Una legge per dire no al burqa e al niqab in Italia

Sarkozy non ha tutti i torti nel constatare che l’Italia è indietro. Per lo meno lo è in rapporto sia alla Francia, che a Belgio e Spagna in merito all’uso del burqa, niqab e hijab ed ai provvedimenti relativi che prevedono di indossare tali indumenti nei luoghi pubblici. Tuttavia, è possibile che il nostro Paese riconquisti terreno grazie all’intervento della Lega Nord che da due anni presenta proposte di legge in materia che introducano quanto segue.

–  Il divieto di uscire a volto coperto ai fini della sicurezza e dell’ordine pubblico e per non impedire il riconoscimento della persona.

–  l’introduzione del reato punito con la reclusione da 4 a 12 mesi e la multa da 10mila a 30 mila euro per chi costringa una persona all’occultamento del volto con violenza o minaccia o abuso di autorità. La sanzione è inasprita se l’abuso è commesso a danni di un minore o un disabile. Chi viene condannato in via definitiva per tale reato non può ottenere la cittadinanza.

E’ da tenere in considerazione il fatto che il testo che verrà votato in Parlamento prevede il divieto di indossare indumenti che coprono il volto insieme con i caschi, sempre in luogo pubblico. Ne deriva che è stato creato un provvedimento cumulativo  che includa norme preventive riguardo il fenomeno delle manifestazioni di piazza, oramai esempi di scontri e di violenza che possono creare pericolo urbano.

Pertanto, la normativa prevede il divieto di ogni copertura del volto di donne e uomini in termini di rispetto della libertà altrui, della dignità della persona e del diritto di riconoscimento ed identificazione individuale. La normativa che riguarda l’uso di burqa o niqab non prevede, al contrario, un divieto di culto in quanto l’obbiettivo non è quello di toccare il sentimento religioso. Il provvedimento in questione si inserisce nel settore della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Maria Piera Pastore, parlamentare del Carroccio, precisa che dal 2 ottobre 2009 la Lega ha discusso in Commissione Affari Costituzionali in materia ed attualmente è riuscita a giungere ad un punto di convergenza tra Lega, Pdl e Udc. Esiste perplessità solo nel Pd sull’opportunità di inserire nella legge i termini di burqa e niqab, nonostante i rappresentanti del Pd siano firmatari di una proposta che nel titolo riporta “interventi di natura religiosa”.

Auguriamoci che vinca lo spirito della Lega che difende l’ordine pubblico e la dignità della donna che deve potersi rapportare con gli altri in modo diretto ed integrarsi rispetto ai nostri costumi ed alle nostre leggi.

Roberta Bartolini

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La spettacolarizzazione della morte

Il cadavere di Ceausescu

Quattro immagini. Quattro flash scattati in epoche diverse. Quattro istantanee di morte. Quattro morti in situazioni e momenti completamente differenti

25 Dicembre 1989. Le televisioni occidentali ricevono da Bucarest un nastro registrato . Qualcosa di caldo, uno scoop per usare un termine giornalistico: due persone vecchie, sporche e spaventate si difendono di fronte ad un tribunale improvvisato. Malgrado età e condizioni generali la donna mostra determinazione e risolutezza. Non potrebbe fare altrimenti: la sentenza del processo è già scritta e sarà sentenza di morte.
La signora si chiama Elena e, per molti anni, è apparsa alla Tv di stato in ben altre vesti. E’ la moglie di Nicolae Ceauseascu, per un ventennio padre padrone della Romania, da circa un anno insignito dell’ Ordine di Karl Marx, alta onoreficenza del Patto di Varsavia, ricevuta dal presidente della DDR Honecker per aver osteggiato le istanze di rinnovamente di Mikhail Gorbachov.
Ventidue anni di regime risoltisi in un breve processo. L’ultima parola all’onomatopeico suono degli AK 47, i famosi fucili mitragliatori sovietici.

Milano, 30 Aprile 1945. A ventiquattrore dall’esposizione dei corpi in piazzale Loreto, il medico legale esegue l’ autopsia sui cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci sua giovane amante. L’istantanea è a colori: volti deturpati, deformi, coperti di sangue dopo il pubblico vilipendio.

Ancora una scena, più recente. Tripoli, Ottobre 2011. Stessa sequenza di Milano, con un cadavere gettato su una barella: segni evidenti di percosse, lividi su tutto il viso e una fila di libici che cammina accanto all’ex rais Muhammar Gheddafi giunto al capolinea dopo 40 di potere.

