe sovietica.
Destra bancaria e sinistra imbalsamata, le due teste del delirio, hanno trovato rifugio nel brusio del salotto buono, dove, osservava appunto Del Noce, “La negazione totale della tradizione coincide con l’emergere dello spirito borghese allo stato puro nel senso che mai l’estensione dell’homo oeconomicus e l’abolizione dell’etica in favore dell’economia, erano state portate tanto avanti”.
La lettura degli scritti delnociani squarcia il sipario del teatrino in cui si esibiscono la diserzione della politica di destra e di sinistra e lo spietato trionfo degli usurai. E fa intravedere il futuro propizio all’ardimento del primo soggetto politico capace di spingere il pensiero di là del recinto abitato dai fantasmi del fallimentare ideologico.

Piero Vassallo

La bambina Montiana

Nonno Mario di Davide Giacalone
Ascolti “nonno Mario”, faccia una cosa utile a sé, agli italiani e all’umanità che ancora riesce a ridere e inorridire: licenzi su due piedi il soggetto che è riuscito a mettere nel sito della presidenza del Consiglio, sotto lo stellone della Repubblica, una lettera in cui si sostiene che una bimba di due anni (povera innocente) la riconosce come “nonno Mario, quello che dice le cose giuste per il futuro”. Perché vede, gentile Signor presidente del Consiglio, senatore a vita e professor Mario Monti, esiste un limite al rincitrullimento, ma mettere in bocca queste cose a una bimba di quell’età, solennizzarle in una pubblicazione governativa, porta con sé un ridicolo potente, talché, nel breve volgere di poche ore, lei potrebbe divenire assai meno sobrio del suo predecessore. E non so se mi spiego.
Credo, voglio credere, e voglio chiarirlo in modo inequivocabile, che lei non c’entri nulla. Che certi zelanti leccapiedi uno se li trova sulla strada e neanche li riconosce. Sono sicuro, voglio esserlo, che lei non ha mai visto quella pagina vergognosa (questo è l’indirizzo: controlli e agisca in prima persona). Ma ciò non toglie che ora noi la stiamo informando e che lei è tenuto a provvedere subito, al volo, prima che si possa anche solo supporre un qualche suo compiacimento. Perché in un Paese civile quella roba non è consentita. E se non provvederà a tambur battente sarebbe autorizzato il sospetto circa il passo successivo: chiedere alla bambina di denunciare i genitori, ove non assolvano onestamente agli obblighi fiscali o commettano una quale che sia infrazione al codice del vivere in pace con la legge. A utilizzare quel sistema fu Pol Pot, in una sfortunata Cambogia. Confesso di non avere fatto una ricerca specifica, ma credo d’indovinare se affermo che neanche in quel disgraziato regime nessuno s’è mai spinto a immaginare che i bimbi da usare come spie potessero avere meno di tre anni.
Immediatamente prima del citato, e disgustoso, messaggio se ne trova un altro, adulto, di chi afferma d’averla vista ospite di Lucia Annunziata e di averne dedotto che lei è persona degna di fiducia. Per quel che può contare, lo penso anch’io. Ma penso anche che se il suo predecessore avesse pubblicato messaggi di tale natura sarebbe stato sommerso da meritate pernacchie. E siccome non posso escludere che l’abbia fatto, ove così sia gli dedico anche la mia. Sentitamente. Però, oggi, in quel posto c’è lei, e, oggi, è lei a prendere spazio nei salotti della televisione di Stato, che quando cesserà di essere tale sarà sempre troppo tardi, ed è oggi che il sito della presidenza del Consiglio pubblica, sotto la dicitura “dialogo con i cittadini”, roba di tal fatta. La faccia rimuovere. Sul serio, e ci faccia sapere che il responsabile sarà assegnato a compiti più consoni alla sua natura, possibilmente non pagati con i soldi delle nostre tasse.
