A voi, dottori della Legge

Viviamo una delusione epocale,una delusione che segna e quasi dà nome a  questo momento della nostra Storia. Il quadro politico è affollato di personaggi che si affannano,non tanto a difesa di un ideale, di un programma di “bene comune”,quanto alla ricerca di una visibilità,in vista  di una collocazione futura. D’altra parte,cittadini a lungo ridotti al silenzio e alla sottomissione ad un sistema inefficace,in cui il potere del denaro ha sopraffatto la centralità di alcuni Valori,invocano giustizia,esigono giustizia. Ma,parafrasando Geremia,”giustizia, giustizia, ma Giustizia non è”, e non tanto perché nelle leggi non siano presenti principi di giustizia,quanto  per l’inservibilità delle leggi alla salvaguardia dei diritti delle Persone,di tutte le Persone. L’appello alla Legalità è oggi così replicato da essere,ormai, quasi una loquace liturgia,qualora non si puntualizzi che il concetto di legalità non riguarda soltanto la conformità alle norme del diritto positivo, e che  non si puo’ ridurre la Giustizia a Legalità- che è strumento più che  Valore- a meno che non si voglia  affermare che “auctoritas, non veritas facit legem”(Thomas Hobbes-Leviatan)- Se si fa coincidere la Giustizia con il tecnicismo giuridico, che non  abbia a fondamento la Verità, “la vostra Giustizia non supererà quella degli scribi e dei Farisei,voi non entrerete nel Regno dei Cieli”(Matteo.Sermone del monte) A voi “dottori della legge”,a voi amministratori della giustizia, non si chiede una giustizia antinomistica della legge, ma che non sia ridotta ad osservanza minimistica, talora maliziosa e  depotenziata di  verità; pertanto, radice di ogni fariseismo. La saldatura fra Legalità e Giustizia è la Verità.  Verità in Greco è “alétheia”, una parola che etimologicamente indica lo svelamento di ciò  che è nascosto; e Plotino la identifica con la “luce che distingue ciò che  è da ciò che non è”La ricerca della verità è compito e dovere di tutti i “dottori della legge”, pur nella distinzione di ruoli,forense,amministrativo,politico,didattico,”indipendentemente da fini contingenti e variabili del loro agire”,affinché il “summum ius”, la ineccepibilità della forma,non scada in “summa iniuria”, come afferma (De > officiis) Cicerone,che, aggiunge,si fa ingiustizia anche “ab iis quibus infertur,si possunt,non propulsant iniuriam”. Nella teologia morale è questo il peccato di omissione,che,pur compreso nella giurisprudenza, poco  è avvertito nella coscienza e nella prassi. E c’è di peggio, come afferma Terenzio (heautontimorumenos): “summum ius, saepe, summa est malizia”;l’applicazione della norma  con malizia genera grande ingiustizia, ed anche san Tommaso afferma che “iustitia dupliciter comprimitur, scilicet per astutiam alicuius sapientis, et per voluntatem alicuius sapientis”. L’idea di Giustizia nasce “dall’esperienza di ingiustizia subita da noi e da chi ci è caro” (Zagrebelsky); ed  evoca il messaggio biblico (Salmo
58), cioè il dovere di mettersi dalla parte di chi soffreingiustizia,dalla parte dell’indifeso,di mettersi dalla parte della  Verità.

Velia Galati

Rifondare AN è possibile?