Ultima immagine. Una situazione completamente diversa dalle altre. Non ci sono dittatori, folle inferocite e processi sommari, ma una pista di moto GP e un grave incidente che coinvolge un corridore di appena 24 anni, Marco Simoncelli. Per tre giorni gli obiettivi dei cameramen italiani compiono una macabra spola tra la il luogo dell’incidente e il paesino della Romagna che ha dato i natali al campione.
Interviste varie ed eventuali ad amici, conoscenti, paesani, compreso il parroco.
Poi lei, Katrin, ragazza di Simoncelli che, ancora scioccata per la perdita, si sente rivolgere domande assolutamente scontate: “che pensi?” , “ti manca?” e via dicendo.
Katrin risponde parlando di un film molto amato da entrambi e, come d’incanto, il telespettatore da casa può godersi uno dei brani della colonna sonora della pellicola con Demi Moore e Patrick Swayze. Lo spettacolo ha preso il posto del sentimento umano; la morte ed il dolore sono sbattuti in faccia al grande pubblico, svuotati del loro significato più intimo e personale, resi digeribili da una miscela di buonismo e perbenismo.

Qualcuno potrà obiettare e chiedersi cosa mai abbiano a che fare Mussolini, Ceauseascu, Gheddafi e Simoncelli.
Apparentemente nulla, se non che i primi tre sono stati capi di regimi autoritari e totalitari, mentre l’ultimo è stato un sorridente e scanzonato sportivo romagnolo, che ha imparato a guidare la moto prima ancora di arrivare alla scuola media.
Non occorre possedere un occhio attento ed una mente investigativa per cogliere la somiglianza tra le quattro situazioni.
Nella macchina dello show buisness un tiranno ed uno sportivo ottengono il medesimo valore… commerciale.
Non interessa in realtà chi siano stati o cosa abbiano fatto: importante è investire sulla carica emotiva scaturita dalla morte, raccogliendo testimonianze, dichiarazioni, curiosità la cui veridicità è, spesso, di secondo piano. Conta l’emozione del momento, la lacrima sul ciglio, la voce spenta, così da permettere a mitomani e sciacalli in cerca di visibilità di gloriarsi di un’amicizia fasulla con il corridore scomparso, o più seplicemente di gridare al mondo la crudeltà dell’uomo del quale, fino a sei mesi prima, era stato magari fedele sostenitore. La verità si eclissa di fronte alla necessità di fare audience. Quando, tra molti anni, ci verrà chiesto chi fossero Gheddafi e Simoncelli, la nostra mente riproporrà un carosello di immagini, spezzoni, frammenti del bombardamento mediatico immediatamente successivo alla tragedia. Il ricordo degli scomparsi è, d’altronde, già stato scritto e ‘confezionato’ dai giornali, disperdendo quell’esclusività del singolo che rende eccezionalmente unico ogni essere umano, nel bene e nel male. Un’esclusività che vale per tutti, sia per un sorridente giovane motociclista, che per un politico finito, costretto a fare i conti con gli errori e i passi falsi di una vita intera.

Marco Petrelli

Tunisia fa rima con sharia…

In Tunisia vincono, con un risultato record che potrebbe superare il 40% dei voti, gli islamici, ma saranno costretti ad allearsi con i partiti laici. E chi non ama i barbuti del Corano è già sceso in piazza al grido «vergogna» per supposti brogli. Le prime elezioni libere dopo l’inizio della primavera araba hanno portato al potere Ennahda, il movimento di Rachid Ghannouchi costretto all’esilio in Gran Bretagna per 22 anni. Ieri sera su 67 seggi assegnati compresi quelli di Sfax e Susa, seconda e terza città del Paese, gli islamici erano in testa con 29 parlamentari. La sorpresa è la lista indipendente Aridha Chaabi, che ha conquistato 8 seggi e si batte per il terzo posto. La lista è guidata dall’outsider Hachmi Haamdi, un ricco uomo d’affari con base a Londra. L’assemblea costituente sarà composta da 217 parlamentari. «Questo è un momento storico. Il risultato dimostra che il popolo tunisino è legato alla sua identità islamica» ha sentenziato Zeinab Omri, una giovane con il velo che ha festeggiato la vittoria a Tunisi. I primi risultati del voto dei residenti all’estero avevano già fatto capire dove soffiava il vento. Ennahda ha conquistato la metà dei seggi (9 su 18) previsti per il milione di tunisini che vivono in Europa e Stati Uniti. Da notare che la comunità più forte con circa 600mila persone risiede in Francia, ma al secondo posto ci sono i 152mila tunisini presenti in Italia. «Sono molto preoccupato da questi risultati. I diritti delle donne verranno erosi. Si rischia un ritorno alla dittatura se Ennahda conquisterà la maggioranza dell’assemblea» spiega Meriam Othmani, giornalista di 28 anni.
A Tunisi centinaia di manifestanti hanno innalzato dei cartelli con scritte eloquenti: «Mai smettere di lottare» ed «Ennahda = 30 TND». Il riferimento è alle accuse che il partito islamico abbia comprato i voti per 30 dinari. I vincitori gettano acqua sul fuoco e annunciano l’offerta di un governo di coalizione ai due partiti laici più forti. Il Congresso per la Repubblica era al secondo posto, con 11 seggi, quando ne dovevano venir assegnati ancora 150. Il suo leader, Moncef Marzouki, ha già detto sì al governo con gli islamici. Fermo difensore della libertà di parola, di associazione e dell’eguaglianza fra i sessi, il secondo partito tunisino, nato nel 2001, è stato legalizzato solo dopo la rivolta in Tunisia. Marzouki ha vissuto in esilio a Parigi ed il simbolo elettorale del movimento sono gli occhiali rossi che lo contraddistinguono. Il Congresso si colloca al centrosinistra, appoggia la causa palestinese e vuole «rinegoziare» gli impegni con l’Ue, che riguardano anche i clandestini.
L’altro partito laico, che si contende il terzo posto con la lista indipendente del miliardario di Londra, è il Forum democratico per il lavoro e le libertà. Meglio noto come Ettakatol, è stato fondato nel 1994 da Mustafà Ben Jaafar. Durante il regime di Ben Alì il partito, pur sopportato, era marginalizzato. Nel 2009 Jafaar, medico che si è formato in Francia, ha partecipato alle elezioni presidenziali. Ettakatol è un classico partito socialdemocratico, che al primo punto del programma ha voluto la separazione fra Stato e religione. Durante la campagna elettorale ha promesso la creazione di centomila posti di lavoro. La formazione laica uscita sconfitta dalla tornata elettorale, che non vuole saperne di accordi con gli islamici, è il Partito Democratico progressista. Nato negli anni Ottanta, ha avuto vita dura ai tempi di Ben Ali. I due leader, Ahmed Nejib Chebbi e Maya Jribi, sono diventati famosi per gli scioperi della fame, ma dopo la rivoluzione il partito ha cominciato a perdere pezzi. Nel programma economico i progressisti puntano ad attirare turisti da India e Cina, oltre a sviluppare l’energia solare per esportarla in Europa.
Nel frattempo, dicono che ad Hammamet non festeggiano affatto.

