Globalizzazione e crisi del capitalismo

La globalizzazione dei commerci in sé non è certo un male e non è la prima volta che il mondo si trova ad affrontare l’abbattimento delle frontiere economiche. Pensiamo per esempio all’epoca del mercantilismo nel ‘700. L’umanità è sempre riuscita ad adattarsi ai fenomeni cui aveva dato spunto e ha saputo trarre il meglio da essi nella maggioranza dei casi.

Oggigiorno l’apertura mondiale dei mercati attraversa la tipica fase infantile, caratterizzata da una deregulation spinta e dalla furia delle potenze finanziarie internazionali. Mancano leggi condivise e consuetudini uguali per tutti. Ne fanno le spese coloro che stanno alle regole e fuori dal grande business finanziario, cioè i comuni cittadini, i commercianti, i piccoli e medi imprenditori onesti; di riflesso gli operai, gli impiegati del terziario, gli agricoltori, gli artigiani etc. Inutile sperare a breve termine in una governance mondiale efficiente, troppi interessi in ballo e troppe distanze culturali fra le nazioni.

Sta a noi gente comune dare vita, senza chiuderci in errate strategie protezionistiche, ad entità sociali e politiche che attutiscano e gestiscano l’impatto economico/culturale della globalizzazione; tutelando gli interessi, le conoscenze, i valori locali alla base di ogni convivenza equilibrata. Essere globali è ormai inevitabile. Essere locali è divenuto esiziale.

Nuove forme di gestione dell’economia sono possibili e alcune di esse crescono fertili nella rete, nell’universo internet: pensiamo alla difesa dei prodotti tipici, ai primi esempi di wiki economy condivisa, alla diffusione di nuovi modelli di distribuzione e vendita più efficaci e meno costosi, alla possibilità di attingere direttamente ai produttori saltando a piè pari gli intermediari, all’abbattimento delle burocrazie d’ogni tipo etc. Il mercato si può domare, come tutti i purosangue, anche se al momento è impazzito e sgroppa furiosamente con la bava alla bocca.

L’estrema volatilità dell’economia finanziaria ha dato luogo ad una crescente sproporzione fra ciò che si produce realmente e il valore degli scambi, tracciando un solco drammatico fra chi tiene le redini dei mercati (pochi) e coloro che ne stanno ai margini (tantissimi).

In questo contesto, la crisi del capitalismo risulta evidente e sta portando con sé strascichi di ogni tipo: dalle bolle finanziarie a quelle immobiliari, dalle critiche al concetto di “crescita” a quelle nei confronti delle capacità del PIL di rappresentare ancora la ricchezza delle nazioni.

Per altro, le incidenze sull’ambiente del modello di sviluppo vigente, figlio diretto di un approccio sorpassato alla produzione, richiedono aggiornamenti pressanti che coinvolgono anche la salute di chi lavora, oltre che la società intera.

Un ruolo non trascurabile nella crisi che ci affligge è interpretato anche dai soggetti capitalisti protagonisti della scena: i grandi gruppi assicurativi che fanno il bello e cattivo tempo sulla pelle degli automobilisti, le banche, che da servizio con interesse si sono trasformate in

arroganti gabelle obbligatorie; le aziende di telecomunicazioni che aggirano divieti e opprimono il cittadino, i petrolieri che fanno cartello e impongono aumenti a dispetto del calo del greggio, le grandi aziende che ingannano il fisco grazie ad astuti avvocati ; tutti costoro sfruttano poi le rendite di posizione raggiunte per far viaggiare i propri titoli in Borsa e ottenere cedole stratosferiche. Una vera e propria torma di avidissimi potenti decide i destini di milioni di persone. Così il paese reale sfruttato sprofonda nella crisi e i ricchi sono sempre più ricchi. Tutto ciò non può più andare avanti.

Ovviamente non si può gettar via il bambino con l’acqua sporca: molte opzioni offerte del libero commercio e della circolazione dei capitali sono indiscutibili; ma tante ingiustizie generate dalla mancanza di regole certe e di severi organismi di controllo, dall’arroganza dell’individualismo rampante e le storture di un sistema obsoleto devono essere combattute, limitate alla radice.

