I problemi dei giovani

In Italia così come in altri paesi industrializzati, le giovani generazioni devono lottare contro tanti fattori che giorno per giorno rendono sempre più difficili le loro condizioni. La difficoltà di trovare un posto di lavoro, e quindi un reddito che li renda autosufficienti, porta i giovani a compiere tanti sacrifici e sentirsi frustrati spesso in modo umiliante; la carenza di alloggi rende loro difficile programmare il futuro e li porta a procrastinare la vita nella famiglia paterna, deludendoli nel loro bisogno di autonomia e di libertà d’esperienza; il crollo di tante certezze e di tanti miti li porta a un a crisi di valori ideali per cui tutto appare contingente; le istituzioni già talvolta così lontane dal paese reale, appaiono ai giovani ancora più distanti e incapaci di risolvere o solamente capire i loro problemi. La crisi dei valori ideali appare oggi determinante nel generale smarrimento e senso di solitudine nelle giovani generazioni. È vero che tanti ideali nel passato sono stati causa di immani rovine e disastri, basti pensare quanti guai sono stati procurati da un certo esasperato nazionalismo e da un malinteso amor di patria, ma il non aver alcun punto di riferimento valido porta inevitabilmente le giovani generazioni ad una crisi d’identità e ad un rifiuto acritico ed inconcludente del passato. In tutte le epoche ci sono stati contrasti tra vecchie e nuove generazioni, sempre il nostro mondo ha visto il bisogno di riflessione e il senso della misura, proprio degli anziani, scontrarsi con l’esuberanza, l’entusiasmo e la voglia del nuovo, tipici dei giovani. Esiste un rapporto dialettico tra il mondo dei giovani e il mondo degli anziani: questi ultimi lasciano la loro esperienza, danno il senso della continuità, mentre i giovani hanno il compito, una volta recepito il meglio del passato, di spingere oltre, verso il nuovo, le conoscenze e le attività umane. L’entusiasmo e l’irruenza dei giovani nella storia hanno sempre avuto il compito di rompere l’immobilismo e l’inerzia, il senso della misura e la moderazione degli anziani quello invece di garantire alla società la stabilità, il senso della continuità e la sicurezza spirituale. Gli ideali e i valori morali rappresentano il legame spirituale tra le vecchie e le giovani generazioni: il senso della continuità, che pur si avverte nel succedersi delle epoche storiche e della società, è dato proprio da questo riconoscersi in qualcosa di spiritualmente identico, come un ideale testamento che le generazioni si trasmettono. Molti di questi ideali per alcuni si concretizzavano nella famiglia, nella patria, nella devozione religiosa; per gli altri in valori e modelli comportamenti come l’onestà, la giustizia; in altri ancora in ideologie o anche in certe confraternite religiose, che consentivano di ritrovarsi in una solidarietà che non aveva confini geografici e di sentirsi compagni o “fratelli” con tanti uomini sconosciuti e lontani anche decine di migliaia di chilometri. Cadute le ideologie, molti di questi ideali non affascinano ormai più i giovani: il consumismo e la corsa al denaro hanno fatto piazza pulita di tutto questo. La società industriale ci ha portato tanto benessere materiale, ci ha liberato da tante malattie che una volta mietevano milioni di vittime, ci ha consentito di poter comunicare in un attimo con regioni e paesi lontani decine di migliaia di chilometri, ha consentito ad alcuni uomini di passeggiare sulla Luna, ma col suo dio-denaro ha svuotato lo spirito degli uomini, ha mercificato persino i sentimenti, ha trasformato tutto in oggetti di consumo, ha illuso che anche la felicità, diventa “trip”, “viaggio”, potesse essere raggiunta materialmente in ogni momento mediante il consumo di una dose di sostanze stupefacenti, secondo la propaganda accattivante degli spacciatori, ambigui venditori di “estasi-morte”. Non è retorico affermare che la mancanza di ideali porta alla morte dello spirito. Credere in qualcosa vuol dire avere un fine nella vita, lottare, sacrificarsi per qualcosa, ma quando tutto può essere facilmente conquistato col denaro e col denaro sempre più cose nuove possono essere ottenute e consumate, ecco che in questo circolo vizioso il denaro diventa effettivamente il “vitello d’oro” che gli uomini adorano. Anche la libertà è diventata secondo un malinteso permissivismo, un modo d’essere più o meno “consumabile”, più che la conquista di una dignità umana nel rispetto innanzitutto della libertà e dei diritti del prossimo. È questo, a mio avviso, il retroterra culturale che ha favorito il diffondersi, tra i giovani, della droga. La mancanza di punti di riferimento dati da solidi valori ideali e il consumismo come unico modello sociale sono le vere cause di tale flagello. L’illusoria felicità di una dose di eroina da consumare, rimanendone così schiavi, è stato detto, ma quante altre cose sono anch’esse feticci di benessere e illusioni di felicità agli occhi dei giovani e anche dei nuovi giovani. “Magari potessi avere questo scooter!”, “Magari potessi avere quella macchina sportiva!”, “Magari potessi avere quello stereo! (non certo per la musica, ma per vantare il numero dei watt)”… Anche questa è droga per lo spirito quando ci fa perdere il senso delle cose, quando ci rende schiavi dei feticci creati dal consumismo. L’uomo non vale per quello che ha, come vorrebbero farci credere i persuasori occulti del consumismo, ma per quello che è e per quello che sa. Soltanto prendendo coscienza di questo si può avere la possibilità di ritrovare una vera dimensione umana e di non essere più soltanto i “terminali” dei messaggi pubblicitari. Solo in questo modo si può sperare concretamente di arginare il dilagare del fenomeni-droga, perché questo non è altro che la logica conseguenza del modello di vita consumistico. È un discorso quindi di prevenzione e non di repressione del fenomeno, ma di una prevenzione basata non su momentanei interventi di informazione, del resto necessari anche questi, ma su una radicale inversione di tendenza nel costume e nella mentalità dell’intero corpo sociale, a cominciare ovviamente dalla sua classe dirigente. È difficile, ma, se non si vogliono solo dei semplici palliativi, è l’unica strada da seguire per poter cambiare radicalmente.