Democraticamente ribelli…

La nuova Libia vuole tornare alla normalità, ma la strada da compiere è ancora molto lunga. Sia per gli strascichi di polemiche per la fine di Gheddafi, giustiziato dopo la cattura (ieri la sepoltura in un luogo segreto nel deserto), sia per la lunga striscia di sangue e di violenze che prosegue, sull’onda della vendetta. Negli ultimi giorni sono state trovate decine e decine di corpi di lealisti fucilati alla schiena, con le mani legate: vere e proprie esecuzioni sommarie. Intanto alcuni siti internet vicini al vecchio regime del colonnello hanno pubblicato una nuova lettera attribuita al figlio dell’ex raìs, Saif al-Islam, in cui il “delfino del colonnello” promette vendetta per l’uccisione del padre. Saif, che è dato in fuga verso il Niger, si rivolge alla sua famiglia e ai libici: “Voglio rassicurare mia madre e mia sorella sul fatto che vado avanti, voi mi conoscete, non potevo tradire il testamento di mio padre da vivo, figuratevi se posso farlo da morto. Per quanto riguarda i fedeli libici, io dico loro: se avessimo potuto tornare indietro l’avremmo fatto in passato, ma abbiamo superato la linea del non ritorno da tempo”. Ma secondo il Cnt – come riferito da al Arabiya – Saif sarebbe disposto a consegnarsi al Tribunale penale internazionale, che ha spiccato nei suoi confronti un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità. Saif sarebbe stato avvistato questa mattina in territorio nigerino, nella località di Arlit, 400 km circa a nord di Agadez.
Il sito dell’emittente francese Europe 1 scrive che la famiglia di Gheddafi intende presentare una denuncia per crimini di guerra alla Corte penale internazionale dell’Aja: “Presenteranno una denuncia all’Aja – ha detto l’avvocato francese di Gheddafi, Marcel Ceccaldi – perché si conoscano le circostanze della sua morte. Ci sono degli elicotteri della Nato che hanno colpito il convoglio sul quale viaggiava. Questo convoglio non presentava alcun rischio per la popolazione. È dunque un omicidio programmato della Nato”. Accuse molto gravi su cui è auspicabile che venga fatta chiarezza. E’ bene ricordare che lo stesso Gheddafi era accusato di crimini di guerra per aver fatto sparare sulla folla che protestava, in piazza, contro il regime. Quella durissima repressione della rivolta aveva spinto l’Onu ad approvare una risoluzione volta a proteggere i civili. Poi la guerra, durata sette mesi, con il determinante apporto delle forze Nato. Va da sé che l’uccisione del Colonnello, avvenuta non in combattimento ma con una vera e propria esecuzione dopo la cattura, non può rientrare sotto alcun “ombrello giuridico” internazionale.
Sulla sorte di Muammar Gheddafi si litiga anche al al Palazzo di Vetro. “Non è stato giustiziato, ma è morto in seguito alle ferite riportate”, ha ribadito il rappresentante libico alle Nazioni Unite, Ibrahim Dabbashi, durante la riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma secondo l’inviato dell’Onu a Tripoli, Ian Martin, l’ex raìs sono stati “maltrattati e uccisi in circostanze che richiedono un’inchiesta”.