Maurizio Gregorini

Considerazioni

Il coro mediatico di oscena gioia dopo la morte di Gheddafi (ucciso come un topo nascosto in una fogna, eccetera) deve essere per noi motivo di insegnamento. Fra pochi giorni il circo mediatico se ne dimenticherà, come è sua consolidata abitudine, ma è bene fissare subito sulla carta alcuni elementi di riflessione.
1. Prima di tutto, onore ad un leader politico che, al di là delle sue stranezze poco rilevanti, è caduto combattendo con onore contro l’aggressione colonialista ed imperialista e contro i suoi fantocci locali. Il bilancio storico complessivo di Gheddafi è positivo, perché si iscrive nel ciclo di lotte nazionaliste panarabe, a fianco di personaggi altrettanto positivi come Nasser, ed aggiungerei anche Saddam, se non avesse intrapreso l’ingiustificato attacco all’Iran. Comunque, anche Saddam si è riscattato con la sua resistenza contro l’aggressione americana del 2003.
2. Deve essere chiaro che sono stati i criminali della NATO, e solo la NATO, ad uccidere Gheddafi, e non i miserabili straccioni tribali in festa, che hanno dato solo il colpo di grazia. E’ stata la NATO a bombardare la colonna militare di Gheddafi in uscita da Sirte, bloccarla e distruggerla. In caso contrario, gli straccioni miserabili non sarebbero riusciti a fare quello che hanno fatto, e cioè il vergognoso linciaggio. Questo è stato un salto di qualità storico ed epocale. La NATO è sempre stata una strumento dell’egemonia USA e dell’asservimento dell’Europa (non a caso il solo grande patriota europeo del dopoguerra, Charles De Gaulle, ne era uscito appena ha potuto), ma ora c’è stato un salto strategico. La NATO è direttamente uno strumento dell’egemonia mondiale USA contro la Russia in Europa Orientale e nel Caucaso, e contro la Cina in Asia Centrale ed in Africa.
3. Lo sporco lavoro non è finito. Non a caso il giornalista embedded dei servizi segreti americani Maurizio Molinari (cfr. “La Stampa”, 21 ottobre 2011) scrive “Prossima Tappa Damasco” in un editoriale del giornale a mezzadria fra sionismo, FIAT e nuova classe dirigente torinese (Novelli, Castellani, Chiamparino, Fassino). E veramente nel piano strategico americano i prossimi obbiettivi sono Damasco e Teheran (si veda l’incredibile provocazione del narcotrafficante iraniano in Texas). Questo dovrebbe far riflettere gli “anti-imperialisti” che hanno appoggiato i ribelli anti-Gheddafi ed appoggiano ora i ribelli anti-Assad, ed hanno sempre visto con favore i giovani “anti-Ahmadinejad” (che Allah lo protegga!) in Iran. Ma è impossibile far riflettere chi si muove in base a schemi astratti invecchiati o addirittura sulla base degli input del circo mediatico corrotto.
4. Coloro che fanno l’apologia della “democrazia” dovrebbero ricordare che per mesi il governo libico di Gheddafi ha proposto elezioni libere in tutta la Libia sotto supervisione ONU o Unione Africana, con la proposte di mediazione dello stesso Sudafrica. Queste proposte sono sempre state respinte da USA e NATO, che ovviamente miravano ad una vittoria geopolitica globale, e non certo ad un “ristabilimento” delle procedure democratiche. Sono sicuro che questo sarà nel prossimo futuro uno degli elementi su cui si stenderà un velo di oblio.
5. La guerra civile in Libia è durata otto mesi, e l’intervento NATO sette mesi. Non si è mai trattato di una “sollevazione unanime” dell’intero popolo contro un dittatore. Si è trattato di un conflitto civile che Gheddafi avrebbe vinto in due mesi senza 1’intervento NATO. E’ passato il principio dell’intervento della Santa Alleanza del 1815 (Spagna 1820, Italia 1821, eccetera). Il circolo mediatico si è distinto per servilismo e corruzione. Elezioni sotto controllo internazionale, come quelle proposte dall’Unione Africana, avrebbero probabilmente portato ad una vittoria di Gheddafi, ed in ogni caso erano inservibili per una occupazione geopolitica USA-NATO della Libia.
6. L’Italia si è distinta per opportunismo, viltà e servilismo, in tutti i suoi schieramenti (destra, centro, sinistra). Il commissariamento geopolitico è passato soprattutto attraverso la persona di Giorgio Napolitano, che il popolo-babbione PD considera “garante della costituzione”. L’abolizione della categoria di imperialismo, sostituita da succedanei impotenti come il pacifismo generico e l’altermondialismo moralistico, e favorita dal mainstream culturale egemone a sinistra (“Manifesto”, Bertinotti, Vendola, Casarini, chiacchere sulle “moltitudini” negriane, eccetera) ha dato l’ultimo colpo di grazia ad una identità culturale già debolissima ed in via di accelerata corruzione.
7. Il mito di Obama si è rivelato essere appunto soltanto un mito per dominati politici, militari e culturali. La sua politica estera è persino riuscita a superare “da destra” quella di Bush. Il compromesso politico che ha portato alla sua elezione all’interno del partito democratico USA ha appaltato la politica estera al gruppo sionista-imperialista Clinton-Brzezinski , verificando così ampiamente le ipotesi di chi non ha mai avuto illusioni su di una “evoluzione” pacifica della politica americana. Gli USA sono un impero mondiale, e si muovono in base a pure considerazioni geopolitiche. Se ci fosse ancora un briciolo di onestà, si dovrebbe ammettere a proposito di Libia e Siria la vittoria tennistica di “Eurasia” e del blog di La Grassa-Petrosillo sulla cultura del “Manifesto”, dei trotzkisti, dei gruppi alla Pasquinelli e di tutta la banda colorata rosa, viola, a pois, eccetera.
8. La prima pagina della “Stampa” 21/10/2011 ci dà preziose indicazioni sul profilo culturale del nuovo colonialismo imperialistico. Un titolo dice: “Le tane dei dittatori”, e sotto scrive: “Rintanato come Saddam ed irriducibile come Hitler”. Come si vede, l’ immaginario antifascista del 1945 si è riciclato al di fuori del contesto storico che lo aveva prodotto. Ormai, persino la menzogna dei “diritti umani” è sempre meno impiegata. Se si fosse prestato attenzione ai “diritti umani”, si sarebbe favorita una soluzione pacifica di compromesso con elezioni garantite dall’Unione Africana. Ma non la si è voluta, perché si è voluta la vittoria geopolitica completa.
9. Gheddafi, con tutti i suoi errori precedenti, è morto eroicamente come un grande combattente anti-imperialista. Egli deve essere onorato come onoriamo il Che Guevara, anche se non avrà la sua fortuna come icona pop nelle magliette. In questo modo andiamo contro-corrente nel senso comune di “sinistra”. Viviamo in tempi di paradossi surreali. Il 21/10/2011 i soli giornali che hanno condannato apertamente l’osceno spettacolo del massacro di Gheddafi sono stati il “Giornale” e “Libero”, cioè berlusconiani puri. Naturalmente, lo hanno fatto perché, del tutto interni al mondo dei cannibali imperialisti, sanno bene che si tratta di una vittoria delle ditte americane e francesi contro quelle italiane. E’ ovvio che il nostro punto di vista non può essere questo. Il problema è allora quello di maturare un vero punto di vista alternativo.