La successione di Alfano, la crisi di governo e coalizione, il nuovo esecutivo Monti (giudicati da molti e non a torto un vero golpe della finanza internazionale), il ‘ritorno’ di Berlusconi sulla scena: istantanee di una destra, anzi di un centro destra che, ora più che mai, ha necessità di ricompattarsi e tornare all’attacco. PdL: una storia breve ma intensa. Nato quattro anni fa in San Babila, nel giro di meno di un anno attirò tra i suoi ranghi le tante sigle del microcosmo della destra moderata: repubblicani, ex socialisti, fuoriusciti del Partito Radicale, liberali e loro, gli ex missini che Gianfrano Fini traghettò, nel 1994, in Alleanza Nazionale. Va ricordato come il secondo grande partito della Casa delle Libertà non avesse subito visto di buon occhio la creatura berlusconiana arrivando (pochi giorni dopo il discorso di San Babila), a promuovere una manifestazione nazionale a Roma, tanto per mostrare i muscoli e far capire ad alleato ed elettori che AN c’era ancora, ci sarebbe stata e non avrebbe rinunciato alla propria identità di ‘destra’. La storia ci insegna come l’uomo sia ‘animale’ alquanto volubile, o capriccioso se preferite. Era aprile 2008 quando Gianfranco Fini annuncia lo scioglimento del suo partito, giunto ormai al 14^ anno di vita, uno tra i più longevi della II Repubblica. La decisione (peraltro una delle tante prese da Fini senza interpellare base e ‘colleghi’) suscitò un piccolo terremoto interno, segno tangibile di un malessere e di un malcontento non isolati bensì piuttosto diffusi nel partito. Erano passati i tempi del Fascismo del Duemila, del Mussolini grande statista, della continuità ideale col MSI. La piccola fiamma circoscritta nel logo del partito stava estinguendosi e con essa sparivano cinquant’anni di lotta, di identità e di orgoglio. Gli ex MSI erano ancora molti e non tutti presero con piacere la notizia della fine imminente del partito che, a torto o a ragione, era ancora erede di Almirante e Romualdi. Vent’anni di gestione finiana avevano fatto dapprima sperare, poi supporre alla fine disperare chi aveva sognato una destra identitaria e dai connotati ben delineati, salda nella tradizione e nel contempo proiettata verso l’Italia del domani. E’ vero, pare quasi uno slogan elettorale e gli slogan, si sa, lasciano il tempo che trovano. Tuttavia, vecchie e nuove leve escluse dalla decisione del ‘capo’, si confrontarono e discussero di quello che sarebbe stato il futuro della destra italiana ormai non solo dopo Fiuggi, ma proprio dopo Alleanza Nazionale. Nel corso di quattordici anni di attività i rapporti con Forza Italia e gli ambienti liberali non erano sempre stati idilliaci. Identità, modus operandi, presenza sul territorio, retaggio avevano segnato un solco netto tra i seguaci di Silvio Berlusconi e i ‘camerati’; l’idea di dover condividere lo stesso tetto lasciò dunque molti militanti interdetti e dubbiosi. Undici mesi di ripensamenti, di esultanze, di crucci e di buoni propositi. Caratteristica degli ambienti umani è proprio l’eterogeneità del pensiero e delle vedute. Poi il salto. C’è chi smette e si ritira; chi passa nella destra radicale o nella Lega, ritenuta più comunitaria. In molti sceglieranno la nuova esperienza, salvo poi (in tanti) pentirsene a denti stretti. Si entra col 30% convinti che, tra tesoretto e presenza sul territorio, quel 30 possa diventare ben presto 50 o 60%. Le realtà locali si fondono ma le vecchie crepe AN-FI sopravvivono al tempo e non si riempiono. La scissione di Futuro e Libertà ha aperto, di colpo, nuovi spiragli e novelle veduto. Mancando colui che ha contribuito ad affossare l’identità di un’intera area politica, sarà possibile ora pensare di ricreare quel piccolo universo che di Tradizione e sociale ha fatto le proprie parole d’ordine? Forse sì. Nei momenti di maggiore trambusto, quando la sconfitta porta a tornare sui proprio passi, si può cominciare a valutare scelte ed azioni passate. Rifondare Alleanza Nazionale, perché no? Eppure, fino a poco prima del ’salto’ le preferenze elettorali continuavano a superare il 10%. Seguire l’iter della Lega, restando alleati del PdL ma senza farne parte per non rinunciare a battaglie specifiche, che denotano una sponda rispetto ad un’altra. La rinascita di una destra vera, nazionale e di popolo forse garantirebbe un ritorno ed un ricompattamento di elettori e simpatizzanti travolti dalla diaspora del 2008. D’altronde circoli ed iniziative più ‘identitari’ non mancano, buttando un’occhio sulla variegata realtà del PdL si nota subito la presenza di gruppi o correnti che tutt’ora si rifanno a valori mai sopiti. Recuperare, dunque, idee e materiale umano e rilanciare un modello politico che, con il bipolarismo anglosassone, ha storicamente e culturalmente ben poco con cui spartire.