Dittatura delle minoranze

Un commento all’articolo: Continuiamo a sbagliare. Sono loro a dover essere tolleranti e rispettuosi nei confronti delle nostre usanze. Questo é il significato di integrazione. E’ un problema loro se non sopportano cristiani, ebrei, buddisti, taoisti, cioé tutti quelli che non sono come loro. Oltre a cio’ non dobbiamo concedere un centimetro a chi non rispetta la nostra civilta’ e ci uccide nei propri paesi per quello che rappresentiamo. E’ ora di dire basta, nessuna concessione speciale per i musulmani. Hanno la possibilita’ di vivere liberi e in democrazia nei nostri paesi e di professare liberamente la loro fede. Se questo non gli basta vanno espulsi. Noi non cambieremo la nostra civilta’ per la loro!A tutte le anime buone e comprensive: guardate le loro societa’ e cosa é successo nei paesi dove l’islam si é stabilito, se non facciamo qualcosa diventeremo cosi’ anche noi. Volete questo per i vostri figli?”
Niente preghiere in aula. Niente festività religiose. Niente quadri della madonna in aula. La stretta laica arriva anche all’istituto Andrea Sole di Borgo Molara, nel palermitano. A causare l’eliminazione di ogni simbolo religioso dalla scuola materna ed elementare di Palermo le rimostranze di una famiglia musulmana, preoccupata che la figlia potesse essere discriminata religiosamente dalla presenza dei simboli cristiani nell’istituto. Una decisione che per accontentare una singola famiglia, scontenta di fatto tutti gli altri genitori della scuola, che oppongono alla decisione sostanzialmente la stessa motivazione. Non è giusto discriminare nessuna posizione religiosa. Sia essa islamica o cristiana. Passi forse l’abolizione delle preghiere all’inizio delle lezioni, ma la rimozione del quadro della vergine dai muri dell’istituto, decisa dalla dirigente del plesso scolastico, si scontra con le idee dei genitori che commentano il fatto e fanno presente che i loro figli hanno diritto a mantenere l’identità religiosa e culturale con la quale sono cresciuti. Dal canto suo la preside, a capo di di una direzione didattica che comprende 5 plessi, e quindi un migliaio di alunni, spiega che “la mamma della bambina musulmana ha soltanto rivendicato il diritto di non aver impartiti insegnamenti cattolici. Sono garante di un’istituzione che deve vedere tutti egualmente rappresentati. Avevo persino pensato di realizzare un angolo interreligioso”. Nessun problema, almeno in questo caso, è stato avanzato invece per la presenza in aula del crocifisso, anche perché, spiega sempre la dirigente scolastica, “ci sono sentenze europee che lo consentono” e dell’albero di Natale.

Avviso agli speranzosi

Non vorrei essere nei panni di Bersani. Nei sondaggi di ieri il suo partito è in rimonta sul PDL. Buon per lui che ha velleità di governo, Ma poi, dovesse vincere alle prossime elezioni, come la metterebbe con la questione del rientro dal debito pubblico? Non potrà certo far rientrare mattoni, o quote azionarie al posto dei soldi. Già, perchè non credo che agli stranieri, detentori dei nostri CCT, BTP, CTZ e quant’altro, piacciano quegli inconsueti mezzi di pagamento: buoni del tesoro in scadenza, contro immobili o azioni eventualmente espropriate (secondo la tesi bersaniana che i soldi van presi da chi li ha) a coloro che ne hanno la legittima proprietà. Già, perchè è noto che esistono tanti milionari i cui denari sono però investiti in attività. Comunque, supponendo le dovessero accettare, non resterebbe loro che tesaurizzarle, a meno di mettere in preventivo forti perdite in conto capitale. Infatti, qualora le dovessero accettare, e le dovessero immettere tutte quante in un sol botto sul mercato per cercare di trasformarle in denaro contante, si creerebbe una tale inflazione per quei mezzi, da renderne assolutamente sconveniente l’immissione sui mercati stessi. E’ come la storia della bolla speculativa sui tulipani olandesi degli inizi del ‘600. E quindi, per non accusare grosse perdite in conto capitale se le dovranno tenere a babbo morto. Ecco perchè non vorrei comunque essere nei panni di chi ambisca a governare la Repubblica Italiana nei prossimi anni. Cosa racconterebbe ai detentori dei nostri titoli del debito pubblico? E cosa racconterebbe a chi gli ha dato fiducia confidando nelle sue capacità di grande stratega politico? Gli racconterebbe forse la storia della bolla dei tulipani?
E quindi, forse sarebbe meglio tenersi quel che c’è, e cercare di remare assieme a lui.

Giocare d’attacco

Ho avuto il piacere questa mattina di leggere il Cucù  di Marcello Veneziani ne Il Giornale  , nel quale si sostiene quel che da tempo vado qui scrivendo.