A proposito di mestieri, la bambina di due anni non ha scritto la lettera a lei indirizzata, perché, com’è facile intuire, se fosse di così prodigiosa intelligenza e precocità non si dedicherebbe ad un’adulazione così rozza e imbarazzante. A riportare il suo (presunto) pensierino è, così si firma: “una coordinatrice pedagogica di una cooperativa sociale”. Faccia cosa di cui tutti le renderanno merito: individui tale sabotatrice d’infanzia, smascheri quest’agente provocatore e, assieme a chi ha messo in pagina cotanto delirio, li avvii verso il loro destino. Servirà anche a chiarire che non sempre strisciando e sbavando s’ottiene il risultato di commuovere e usare il potente di turno.
Chiudiamo questo capitolo, attendendo che lei provveda. Grazie, ci faccia sapere. Più in generale, però, occorre guardarsi da un mondo che, come sempre, pratica il servo encomio in attesa di dedicarsi al codardo oltraggio (sintesi perfetta che dobbiamo ad Alessandro Manzoni, il quale discettava di Napoleone, mica cotiche). Mario Monti gode di ottima stampa, e non è difficile supporre che gli faccia piacere. Farebbe piacere a chiunque. Ma il potere è una strana bestia, una mantide che pratica l’amore preparando la morte. Se quando lo spread arriva al 420 i giornali scrivono che va alla grande, che bene così, che solo ora si respira, poi sarà difficile spiegare che a quei livelli facciamo rotta verso il naufragio. E siccome i lecchini odierni saranno feroci, proprio perché vili, domani scriveranno che il governo ha fallito, laddove, invece, la questione era, è e sarà del tutto diversa: o si ristruttura l’euro e l’Unione europea o nulla di quel che vediamo è destinato a durare. Se quando il governo annuncia che si farà un’autorità nazionale per stabilire quante licenze taxi ci vogliono a Bari i giornali scrivono che questa è l’alba delle radiose liberalizzazioni, domani saranno pronti a gettare l’onta del fallimento su chi ebbe l’idea bislacca di chiamare in quel modo ciò che somiglia, più che altro, ad un incubo centralista, statalista e programmatore. Se per mettere le tasse si procede decretando e per cancellare il rudere del valore del titolo di studio si avvia una “consultazione pubblica” (ma che è?), mentre chi commenta omette d’osservare che la cosa è vagamente dissennata, va a finire che il massimo delle contestazioni si concentrerà su quel che non esiste, resuscitando l’estremismo sconclusionato. Se si lascia che il presidente del Consiglio continui a ripetere, con un vezzo di falso imbarazzo simile alla pudicizia dell’amante focoso, che pare, sembra, mi dicono che nei sondaggi il governo è popolarissimo, e nessuno fa mostra di volere ricordare che le democrazie non funzionano con l’applausometro, va a finire che quando poi si vota e il Parlamento si riempie d’antagonisti taluno, per non ammettere la propria imbecillità, sosterrà essere colpa del governo in carica. Con tutti i suoi pregi, che ci sono, e i suoi difetti, che non mancano punto, il governo Monti è il migliore possibile in questo scorcio di legislatura. Sappiamo tutti che non ha legittimazione elettorale, mentre è affollato d’ambizioni politiche. E passi. Ma è un grave errore lasciarsi cullare dal dondolio del consenso acritico e un po’ buffonesco, perché è vero che nessuno resiste all’adulazione, ma è anche vero che chi si lascia andare con tanta lascivia rischia di precipitare in un incubo. Quindi, gentile “nonno Mario”: le si offre una ghiotta occasione, consistente nel far vedere che certe cretinerie non le sono solo estranee, ma anche odiose. Che le ripugna anche la sola idea si possa praticare questo genere di pedofilia lecchina e che, quindi, il responsabile va a casa.