Marco Petrelli

Destra, sinistra e gli Italiani dimenticati

In pratica, tutti si augurano che il governo tecnico riesca a sistemare la situazione. Pare anche che nonostante le varie posizioni delle parti politiche alla fine tutti si adegueranno ad accettare tutto quello che verrà proposto da colui che si è fatto nominare senatore a vita (dimostrando di pensare prima a se stesso) prima di […]

Brrr… che paura!

MILANO«L’Europa rischia di essere spazzata via dalla crisi se non riuscirà a riprendersi»: il presidente francese Nicolas Sarkozy lancia l’allarme durante il discorso di Tolone, tutto incentrato sulla crisi dell’eurozona di queste ultime settimane.
L’EURO È INDISPENSABILE– L’attuale situazione «è estrema», ha aggiunto Sarkozy. «Deve essere assolutamente chiaro che quello che è stato fatto per la Grecia, non si ripeterà più e che ormai nessun Paese della zona euro andrà in default». E dall’euro non si può prescindere: «la scomparsa della moneta unica avrebbe conseguenze drammatiche per i francesi, perchè renderebbe il nostro debito insostenibile. Con l’uscita dall’euro, il nostro debito si raddoppierebbe». Quanto al ruolo della Bce, ha spiegato Sarkozy, «deve rimanere indipendente» mentre il fondo salva-Stati Efsf «fornirá le risorse per mettere una barriera alla speculazione».
RIFONDARE SCHENGEN – Il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone «deve essere ripensato e rifondato»: questo il passaggio più forte del discorso di Tolone. «L’Europa non è più una scelta ma una necessità», ha continuato. «Lunedì riceverò la cancelliera Angela Merkel – ha confermato il presidente- insieme faremo proposte franco-tedesche per garantire il futuro dell’Europa. Tutta l’Europa è più forte quando Francia e Germania sono unite: il trattato di Maastricht ha dei punti deboli e Francia e Germania stanno combattendo insieme per un nuovo trattato europeo».
NO A IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA– Soffermandosi poi sulla situazione interna, Sarkozy ha aggiunto. «Oggi possiamo dire che la pensione a 60 anni e la legge sulle 35 ore settimanale sono stati degli errori gravi», confermando l’opposizione a «una immigrazione incontrollata» che manderebbe in pezzi «il nostro modello sociale».