Io avevo fatto l’esempio del Colonnello Custer ed ho scritto più volte che avrei preferito un Berlusconi che cadesse impugnando la bandiera delle riforme liberali (come Custer a Little Big Horne cadde impugnando la Bandiera degli Stati Uniti) piuttosto che cedere sulle tasse e sulla filosofia di fondo del suo impegno politico.
Perfettamente d’accordo.
Berlusconi ignori l’europa (che peraltro in questa circostanza chiede provvedimenti che è nel nostro stesso interesse assumere, ma certo non “sotto dettatura”) e proponga le riforme liberali:
– innalzamento dell’età pensioni ed abolizione del retributivo;
– vendita di immobili e partecipazioni dello stato;
– servizi al loro costo e pagati da chi ne usufruisce;
– mantenimento del reddito prodotto sul territorio in cui lo si produce;
– riforma della giustizia;
– abolizione delle province;
– dimezzamento dei parlamentari e degli eletti locali;
– elezione diretta del Premier/Presidente della repubblica.
Un pacchetto che rivolterebbe l’Italia come un guanto e sul quale porre la fiducia.
Ma chi voterà contro il programma liberale del Premier, dovrà poi assumersi (se ci riesce, soprattutto se riesce a rappattumare una qualche maggioranza) la responsabilità di risolvere i problemi con ricette alternative (se ne hanno) e scontando una durissima opposizione da parte di Berlusconi che sarebbe, con il suo gesto eroico, legittimato a guidare l’opposizione, proponendosi, con quel programma, come unica, seria, valida alternativa.
Berlusconi molli le colombe e attacchi sul programma.
Si vedrà chi lo vota e chi, manifestando contrarietà, riuscirà a proporre una soluzione alternativa che salvaguardi la Indipendenza e la Sovranità Nazionale.
Oppure quelli che si oppongono a Berlusconi ci hanno già svenduto ad enti sovranazionali o a potentati stranieri, trasformando gli Italiani da cittadini in sudditi, proprio nel 150° anniversario della “Unità” d’Italia da loro tanto celebrato ?

