Truffa Greca, Farsa Italiana.

Nel giugno di quest’ anno scrissi un post in cui chiedevo di lasciar andare a schiantare lo zeppelin greco da solo, schianto causato da anni di errori dei loro governanti socialisti e furbetti. Oggi, dopo quanto accaduto ieri per mano di George Papandreou, una vera truffa democratica, lo ribadisco con maggior forza. Furbetto a tal punto che prima incassa dall’ Europa, eppoi, ben sapendo che i greci, portati allo sciopero continuo ed alla protezione statale a vita, non accetteranno misure draconiane, indice un bel Referendum per il 2012 ad esito scontato. Dopo aver cambiato tutti i vertici militari, per impedire che l’ Esercito ripeta il bel gesto del 21 Aprile 1967 che garantì alla Grecia la salvezza dal baratro di entrare nell’ orbita sovietica.

Ed in Italia, con il paese in emergenza mondiale, le squinternate bande partitiche/partigiane continuano la farsa anti-governativa, chiedendo in continuazione le dimissioni di Berlusconi, alla vigilia del G20 di Cannes.
Che dimostrazione d’ amor patrio !

http://santosepolcro.splinder.com/post/24789901/morire-per-atene-ci-pensino-i-loro-socialasti

Il crollo

Nel momento in cui sto scrivendo questa breve nota (1 novembre 2011 ore 11) la borsa italiana perde più del 5% Cosa c’è di diverso da ieri? L’Italia è sicuramente la stessa, anzi. Approfittando del giorno festivo, molti sono andati tranquillamente fuori città mentre Berlusconi, Bersani, Vendola e compagni litigano come il solito (anzi, data la festività, forse un po’ meno del solito). I commentatori affermano tutti che: “La Grecia ha terrorizzato i mercati annunciando l’intenzione di indire un referendum popolare sui nuovi prestiti concordati con l’Ue”. Che cosa significa? Semplicemente che, nella democraticissima unione europea, chiedere un parere al popolo su ciò che decidono i governanti, dovrebbe essere proibito, come ha già rilevato Angela Merkel con il suo sdegno per l’iniziativa del Premier greco: il loro No, infatti, è sicuro.
Non c’è dubbio che le cose stiano così. Se, però, noi, semplici cittadini privi di qualsiasi potere, non troviamo il modo per far ragionare i nostri governanti, andremo tutti a fondo partendo proprio da questo presupposto. La debolezza dell’unione europea, infatti, causa prima della mancanza di fiducia dei mercati, dipende prima di tutto da questo dato di fatto: non esiste la comunità dei popoli, non esiste nessuno Stato a nome “Ue”. D’altra parte, però, i singoli Stati hanno rinunciato (decisione illegittima e pertanto invalida) a battere moneta, per cui a garantire la moneta europea non c’è nessuno: né gli Stati nazionali che vi hanno rinunciato né lo Stato Ue che non esiste. Né si dica che allora bisogna rafforzare i legami politici unendosi di più perché la comunità dei popoli, ossia la forza di uno Stato, quella che lo fa nascere e vivere, non si crea a tavolino, per finzione, come è stato fatto fino adesso per l’Europa. Si sono create le istituzioni: parlamento, commissione, consiglio, che avrebbero dovuto costituire l’ossatura dello Stato, ma talmente vuote di realtà che giunti a dar loro un’anima, neanche i politici più ostinati nel loro europeismo sono riusciti a farle indossare l’essenza e dei simboli di uno Stato: l’Ue non possiede né Costituzione né Bandiera né Inno. Al posto di una costituzione l’Europa ha firmato un trattato fra Stati (il trattato di Lisbona); l’inno è stato eliminato e la bandiera la si può esporre, sempre che qualcuno lo voglia, soltanto il giorno della festa dell’Europa, cosa che nessuno fa. Soltanto i governanti italiani si sono ostinati a farla sventolare ovunque: il loro spirito di finzione si rivela anche in questo.
Adesso, però, di fronte al baratro in cui stiamo sprofondando, un baratro che non è soltanto economico e finanziario, ma anche di perdita di dignità e di rispetto, dobbiamo trovare il modo per costringere i politici a riappropriarsi della sovranità monetaria e a nazionalizzare la banca d’Italia. Lo diciamo anche soltanto in nome del buon senso. Si parla tanto di “contagio”: ebbene dalle malattie contagiose ci si salva scappando lontano dalla loro fonte. Il Premier greco sicuramente ha parlato di un referendum pensando di poter portare così, con l’avallo dei cittadini, la Grecia fuori dall’euro. Il nostro governo non ha bisogno di referendum: esiste già da molto tempo una maggioranza di parlamentari, di economisti, di esperti e di semplici cittadini che è convinta non vi sia altro da fare. Inutile scaricarsi le colpe gli uni con gli altri: il gravissimo errore è stato compiuto quando è stato deciso (con l’interessato entusiasmo di Ciampi e di Prodi) di far entrare l’Italia nell’euro. Perciò la situazione rimarrebbe la stessa anche se si cambiassero le persone di governo, anzi diventerebbe ancora più grave con l’aggiunta dell’instabilità. Si pensa di far andare al governo un economista o un banchiere? Sarebbe la decisione peggiore perché, pur essendo proprio questo lo scopo degli economisti e dei banchieri che hanno voluto l’unificazione europea, il potere racchiuso esclusivamente nelle mani dei banchieri sancirebbe formalmente la fine della democrazia. Quindi non c’è altra via d’uscita: abbandonare l’euro.