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Sognare è lecito, realizzare è utopia

Leggo e rileggo la letteronza del governo alla UE. Non trovo difetti se mi pongo del punto di vista liberale. Non vedo cedimenti nella coerenza programmatica. Non balzano agli occhi ingiustizie sociali marchiane, se mi atteggio a socialistoide. Sempre che io mi vesta da buon liberale d’antan. Dunque Berlusconi e i quaranta birboni hanno fatto un buon lavoro: ci sono le liberalizzazioni promesse, l’età pensionabile europeista, le agevolazioni per le imprese, la deburocratizzazione tanto agognata, l’elasticità del lavoro, il paino Sud tremontiano , al riforma costituzionale in senso presidenzialista e chi più ne ha, più ne metta. Tanto di cappello ai saggi in crinolina e ai vecchi marpioni pidiellini. Peccato che il sottoscritto sia convinto che il modello liberal-capitalistico sia alla frutta e occorra invece un modello innovativo, ma questo è un altro discorso. In ogni caso, anche se rimaniamo nell’ambito malaticcio della vulgata dominante, non possiamo non constatare che ci troviamo di fronte alle stesse premesse-promesse che il berlusconismo porta avanti da vent’anni senza realizzare un gran che. Ciò non significa addossare troppe colpe a chi è in sella: molti dei ministri che si sono succeduti durante il regno di Silvio I° da Arcore hanno fatto del loro meglio e non erano poi malaccio. Pure il conducator non si è risparmiato, considerando poi che subiva attacchi quotidiani più o meno motivati dalla magistratura. Il nodo gordiano sta altrove: il sistema Italia, caratterizzato da un pesante sbilanciamento dei poteri statuali, da una forsennata corsa ai privilegi di categoria e da un egoismo cortilaro parossisitico non ha permesso e non permetterà ancora una volta l’attuazione dei programmi e il mantenimento delle promesse dorate. Meglio che i governanti si rassegnnino e parlino chiaro e gli oppositori la smettano di gridare al lupo, perchè quando il lupo scapperà a loro e no potranno accalappiarlo,  causa gli stessi soliti veti incrociati, faranno la figura dei peracottari. La verità è che l’Italia dovrebbe cominciare  ad accettare l’idea del bagno di sangue rigeneratore: ma chiediamo troppo, ne siamo coscienti. Come si suol dire, meglio affogare nell’illusione che affrontare la dura realtà.