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Il ridicolo partigiano

Altro che super partes: a Ballarò show del presidente della Camera che dà il via alla sua campagna elettorale insultando premier e governo. Persino Vendola si accanisce meno anche se sarebbe più credibile di Fini e del suo Fli fermo al 4%… Quando sorride, lo fa con il sorrisetto di chi gongola. Se si fa serio, ha l’aria grave dello statista. E anche di chi lo aveva detto, lui sì e con coraggio. Non è vero, perché Gianfranco Fini il Pdl e la maggioranza e il governo li ha lasciati, erano i giorni che poi portarono all’ormai fatidico 14 dicembre scorso della rinnovata fiducia in Parlamento, per ben altre motivazioni. Chiedeva più confronto nel Partito e nel governo, che tradotto significa una fetta maggiore di potere, mica metteva in discussione la leadership e la premiership di Berlusconi. E però adesso che tira aria da avvoltoi sul cadavere, adesso vale tutto. Anche, soprattutto, mettersi sulla faccia il compiacimento per l’Ue che dà gli ultimatum, i ministri riuniti in mille vertici per trovare un’intesa impossibile da trovare, Sarkozy e la Merkel che se la ridono sull’affidabilità dell’Italia.E vale mettersi sulla faccia, oltre al compiacimento, anche l’aria di complicità persino con uno come Nichi Vendola, che il Fini di non troppo tempo fa avrebbe disdegnato non fosse altro che per l’orecchino sul lobo.
Fini poi che dopo l’addio al centrodestra e dopo la batosta della fiducia, con il suo Fli non è scomparso solo perché ancora non si è votato, fiuta la possibilità di risorgere, e non si trattiene. Un’occasione vale l’altra,ma i dibattiti e i convegni li seguono in pochi. La platea televisiva di Ballarò invece è da sfruttare al massimo, e allora eccolo, seduto accanto al governatore della Puglia, affondare la lama. «Da parte di Silvio Berlusconi c’è un deficit di autorevolezza all’interno del Consiglio dei ministri», dice dal pulpito della presidenza della Camera e dalla poltrona negli studi di Floris. Si riferisce alla gestione dei conti, appaltata in esclusiva a suo giudizio al ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
«In tanti casi-spiega-il presidente del consiglio ha detto sconsolato “Tremonti non me lo fa fare…”:Tremonti è di fatto il dominus assoluto della politica del governo». Così non è ben chiaro se le colpe siano del premier o del ministro, né è questa la sede per discettare sul fatto che se il Cavaliere con Fini era un despota non si capisce perché poi sia un agnellino impaurito con Tremonti. Fini qui deve solo insistere e magari, già che c’è,dire due paroline buone anche sul Terzo polo, e due cattive sulla Lega, lo sapete voi che la moglie di Bossi è una baby pensionata?: «Magari la gente non lo sa», ecco, adesso grazie al presidente della Camera un altro po’ di veleno è stato versato.
Insistere, comunque, e ha voglia Maria Stella Gelmini a contestare «la terza carica dello Stato che fa politica», è la campagna elettorale, bellezza, «troppo nervosa» ironizza Gianfranco. Poi affonda ancora: «C’è un deficit di credibilità del nostro governo enorme anche a livello europeo. Ho molti dubbi che generici impegni siano sufficienti. Gli altri paesi difendono i loro interessi difendendo i nostri interessi. Il contagio minaccia tutti». E se non vara la patrimoniale, il governo, è perché «il più ricco contribuente italiano si chiama Berlusconi». Persino Vendola si accanisce meno. Solo che Vendola sarebbe stato più credibile. Fini invece ha stampato in faccia anche quel sondaggio, che dà il suo Fli al 4 per cento. Un brutto baratro.
Bastava guardarlo ieri sera, negli studi di Ballarò. Altro che presidente della Camera. Il partigiano Gianfranco Fini contro il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Per il leader del Fli è iniziata la campagna elettorale: sia nei salotti buoni della Rai, sia a Montecitorio. Una mancanza di “terzietà” che non è passata nell’indifferenza della Camera, dove adesso la maggioranza è tornata a chiedere la testa dell’ex leader di Alleanza nazionale. “Il suo comportamento di questo giorni è inopportuno: chi presiede la Camera non può sedere in uno studio televisivo al livello di altri leader politici”, ha tuonato il leghista Marco Reguzzoni mentre i deputati del Carroccio e del Pdl urlavano: “Dimissioni, Dimissioni!”.
Una situazione senza precedenti. Mai avvenuto nemmeno nella Prima Repubblica. Un capo-popolo, un leader di partito, un fervente esponente dell’anti berlusconismo: questo è diventato Fini. Da confondatore del Pdl a presidente della Camera (grazie ai voti della maggioranza) per poi uscire dal quel ruolo istituzionale che richiede innanzitutto di essere super partes. Oggi l’ennesimo, durissimo, scontro alla Camera. Con Reguzzoni che accusa: “La Lega è una forza pacifica e responsabile, ma non tollera soprusi né ingiustizie”. Per l’esponente del Carroccio è inopportuno che Fini si faccia partecipe di dibattiti con valutazioni politiche: “Uno che fa politica non può sedere sul seggio più alto della Camera”. Poi la denuncia. Reguzzoni attacca il leader del Fli per la “caduta di stile” nell’aver coinvolto Manuela Marrone, moglie del ministro delle Riforme Umberto Bossi, nel dibattito di ieri sera a Ballarò sulle pensioni. “Ha offeso tutti quelli che hanno pensioni in regola con le leggi, giuste o ingiuste che siano, in vigore quando sono andati in pensione”, ha attaccato Reguzzoni ricordando che, quando era in vigore la legge sui baby pensionati, la Lega non era ancora in parlamento, mentre Fini sì e “non ha fatto nulla per eliminarla”. Più concisa la reazione del Senatùr che si è limitato a “mandare a quel paese” Fini.
Subito dopo si sono scaldati gli animi. E il presidente di turno dell’assemblea, Rosy Bindi, si è vista costretta a sospendere la seduta mentre parlava il vicepresidente del Fli Italo Bocchino e dai banchi dei lumbard si levava il coro “Dimissioni, dimissioni!” nonostante Fini fosse assente. Le urla sono diventate l’occasione per scatenare la rissa. Claudio Barbaro, deputato futurista, si è scagliato contro i banchi della Lega capitolando contro Fabio Rainieri. Al di là della baruffa (divenuta un classico), il problema Fini è tutt’altro che risolto. Anzi. Proprio per questo il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha fatto sapere che la maggioranza ha intenzione di “investire” il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano della “situazione di difficoltà istituzionale determinata dal comportamento” di Fini. Una presa di posizione, quella della maggioranza, che non è affatto piaciuta all’opposizione che, da Antonio Di Pietro a Dario Franceschini, si è schierata tutta a difesa del partigiano Fini che, per il momento, non vuole replicare. “Non è questa la sede in cui il presidente della Camera può dare risposte politiche – ha detto il leader del Fli – se lo facessi avallerei l’accusa di partigianeria nei miei confronti che ritengo insussistente. Saranno altre le sedi in cui, se lo riterrò eserciterò il diritto di replica”. Adesso il diktat delle opposizioni sarà: salvare il partigiano Fini.

In ricordo di Paol Gentizon

Per la canagliesca Europa di oggi dobbiamo fare una premessa: Paul Gentizon era un motivato ammiratore di Benito Mussolini.