Idioti e criminali umanitari

La Francia di Sarkozy è in evidente imbarazzo a fronte delle dichiarazioni del presidente del Cnt libico Mustafà Jalil che ha affermato non solo che “la sharia sarà alla base della nostra Costituzione”, ma ha anche spiegato che, quindi, verrà abolita la pur blanda legge di Gheddafi che imponeva al marito il consenso ai nuovi matrimoni della prima moglie e che concedeva anche alla donna il diritto di divorzio. Una dichiarazione salutata con entusiasmo da tutti i siti del network di al Qaida. La ragione dell’imbarazzo francese è presto detta, un mese fa, il primo ministro del Cnt Ahmed Jibril aveva affermato all’Eliseo davanti ad un Nicolas Sarkozy estatico che la nuova Costituzione libica si sarebbe basata sui principi di “liberté, egalité e fraternité”. Una presa per i fondelli galattica, a cui francesi, inglesi, americani e Nato hanno fatto finta di credere per continuare la loro ipocrita “guerra umanitaria” a fianco delle feroci milizie del Cnt, capaci dell’immondo linciaggio di Gheddafi e di suo figlio Mutassim di cui tutto il mondo è stato testimone, continuato poi con la orrenda esposizione dei corpi in una cella frigorifera per polli del bazar di Misurata. Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha ammesso ieri che le norme shariatiche evocate da Jalil “costituiscono un problema per la Francia per quanto concerne i diritti delle donne” e ha assicurato che “la Francia sarà vigilante sul rispetto dei diritti dell’uomo e in particolare delle donne”. Anche il ministro degli esteri italiano Franco Frattini si è detto preoccupato per “possibili infiltrazioni di un Islam non moderato in Libia” e ha lanciato un appello “affinché non si consentano deroghe ai diritti fondamentali”. Ma ormai è troppo tardi, queste garanzie dovevano essere chieste prima, dovevano essere poste al Cnt come chiara e irrinunciabile precondizione all’intervento militare Nato. Oramai la guerra è finita, il Cnt è padrone del paese, fatta salva la possibilità che il figlio superstite di Gheddafi, Saif al Islam, riesca a creare un Gheddafistan nel sud, con l’appoggio dei lealisti e dei tuareg da cui menare forti azioni di disturbo. Oggi stringono i tempi per la formazione di un nuovo governo libico in cui è evidente che le forze islamiste più oltranziste, cui la Francia e la Nato hanno regalato la vittoria militare che non riuscivano a meritarsi sul terreno, faranno la parte del leone, a partire dall’islamista e ex detenuto di Guantamo Hakim Belhadj, che controlla militarmente Tripoli. Il tutto, mentre Human Rights Watch denuncia massacri da parte delle truppe del Cnt, con 53 miliziani di Gheddafi trovati a Sirte con le mani legate e uccisi con un colpo alla nuca e molti altri casi di crimini contro l’umanità riscontrati sul terreno e nelle carceri del Cnt da Amnesty International. Si sgretola dunque l’ipocrisia della “guerra umanitaria” e si impone la realtà di una “guerra per il petrolio” combattuta dalla Nato senza alcuna remora a fianco di un Cnt in cui gli oppositori veri del raìs sono una minoranza, mentre gli ex ministri di Gheddafi (come Jalil) ed è egemonizzato da islamisti oltranzisti. Emerge così la differenza abissale tra la vicenda tunisina e quella libica. A Tunisi ha sì vinto le elezioni un partito dell’Islam politico, Ennhada, ma è una forza che fa riferimento all’Islam democratico della Akp turca di quel Tayyp Erdogan che propugna “nuove Costituzioni arabe assolutamente laiche e non confessionali”. Soprattutto, a Tunisi hanno avuto una buona affermazione le forze laiche che possono obbligare gli islamisti a non imporre la scelta della “sharia quale la fonte di ispirazione delle leggi”.