Maurizio Gregorini

Il Fascismo appartiene alla Storia d’Italia

Oggi, 28 ottobre, è l’89° anniversario della Marcia su Roma che segnò l’inizio del cosiddetto Ventennio tra il 1922 e il 1943 (25 luglio).

In passato ho scritto una serie di interventi (il cui collegamento è possibile trovare in calce al presente) che commentano un evento che è passato, che è Storia d’Italia.
Il Fascismo è, infatti, Storia ed è nella Storia d’Italia, piaccia o meno agli antifascisti in s.p.e. che vivono con lo sguardo rivolto ad un passato manipolato per esigenze di propaganda.
Ancora una volta abbiamo la conferma che a Destra siamo migliori di quelli che stanno a sinistra e la prova è la saggezza e la profondità culturale e civile dell’intervento di oggi ne Il Giornale  di Marcello Veneziani, proprio sul 28 ottobre, che interpreta in pieno il l’animo di chi ha, da tempo, consegnato il Fascismo alla Storia, ma che mai sarà antifascista.
28 ottobre 2005 La mia Marcia su Roma
28 ottobre 2006 L’eredità del fascismo
28 ottobre 2009 LXXXVII

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l’Economist su Berlusconi. Ma chi ricorda mister Mortadella?

L’Economist oggi esce con all’interno una vignetta che rappresenta Berlusconi vestito come un clown, con tanto di cravattona con donnina discinta. Chissà come si sono divertiti nel pensare a come poterlo raffigurare per poter far divertire meglio la sinistra italiana e mondiale, nonchè monsieur Brunì. Certo è che la sinistra italiana è naturalmente molto soddisfatta […]

Merkel-Sarkò e l’italia

Siamo alla follia. All’inutile vertice Ue di domenica, chi era sul banco degli imputati? La Grecia con i suoi bilanci truccati e il default ormai alle porte (nonostante gli altri 8 miliardi di morfina in arrivo, a meno che il Fmi non li blocchi)? La Francia con le sue banche strapiene di debito ellenico? La Germania che vuole trasformare l’Efsf in un’assicurazione per far felici Allianz e Deutsche Bank e salvare banche e assicurazioni, anch’esse belle cariche di porcheria, ancorché meno dei maestrini di francesi perché hanno tentato di svendere tutto a qualsiasi prezzo nei mesi scorsi? No, l’Italia. Ben inteso, questo Paese ha sì bisogno di un elettroshock liberale e liberista come dell’aria e l’attuale maggioranza, bloccata dal socialismo reale di Tremonti e dal conservatorismo populista della Lega Nord, non può dar vita a questa rivoluzione necessaria, ma mi risulta difficile da digerire il fatto che Cip e Ciop ci “impongano” di presentare il Decreto sviluppo entro il nuovo vertice Ue fissato per domani. Ma chi sono questi due per dare ordini? Riforma pensionistica, privatizzazioni e vendita di beni dello Stato sono misure necessarie e sacrosante per stabilità e crescita, così come improrogabile è ormai lo strappo con lumbard e superministro dell’Economia, ma i tedeschi che truccano i conti del debito pubblico non conteggiando alcuni costi, i quali altrimenti li porterebbero molto più vicini a noi come ratio debito/Pil, sono così sicuri di poter straparlare, facendosi beffe dell’Italia? Hanno le banche che sono degli hedge funds sottocapitalizzati, quelle semipubbliche legate ai Lander hanno agito come trading desk di banche d’affari e ora vengono a fare la morale a noi che, fino a prova contraria, di banche non ne abbiamo dovuto salvare? Dexia, poi, è forse italiana?
Se ci si sta coprendo di ridicolo davanti al mondo, passando da un rinvio all’altro, da un vertice all’altro, da un Eurogruppo a un G20 come se fossero riunioni di condominio dove si litiga in punta di millesimi, è principalmente per il nodo dei tagli obbligazionari sul debito greco che riguardano quasi esclusivamente istituti di credito e compagnie assicurative francesi e tedesche, eppure rompono l’anima a noi, che abbiamo sì un debito pubblico alto ma stabile da ormai anni a livello di gestibilità, nonché un avanzo primario che lor signori si sognano e un debito privato tra i più bassi in assoluto: ma stessero zitti! Quale credibilità possa avere uno come Sarkozy, poi, è degno della risata che Giuliano Ferrara e Antonio Martino hanno annunciato per oggi pomeriggio alle 17 a Piazza Farnese, di fronte all’ambasciata di Francia. La scorsa settimana, con tono tra l’ultimativo e il millenaristico, aveva dichiarato che se non ci fosse stato accordo al vertice di domenica, «sarebbe stata la catastrofe». E ora? Ora si può spostare avanti l’orologio della catastrofe fino a domani, la fine del mondo economico-finanziario è su prenotazione, quasi fossero i nostri conti e non le loro banche o il debito greco a far tremare l’Europa?