Il "suicidio assistito" non è accettabile

Le modalità con le quali un notabile comunista, fondatore del Manifesto, come Lucio Magri si è dato la morte, hanno riacceso il dibattito sull’eutanasia.
In realtà, anche sotto il profilo puramente lessicale, “eutanasia” e “suicidio assistito” richiamano due differenti fattispecie.
Nel primo caso è un terzo che diventa parte attiva per sopprimere la vita di qualcuno, non somministrandogli farmaci o spegnendo le macchine che lo aiutavano a vivere.
Nel secondo è la medesima persona che provvede, in un ambiente protetto, a sopprimere la sua stessa vita.
La sostanza, il significato etico, la radice filosofica, però è uguale e, personalmente, la considero ugualmente riprovevole, indice di un crollo morale in cui la Vita viene ridotta a bene disponibile, in una logica materialistica che priva l’Uomo dell’anima.
La Vita è un bene, filosoficamente e moralmente non disponibile, non possono essere favoriti in alcun modo suicidio ed eutanasia che segnano la fine definitiva e senza appello di ogni speranza (di guarigione, di miglioramento, di futuro, di tutto).
Alcuni osservano che gli stessi che sono favorevoli all’eutanasia sono contrari alla pena di morte e poi favorevoli all’aborto, evidenziando una presunta contraddizione che, a pensarci bene, non c’è, perché chi è contrario alla pena di morte non tutela la vita degli innocenti, anzi li mette in pericolo potenziale, ma solo di  criminali condannati, mentre con l’aborto e l’eutanasia si sopprimono soggetti innocenti.
C’è una logica similare in tutte e tre le questioni.
E non è un caso, per la medesima ragione, che chi è contrario all’aborto e favorevole alla pena di morte, sia anche contrario all’eutanasia.
Anche qui c’è la tutela degli innocenti, ma soprattutto l’ispirazione ad una concezione morale che io considero superiore, ma che è comunque diametralmente opposta, come principio fondamentale.
Il comportamento tenuto da Magri ha dunque riaperto le discussioni se sia opportuno consentire in Italia quel che è permesso in Svizzera o Inghilterra.
Ho ascoltato Vittorio Feltri, con il quale solitamente sono d’accordo, il quale, pur non condividendola, difendeva la scelta di togliersi la vita e tuonava contro chi volesse impedire a qualcuno di suicidarsi.
Ma nessuno vuole o può impedire per legge il suicidio (anche perché è difficile poi punire qualcuno che ci riesca e sotto certi aspetti punitivi verso chi non ci riuscisse si rasenterebbe il ridicolo).
Naturalmente se un suicida danneggia persone o proprietà altrui deve pagare se sopravvive o devono pagare gli eredi se riesce nel suo intento (mi viene in mente quello che si butta sotto il treno).
Il problema qui è diverso: si richiede, sotto varie denominazioni, di fare una legge perché alcuni osservino, senza intervenire, anzi agevolino l’intento suicida.
Qui non si tratta di impedire a qualcuno di suicidarsi, ma a terzi di parteciparvi attivamente o passivamente.
E questo lo stato non può consentirlo.
Se, poi, uno vuole suicidarsi può sempre farlo con gli strumenti tradizionali che sono anche stati celebrati da poeti e scrittori che hanno lasciato ai posteri la testimonianza nobilmente suicida di grandi uomini (uno per tutti: Seneca) perché tutti coloro che si danno la morte con una spada, una pistola, un coltello, hanno un che di eroico, una tragica, feroce, grandezza con la quale mandano in dissolvenza il bene più prezioso di un Uomo: la propria Vita.
Ma darsi la morte nella stanza asettica di una clinica privata, sotto gli occhi di medici e infermieri immobili fa venir meno anche l’unico aspetto nobile, dignitoso e onorevole del suicidio.

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La cittadinanza nei paesi europei

Non è la prima volta che Giorgio Napolitano affronta la questione della cittadinanza ai figli degli stranieri  nati in Italia. E’ la prima volta però che arriva a dire che “negarla è un’autentica assurdità, una follia”.

Secondo la legge in vigore attualmente in Italia soltanto chi ha compiuto i 18 anni di età, nato nel nostro Paese ma da genitori di origine straniera ha diritto alla cittadinanza italiana nonostante, secondo Napolitano, “i bambini nutrano già tempo prima questa aspirazione”.

Posto che sul tema immigrazione occorrerebbe legiferare con serietà fino ad arrivare a comporre una vera politica sull’immigrazione per poter arginare, accettare, difendere un fenomeno in crescita e che se ben salvaguardato può divenire anche un valore aggiunto. Ma occorre fermezza, volontà e soprattutto la presenza della stessa mano ad agire, non di mani differenti provenienti da tanti governi con idee politiche divergenti.

Per chi vive o lavora a contatto con gli extra-comunitari in Italia può rendersi conto di quali siano le reali priorità da parte di un cittadino straniero: una casa, un lavoro, una scuola, un ospedale e non ci certo la cittadinanza per i propri figli.

Riporto qui di seguito alcuni modelli significativi europei in materia di immigrazione e di cittadinanza da cui ne deriva che il modello svizzero ha da insegnarci di gran lunga. Eppure sarebbe così facile e bello guardarsi intorno ai nostri vicini di casa e cercare di assimilare le loro caratteristiche migliori che ci arricchirebbero in tutti i sensi.