Tocca all’Italia

Dopo la piccola Grecia e la ormai semidistrutta Libia è arrivato il turno dell’Italia. Una volta tanto, chi scrive, pur con molte perplessità e non pochi disgusti, è costretto a stare oggettivamente dalla parte di Berlusconi e Bossi, nemici insidiosi ma secondari, contro il Nemico Principale globalista. La replica di Berlusconi al ghignante duo Merkel e Sarkozy : “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner.”, è un gesto di risentimento e di stizza e nello stesso tempo uno scatto d’orgoglio inaspettato, ma di certo non chiarisce che anche la Merkel e Sarkozy non sono affatto “sovrani”, essendo ridotti al ruolo di comparse e marionette della classe globale che controlla l’Europa, quanto i vari burocrati come Herman Van Rompuy o i Barroso. Questo è il destino dei moderni valvassini, nobili di basso rango subordinati ai livelli superiori e loro espressione, e nel caso di Merkel e Sarkozy – a riprova che non esiste una vera Europa, in qualche modo unita, con sentimenti di fratellanza fra i popoli che la compongono, i due stanno soltanto cercando di mettere al sicuro i loro piccoli feudi (tali ormai si possono considerare nell’economia globale), buttando a mare e cannibalizzando l’Italia, nell’illusione che questo sacrificio offerto per placare la fame di Mercati e Investitori possa bastare.
Merkel e Sarkozy, per quanto sprezzanti nei confronti di Berlusconi (ma soprattutto nei confronti dell’Italia), non sono in grado ribellarsi alla classe globale dominante, alla BCE e all’euro, né avrebbero il coraggio di farlo (trattandosi di piccole tacche) e allora cercano di trasformare in vittime sacrificali per il nuovo Moloch capitalistico i paesi più deboli dell’Europa dell’Unione (l’Europa monetaria e posticcia), sperando da bravi valvassini che i loro circoscritti territori, Germania e Francia, non subiscano la stessa sorte, inghiottiti con tutta la popolazione nella fornace della Creazione del Valore finanziaria, azionaria e borsistica. Molto meglio buttare a mare l’Italia, con la piccola Grecia.
Tuttavia Berlusconi, nonostante il piccolo scatto d’orgoglio, assicura che il suo governo farà quanto richiesto (leggasi quanto ordinato dalla Voce del Padrone), e sta cercando disperatamente di convincere Bossi a mettere mano alle pensioni, ben sapendo che la riforma delle pensioni da sola non basterà (non basta mai agli stragisti globali ed europoidi) e che l’Europa, o meglio, il suo doppio maligno interamente nelle mani dei nuovi dominanti, chiede “un pacchetto completo” di controriforme impoverenti ed altra macelleria sociale (vendita del patrimonio pubblico, liberalizzazioni e privatizzazioni, tagli draconiani al welfare), in dosi sovrabbondanti. A nulla serviranno questa volta altri condoni fiscali, da iscrivere a bilancio ottimisticamente, pur di evitare di toccare l’età pensionabile e di “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, scontentando così milioni di lavoratori, di contribuenti, e soprattutto di potenziali votanti. Si “richiedono” all’Italia, con decisione e in fretta e furia, dando 48 ore di tempo come nei classici ultimatum militari, misure adeguate per la crescita (leggasi la folle corsa all’incremento del valore finanziario che tutto travolge), per l’occupazione (è soltanto fumo negl’occhi, perché esclusione e sotto-occupazione caratterizzano questo capitalismo), e la tanto attesa riforma della giustizia (ma non come vorrebbe il Berlusconi pluri-inquisito).
Il Nuovo Capitalismo si sta affermando nel mondo come modo di produzione sociale prevalente, in sostituzione del capitalismo del secondo millennio, e la Global class, con il suo sistema di potere, è sempre più forte ed oggi sembra che possa permettersi di agire incontrastata a varie latitudini, nonché di imporre alla luce del sole, attraverso i suoi proconsoli e valvassini locali, misure economico-finanziarie e politiche da seguire ai governi e agli stati. Altrimenti si finisce come la Grecia, o peggio, come la Libia. Le nuove contraddizioni capitalistiche, che quando si manifesteranno saranno più laceranti e sanguinose di quelle del capitalismo del secondo millennio (lotta di classe fra borghesia e proletariato, falsa libertà, sfruttamento degli operai), sembra che siano ancora ben lontane dall’esplodere in tutta la loro virulenza. Perciò si difende con successo e si propaga il peggior liberismo distruttore, profittando dell’assenza di contrasto e dell’inerzia delle popolazioni, quando persino il Vaticano, attraverso l’autorevole Pontificio consiglio per la giustizia e la pace, è giunto alla conclusione (scontata) che l’attuale crisi è il prodotto della diffusione delle ideologie liberiste.
Dopo aver ricattato e piegato la Grecia, messa sotto ferrea “tutela” e governata direttamente da collaborazionisti locali (Gorge Papandreou e il suo Pasok “socialista”), dopo aver contribuito a semidistruggere la Libia per poter controllare i suoi bacini di materie prime energetiche, usando lo strumento militare Nato e spingendo in prima linea la Francia e l’Inghilterra interventiste, i globalisti dominanti ora se la prendono con l’Italia, boccone grosso in Europa e paese debole, con un grande debito pubblico e una bassa crescita (principali pretesti per l’attacco) ed un presidente del consiglio screditato e un po’ “indisciplinato” (che è un altro pretesto). I sub-dominati politici tedeschi e francesi, valvassini di un capitalismo che rivela sempre di più inquietanti tratti neofeudali, collaborano nel mettere alle strette l’Italia e continuano a sperare che i loro paesi (piccoli feudi) non finiscano nella fornace di un possibile collasso dell’euro e dei continui downgrade orchestrati dalle agenzie di rating.
Qui non si afferma che si devono difendere a spada tratta Berlusconi e il suo esecutivo come “minore dei mali”, ben sapendo che ciò che verrà dopo sarà totalmente subordinato ai globalisti e ai loro proconsoli continentali europoidi, ma soltanto che Berlusconi non è più il primo problema per l’Italia, e la sua rimozione, consensuale o forzata che sia, non avrà certo il potere – come ci fa credere una parte significativa dell’apparato massmediatico, di rasserenare l’orizzonte. Del resto, Berlusconi non ha proprio tutto quel potere che fino a poco tempo fa gli si attribuiva (quasi che fosse il neoduce), poiché, come ha scritto in modo molto chiaro Costanzo Preve, “L’Italia è completamente commissionata dal duopolio Draghi-Napolitano. Un banchiere ed un ex-comunista riciclato in rappresentanza degli interessi militari dell’impero americano (glissiamo sull’impero americano, n.d.s.) e (soprattutto, n.d.s.) dei parametri oligarchici dei poteri finanziari.”, ma il Cavaliere continua a starsene incollato su quella poltrona di presidente del consiglio dalla quale i dominanti globali lo vogliono sloggiare. Il pacchetto completo di riforme ordinato al governo italiano dalla classe globale attraverso i proconsoli europoidi sicuramente, una volta varato e applicato (e probabilmente ciò si verificherà abbastanza presto), seminerà miseria e disperazione nella penisola. Ci sarà a quel punto una forte reazione della parte sana del paese, con connotati finalmente anti-europei ed anti-euro, rivolta contro il Nemico Principale (la Global class) e i suoi valvassini in Europa?
Questa sarebbe la speranza, ma finora le manifestazioni e le proteste (tranne forse che in Grecia), per quanto nella maggioranza dei casi blande e pacifiche, si sono rivolte sempre contro i governi locali e non contro chi li comanda, li manovra e li tiene in pugno. A che servirà, se sopravvivrà politicamente ancora per un po’, prendersela sempre e soltanto con il valvassino mancato Berlusconi, in calo di consensi e sgradito ai globalisti dominanti, visto ciò che sta per arrivarci addosso?
di Eugenio Orso
Fonte: qui e anche qui
Un attacco politico sopratutto.. Un ricatto inaccettabile da parte dei due burattini francotedeschi che eseguono gli ordini e che si preoccupano solo del salvataggio delle loro banche tossiche. Molto peggio va la Spagna,che non ha preso in sostanza nessuna determinante misura anticrisi e di crescita, se non annunciare nuove elezioni. Lì … il fine é stato raggiunto, far saltare il governo. Operazione più complicata in Italia, ma il fine é identico, sostituire un governo riottoso a certe decisioni e sostituirlo con uno compiacente alla liquidazione italia, stile 1992.. C’è da scommettere che nessuna misura o pacchetto soddisferà gli usurai globalisti che puntano alla liquidazione degli assets più appetibili dell’Italia, appoggiati dalle sciagurate quinte colonne nostrane. Non si parla più di Irlanda e Portogallo sull’orlo del fallimento… quasi avessero risolto ogni problema… chissà mai perché… bocconi già ingoiati , ma troppo piccoli per la fame predatoria mondialista.