La dignità degli speculatori

Ultimamente sto cominciando a sentire elogi degli speculatori e mi sento dire anche che sarebbe immorale non ripagarli. Insomma, si dice, loro fanno bene a cercare di guadagnarci su, fanno bene a liberarsi di titoli non sicuri e che anzi, in fondo in fondo ci aiutano a scoprire i nodi del nostro sistema statale. Ora, chiedo venia, non sono un economista pluri-titolato ma c’è una piccola cosa che ho imparato dalla mentalità semplice di campagna in cui sono immerso, e questa cosa è che

I SOLDI SI GUADAGNANO COL LAVORO

Bene, ciò che fanno questi signori che lucrano sulla nostra pelle e manovrano abilmente i loro burattini al governo, non corrisponde all’assioma di cui sopra. Ciò che fanno questi signori è prestare soldi allo stato (italiano, greco, argentino, islandese, spagnolo, irlandese, portoghese etc. etc.) e pretendere entro tot la restituzione tramite interessi. Se però le cose van male allora questi simpatici soggetti vendono i titoli causando così le crisi degli ultimi anni. In sostanza questi signori sono dei giocatori d’azzardo che però giocano con regole tutte loro. Quando tu, caro speculatore compri titoli di stato greci (o italiani, islandesi, argentini, spagnoli etc.) stai facendo una scommessa. Si, puoi scuotere la testa e scandalizzarti caro speculatore, ma è così tu stai scommettendo che la Grecia (o l’Italia, l’Islanda, l’Argentina, la Spagna etc.) siano in grado di ripagarti entro tot con un tasso di interesse, stai scommettendo sulla loro solvibilità. Eh si caro speculatore, tu sei un giocatore d’azzardoesattamente come chi scommette sui cavalli, sulle partite di calcio, punta alla roulette etc. etc. e in quanto tale ai miei occhi tu hai la stessa dignità di un giocatore d’azzardo, ovvero meno di 0. Anzi, peggio caro speculatore, tu sei pure peggio di chi gioca d’azzardo, perché, contrariamente ai frequentatori di casinò tu puoi cambiare la puntata in corsa, cosa che non è permessa ai giocatori d’azzardo veri. Tu puoi vendere quel titolo se la scommessa comincia a sembrarti perdente mentre in un casinò a un certo punto il croupier dice “rien ne va plus, les jeux sont faits”. Insomma caro speculatore franco-tedesco, il tuo presidente e la tua cancelliera che tieni al guinzaglio posson latrare come cani rabbiosi quanto vogliono contro il referendum ellenico, ma a me non importa nulla se tu perdi i tuoi soldi, perché tu hai scommesso per tentare un guadagno dal nulla, l’hai fatto a tuo rischio e pericolo e se i greci (1) a un certo punto si stufano di farsi massacrare han tutto il diritto di tirarti il bidone, di mettertelo nel deretano senza nemmeno usare la vaselina dei CDS. Da oggi in poi caro speculatore franco-tedesco forse imparerai che per guadagnare bisogna lavorare e non fare giochetti sulla pelle degli altri senza produrre nulla. Detto questo, tra un po’ sarà l’armageddon, qualcuno sopravviverà, qualcuno no, chissà. Nel post armageddon, che si spera spazzi via dal pianeta il sistema bancario e i suoi camerieri politicanti, spero che venga posta fine a questo patetico gioco d’azzardo e che lo stato prossimo venturo faccia come il croupier al casinò e dica agli speculatori “rien ne va plus, les jeux sont faits” impedendo così il ripetersi di certi spiacevoli episodi. Credo che in questo senso alcune proposte avanzate dal deputato socialista francese Arnaud Montebourg, vincitore morale delle primarie socialiste d’oltralpe, sulla galera per gli speculatori siano estremamente interessanti e da tenere in considerazione nel post armageddon. In sostanza per quel che mi riguarda ripagarli sarà anche immorale, ma dato che ci troviamo a che vedere con gente che gioca sporco (2) allora giochiam sporco anche noi.

(1) Sia chiaro e lampante, la Grecia e i greci sono i primi responsabili della loro situazione, però gli speculatori che hanno prestato loro soldi avevano tutti i mezzi per sincerarsi delle loro condizioni. Perché anche senza i trucchetti di Goldman Sachs chiunque avesse dato un’occhiata a certi dati avrebbe capito che la Grecia era un rischio. Ergo, carissimi, ve la siete andata a cercare.

(2) L’Italia da tre anni è al secondo posto nell’Eurozona per deficit-PIL dietro solo alla Germania, nell’ultimo triennio ha prodotto meno debito degli altri paesi UE e ha un indebitamento privato di gran lunga inferiore a quello degli altri paesi e nonostante questo ci massacrano. Il debito pubblico italiano è oltre il 90% del PIL da vent’anni e solo ora gli investitori si accorgono che è troppo? No scusate, ma a me pare proprio che il gioco abbia le regole un po’ truccate.

Da leggere

Timeo Danaos

Papandreou tiene cojones

Morte a credito

Un paese che non attrae, è un paese che muore

Si sente parlare molto di una possibile riforma del lavoro. Ce la chiedono la BCE, le imprese, gli investitori, ma anche semplici cittadini che hanno capito che per guadagnare, e lavorare, bisogna necessariamente riformare il sistema che regola l’economia del nostro paese.

Sicuramente i sindacati italiani hanno grosse colpe nel mancato o rallentato sviluppo del sistema lavoro del nostro paese, ma anche i governi che si sono succeduti negli anni hanno fatto di tutto per non fare niente.

Se è vero infatti che lo sviluppo economico può essere condizionato da tantissimi aspetti, da quelli geografici a quelli culturali, passando per storia e metereologia, (e gli economisti per anni hanno dibattuto proprio su questo punto), è  ormai provato che la crescita economica di un paese sia profondamente condizionata dalle istituzioni, e quindi dai governi, che creano o meno attrattività per le imprese.