Paul Gentizon era nato in Svizzera il 24 novembre1885, si laureò in Diritto a Losanna. Fu inviato quale corrispondente in Russia per conto della Gazzetta di Losanna e, rientrato nella primavera del 1915, iniziò la sua attività per Temps, il più autorevole quotidiano francese. Come corrispondente di quel giornale fu inviato, in Germania, quindi in Turchia e, finalmente a Roma dove vi rimase tredici anni.

Ci avvaliamo ora di alcuni stralci dei ricordi di Padre Liberato Rosson, sacerdote tradizionalista, cappellano militare, soldato di Dio e della Patria, come soleva definirsi, nonché amico e confidente del grande scrittore svizzero.

Paul Gentizon, ancora nel crepuscolo della sua vita, continuava a sentirsi l’alfiere di un ideale: l’ideale della verità e della giustizia in cui aveva sempre ravvisato il valore sostanziale della sua missione di scrittore. Scrive Padre Liberato Rosson: <Saluto con gioia plaudente la prossima pubblicazione dei “Souvenirs sur Mussolini”. Di quest’opera Paul Gentizon mi parlava di continuo negli ultimi suoi anni: so quindi da lui che l’opera uscirà incompleta, in talune parti frammentaria e schematica. Essa fu il suo cocente assillo quotidiano, l’oggetto della sua ansietà suprema. Ho ancora nel cuore più che nella memoria le sue ripetute, accorate espressioni: “Mi concederà Iddio abbastanza vita e abbastanza vigore per terminare questa opera? Se riuscirò morirò sereno, senza rimpianti”. Purtroppo non fu accontentato.

Uno dei libri scritti da Paul Gentizon, Defense d’Italie, nel quale, tra l’altro, si ritrova il grande affetto che lo scrittore svizzero riversa sul popolo italiano, libro mirante a rivendicare la figura del Duce. In merito ecco quanto ha testimoniato Padre Liberato Rosson: <Ricordo con che infiammata eloquenza mi manifestava la sua ammirazione per il Duce, ammirazione che – com’egli diceva – non aveva subito nessuna “oscillazione barometrica”>. Paul Gentizon ha scritto il giusto: in quegli anni la figura di Benito Mussolini e dell’Italia Fascista, erano al centro del mondo; in continuazione, senza soluzioni di continuità, da ogni dove confluivano in Italia uomini politici, scienziati, studiosi di ogni specie per capire i segreti del “miracolo italiano”.

Ancora Padre Liberato Rosson: <Tante volte mi aveva intrattenuto sull’argomento di quella grande, travagliata figura storica, comunicandomi tutto il fervore fedele della sua anima latina (parola che gli era particolarmente cara) tuttora affascinata dalla potenza del suo genio, e si accorava accennando alla sua fine, squallida e desolata, paragonabile soltanto all’orrore del Golgota>. Chi scrive queste note non può che condividere queste parole: lo scempio di Piazzale Loreto, l’oltraggio del suo corpo e dei suoi fedeli, non è degno di un Paese che si ispira ai Codici romani, alla civiltà cristiana. Possiamo dire solo che la potenza dell’oro e la capacità di questo nel trasformare l’eroe in malvagio, il martire in carnefice, la verità in menzogna, ha saputo superare qualsiasi soglia che divide il bene dal male.

Ancora Padre Liberato Rosson: <Perciò l’ultimo sospiro di Paul Gentizon fu di difendere quel nome così ingiustamente calunniato e insultato, erigere un monumento ideale alla memoria di quel suscitatore di nuova storia, così eccezionalmente detestato e pianto. Ma nel clima settario creato dalla propaganda politica, imperversante nel mondo dal 1945, sarà necessario, prima di tutto detergere la responsabilità di Mussolini da tutta la fangosa marea delle denigrazioni e delle menzogne che ne sommergono il nome e la gloria. È ciò che fece nella Defense d’Italie imponendo il senso della storia nella interpretazione dei fatti e nella valutazione delle vicende e degli uomini di quell’epoca incriminata. Su questa base e in questo chiarificato orizzonte, egli si proponeva di innalzare al rispetto del mondo la rivendicata figura di Mussolini. Questo egli mi disse nei nostri intensi colloqui. Sventuratamente la malattia fu inesorabile e non gli permise di attuare compiutamente questo suo magnanimo sogno>.

Paul Gentizon, nella rivista Le Mois Suisse n° 74 del maggio 1945, nel ricordo dello scempio di Piazzale Loreto, così si espresse: <L’Italia ha vissuto uno dei giorni più oscuri della sua storia millenaria. Dopo una carriera folgorante, alla fine di una guerra sfortunata, il condottiero che dal 1920 era apparso come il simbolo vivente delle aspirazioni più profonde del popolo italiano, Mussolini, ha subito una atroce fine>.