Chi paga la crisi? Io ci ho già messo quasi ventimila euro in un anno

Io, come si dice a Genova, ho già dato, in quanto, a causa della crisi, ho dovuto accettare un prepensionamento all’italiana da un marchioncino, prima che questo governo mi facesse slittare di un altro anno la finestra. Quindi avrei dovuto percepire la mia pensione d’anzianità di 35 anni di contributi versati (senza calcolare altri periodi […]

Torti e ragioni

Non capisco in base a quale ragionamento alcuni (molti) commentatori stiano lodando i politici della prima repubblica.
Se siamo arrivati a questo punto, con 1900 miliardi di debito, lo dobbiamo alla incapacità ed alla pusillanimità dei politici della prima repubblica, dal 1962 in poi.
L’uso improprio dei fondi pubblici come strumento di mediazione politica (ricordate ? “Dieci assunzioni in rai: quattro democristiani, tre comunisti, due socialisti e uno bravo …”) ha caricato sui posteri, che siamo poi noi contemporanei, il costo delle scelte o, meglio, mancate scelte di allora.
Ha quindi tutte le ragioni di questo mondo l’europa quando ci dice che dobbiamo rientrare dal debito.
Non hanno queste ragioni due nullità come Sarkozy e Merkel che non riescono neppure a trovare il bandolo della matassa in casa loro (passando da una sconfitta ad un’altra) , non riescono a imprimere, nonostante la loro boria e supponenza, alcuna strategia alla comunità europea che hanno la presunzione di “guidare”.
Le ricette che ci intima l’europa sono quindi giuste: innalzamento dell’età pensionabile, contenimento dei costi, flessibilità del lavoro, privatizzazioni, dismissioni di partecipazioni e proprietà pubbliche, riduzione delle imposte dirette.
E’ una ricetta liberista che ovviamente non può piacere a chi si è adagiato su un tranquillo andamento garantito e tutelato, ma è l’unica che possa risollevare le sorti economiche della nazione, senza che ci si debba consegnare mani e piedi alla schiavitù di organismi sovranazionali o di società straniere.
Purtroppo il costo di una simile politica non è accettabile per larghe fette di elettorato:
– non è accettabile per i dipendenti pubblici, legioni infinite, che formano l’ossatura della cisl e della base elettorale del pci/pds/ds/pd;
– non è accettabile per chi aspetta di andare in pensione per poi, magari, dedicarsi ad altre attività;
– non è accettabile per l’elettorato meridionale (trasversale o, meglio, altalenante) perché venendo meno i trasferimenti dal Nord produttivo dovrebbe fare i conti con l’incapacità dei propri amministratori a fornire servizi adeguati e a costi contenuti.
Sappiamo anche che non piace al Vaticano, sempre più nelle mani di preti terzomondisti, che vorrebbe, alla pari dei comunisti, penalizzare le “transazioni finanziarie” e pretenderebbe una guida “mondiale” dell’economia che si potrebbe anche chiamare “dirigismo di stampo sovietico”, salvo poi piangere amaramente, come in Spagna, quando i suoi beniamini in economia relativizzano tutto e prendono a schiaffoni anche gli aspetti morali tanto cari alla chiesa.
Tutti costoro, però, propongono una sola alternativa: spremere di tasse i cittadini, con una miopia che rasenta il suicidio, perché, come nei limoni, non si può spremere più di tanto.
Meglio, allora, le non scelte di Berlusconi, aspettando tempi e numeri parlamentari migliori, perchè, finchè si mantiene a galla, è una barriera alla devastazione che opererebbero i fautori delle tasse.