Ricordiamo che in Italia ad oggi è in vigore lo “ius sanguinis” (diritto di sangue), in base al quale il figlio nato da padre italiano o da madre italiana è italiano. Non esiste “ius soli”, il diritto di cittadinanza acquisito solo per essere nati in Italia.

Anche in Danimarca, Grecia ed Austria è difficoltoso ottenere la cittadinanza per chi è nato nel territorio del Paese da genitori stranieri.

La Francia fa eccezione con lo “ius soli” che vige dal 1515. Anzi, qui è in vigore un “doppio ius soli” che facilita l’ottenimento della cittadinanza per chi nasce sul territorio nazionale da straneri a loro volta nati sullo stesso territorio. Questo ha portato nel tempo al formarsi di vaste comunità di cittadini “acquisiti” che oggi si concentrano nei sobborghi  popolari (“banlieues”) delle grandi città. Forse la Francia in questo senso può essere giustificata in quanto è stata per anni madrepatria di molte colonie.

In Germania vige un sistema misto con lo “ius sanguinis” e con facilitazioni per chi nasce sul suolo nazionale da stranieri residenti. Basta che uno dei due genitori viva legalmente in territorio tedesco e vi abbia vissuto per almeno otto anni per concedere al figlio il diritto alla cittadinanza tedesca al momento della nascita.

Lo “ius sanguinis” vige anche in Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna anche se le norme sono più morbide di quelle adottate nel nostro Paese. In Irlanda i nati da genitori stranieri possono ottenere la cittadinanza se uno dei genitori ha un permesso di residenza permanente, oppure se ha risieduto regolarmente nel Paese per almeno tre anni prima della nascita del figlio.

Tuttavia, sentite cosa propone la Svizzera, Paese ricco ma funzionante, ricco non solo di denaro ma anche di leggi, di norme che puntualmente vengono rispettate producendo un senso di amore e di attaccamento per il territorio e di rispetto altrui. E’ sconcertante quanto lapalissiana la maniera in cui la Svizzera tratta la materia della cittadinanza agli stranieri.

Qui, uno straniero può presentare domanda di cittadinanza dopo avere avuto residenza ufficiale per almeno 12 anni. Per gli stranieri sposati con cittadini svizzeri sono sufficienti 3 anni di matrimonio e  una residenza di 5 anni. Tutti i candidati alla cittadinanza devono dimostrare di essere integrati. Comune e Cantone di residenza hanno il diritto di far pesare la propria opinione. In alcuni comuni deicide una commissione esaminatrice, in altri si interpellano per votazione popolare i cittadini.

Semplice ma efficace.

Roberta Bartolini

In Europa vanno tutti in pensione più tardi di noi

Sembra che ci sia poco da fare: per risanare i conti pubblici, intervenire sulle pensioni sarà una scelta obbligata. E ora anche il premier è deciso a metterci mano, seguendo le indicazioni che vengono dall’Europa, innalzando l’età pensionabile a 67 anni. E Bossi dovrà adeguarsi, altrimenti il nostro Paese, unico ora in Europa, rischia nel giro di nove anni di avere la più alta incidenza di spesa per le pensioni. Travolgendo le nostre finanze pubbliche.

I numeri, tratti da una recente analisi comparativa della Commissione Europea (Pension Schemes and pension projections in the EU-27 Members States) tra i regimi pensionistici europei, parlano chiaro: senza l’introduzione di correttivi al nostro sistema previdenziale, già tra nove anni, avremmo la più alta incidenza di spesa per le pensioni tra i 27 Paesi dell’Unione Europea: per l’esattezza il 14,1 per cento del Prodotto Interno Lordo, contro il 10,5% della Germania, il 9,4% della Svezia, il 6,9% del Regno Unito, il 9,5% della Spagna.

Il report della Commissione europea evidenzia altresì la grande anomalia italiana relativa all’età pensionabile: quest’ultima, nei principali Paesi dell’Unione, è infatti già almeno 65 anni. E nella stragrande maggioranza dei casi – altro elemento di diversità dall’Italia – non si fa differenza alcuna tra uomini e donne. In Germania, Spagna, Svezia, Danimarca, Regno Unito, recenti riforme hanno addirittura innalzato l’età pensionabile a 67 o 68 anni.