Questa attrattività si compone di diversi aspetti, tra i più importanti (e interessanti) spiccano sicuramente la facilità di fare business, e la tassazione, entrambi conseguenza ed effetto delle politiche pubbliche delle istituzioni del paese.

Per spiegare come funzionino questi due fattori in Italia, basta mettersi nei panni di due aspiranti imprenditori, che chiameremo, con o senza riferimenti particolari, Silvio e Pierluigi.

I nostri due aspiranti soci hanno avuto una brillante idea per creare un business nei servizi.

Essendo un’impresa del terziario (che comunque rappresenta il 70% del nostro PIL), non ha bisogno di particolari infrastrutture (ad es. un oleodotto, una fabbrica), trasporti (essere vicini a un porto, strade ecc..) o location (in Europa, al Polo sud ecc..). I due imprenditori sceglieranno quindi dove investire valutando le condizioni economiche migliori per far crescere il loro business. Un aspetto da considerare sarà sicuramente la tassazione che in Italia sfiora, per le imprese, il 68% (dati World Bank). Guardando solo alcuni dei più importanti paesi occidentali, siamo ben oltre il livello di Spagna (38%), Inghilterra (37.3%), Svizzera (30.1%) e Stati Uniti (46.7%).

Ma ai due soci Silvio e Pierluigi non interessano solo le tasse, ma anche, ad esempio, i costi di fondazione che in Italia sono di 4000 euro, ma Inghilterra di 200 euro, negli Stati Uniti di 500 euro, e in Irlanda di 180 euro.

Non sono solo i costi economici ad essere maggiori in Italia rispetto a tutto il resto del mondo, lo sono anche i costi “temporali”, vale a dire l’ammontare di minuti utilizzati dall’imprenditore in un anno per gestire la parte fiscale/burocratica dell’impresa. Anche in questo caso l’Italia registra il triste record di 15 pagamenti diversi per un totale di 285 minuti all’anno. Più del doppio di Inghilterra e USA, quasi il triplo di Irlanda e Francia.

In questo contesto abbiamo evitato di parlare di posti come Hong Kong, Dubai o Singapore. In quel caso il confronto avrebbe sfiorato il ridicolo (tasse inferiori all’Italia del 50% e costi bassissimi di gestione).  Pensate ogni giorno quanti imprenditori consultano questi dati (accessibili a tutti tramite la Banca Mondiale) per decidere “dove” fare business.  E, almeno per il terziario, l’Italia non sembra la meta migliore.

Quello raccontato, è un sistema che penalizza tutti, non solo le imprese, ma anche i disoccupati e persino gli occupati stessi, costretti a sopportare stipendi bassissimi e contratti precari per colpa di tasse e legislazione anti-business.

Vista l’attuale situazione economica risulterebbe quindi necessario e allo stesso tempo urgente, non solo aumentare la flessiblità del lavoro, come già annunciato dal Governo, ma anche diminuire i costi fissi e burocratici che riguardano le imprese, infime, finalmente ridurre queste maledette tasse.

Elisa Serafini

Democrazia? Ma fateci il piacere!

Dall’INFORMAZIONE DI MODENA di sabato 29 ottobre 2011, in prima pagina e a tutta pagina, leggiamo e trascriviamo: <Paura in centro, finisce nel peggiore dei modi il convegno organizzato da Fiamma Tricolore – VIOLENZA TRA ESTREMISTI: DUE AGENTI FERITI – Spaccata una vetrata. Il PD : La questura non autorizzi più eventi simili>. Cioè, osserviamo: Diamo una volta ancora ragione ai violenti. Ed ora ci spiegheremo meglio. E da IL RESTO DEL CARLINO, stessa data, pag. 6, anche qui a piena pagina: <Centri sociali e circolo Gramsci all’incontro sul fascismo, disordini – SCONTRI AL CONVEGNO, TRE AGENTI FERITI>.

Ed ora veniamo ai fatti per come li abbiamo vissuti.

Alcuni giorni fa eravamo stati invitati ad incontrarci a Modena per una chiacchierata, organizzata da alcuni giovani di Fiamma Tricolore (sembra che ancora esista; quindi attendiamo il classico: Se ci sei batti un colpo!), incontro che si doveva svolgere in un certo albergo, appunto lo scorso sabato, a Modena.

Il lunedì precedente ci era stato comunicato il luogo del convegno: un albergo, appunto di Modena, indichiamolo come Albergo A. Sennonché il giorno successivo una telefonata ci comunicava che l’Albergo A aveva rifiutato l’affitto della sala perché “la direzione era stata minacciata da esponenti dei centri sociali”, di conseguenza il convegno si sarebbe tenuto nell’Albergo B. Di nuovo, altra telefonata: per le stesse ragioni, ci saremmo incontrati nell’Albergo C. Per la verità in questo momento non ricordiamo esattamente se siano subentrate altre telefonate per nuovi spostamenti, In ogni caso, per brevità, immaginiamo che la farsetta democratica si fermi qui. Torniamo ai ricordi di decenni indietro, verso i primi anni del dopoguerra, ai tempi della nascita del Movimento Sociale Italiano, quando cioè, ed è vita vissuta e possiamo testimoniarlo in qualsiasi sede, ogni nostro convegno era sempre disturbato con violenza dai rossi; però, allora sapevamo rispondere con la stessa determinazione, forse perché allora nel Msi erano attivi, anzi, attivissimi i reduci della Rsi, non intenzionati a farsi mettere in disparte da nessuno. Sì, signori, a violenza si deve rispondere con coraggio e il perché sarà chiarito nel prosieguo di questo articolo. E un saltino ad allora. Se allora si fosse verificato quanto accaduto la scorsa settimana, la riunione si sarebbe tenuta proprio di fronte alla sede dei centri sociali, cioè di fronte ai disturbatori. Affermo questo perché cosa già accaduta. Oggi questo non è più possibile perché i giovani repubblichini di allora, o sono passati a miglior vita, o troppo anziani.