Quando si vorrebbe lavorare…

Al sindaco Pd di Rovagnate, piccolo centro del lecchese in Lombardia, i posti di lavoro “puzzano”. E lui, della crisi e dell’occupazione, se ne frega. Sono quattro anni quattro che Vittore Beretta, uno dei grandi nomi dell’industria alimentare italiana (salami, salamini e altri salumi), sta cercando di aprire un nuovo polo di produzione da 300 posti di lavoro. E ancora non c’è riuscito. Addesso Marco Panzeri, il primo cittadino, ha contro tutti: dall’associazione locale degli industriali all’amministrazione provinciale di Lecco, fino ai sindacati. Ma al momento la realizzazione dello stabilimento da 150mila metri quadrati e 120 milioni di euro, è su un binario morto. Il gruppo Beretta conta quattro centri di produzione in Italia e altri in Cina e Stati Uniti per un totale di circa 2.200 dipendenti. “A Nanchino in Cina, per darmi i permessi ci hanno messo 20 giorni e in California due mesi” spiega Beretta. Motivo del contendere, a Rovagnate, è il rifiuto opposto da Beretta alla richiesta di Panzeri di restaurare un edificio del Settecento di proprietà comunale, Villa Sacro Cuore: preventivo 5 milioni di euro. “Troppi” per Beretta. Risultato: niente permessi per lo stabilimento e trecento posti di lavoro al palo. Ora si dovrà attendere almeno fino a primavera, quando a Rovagnate si terranno le elezioni comunali. Panzeri non si potrà ripresentare. La speranza in paese è che il nuovo sindaco sia più sensibile ai problemi del lavoro e meno a quelli del restauro.

Viva la Rai dei baroni e l’abbonamento!

Con urlo finale dalla colonna sonora del film “Il buono, il brutto, il cattivo” di Ennio Morricone Vi ricordo che oggi è l’ultimo giorno utile per pagare l’abbonamento alla Rai, che ho saputo solo ieri sera da Vespa non essere più un abbonamento alla Rai, bensì un’imposta sul possesso di un apparecchio televisivo. Ovvero, chiunque […]

L’imam Vittorio Sgarbi e la moschea

Quando diventò sindaco, fece notizia per l’annuncio choc che fece: avrebbe regalato la casa a chi fosse andato a vivere a Salemi restaurando lo stabile. Così, Vittorio Sgarbi finì su tutti i giornali. Ora, per il “suo” paese nella parte sud-occidentale della Sicilia, ha in mente un’altra novità: realizzarvi una grande mochea, che diventi il riferimento per tutti i musulmani residenti nell’isola. La proposta, Sgarbi, l’ha fatta nientemeno che all’Emiro del Qatar, Sheik Hamad Ben Kaliffa Al Thani, noto per essere uno degli uomini più ricchi del pianete e avere, tra le sue proprietà, il club calcistico Manchester City. Il critico d’arte ha formalmente dato la disponibilità a concedere il terreno all’interno del quartiere arabo del Rabato, nel centro storico della città. “I finanziamenti per la realizzazione della moschea – spiega – sono garantiti da un accordo bilaterale tra il Comune di Salemi e il Qatar” ha detto il sindaco di Salemi, che ha incontrato a Catania una delegazione del paese arabo guidata dallo sceicco Hamadi Ahmad, presidente della ‘Qatar Carity Fondation’, da rappresentanti dell’Ucoii, l’Unione della Comunità e delle Organizzazioni islamiche italiane e da Giampiero Paladini, presidente della Confime, la Confederazione delle imprese del Sud.
Lo vuole la storia – “La Sicilia – dichiara Sgarbi – è entusiasta di accogliere l’Islam. Nulla è più importante che trovare sentimenti e convinzioni comuni nelle diverse religioni che contemplano un unico Dio. Anche per questo, così come nelle nostre città ci sono luoghi di culto cristiani, mi sembra importante che per i cittadini di cultura e lingua araba si provveda a costruire una moschea a Salemi. Lo impone la Storia”.
Qui invece una straordinaria storia di immigrazione e di integrazione. La famigliola è d’origine afghana. E in afghanistan, lei partorisce la terza figlia, lui voleva un maschio e la strangola. Trattasi di islam.