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Caro Sarkò, ride ben chi ride ultimo

Ridi ridi Sarkò, che la mamma ha fatto gli gnocchi. Intanto rendiam noti alcuni numeri che il marito di Carlà de Pompadour forse non sa, perché Berlusconi sarà anche una barzelletta vivente, questo governo farà ridere i polli e i suoi oppositori pure di più, ma il ridente Sarko-fago non è certo da meno

Aumento debito pubblico 2007-2010
Il fardello noi italiani si sa, ce lo portiam dietro dalla I repubblica. Ancor meglio sappiamo che destre e sinistre al governo negli ultimi 18 anni nulla han fatto per ridurre il fardello. Ma la Francia sta tanto meglio? Diamo un’occhiata all’aumento in termini assoluti (1) del debito dal 2007, anno pre-crisi, a quello del 2010 in Francia e in Italia, e già che ci siamo confrontiamolo con la media UE
Francia 2007 1.200 miliardi
Francia 2010 1.590 miliardi
Italia 2007 1.600 miliardi
Italia 2010 1.840 miliardi
UE 2007 7.300 miliardi
UE 2010 9.800 miliardi
In questi tre anni il debito è aumentato ovunque. Sono aumentate le spese e son diminuite le entrate a causa della crisi. In Italia però l’aumento è stato inferiore rispetto alla Francia. In Italia il debito tra 2007 e 2010 è aumentato del 15%, nello stesso arco di tempo in Francia il debito è aumentato del 32% e nell’Unione Europea intera del 34%. Perché Tremonti sarà antipatico e socialista, ma forse è meno spendaccione della Lagarde.
Rapporto deficit-PIL
Guardiamo anche il deficit statale e come si è evoluto nello stesso arco di tempo, 2007-2010, in Italia e in Francia
Francia
2007 -2,7%
2008 -3,3%
2009 -7,5%
2010 -7,0%
Italia
2007 -1,5%
2008 -2,7%
2009 -5,4%
2010 -4,6%
UE
2007 -0,9%
2008 -2,4%
2009 -6,8%
2010 -6,4%
Anche qui direi che il confronto è a favore dell’Italia. Non che stiam bene, ma dal 2007 il nostro governo risulta meno spendaccione di quello francese. L’ultima volta che la Francia ha fatto meglio di noi in questo campo è nel 2006. Negli ultimi due anni l’Italia s’è pure presa il “lusso” di far meglio della media UE
Disoccupazione 2007-2010
Francia
2007 7,9%
2008 7,4%
2009 9,1%
2010 9,5%
Italia
2007 6,2%
2008 6,8%
2009 7,8%
2010 8,4%
UE
2007 7,2%
2008 7,5%
2009 9,4%
2010 9,6%
Qui l’Italia nel triennio in questione ha fatto un po’ peggio della Francia. In Italia il tasso di disoccupazione è aumentato del 2,2% mentre in Francia dell’1,6%. Nonostante questo l’Italia mantiene un tasso di disoccupazione più basso dell’esagono esattamente dal 2003 ed è sotto la media UE
Dulcis in fundo guardiamo un po’ chi tra Francia e Italia ha più titoli greci in cassaforte
Francia 56,9 mld di Euro
Italia 4,5 md di Euro
E giusto per gradire, l’ultimo sondaggio di CSA, la casa sondaggistica più favorevole a Sarkozy ci dice che se si tenessero domani le presidenziali il candidato socialista Hollande vincerebbe col 62% contro il 38% di Sarkozy. Insomma, caro Sarkò, ride ben chi ride ultimo
(1) uso i termini assoluti e non in percentuale al PIL per far capire meglio l’aumento effettivo dell’indebitamento di Francia e Italia

La rete di capitalisti che comanda il mondo

Mentre le proteste contro il potere finanziario travolgono il mondo, la scienza, in questa settimana, sembra confermare i peggiori timori dei contestatori.

Un’anailis delle relazioni che sussistono fra 43.000 corporation multinazionali, ha identificato un gruppo relativamente picclo di società, specialmente banche, che esercitano un potere sproporzionato sull’economia globale.

Le ipotesi di questo studio hanno hanno attirato qualche critica, ma gli analisti di sistemi complessi contattati da New Scientist sostengono che si tratta di uno sforzo originale inteso a sbrogliare i fili del controllo sull’economia globale.

Dicono inoltre che se si andasse ulteriormente avanti con tale analisi, essa sarebbe di aiuto per identificare i modi in grado di rendere il capitalismo globale più stabile.