Torniamo ai giorni di oggi.

Siamo nell’Albergo C, tutto è pronto per la conferenza, la sala è colma di giovani, quando sentiamo rumori e grida provenire dalla strada. Si sta verificando quanto preannunciato: i democraticissimi signorini dei centri sociali e di altre organizzazioni anarco-comunisti sono in strada, davanti all’albergo che gridano, agitando le rosse bandiere con falce e martello, i loro stupidi slogan, uno dei quali il più noto: <Carogne fasciste, tornate nelle fogne>. Invece eravamo lì ad osservare il loro agitarsi controllati da decine di poliziotti e carabinieri. Ci siamo fatti avanti e li abbiamo invitati, invece di gridare e infastidire di entrare e di confrontarci civilmente. Uno di loro rispose agitandosi che era figlio di un partigiano, al che abbiamo risposto che non era colpa nostra se qualcuno nasce disgraziato. A questo punto un carabiniere ci chiese di tornare in sala, cosa che abbiamo fatto. Rientrando abbiamo notato che i signorini non avevano tardato a farsi riconoscere, infatti uno di loro aveva tirato un sasso infrangendo una vetrata della porta dell’albergo. Un gesto certamente non nuovo in questa Repubblica democratica nata dalla Resistenza.

Demmo inizio alla conferenza che, a detta di tutti, è riuscita nel migliore dei modi.

Una prima osservazione: immaginatevi, voi che leggete, cosa sarebbe accaduto se quella gazzarra fosse stata messa in atto anziché dai rossi-cocomeri dai neri. Quante interrogazioni parlamentari sarebbero state sollevate? Quanti ragazzi sarebbero stati portati in carcere? Invece loro nulla; hanno bloccato la strada, hanno inscenato una manifestazione non autorizzata e, come di loro uso, hanno rotto, oltre che le santissime scatole, anche un bene dell’albergo, il vetro.

Ora desideriamo descrivere le caratteristiche dei signorini sopra indicati e caratterizzarli storicamente.

Abbiamo già scritto che essi sono sempre – e ripetiamo, sempre – stati usi alla violenza. Ricordiamo il loro modo di intendere la lotta politica e la violenza fascista. Quanto andremo a scrivere è solo degli appunti presi a caso qui e lì.

Prima di iniziare ricordiamo che i Fasci di Combattimento sorsero solo a marzo del 1919.

L’anarchico Bruno Filippi, che sognava la rivoluzione sovietica fece esplodere alcune bombe, a Piazza Fontana a Milano, a Via Paleocapa, al Palazzo di Giustizia, sempre a Milano, il 7 settembre mentre era intento a porre una nuova bomba a Palazzo Marino, gli esplose in mano dilaniandolo.

Il 23 marzo 1921 l’attentato al teatro Diana causò la morte di 21 spettatori e il ferimento di un centinaio.

Specialmente nella Bassa Padana tra la fine del 1918 e i primi 1919 si ebbero le prime spedizioni punitive messe in atto dai rossi contro i contadini refrattari ad iscriversi ai sindacati socialisti.

Vladimir Ilic Ulianov, detto Lenin. <Il terrorismo è la nostra unica e assoluta strada>. Ancora Lenin: <Essere implacabili in modo esemplare… Bisogna incoraggiare il terrore di massa… Fucilate senza domandare niente a nessuno e senza stupide lentezze… La dittatura è un potere che poggia sulla violenza, senza vincoli di legge…>.

Da citare quanto scrisse Percival Phillips, corrispondente del Daily Mail nel 1921: <Essi (i fascisti) combattevano il terrore rosso con le stesse armi. Ai sistemi di Mosca risposero con i sistemi fascisti. Di certo non imitarono i sistemi comunisti di gettare vivi gli uomini negli altiforni, come fu deciso a Torino da un tribunale rosso composto in parte da donne, né torturarono i prigionieri come fecero in altre parti d’Italia i seguaci di Lenin>.

Il professor Ardito Desio ad una domanda di un giornalista, così rispose: <Il fascismo ha avuto molti aderenti, dopo la fine della prima guerra mondiale, fra noi ufficiali perché si viveva in un clima di puro terrore. Si subivano pestaggi, bastonature. Numerosi furono assassinati per il solo fatto di portare le stellete>.

Lo stesso De Gasperi su Il Nuovo Trentino del 7 aprile 1921, così scrisse: <Il fascismo fu sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista che negava la libertà alla Nazione (…). Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè legittima>.

Interessante è quanto riporta Antonio Falcone su Storia Verità, gennaio 1994: <In un certo senso si può dire che i fascisti la violenza non tanto la imposero quanto la subirono. Lo dimostra il numero dei loro caduti che fu di gran lunga superiore a quello degli avversari. Secondo Forges-Davanzati le vittime fasciste, tra morti e feriti, si contano a centinaia, mentre quelle avversarie si contano a decine (…). La sproporzione si spiega col fatto che, mentre gli squadristi cercavano lo scontro frontale e aperto, i rossi conducevano la loro lotta a forza di imboscate e di attentati (…)>.

Queste pochissime, scarne citazioni, almeno per il momento, a chiariscono da quale parte fosse la violenza.