Monti, il suo baratro sarà anche il nostro…

Non credo possa esistere chi abbia potuto pensare, dinanzi alle continue sviolinature al governo dei tecnici, che giornalisti, editorialisti e direttori di corazzate mediatiche quali sono il Corriere della Sera e Repubblica siano, improvvisamente, diventati incapaci di leggere la realtà e, solo per questo, si dedichino, senza soluzione di continuità, alle fastidiose serenate sulla sobrietà e sulle capacità ‘tecniche’ dei componenti dell’attuale esecutivo. Sarebbe da imbecilli, quindi, pensare che, a differenza della stragrande maggioranza dei cittadini italiani, siano solo loro a non accorgersi del terribile salasso economico che le misure hanno provocato nella società italiana, con i conseguenti rischi di recessione, e solo loro possano leggere come misure di liberalizzazione, le recenti scelte contenute nell’omonimo pacchetto ora all’esame del Parlamento, misure che sono invece semplici allargamenti dei soggetti (tassisti, farmacisti e notai) che devono dividersi la torta che offre il mercato. E’ chiaro, infatti, che anche aumentando le licenze (tassisti) o i punti vendita (farmacie) trattasi sempre di categorie abbastanza chiuse per le quali la concorrenza non esiste.
Anche le misure che riguardano i professionisti (abolizione delle tariffe minime e massime) sono misure che non hanno nulla a che vedere con le liberalizzazioni, mentre gli ordini delle categorie non vengono nemmeno alla lontana scalfiti (ad esempio i giornalisti). Sulle assicurazioni, poi, mentre si quantifica la percentuale (30%) di riduzione del rimborso di un danno se non ci si rivolge ad una officina convenzionata, si lascia indefinita la riduzione del premio polizza se si accetta di istallare sul proprio veicolo la famosa scatola nera che è solo, però, fumo negli occhi. L’assicurato che da 10/15 anni è sempre in fascia 1, perché non ha mai fatto incidenti, è già lui una scatola nera. Se le cose stanno così perché le lodi sperticate che sfiorano l’adulazione e perché vengono accreditati meriti che Monti non ha? La verità è semplice: Monti va sostenuto acriticamente e a prescindere, e con lui Napolitano, perché i due hanno il ‘merito’ indiscusso d’aver ‘liquidato’ Berlusconi sfruttando il clima di pericolo, creato dai media, per la forbice che lo spread (differenziale tra i titoli italiani e i bond tedeschi) registrava. Le vicende successive hanno chiarito a sufficienza quanto fosse strumentale quella campagna in cui si sono distinti anche, in particolare, Enrico Letta e Rocco Buttiglione. E ancor oggi ci si aggrappa allo spread ignorandolo quando sale, ma esaltandolo quando, come termometro positivo, scende.
La scelta del sostegno continuo al governo Monti, con tutte le sviolinature e gli incensi usati, nasce, comunque, dalla certezza che l’azione dei tecnici è destinata al fallimento, e il continuo piaggiare è la prova provata che il governo dei tecnici vive solo per l’ostinazione di re Giorgio e per il sostegno mediatico espresso anche attraverso la criminalizzazione di chi osa ribellarsi. Altro che panacea dei problemi che ci stanno di fronte. Monti si è rivelato, purtroppo, inconsistente, ma copre questa inconsistenza sfruttando a pieno la disponibilità dei media. Ci inonda, infatti, di bluff a raffica e, come megafono delle scelte del suo governo, indica la linea da seguire fino ad arrivare all’autoesaltazione per una Italia, diventata con lui, esempio da seguire per il resto dell’Europa che ci guarda, dice sempre Monti, con malcelata ammirazione. Beato lui che ci crede, se ci crede. La verità è tutt’altra: è quella di un’Italia spinta, dalle sue scelte, verso scontri sociali i cui sbocchi non sono prevedibili. E quando ciò avverrà i media, oggi scodinzolanti, saranno i più feroci a sbranarlo senza alcuna pietà. Che stia attento, comunque, a credere che ‘tutto va ben madama la marchesa’. Precettazioni, arresti e quant’altro non serviranno a nulla se si muove il Sud del nostro Paese. Il movimento dei forconi può essere solo un anticipo.