Dopo una lungo storia dell’epopea mussolinana, così il grande giornalista svizzero conclude: <Vinto, egli è destinato allo spregio e le radio del mondo intero (aggiungiamo: quelle stesse radio che sino a pochi mesi prima lo inneggiavano come il più grande genio del mondo politico, nda) lo proclamano anticristo, Lucifero, o Cesare da carnevale. Come Napoleone alla sua morte. Ma il tempo rimette ogni cosa al suo giusto posto. La storia non potrà vilipendere la sua memoria e gli renderà giustizia. Mai dopo il Rinascimento, l’Italia ha palpitato tanto di vitalità quanto durante il grande periodo del Duce. Ebbene, qualunque cosa avvenga, questo passato non morirà. Il fermento che egli ha riversato non solamente nelle vene italiane, ma nelle arterie del mondo, continuerà a ribollire (…). Dopo secoli di silenzio e di decadenza, l’Italia ha nuovamente parlato ed agito. Pietre miliari imponenti hanno segnato, durante quasi un quarto di secolo, i suoi sforzi e le sue realizzazioni. Esse hanno nome: strade, autostrade, ferrovie, canali di irrigazioni, centrali elettriche, scuole, stadi, sport, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie, commercio, espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani, Patto del Laterano, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica. In politica estera, nel 1932, a Ginevra, venne esposto il progetto mussoliniano tendente all’abolizione dell’artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento. Nel 1933 una nuova proposta in favore della pace: il Patto a Quattro, la cui accettazione avrebbe salvato l’Europa. Qualche mese più tardi ancora un suggerimento per la tregua immediata degli armamenti. Nel 1934, all’inaugurazione di Littoria, nel cuore delle paludi pontine redente dalle loro torbe e dalle loro febbri, la famosa dichiarazione: “Abbiamo conquistato una nuova provincia. Abbiamo dovuto combattere, ma questa guerra, la guerra pacifica, è la guerra che noi preferiamo”> (1). E possiamo aggiungere: 1935, gli accordi franco-italiani, nel 1938, il Gentlemen’s Agreement; 1939, la Conferenza di Monaco, ultimo tentativo di evitare il conflitto. E aggiungiamo: i numerosi atti anglo-franco-americani, di provocazione per obbligarci alla guerra.

Conclude Paul Gentizon: Ma se c’è un nome che, in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini.

Paul Gentizon si spense il 18 agosto 1950 a Losanna.

1) Tutto questo senza ruberia alcuna.

Filippo Giannini

La storia delle destre attraverso i libri

Nella sezione del proprio sito dedicata all’Archivio delle Destre, la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice ha pubblicato il volume digitale di Mario Bozzi Sentieri Bibliodestre. Una storia attraverso i libri (1945-2010), un’ampia bibliografia (227 pagine)  delle opere dedicate alle destre italiane.

Il volume è consultabile al seguente link: http://www.fondazionespirito.it/bibliodestre-unastoria_attraverso_i_libri.pdf.

Come scrive Bozzi Sentieri, in premessa dell’opera ” Bibliodestre nasce dalla necessità di salvare una memoria, la memoria scritta delle diverse “Destre”, che hanno segnato la  Storia italiana dal 1945 in poi.

Nel corso dei sessantacinque anni trascorsi, il mutare dei tempi, le diverse stagioni della politica, l’alternarsi dei modelli culturali hanno visto, seppure su posizioni minoritarie, la presenza di diverse “Destre”, espressioni di visioni della politica, della cultura, della società, alterne, non omogenee, a tratti in contrasto tra loro.

Senza volere dare un giudizio “di merito”su quelle esperienze, bisogna oggettivamente predere atto di una realtà “di fatto”, caratterizzata da un quadro complesso, seppure disarmonico, a cui va riconosciuto il diritto/dovere della memoria. Una memoria che, spesso, nelle ricostruzioni seguenti, ha perso di vista il valore, la complessità e la stessa contraddittorietà di quei percorsi. Al punto che essi sono stati, di volta in volta, ignorati, demonizzati, incompresi, molto spesso fraintesi, se non manipolati.

L’invito che vogliamo lanciare con Bibliodestre è di ritrovare l’alterno percorso delle Destre italiane, andando – come ci insegna la ricerca storica – alle “fonti”, ai documenti, agli atti, agli elaborati,  contemporanei di quelle esperienze. La lettura cronologica e tematica delle fonti, comprese quelle manifestatamente avverse, sollecita, di per se stessa, una visione complessiva di quelle esperienze, offrendo, nel contempo, l’immagine della dinamicità, delle contraddizioni, delle ambizioni espresse da quel mondo, anche nei momenti di maggiore emarginazione politica e di minorità culturale.

Proprio per il suo carattere in progress  questa ricerca non pretende di essere esaustiva,  invitando piuttosto  il lettore alla doverosa integrazione/rettifica.

Nostra ambizione quella di sollecitare il recupero dei tanti “giacimenti” politici e culturali, oggi dispersi, dei quali questa bibliografia vuole essere una prima sintesi”.

Chi fosse interessato ad integrare e correggere Bibliodestre può scrivere direttamente alla Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice (Via Genova 24 –  00184 Roma) mail: [email protected].

LA REDAZIONE