In Germania, l’ultima robusta riforma ha avuto luogo nel 2007: sebbene sia in corso il processo di transizione verso l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni previsto dalla precedente riforma, è stato stabilito un graduale incremento di un mese ogni anno dal 2012 al 2023 e, successivamente, di 2 mesi ogni anno, che eleverà a 67 anni nel 2029 l’età pensionabile.

Per quanto riguarda la Spagna, Zapatero, proprio quest’anno, ha approvato la riforma delle pensioni, che, nel 2027, porterà a 67 anni l’età per andare in pensione e che ha previsto un trattamento di “favore” per le donne; a queste verrà concesso di anticipare il pensionamento di 9 mesi per ogni figlio (fino ad un massimo di due).

In Gran Bretagna, dove è in corso un acceso dibattito su un progetto di riforma, dal 2007 è in vigore una disciplina che prevede, tra il 2024 ed il 2046, l’aumento dell’età pensionabile a 68 anni, sia per gli uomini che per le donne.

In Francia, invece, uomini e donne vanno per ora in pensione a 62 anni. Non è forse un caso che la spesa pensionistica dei francesi sia molto simile alla nostra: 13,3% del pil e 13,9% nel 2020. Va però detto che la rifoma voluta da Sarkozy nel 2010, puntando alla riduzione del deficit del sistema pensionistico, ha previsto un progressivo aumento, senza distinzione di genere, di 4 mesi all’anno a partire dal luglio scorso; conseguentemente l’età per poter godere di una pensione passerà entro il 2020 a 67 anni.

In Italia, come è noto, è in corso un forte dibattito sull’opportuinità di intervenire sulle pensioni. In seno alla maggioranza pare, per ora, prevalere la linea di chi, Bossi in testa, non intende toccarle, se non in misura marginale come sarebbe stato concordato nelle scorse ore.
Se tale prospettiva dovesse essere confermata nella discussione parlamentare sulla manovra correttiva, è evidente come la sostenibilità economica di medio-lungo periodo della finanza pubblica rischi di essere sempre più fortemente condizionata dall’incidenza della spesa previdenziale: dei ca. 310 miliardi di euro di spesa pubblica per il welfare, equivalenti a ca. il 20% del Pil, una fetta sempre più importante sarà così erosa per coprire le prestazioni pensionistiche.

Ciò, prescindendo dal fatto che il sistema previdenziale è, più di ogni altro capitolo di spesa pubblica, sottoposto alle sfide derivanti dai cambiamenti demografici, dalle nuove tipologie dei contratti di lavoro, nonché, come appare chiaramente in questi mesi, dalla situazione economica internazionale.

Eppure Tremonti, sempre più stretto nella morsa degli assalti alla sua manovra correttiva, sa bene che nell’ultimo rapporto dell’Inps viene scritto nero su bianco che “la sostenibilità economica del sistema previdenziale deve tener conto dell’invecchiamento progressivo della popolazione, che comporta un crescente aumento del numero dei pensionati rispetto ai lavoratori, da cui deriva la necessità di attuare riforme tese in futuro al contenimento degli importi delle pensioni e all’innalzamento dell’età pensionabile […].

La stessa Commissione europea, nella recente comunicazione comunicazione al Parlamento Europeo ha posto, ancora una volta, l’accento sulla necessità di riforme strutturali in campo previdenziale, tese a: innalzare l’età pensionabile e collegarla alla speranza di vita; ridurre in via prioritaria i piani di prepensionamento e utilizzare incentivi mirati per promuovere l’occupazione dei lavoratori anziani e l’apprendimento permanente; evitare di adottare misure riguardanti i sistemi pensionistici che compromettano la sostenibilità a lungo termine e l’adeguatezza delle finanze pubbliche.