Il decisionista

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, contestato a Bologna nel giorno della sua lectio magistralis, punta il dito contro la politica e continua a portare in palmo di mano Mario Monti. Il Capo dello Stato ha spiegato: “Assistiamo certamente da qualche tempo all’appannarsi di determinati moventi dell’impegno politico inteso come effettiva e durevole partecipazione”. E ciò avviene “anche per effetto di una perdita di efficacia, persuasività e inclusività del sistema politico, una crisi che chiede riforme”. Quindi le parole sul premier: “E’ nell’interesse comune che lo sforzo appena intrapreso con significative proiezioni in sede europea continui e si sviluppi in un clima costruttivo”. La nascita del governo Monti, ha aggiunto, è frutto del “logoramento della maggioranza di Governo e dell’emergere di un rischio di vero e proprio collasso finanziario pubblico”.
“Cambiare la legge elottorale” – “Dei partiti, come della poltica – ha proseguito Napolitano -, bisogna avere una visione non demoniaca, ma razionale e realistica. Tra il rifiutare i partiti e il rifiutare la politica, l’estraniarsi con disgusto dalla politica, il passo non è lungo ed è fatale, conduce alla dine della democrazia e quindi della libertà”. Quindi una nuova dichiarazione che supera le teoriche competenze dell’inquilino del Colle, che dopo gli elogi a Monti si dimostra sempre più impegnato nel fare politica attiva. Napolitano ha nuovamente invitato le forze politiche e il Parlamento a verificare “la possibilità di definire o di prospettare credibilmente revisioni di norme della seconda parte della Costituzione”, dando prova “del loro senso di responsabilità”. Un chiaro invito, quello del Capo dello Stato, a mettere mano alla legge elettorale.

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Insomma, laurea ad honorem a re giorgio… e, chissà, se l’è meritata per il bombardamento di budapest… o per il bombardamento in libia o per aver scalzato quel cattivone di Silvio B.? E poi, visto che si parla di presidenti peggiori d’italia, vogliamo ricordare anche questo appena dipartito? Il silenzio di B., è la miglior cosa tra tutte le grida ipocrite ascoltate sinora.