Scarsa lingua di terra che orla il mare

Premetto che l’ambiente non è né di destra né di sinistra e  che vivere in un ambiente geografico sicuro è nell’interesse di tutti gli Italiani. Quello che sta accadendo in Liguria, terra nella quale sono nata, e naturale porta del Nord-Italia e del Nord-Europa, per tutti quelli che vengono a respirare un po’ d’aria di mare nel mentre fanno qualche romantica passeggiata, è semplicemente catastrofico. E non è un’iperbole. Le Cinque Terre, che sono tra le più pittoresche località della Liguria, d’Italia e del mondo, all’improvviso si sono trasformate in un paesaggio spettrale. L’immagine di Monterosso annegata sotto un fiume di fango e di detriti è semplicemente angosciante (video). Lo stesso dicasi per Vernazza dove la Torre Doria emerge da acque marron invece che azzurre e il grazioso porticciolo è diventato simile ad una discarica (qui il video).
Anche Bonassola e Levanto, ridenti località del levante ligure sono ridotte allo stesso cupo scenario, mentre c’è stata una frana nella penisola di Sestri Levante. Il risultato di tutto ciò è una regione-regina in ginocchio e isolata dalle vie di comunicazione autostradali e ferroviarie. Scarseggia tutto, anche i generi di prima necessità e molti degli aiuti devono arrivare via mare.   
Ma torno alle Cinque Terre, famose in tutto il mondo e, mèta irrinunciabile di turisti provenienti dai 4 angoli del pianeta, classificate quale “patrimonio dell’Umanità” dalla solita Unesco, classificazione opinabile, dal momento che la terra dovrebbe essere innanzitutto di chi vi è nato e vi risiede. 
C’è da chiedersi perché queste piccole roccaforti a picco sul mare, che resistettero agli assalti dei saraceni, dei turchi, dei pirati, di tutte le intemperie, dei fortunali e dei venti che le hanno flagellate nel corso dei secoli,  si stanno sgretolando proprio ora. Sembra quasi la triste metafora del nostro bel Paese. Troppa pressione turistica,  troppe infrastrutture attrezzate ad uso esclusivo del turismo creano un impatto ambientale simile a quei campi coltivati esclusivamente a granoturco. Poi si depauperano e diventano sterili. Intere fasce di irti colli abbandonati, laddove un tempo c’erano terrazzamenti finemente coltivati a ulivi e viti recintati da sapienti  muretti a secco, ora franano impietosamente, trascinandosi dietro pezzi di montagne, cascate d’acqua, fango, tronchi e detriti. Siamo dunque al turismo come monocoltura e i risultati sono sotto ai nostri occhi.
E improvvisamente…l’ estate scorsa, (la mia, nella fattispecie) a Monterosso diventa un lontano ricordo di giorni azzurri e sereni  con gli agavi che svettano controluce, un gatto che dorme all’ombra di una grossa anfora di coccio su una terrazza sul mare –  giorni che ora sembrano remoti come un vecchio album di fotografie.
Monterosso, il borgo marinaro, già solatia residenza di Eugenio Montale, piegato, distrutto dalla furia delle acque che sono scrosciate dal monte in pochi attimi insieme alla vicina Vernazza. Ci vogliono intere generazioni per costruire, ma basta un attimo per distruggere tutto. Colgo qui l’occasione per fare un encomio della  dignità burbanzosa del popolo ligure sempre così laconico e taciturno che ora si ritrova ad affrontare la dura realtà della mesta conta dei danni, delle vite spezzate (finora sette, più numerosi dispersi), senza tragedie greche, senza sceneggiate napoletane.  Specie quelli dei paesi dell’entroterra spezzino della Val di Vara come Brugnato, Borghetto Vara, di Sesta Godano,  della Val di Magra, della Lunigiana, gente assai più modesta di quella della fascia costiera; gente  che si è costruita la casa e qualche esercizio commerciale con grande sacrificio, ma che ora, oltre ai morti, ha perso davvero tutto.
Sarà per tutti costoro un triste ponte dei santi e dei morti (non chiamatelo Halloween, per carità di patria!). E ancora voglio ricordare la graziosa Bocca di Magra, che fu la residenza estiva di Elio Vittorini e di Vittorio Sereni,  diventata un cimitero delle barche e delle auto introvabili, mentre l’acqua del Magra sale ai primi piani delle case. La parola d’ordine d’ora in poi sarà dragare  e monitorare i greti dei fiumi, altrimenti creano tappi e alluvioni. Infischiandosene dei verdi talebani che quando vedono qualche vecchio contadino ripulire i greti dai tronchi d’alberi si precipitano a imperdirglielo. Ma cos’hanno costoro al posto del cervello?
Ma soprattutto occorre una diversa direttrice di marcia, se non vogliamo ritrovarci ancora in balia dei cataclismi, peraltro inevitabili.