L’idea che pochi banchieri controllino una grande porzione dell’economia globale potrebbe non essere una
notizia agli occhi movimento Occupy Wall Street di New York né a quelli dei contestatori di altre parti. Tuttavia, questo studio, condotto da un trio di teorici dei sistemi complessi presso il Politecnico Federale di Zurigo in Svizzera, è la prima ricerca che va oltre le ideologie, per identificare empiricamente una simile rete di potere. L’opera combina la matematica collaudata nel modellare i sistemi naturali con dati aziendali completi, per fare una mappa delle proprietà fra le multinazionali.

«La realtà è talmente complessa che dobbiamo rifuggire i dogmi, sia che si tratti di teorie cospirazioniste o di libero mercato», afferma  J.Gatterfield. «La nostra analisi è basata sulla realtà».

Studi precedenti avevano rilevato che un piccolo gruppo di multinazionali possedeva grosse fette dell’economia mondiale, ma essi includevano nella ricerca soltanto un numero limitato di aziende e omettevano le forme di proprietà indiretta, cosicché non erano in grado di descrivere quanto tutto ciò influisse sull’economia globale – né se, ad esempio, la rendessero più o meno stabile.

Il team di Zurigo invece è in grado: hanno estratto da Orbis 2007 – un database che classifica 37 milioni fra società e investitori di tutto il mondo – tutte le 43.060 multinazionali e le partecipazioni azionarie incrociate che le collegano. Quindi hanno costruito un modello che rappresentava quali società ne controllavano altre tramite reticoli azionari, e lo hanno abbinato ai ricavi di esercizio, per mappare infine la struttura del potere economico.

Il lavoro, che sarà pubblicato su «PloS One», ha individuato un nucleo centrale di 1.318 società con proprietà incrociate (vedi figura). Ognuna delle 1.318 aveva vincoli con almeno altre due o tre ulteriori società, e di media erano connesse a 20. Per di più, sebbene rappresentassero il 20% dei ricavi di esercizio a livello globale, i 1.318 evidenziavano di possedere complessivamente attraverso le loro quote azionarie la maggioranza della proprietà mobiliare mondiale e dell’industria manifatturiera– cioè dell’economia reale” – che rappresenta un ulteriore 60% dei ricavi di esercizio globali.

Quando gli studiosi hanno ulteriormente districato la ragnatela degli assetti proprietari, hanno scoperto che il grosso risaliva a una «super-entità» di 147 società molto più annodate tra di loro – la cui proprietà era a sua volta interamente detenuta da altri membri della «super-entità» – che controllava il 40% di tutta la ricchezza nel reticolo.

«In effetti, meno del 1% delle società risulta in grado di controllare il 40% dellintero intreccio», sostiene Glattfelder. La maggior parte è costituita da istituti finanziari. La Top 20 comprende: Barclays Bank, JPMorgan Chase & Co, nonce il Goldman Sachs Group.

L’esperto di macroeconomia John Driffill della University of London, afferma che il valore di quest’analisi non sta tanto nel vedere se un piccolo gruppo di persone controlli l’economia globale, quanto nelle suggestioni in merito alla stabilità economica.

La concentrazione del potere in sé non è né buona né cattiva, afferma il team zurighese, mentre le strette interconnessioni del nucleo centrale lo possono essere. Come ha potuto apprendere il mondo nel 2008, tali reti sono instabili. «Se una società si trova a patire delle difficoltà», dice Glattfelder, «il problema si propaga».

«È sconcertante vedere quanto le cose siano davvero connesse», concorda George Sugihara della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla, California – un esperto di sistemi complessi che è stato consulente della Deutsche Bank.

Yaneer Bar-Yam, capo del New England Complex Systems Institute (NECSI) mette in guardia sul fatto che l’analisi presume che la proprietà equivalga al controllo, cosa che non sempre è vera. La maggior parte dei titoli azionari è in mano a gestori di fondi che possono controllare o meno le società che in parte posseggono. L’impatto di tutto questo sul comportamento del sistema, afferma Bar-Yam, richiede ulteriori analisi.

È cruciale, per via dell’identificazione dell’architettura del potere economico globale, che l’analisi possa aiutare a renderlo più stabile. Nell’identificare i tratti vulnerabili del sistema, gli economisti potranno suggerire misure in grado di impedire che futuri crolli si diffondano in tutta l’economia.

Glattfelder sostiene che occorrerebbero regole antitrust globali, che ora esistono solo a livello nazionale, al fine di limitare le super-connessioni tra multinazionali. Bar-Yam dichiara che l’analisi suggerisce una possibile soluzione: per scoraggiare questo rischio, le imprese dovrebbero essere tassate per eccessiva interconnettività.

Una cosa però sembra non armonizzarsi con alcune delle asserzioni dei contestatori: questa super-entità è improbabile che sia il risultato di una cospirazione intesa a governare il mondo. « simili strutture sono comuni in natura», dichiara Sugihara.

In qualsiasi sistema a rete, i nuovi entrati si connettono preferibilmente a componenti già altamente interconnessi. Le multinazionali comprano azioni fra di loro per ragioni di affari, non per dominare il mondo. Se la connessione tende a raggruppare insiemi di società, così fa anche la ricchezza, ricorda Dan Braha del NECSI: «in analoghi modelli, il denaro fluisce verso i membri che hanno già le maggiori connessioni».

Lo studio di Zurigo, ribadisce Sugihara, «costituisce una solida prova del fatto che le semplici regole che disciplinano le multinazionali danno origine spontaneamente a gruppi fortemente connessi». O, come Braha precisa: «L’affermazione di Occupy Wall Street sul fatto che l’1 per cento della gente detiene la maggior parte della ricchezza riflette una fase logica dell’auto-organizzazione dell’economia».