La colpa non è solo di Monti

Dopo il diktat della Merkel alla Grecia ormai siamo in guerra. Non con i carri armati ma con la finanza, che è pur sempre un’arma di distruzione di massa che a livello globale sta destabilizzando gli Stati sovrani, estromettendo dal potere governi democraticamente eletti, costando cifre da capogiro a causa della speculazione e mietendo milioni di vittime. Non sono morti ammazzati ma morti dentro: persone che perdono la certezza della vita, a cui viene lesa la dignità, che non sono più libere di scegliere, ridotte in povertà o alla fame, costrette alla solitudine dell’emigrazione o di chi non avrà mai una propria famiglia, comunque impossibilitate ad essere pienamente se stesse a casa propria. Talune preferiscono suicidarsi, come i nostri imprenditori sopraffatti dall’attesa per i crediti contratti con lo Stato, mentre per ora una maggioranza relativa si rassegna al «male minore» confidando in un miracolo affidato alle tecnocrazie espressione dei poteri finanziari transnazionali, nella convinzione che non vi sia alternativa alla competizione fino all’ultimo sangue nello scenario della finanza e dell’economia globalizzata.
Come in tutte le guerre si creano e perfezionano le alleanze regionali e internazionali, si proclama lo stato d’emergenza che consente di imporre dei regimi autoritari nel nome dell’interesse supremo dello Stato, si affilano le armi e si emanano gli ultimatum. Tale è l’annuncio che la Germania vuole commissariare la Grecia ottenendone il riconoscimentodell’autorità, in cambio del nuovo maxiprestito da 130 miliardi di euro, di un super-Commissario europeo al Bilancio e ai Conti pubblici con potere di intervento sulla gestione delle sue finanze. Il diktat tedesco conferma che questa Unione Europea è proiettata verso la costituzione di un super- Stato dove verrà del tutto meno la sovranità nazionale dei singoli Paesi aderenti all’eurozona. E se persino il premier Papademos, ex vicepresidente della Bce (Banca centrale europea) ed ex governatore della Banca centrale greca, ha respinto la richiesta tedesca perché «queste competenze appartengono alla sovranità nazionale», ci domandiamo se invece l’atteggiamento di assoluta accondiscendenza della Merkel, di Sarkozy e di Draghi nei confronti di Monti non si spieghi con il fatto che il nostro capo di governo ha già sostanzialmente accettato ciò che Papademos esclude, ovvero la svendita della sovranità nazionale dell’Italia in un contesto dove la gestione delle Finanze, del Bilancio e dell’Economia sarà appannaggio esclusivo di una tecnocrazia che prenderà ordini direttamente da Bruxelles.
A differenza di Papademos, Monti gode di un fronte interno incredibilmente coeso grazie alla regia altamente discutibile del capo dello Stato Napolitano e al non meno grave sostegno della Chiesa cattolica, culminati nell’auto- commissariamento del Parlamento e dei maggiori partiti, nell’allineamento di gran parte degli organi d’informazione e nell’accondiscendenza della magistratura. Neppure sotto il fascismo si registrò un tale appiattimento in modo spontaneo del fronte interno. Il fatto che sono gli stessi italiani – tutti gli eletti e buona parte degli elettori – a rinunciare volontariamente alla democrazia sostanziale, evidenzia che quella di Monti è la peggiore delle dittature. Ma è proprio vero che non vi sia alternativa a questa nuova guerra mondiale dove l’Unione Europea dovrebbe trasformarsi in un blocco monolitico governato in modo autoritario per poter reggere la sfida con gli Stati Uniti, la Cina, l’India,la Russia e le altre potenze emergenti in Asia, America Latina e Africa? Siamo proprio certi che la nostra sopravvivenza è indissolubilmente legata alla prospettiva di crescita verso la dimensione «macro», costringendoci a investire nell’ambito quantitativo per produrre sempre di più, mettendo pertanto al centro la moneta e affidando la nostra sorte alle tecnocrazie finanziarie?
Ebbene io dico che non è affatto così. Vi invito a fermarci per riflettere dentro di noi. Recuperiamo l’uso della ragione, il dirittodovere alla valutazione e alla critica di ciò che oggi la dittatura politica e mediatica ci propina come l’unica verità; riscattiamo il sano amor proprio che ci porta a concepirci come il centro della vita quali persone depositarie di valori non negoziabili; emancipiamoci dall’ideologia dominante dei cittadini-gregari e diventiamo protagonisti che non solo ragionano e credono, ma sono soprattutto in grado di agire per costruire un’alternativa che ci consenta di essere autenticamente noi stessi a casa nostra. Investiamo nella dimensione dell’essere anziché dell’avere, scommettiamo nella prospettiva del «micro» anziché del «macro», perseguiamo il traguardo del bene comune da condividere con le persone che ci scegliamo e che amiamo anziché farci trascinare nella follia di una guerra mondiale per conquistare il primato finanziario, scontrandoci con persone che non conosciamo ma che diventano nemici perché sono più ricchi, producono di più e consumano di più. Affranchiamoci da questa trappola infernale tesa dai criminali che hanno inquinato la finanza mondiale con i titoli spazzatura e dai tecnocrati che vorrebbero trasformarci in adoratori del dio euro. Diciamo no alla guerra finanziaria mondiale, no al super-Stato europeo, no alla divinità dell’euro, no alla dittatura di Monti.