Poiché quello che non sono riusciti a fare gli agenti atmosferici nel corso  dei secoli, quello che non hanno fatto i predoni del mare, lo ha fatto il mercato, la cementificazione, l’eccesso di impatto turistico, di motorizzazione. Ridare la Liguria ai suoi poeti, ai suoi santi e ai suoi navigatori è solo un impossibile sogno. Ma qualcosa per salvarla dal suo dissesto idrogeologico bisognerà pur fare. 

  
Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi, morsa            
dal sale come anello d’ancoraggio;         
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore…
(Camillo Sbarbaro)

TELEFONO SOLIDALE per alluvionati – Dalle 19, 30 di giovedì 27 ottobre è aperto il  numero solidale 45500 a cui inviare SMS da cellulari TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobile e Tiscali oppure chiamando da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Tiscali e Tele Tu. Il valore della donazione per ciascun messaggio è di 2 euro. Il numero resta attivo fino al 28 novembre. Come ho fatto per l’alluvione a Vicenza dello scorso anno, io ho  aderito.

… meglio tacere e…

Adesso che la guerra intestina che per mesi ha dilaniato e diviso la Libia è finita, bisogna rimboccarsi le maniche e ricostruire. Dall’addestramento delle forze di sicurezza al controllo delle armi chimiche, fino allo sminamento. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa assicura che l’Italia “è pronta a fare la sua parte” per accompagnare il popolo libico nella ricostruzione del proprio Paese. Nel corso di un’informativa a Palazzo Madama, il titolare della Difesa ha, tuttavia, fatto sapere che “per saperne di più sul futuro dell’impegno Nato in Libia occorrerà però aspettare le decisioni della riunione del Consiglio Atlantico di domani”.
“Il contributo italiano per il monitoraggio della situazione in Libia potrebbe riguardare la formazione e l’addestramento delle forze di sicurezza libiche, il controllo delle armi chimiche, delle armi antiaeree spalleggiabili e lo sminamento umanitario”. La Russa elenca al Senato il contributo che il nostro Paese intende dare al popolo libico per aiutarlo in questo momento di transizione che fa seguito alla morte del raìs. Morte che, sottolinea il ministro, “non rientrava negli obiettivi militari della Nato” e che per questo sarà al centro di un’indagine per vagliarne “le modalità”. Per quanto riguarda la collaborazione con il popolo libico, La Russa fa sapere che l’Italia contribuirà in “settori complessi e altamente sensibili” per i quali il nostro Paese è pronto a fornire il proprio contributo, “sia nell’ambito di iniziative internazionali ovvero su specifica richiesta delle autorità libiche anche con accordi bilaterali”.
La Russa ci tiene, tuttavia, a ricordare che la copertura finanziaria della missione è scaduta il 30 settembre. Non è, comunque, stato necessario un nuovo rifinanziamento: “Le operazioni successive a quella data non lo hanno richiesto”. “Mentre la necessaria copertura giuridico-amministrativa del personale impiegato – ha continuato La Russa nell’audizione a Palazzo Madama – verrà contemplata in un’apposita previsione da collocarsi nel primo strumento normativo utile”. Va comunque detto che ieri, durante la riunione dei capi di Stato Maggiore dei Paesi intervenuti in Libia, l’Italia ha già avuto le richieste di una partecipazione a una nuova missione nel Paese del Nord Africa. “Si sono ipotizzate soluzioni che meriteranno un’attenta valutazione da parte italiana – ha spiegato il ministro della Difesa – non si può vanificare lo sforzo ora fatto e disattendere le legittime speranze di un popolo”.