Di tutto ciò, a quanto pare, il Governo non pare tener conto, facendo finta di ignorare che l’innalzamento dell’età pensionabile è una delle poche leve per risanare strutturalmente finanza pubblica e non scaricare, ancora di più, sulle spalle delle giovani generazioni gli egoismi della nostra gerontica classe dirigente.

Alberto Crepaldi – by www.linkiesta.it

I giovani e l’alcol

Il consumo e l’abuso di alcol fra i giovani e gli adolescenti è un fenomeno preoccupante e in forte crescita sia a livello internazionale che nazionale.
In Italia il consumo a rischio riguarda circa 475.000 ragazzi e ragazze al di sotto dei 16 anni, tra i quali è rilevabile anche una certa percentuale di binge drinkers (1,4% tra i maschi e 2,1% tra le femmine), che bevono grandi quantità di alcol nel giro di poche ore apposta per ubriacarsi.

In Italia il primo contatto con le bevande alcoliche avviene in età molto precoce e secondo l’indagine internazionale HBSC, svolta in collaborazione con l’OMS sui comportamenti dei ragazzi in età scolare di 40 Stati europei, i ragazzi italiani di 11, 13 e 15 anni sono ai primi posti per il consumo settimanale di alcol.
L’indagine europea ESPAD ci dice inoltre che la percezione della disponibilità di bevande alcoliche è tra i giovani studenti i italiani fra le più alte in Europa.

Ciò appare particolarmente grave se si considera che l’OMS raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni e che i risultati della ricerca scientifica ci dicono che chi inizia a bere prima dei 15 anni ha un rischio 4 volte maggiore di sviluppare alcoldipendenza in età adulta rispetto a chi inizia non prima dei 21 anni.
Inoltre tra i giovani c’è una grande diffusione di consumi a rischio, che riguardano circa 1 milione e 200 mila soggetti fra gli 11 e i 24 anni. Si tratta soprattutto di binge drinking e consumo fuori pasto, quest’ultimo particolarmente cresciuto negli ultimi 15 anni, soprattutto tra i giovanissimi di 14-17 anni e in particolare tra le ragazze, tra cui la prevalenza si è quasi triplicata nell’ultimo quindicennio.

I comportamenti di consumo diffusi tra i giovani richiedono una particolare attenzione e adeguati interventi, per la possibilità di gravi implicazioni di ambito non solo sanitario ma anche psico-sociale, data la facilità di associazione con altri comportamenti a rischio, assenze scolastiche, riduzione delle prestazioni scolastiche, aggressività e violenza, oltre alle possibili influenze negative sulle abilità sociali e sullo sviluppo cognitivo ed emotivo. Essi possono inoltre portare a condizioni patologiche estreme come l’intossicazione acuta alcolica o l’alcoldipendenza; secondo l’Istituto Superiore di Sanità circa uno su cinque dei casi di intossicazione acuta alcolica che giungono al Pronto Soccorso riguardano ragazzi al di sotto dei 14 anni.

Altri problemi nascono dalla diffusione di un uso dell’alcol simile a quello delle altre sostanze psicoattive, con finalità di sballo e ricerca dell’ubriachezza, dato anche il basso costo e la grande disponibilità di alcune bevande alcoliche; uso che rischia tra l’altro di fungere da ponte verso le sostanze psicoattive illegali. La diffusione di un policonsumo di sostanze psicoattive legali e illegali viene confermata da varie fonti e la rilevazione del Ministero della Salute sui comportamenti di consumo degli utenti dei servizi alcologici segnala che circa il 10% fa uso anche di sostanze stupefacenti.

Fonte: Relazione al Parlamento Alcol 2010

Dal sito del Ministero della salute

L’equità secondo Monti

Cari amici pensionandi, siamo proprio messi bene! In questi giorni leggendo i giornali e guardando i Tg ci fanno vergognare di essere pensionandi. Insomma: Vespa è d’accordo, Vinci pure, i politici che partecipano alle loro trasmissioni, pure… Chiunque di questi venga intervistato dice che… beh, sì… era l’ora di toglierci certi privilegi, a noi.. Stanno […]