E la Resistenza rossa? Per amore di Patria sarebbe opportuno tralasciare. Solo chi non conosce la storia può non sapere di quale demoniaca malvagità si sia macchiata. Anche su questo argomento solo pochissime citazioni, e ci scusiamo se ripetiamo concetti già esposti. Il partigiano, giusto per puntualizzare, era un fuorilegge e questo lo stabilivano le Convenzioni Internazionali di Guerra dell’Aja (si badi bene) del 1899 e del 1907. Per essere considerati legittimi combattenti era indispensabile rispondere a quattro condizioni: 1) portare apertamente le armi; 2) rispondere a ufficiali responsabili; 3) indossare una divisa riconosciuta da nemico, 4) riconoscere le convenzioni di guerra. Il partigiano non rientrava in alcuna di queste condizioni.

Ed ora diamo un rapido sguardo al sistema di lotta del partigiano. Dal libro 7° GAP di Mario De Micheli – Edizioni Cultura Sociale, Roma 1954: <I Gap (Gruppi d’Azione Patriottica) dovevano essere gli arditi della guerra di liberazione, soldati senza divisa (…). Essi dovevano combattere in mezzo all’avversario, mescolandosi ad esso, conoscerne le abitudini e colpirlo quando meno se lo aspettava (…). I complici del fascismo e del tedesco non avrebbero più dovuto trascorrere i loro giorni indisturbati in quiete e tranquillità; avrebbero, invece dovuto vivere d’ansia, guardandosi continuamente attorno, trasalendo se qualcuno camminava alle loro spalle. Portare la morte a casa del nemico era insomma la direttiva con cui sorgevano i Gap (…)>. Dopo questo saggio di lealtà, di coraggio e di eroismo, leggiamo uno stralcio di cosa ha scritto Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny: <Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo deve procedere con un animale>.

Diamo ora uno sguardo come i partigiani (specialmente quelli comunisti che erano la stragrande maggioranza) seppero approfittare e sfruttare l’ignobile diritto della rappresaglia. Il democristiano Zaccagnini lasciò scritto: <La rappresaglia che veniva compiuta era un mezzo per suscitare maggiore spirito di rivolta antinazista e antifascista>. E ancora più specificamente l’ex fascistissimo,  poi super antifascista e capo partigiano Giorgio Bocca, ci spiega il perché degli attentati: <Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce>. Cos’altro c’è da aggiungere? Vi ricordate le lacrimucce che versavano i vari esponenti delle formazioni partigiane quando andavano a commemorare le stragi nazifasciste alle Cave Ardeatine, a Marzabotto, a Piazzale Loreto o ovunque fossero avvenute queste orribili mattanze? Quei martiri (reali) furono uccisi per volontà dei capi del CLN e cito alcuni nomi dei responsabili di queste vigliaccate: Sandro Pertini, Luigi Longo, Palmiro Togliatti e tanti altri. Questi signori cercarono, pretesero e ottennero le rappresaglie così da usare dei tanti innocenti assassinati, le finalità per le loro mire politiche. Questo spiega il perché tanti autori di attentati non si presentarono per salvare la vita di innocenti ostaggi: non fu per vigliaccheria, come molti li accusarono, ma semplicemente perché se lo avessero fatto, l’agognata rappresaglia non si sarebbe verificata.

A guerra conclusa non si smentirono: si era parlato di centinaia di migliaia di vittime, fra queste donne e bambini colpevoli di essere spose o figli di fascisti.

Vediamo che lo spazio a noi concesso è esaurito. Torneremo sull’argomento quanto prima.

Ritorniamo ora su quanto avvenuto a Modena lo scorso 28 ottobre; dalla già citata L’Informazione di Modena del 29 ottobre 2011, pag.3: <(…). Il commissario provinciale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore Stefano Marco Garzya non ha voluto rivelare il luogo esatto dove lui e gli altri esponenti del gruppo di estrema destra si sarebbero ritrovati per parlare, come avevano spiegato giorni fa, “della storia e delle opere fasciste”. Una scelta presa, aveva spiegato al telefono nel primo pomeriggio, “per evitare scontri” dopo giorni in cui in molti, a partire dagli antagonisti del Guernica (dei centri sociali), avevano annunciato picchetti e mobilitazioni. Ma i momenti di alta tensione ieri in centro storico ci sono stati e sono stati particolarmente violenti, tanto che il dirigente della Digos e un agente sono rimasti feriti. Il corteo che si è formato (erano sì e no una trentina di scalmanati,  nda) non appena è stato reso noto il luogo dove si sarebbe svolto il convegno di Fiamma Tricolore, l’Hottel Europa di Corso Vittorio Emanuele, ha bloccato la strada, impedendo alle auto di circolare e ha blindato con cassonetti dell’immondizia l’ingresso al centro (…)>.

E qui terminiamo, non prima di ricordare il titolo di questo articolo: DEMOCRAZIA… LIBERTA’… MA FATEVE ‘NA’ PERETTA!!!!

Filippo Giannini

Di chi è veramente la colpa dell’alluvione?