Così, la super-entità potrebbe non derivare da una cospirazione. La vera questione, sostiene il gruppo di ricerca di Zurigo, è se possa esercitare un potere politico concertato. Driffill ha l’impressione che 147 sono ancora troppi per sostenere l’esistenza di collusioni. Braha sospetta che si sfidino sul mercato, ma agiscano insieme sugli interessi comuni. Resistere a modifiche alla struttura della rete potrebbe essere uno di tali interessi comuni.

Rischiocalcolato

La persistenza delle vecchie ideologìe

I tempi  e gli uomini sono profondamente mutati, le strutture economiche pure, così il capitalismo finanziario senza briglie e il liberismo spurio dei nostri giorni hanno ormai poco a che vedere con il liberalismo classico delle origini.

Già i fondatori di questa ideologia, Smith, Mill e Ricardo, proposero una concezione «atomizzata» della condizione umana e l’autosufficienza morale dell’individuo, all’opposto dell’idea aristotelica dell’uomo «animale sociale».

Dunque il liberalismo aveva in nuce, dentro di se, i germi dell’isolamento.

L’individualismo spinto che seguì alla sua realizzazione pratica, provocò dunque lo sganciarsi dei destini dei singoli da quelli della compagine sociale, rendendo strettamente private le passioni e gli interessi.

Ma nei secoli passati la borghesia e le sue tradizioni erano ancora molto solide; il loro nerbo attraversava la società come una griglia di sostegno e le comunità erano in grado di reggere il potente urto del libero mercato.

Oggi, di fronte alla disgregazione della classe borghese e del suo portato, mentre il capitale si distacca dalla produzione reale per diventare volatile sui mercati finanziari, le società non sono più capaci di sopportare l’onda e si sfilacciano. In tal modo ci ritroviamo soli nel bel mezzo di una tormenta, senza nessun appiglio, nessun tiepido rifugio.

In secondo luogo, la mancanza di ogni quesito sui fini e sulla loro moralità (che caratterizza drammaticamente i nostri anni) di fronte alla piena realizzazione del dominio mercantile,  riconduce tutto alla tecnica e al profitto individuale; affidando le soluzioni sempre e comunque al mercato, re senza corona, sovrano privo di sentimenti, indifferente ai destini delle fragilità umane. Pochi squali egoisti diventano ricchissimi, la moltitudine dei piccoli pesci s’impoverisce, soffre a dismisura; nel frattempo, la mano invisibile che tutto riordina s’inceppa.

Da ultimo, cresce la sfiducia nel sistema, prendono corpo la fuga dalla politica, l’astensione elettorale, la rinuncia ad entrare nell’agone da parte degli uomini migliori: e la cosa pubblica cade spesso nelle mani dei mediocri, dei disonesti, degli inetti mossi solo da avidità.

L’egualitarismo internazionalista (discendente diretto dell’internazionale proletaria comunista), al pari del liberal-capitalismo, mira a precludere, per altre vie, ogni appartenenza identitaria, ci riduce a numeri nel mare magnum dell’umanità, nega ogni differenza

alienandoci di fronte alla globalizzazione e all’ingerenza mediatica. Predica un pauperismo utopico, folle e perdente davanti alle economie emergenti.

La recente supremazia dell’ideologia dei diritti, d’altro canto, ha dato luogo ad una sottocultura imperante che detta le regole, che annulla i doveri ed esalta solo le pretese e i privilegi. In tal modo, l’individuo sradicato ed egoista contemporaneo vanta solo diritti e rinnega ogni forma di risposta sociale. Noi ci opponiamo fermamente a questa degenerazione, sostenendo la tesi di un collegamento organico tra il godimento dei diritti stessi e il dovere; e di un obbligo morale del singolo a contribuire al mantenimento della forma di vita sociale all’interno della quale essi sono goduti. Per noi, il senso del dovere deve tornare ad essere uno dei collanti delle comunità umane.

Il post-fascismo celebra infine i fasti della nazione e l’orgoglio del sangue. Concetti così obsoleti e lontani dall’epoca in cui viviamo che ci sorprende doverne ancora parlare. In un mondo aperto, in cui uomini, cose, idee e informazioni viaggiano alla velocità di un batter d’occhi, è inutile rincorrere forme sociali ferocemente reazionarie, le quali potrebbero solo costituire un palliativo momentaneo all’attuale situazione, e soprattutto, lo potrebbero fare esclusivamente con l’uso della violenza e della repressione.

Le ideologìe citate appartengono al novecento, il secolo breve di Hobsbawn. Dalla fine di esso ai nostri giorni, il lascito variegato di queste forme di pensiero si è fuso in una poltiglia

indefinita che sembra averne trattenuto tutti i difetti ed eliminato i pregi. Ci piace chiamarlo l’ “Infezione”, per la tattica intrinseca che adotta, subdola, spietata, pervasiva e invisibile ai più. Siamo certi di voler continuare a farci dominare da essa e dai suoi interessati manipolatori al potere, come schiavi ciechi e ossequiosi? Oppure è giunto il momento di prender coscienza, di liberarcene (insieme ai suoi padroni) e di affrontare le sfide dell’oggi  con strumenti nuovi e più malleabili?

Noi siamo convinti che, giunti a questo punto, sia inevitabile un processo di revisione e sintesi delle vecchie ideologie e la sublimazione di alcune loro parti in una nuova forma di pensiero.

Maurizio Gregorini