Mentre scorrono, con martellante, doverosa insistenza, le terribili immagini dell’alluvione che ha colpito il levante ligure, con tutto il corollario di testimonianze toccanti, di dolore e di morte, sembrano sfumate le responsabilità che stanno a monte di quelle devastazioni. Chi ha voluto “buttarla in politica” ha avuto facile gioco. Fino al paradosso delle palle di fango gettate contro la macchina del Ministro Matteoli lo stesso giorno in cui il governo stanziava 65 milioni di Euro per i primi interventi tampone. Ma quando si ricercano le cause, l’impressione è che sia il genericismo a trionfare. Al di là di una denuncia contro la cementificazione non si va. In realtà, se è indubbio che, zona per zona, debbano essere individuati e – ci auguriamo – denunciati interventi troppo invasivi (come ad esempio alcune piastre costruite sui torrenti) è paradossale che una delle cause dei disastri sia il risultato di politiche troppo “conservative”, che hanno favorito l’incuria dei rivi e delle zone circostanti. Dal quel che riferiscono gli abitanti delle zone interessate, a forza di lasciare che la natura faccia il suo corso i torrenti non sono stati dragati e quindi hanno visto alzarsi il letto, i boschi sono stati lasciati in balia delle sterpaglie e dei pini abbattutisi per malattia, la presenza dell’uomo è stata ridotta o proibita. Risultato. Fiumi dall’alveo sempre più alto, spesso intasati dalle sterpaglie,a cui si sono aggiunti gli alberi trascinati dai monti. Da qui una vera e propria valanga di fango, arbusti ed acqua che ha invaso i borghi, costruendo, con le automobili trascinate vere e proprie dighe, che hanno aumentato la forza dirompetene della pioggia. A questo punto per intervenire in modo efficace basterebbe un po’ di buon senso, più che le solite polemiche sui soldi che non ci sono e sul governo inadempiente (laddove la materia è competenza della Regione Liguria e della Provincia della Spezia). Il che concretamente significa dare agli abitanti la possibilità di pulire i boschi (magari facendo legna per uso domestico con gli alberi abbattuti) e di drenare, sotto il controllo delle autorità i letti dei fiumi, creando così posti di lavoro dall’estrazione di sabbia e sassi, sburocratizzare il controllo del territorio, liberandolo dagli eccessi della burocrazia per riconsegnarlo alla gestione delle comunità locali. Più buon senso insomma e meno ecologismo di maniera, per evitare di dovere piangere di nuovo tante vittime innocenti.

Mario Bozzi Sentieri

Cultura finanziaria 9

Mentre tutte le borse europee stanno franando, nel blog di Nicola Porro L’articolo 18 per i privilegiati, buona parte dei commentatori si stanno ostinando a difendere a spada tratta l’articolo 18.  Credo che costoro non abbiano compreso la gravità del momento e che stiano sottovalutando la situazione: questione di carenza culturale. In borsa si sta respirando un’aria da smobilitazione generale. Sembra che tutti gli investitori, grandi e piccoli, si stiano defilando, vendendo al meglio azioni, obbligazioni, compreso i titoli di stato che sembrava l’unico porto sicuro fino a tre mesi fa. In queste condizioni credo ci sia ben poco da fare nell’attaccarsi pervicacemente a qualcosa che tra non molto non ci sarà più comunque; volenti o nolenti, perchè le borse stanno dando chiari segnali di coma profondo del sistema.  
Tornando al blog di Nicola Porro, ho ritenuto di grande interesse un commento di Maralai (Marionanni), che mi accingo a ripubblicare, avendolo lo stesso ricavato da un suo post. 
“Il lavoro e la cultura dell’impresa
Penso che non esista un diaframma netto in grado di separare le due fasce del mondo del lavoro, in cui sino a quindici dipendenti resista il regime del libero arbitrio a sfavore della sicurezza del posto del lavoro, mentre al di sopra di tale fascia regna sovrana la garanzia tout court dell’occupazione stabile. Credo sia venuto il momento di eliminare questa confusione e creare le condizioni perchè si affermi l’impresa e la cultura del lavoro, iniziando anche da una sola assunzione, senza temere di superare il tetto sindacale dei quindici dipendenti. Che si affermi non con le esacerbate resistenze oltranziste, come che il datore di lavoro sia il diavolo in persona, mentre il lavoratore agnello(od anche viceversa).
Oggi più che mai creare impresa non è soltanto rischioso ma problematico, da spaccare la testa anche al più coriaceo degli imprenditori; troppi lacci troppi laccioli di ogni tipo vengono imposti dalla pubblica amministrazione che ne scoraggiano l’avventura imprenditoriale. Ma ancora i costi del lavoro sono talmente elevati non solo da scoraggiare il sorgere delle nuove attività, ma perfino di mandare in fallimento quelle esistenti. Il racconto di una amica romana di questa estate è stato molto emblematico, di come volgono le cose in Italia dove si crea impresa; aveva un’asilo nido privato e delle tre insegnanti due sono andate in congedo per maternità. Sicchè ha dovuto assumere altre due insegnanti sostitutive, e dopo qualche mese anche una di queste ha dovuto lasciare per sopravvenuta gravidanza.
Mi si potrà dire: finalmente, vivaddio che ci sono ancora donne o coppie che vogliono fare figli! Io sono perfettamente d’accordo che la maternità vada concretamente incoraggiata e sostenuta. Ma sostenuta da chi? Dal datore di lavoro che, come la signora romana ha dovuto chiudere l’asilo infantile? Cosa c’entra il datore di lavoro con la gravidanza della dipendente? Ecco una domanda anche ai sindacati che continuano a sorvolare su questi temi, o la politica tutta che se n’è stra fottuta da sempre altamente di affrontare temi impegnativi quali la famiglia e e i suoi costi.
E’ un problema se non un dramma del datore di lavoro l’assistenza di gravidanza e di maternità della donna, quindi della famiglia, o della Previdenza Nazionale? Credo, sono sicuro che anche le lavoratrici del settore privato devono essere abbracciate in toto dall’assistenza nazionale alla pari delle donne del settore pubblico. Perchè il datore o datrice di lavoro deve concorrere nella misura del 50% per far fronde agli elevati oneri del periodo di gravidanza e di maternità della dipendente? Mi pare che soffermarsi soltanto sulla difesa o “offesa” ad oltranza dell’articolo 18 sia trascurare ancora una volta, per difese di tipo corporativo, di discutere seriamente e serenamente di come promuovere la cultura del lavoro, ovvero di quella cultura del fare impresa e di renderla a tutti i livelli, esercizio possibile. Perchè senza impresa non c’è occupazione e senza occupazione non c’è Cristo di ammortizzatore sociale che tenga all’infinito.
Maralai
(marionanni)”

Il Centro Destra deve rifiutare la grande ammucchiata

La lettura dei quotidiani di oggi ha un filo conduttore, anzi due.
Il primo, ovvio, è il calo borsistico e le prospettive a breve termine, con vari “esperti” dell’economia che sembrano più un’accozzaglia di maghi Otelma, sempre pronti a scrutare la palla di vetro per prevedere cosa accadrà … ieri.
Il secondo è il panegirico della grande ammucchiata, di volta in volta definita “unità nazionale”, “governo di responsabilità”, “emergenza” e via con le varianti sul tema, per dire, in sostanza: grande ammucchiata per meglio spartirsi la torta.
E’ un tema rilanciato da Lcdm con la sua ennesima esternazione e contestualmente ripreso da Cesa (Udc), Letta (quello sbagliato che vive nel pci/pds/ds/pd), persino Bersani che dà ragione a chiunque prospetti il “passo indietro” di Berlusconi, ma anche gente come Pisanu e, più sfumato perchè si limita ad auspicare un “allargamento della maggioranza”, Scajola.
Tutti “preoccupati” per come si potrà risolvere la crisi, tutti a prefigurare sciagure se “si perde anche un solo minuto” (era già stato detto uno, tre, dieci mesi fa …), tutti portatori di sfiga con il loro malocchio quotidianamente lanciato e finalizzato alla eliminazione di questo Governo.
Naturalmente, se dovessero veder realizzati i loro sogni, una volta spartiti i ministeri, i posti da sottogoverno, le presidenze varie ed elargiti, munificamente, i soldi ancora in cassa, la stampa di regime pubblicherà articoli idilliaci su come la grande ammucchiata sia riuscita a salvarci dal baratro.
La ben orchestrata campagna a favore del compromesso storico, per un governo che vada “dal Pdl al Pd”, mi sembra la nuova frontiera indicata dai poteri forti stranieri ai loro cuccioli italiani che, obbedienti, eseguono l’ordine nella speranza di riuscire, finalmente, a liberarsi del perfido Berlusconi che osa contrapporsi al volere dei potentati finanziari.
Lcdm propone un programma in cinque punti, il sindaco di Firenze, pur di apparire sulla stampa, esagera e i punti diventano ben cento.
Ma a ben guardare cosa c’è di diverso rispetto a quello che ha messo in cantiere il Governo Berlusconi ?
La patrimoniale.
Sì, questa è l’unica differenza, cioè un costo aggiuntivo per gli Italiani, una rapina ai danni dei risparmi di tutti noi.
Perchè non si illudano che la patrimoniale colpirebbe solo “i ricchi” come propagandano i sostenitori della grande ammucchiata, ma con la scusa dell’emergenza, tutti assieme, colpirebbero quelli che, da sempre, sono tartassati dai provvedimenti “di salvezza nazionale”:
i proprietari di case (l’85% degli Italiani)
chiunque abbia un conto in banca e/o investimenti mobiliari
chiunque abbia un reddito (lordo) in linea di massima superiore ai 20-30 mila euro l’anno.
E’ bene che ci si ricordi quello che fecero Prodi e Visco nel 2006 modificando le aliquote decise da Berlusconi l’anno prima.
Dal 2007 pagammo, tutti, più tasse a cominciare dai redditi più bassi, invece di risparmiare quei quaranta euro tanto ridicolizzati dalla sinistra, che ce li tolse con gli interessi.
Ed una eventuale grande ammucchiata riuscirebbe, con la complicità della stampa (a proposito: avete letto l’impegno di Napolitano per ripristinare i contributi all’editoria ? Ecco la merce di scambio per articoli elogiativi del compromesso storico del duemila. I giornali che fustigano i costumi della “casta” e gli sprechi della politica, vogliono i contributi pubblici, anzichè puntare sui risultati delle vendite come vorrebbe il Mercato) a nascondere la grande rapina che verrebbe perpetrata ai danni di tutti noi.
Del resto Lcdm sbaglia anche nel portare ad esempio il periodo “emergenziale” successivo al rapimento ed all’uccisione di Moro.
Intanto perchè il compromesso storico fu preparato da Moro a prescindere da quello che sarebbe accaduto e poi perchè fu concausa, non secondaria, di tutti i mali odierni, con sperperi e spese, aumenti delle imposte ed elargizioni a mani basse, tutto a carico del bilancio dello stato e tutto per lisciare le clientele dei vari partiti compromessi, determinando il debito pubblico che oggi rischia di schiantare l’Italia.
Se Bersani, Fini, Casini, Vendola e Di Pietro bramano i posti di governo, dovranno conquistarseli a colpi di schede elettorali nel 2013 e dimostrare di riuscire a fare meglio di Berlusconi, scontando anche l’opposizione, agli stessi livelli della loro, di tutto il Centro Destra, da Berlusconi fino all’ultimo degli elettori come il sottoscritto.
Le grandi ammucchiate giovano solo ai burocrati ed a chi, nella massa, nella confusione, riesce a mascherare le proprie incapacità e la propria improduttività.
Oltre ad essere moralmente riprovevoli, politicamente perdenti e ideologicamente ripugnanti.

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Ancora sul magistrato democratico e imparziale

Al solito, parto da un commento: “Il sè dicente magistrato ingroia parla bene e razzola male. Una persona che ha preferenze politiche non può dire che è imparziale nell’esercizio delle sue funzioni. Come ho detto in altro commento, sarebbe come se una persona fosse integerrima e per bene di giorno ma di notte andasse a fare il serial killer!! Che credibilità può mai avere un magistrato che va in televisione a fare protagonismo? Si dia una calmata: un magistrato, se è un magistrato serio, deve fare il suo dovere di magistrato. La sua sede di pertinenza sono le aule dei tribunali, non gli studi televisivi! Tra l’altro cerchi di togliersi dalla bocca quel suo sorrisino di persona che sa e che può, e cerchi, anche se sicuramente le risulterà difficile, di fare la persona seria!”
Partigiano della Costituzione, ma non ancora pronto a scendere in politica. Lo ribadisce il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, dopo le polemiche nate dall’intervento al congresso del Pdci. Non svestirà la toga, insomma. Almeno per ora.
Intervistato da Radio 24, il pm ha precisato: “Mai in politica? Mai è un impegno che non viene chiesto a nessun cittadino italiano, per cui non può essere chiesto neanche a un magistrato. Però al momento non ne vedo le condizioni”. Ingroia rompe il silenzio e prova a rispondere così alle critiche piovute da ogni parte. Un magistrato dovrebbe essere superpartes e non fare politica, eppure da Di Pietro a De Magistris sono diversi gli esempi di personaggi che sono passati dall’aula del Tribunale all’Aula del Parlamento. E, proprio su questa base, Ingroia rivendica il diritto a candidarsi come cittadino, prima che come magistrato: “In linea di principio i magistrati non possono essere espropriati del diritto di elettorato attivo o passivo. Però ci sono profili di opportunità: non è opportuno che un magistrato si candidi in un luogo dove ha esercitato le funzioni fino a poco tempo prima”. E se la vocazione politica fosse solo passeggera? “C’è un dibattito in corso”, sostiene, “c’è chi si dimette totalmente come ha fatto il ministro Palma, ma lo ha fatto dopo che è stato nominato ministro alla Giustizia, oppure c’è chi si impegna a non tornare in ruoli e in funzioni calde, come ha fatto Giuseppe Ayala”.
Finora il procuratore non è più tornato sul suo intervento al congresso del partito di Diliberto, ma ora spiega di aver detto “una cosa ovvia”. Il problema, secondo lui, e che “si manipolano le mie dichiarazioni, come sul Giornale dove un titolo ieri diceva Ingroia confessa di essere comunista. Io non mi sono dichiarato partigiano comunista ma partigiano della Costituzione”. Ma, se era “una cosa ovvia”, che bisogno c’era di precisarlo? “E’ in atto una chiara manovra di assedio nei confronti di alcuni principi costituzionali”, dice Ingroia, “Basti pensare alle leggi ad personam, alla legge sulle intercettazioni, tutte leggi che puntano a restringere i margini di autonomia e indipendenza della magistratura e intaccare il principio costituzionale di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Io rivendico solo il diritto di partecipare al dibattito politico sui progetti di legge. Avrà diritto la magistratura a dire la propria? Poi il Parlamento è sovrano e se approva queste leggi, io magistrato non posso far altro che applicarle”. Insomma, nessuna “toga rossa”, termine che per il pm è un insulto perché un giudizio di appartenenza politica verso una persona che deve essere indipendente. Eppure, nonostante sia un magistrato, non ha nessuna intenzione di tenersi lontano dall’agone politico edi intervenire a convegni se chiamato a parlare di temi della giustizia: “Andrei anche se mi invitano quelli del Pdl. Non è mai accaduto. Non credo abbiano molta voglia di ascoltare il punto di vista di alcuni magistrati, l’unica condizione che pongo è non venir messo in contraddittorio con miei indagati o imputati, cosa che può accadere in platee politiche”.

Magistrati Indipendenti. O partigiani ????

1)Nicola Quatrano. Magistrato di Napoli, presente spesso a feste di partiti, come a Modena nel 2008, delegato a parlare sul Fronte Polisario. Esponente dell’ Osservatorio Internazionale per i Diritti (???), nel cui sito campeggia un banner “Boicotta Israele” che la dice tutta sulla propria partigianeria. Quatrano fu visto alla manifestazione no-global di Napoli del 17 Marzo 2001 (con i noti incidenti…) coi figli; ma dichiarò che passava di lì per caso…E sempre Quatrano, prendendo la parola a un’assemblea della Cgil, disse che l’unico modo per opporsi alla nuova legge sull’immigrazione (che prevedeva il reato di clandestinità) era la disobbedienza civile. Indipendente o partigiano ?
2)Isabella Iaselli. Magistrato sempre di Napoli, nello stesso 2001 rinviò a giudizio, con diversi arresti, oltre 70 esponenti delle Forze dell’ Ordine sempre in merito agli incidenti di quel giorno. Solo 20 furono posti sotto processo; nel 2010 furono condannati in Prima Istanza solo la metà. Vedremo se il Processo d’ Appello ribadirà quanto sostenuto da tutti i sindacati di polizia locali, ovvero l’ innocenza dei loro colleghi. Indipendente o partigiano ?
3)Nicoletta Gandus. Giudice nel primo Processo Mills, ha partecipato al Secondo Forum di Porto Alegre nel 2002, inviata da Magistratura Democratica, presentando Berlusconi come uno “scandalo politico internazionale” davanti ai colleghi esteri. Attivista del Collettivo Donne in Magistratura (!!!) e della causa palestinese. Abortista convinta e tenace difensore della 194. Indipendente o partigiano ?
Questi sono solo alcuni degli esempi, non scandalizziamoci dunque che il PM Antonio Ingroia si rechi al congresso del comunista Diliberto dichiarandosi “partigiano”. Con l’ avvallo dell’ ANPI di Osimo, che nell’ aprile di quest’ anno lo ha gratificato col “premio Fabrizi”. Ingroia, non dimentichiamolo, fu PM al processo contro il Capitano Ultimo, poi assolto con formula piena.