Bene così

L’unione europea ha condiviso le scelte del Governo illustrate nella lettera di intenti.
Le speranze della sinistra di ribaltare il Premier sono, ancora una volta, naufragate grazie alla solidità del rapporto tra Berlusconi e Bossi.
La lettura dei commenti della stampa induce in confusione, anche perché l’interesse di gran parte dei giornali è di perseguire una (ottusa) critica al Governo, finalizzando il tutto alla eliminazione di Berlusconi.
Così la parte del leone la fanno due “notizie” lanciate a slogan: licenziamenti più facili e in pensione a 67 anni.
In questo modo la stampa di sinistra evita di dover riconoscere i meriti al Governo e, anzi, istiga alla ribellione (come direbbe qualche sindacalista di infimo ordine) cercando di proiettare l’idea di un Governo che affama il Popolo.
Ma la pensione a 67 anni è “a regime”, cioè nel 2026, data che avrebbe portato a tale età a prescindere da nuovi provvedimenti che, infatti, non sono stati assunti.
Quanto ai licenziamenti “più facili” è un impegno (modificare il famigerato articolo 18 per sostituire al reintegro il risarcimento) che il Governo è stato costretto ad assumere per rimediare alla furbizia che confindustria e la triplice cgil-cisl-uil hanno posto in essere con il depotenziamento degli “accordi in deroga” che, tra l’altro, è stato anche il casus belli per l’uscita della Fiat dall’organizzazione imprenditoriale che Marcegaglia sta portando alla rottamazione.
Ma l’aspetto più rilevante è che NON ci sono:
patrimoniali (anche se dispiace all’assatanato – di denaro altrui – Bonanni)
– ripristino ici
aumenti delle aliquote delle imposte dirette
– prelievi forzosi sui risparmi.
Invece C’E’ un impegno quantificato e scadenzato nel tempo per:
– ridurre i costi della politica
– snellire la pubblica amministrazione
– rendere produttivo il pubblico impiego con mobilità e flessibilità
– vendere il patrimonio dello stato.
Sono dichiarazioni di intenti ?
Certo, ma sono in linea con quanto è sempre stato sostenuto nel progetto sociale ed economico del Centro Destra con eccezione della riduzione delle tasse che, in questo momento, appare una chimera, visto che è già un risultato respingere gli attacchi ai nostri patrimoni e risparmi portati dagli adoratori del pubblico.
Le dichiarazioni dei sindacalisti e della opposizione sono bellicose.
Non dubito che loro vorrebbero gli scontri di piazza per ridurci come la Grecia.
Per fortuna il Governo c’è e non sembra voler inseguire la facile demagogia da gabellieri dei Bonanni, delle Camusso, dei Bersani, dei Fini.
E il debito pubblico dovrà comunque essere pagato, riuscendoci solo chiudendo i rubinetti della spesa pubblica, non rapinando ope legis i patrimoni e i risparmi dei cittadini.

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Rinascita morale, non moralismo

Intorno alla vexata quaestio dei valori si sono spese pagine e pagine. Purtroppo però l’argomento resta di drammatica attualità. La decadenza morale, i cedimenti continui dei presupposti che stanno alla base della nostra cultura e del nostro vivere comune sono così evidenti da non lasciare campo a dubbi: una trasformazione valoriale è strettamente necessaria per riattivare la circolazione delle energie nel nostro paese.

Corruzione e avidità dilagano, i costumi degenerano, la soglia si abbassa ogni giorno grazie a malintesi progressismi e alla diffusione che ne danno i media. I nostri figli sono sempre più fragili ed esposti ad ogni sorta d’influenza, negativa o positiva che essa sia. I rapporti tra i due sessi sono ormai deteriorati e il nucleo centrale della nostra società, la famiglia, è allo sbando.

Tutti siamo diventati estremamente sensibili alle influenze culturali provenienti dall’esterno, al punto da temere religioni e uomini appena diversi da noi. Dobbiamo però renderci conto che la debolezza è nostra.

Criticare ciò non significa vagheggiare un illusorio eden popolato solo da onesti e candore. Tutt’altro, il pragmatismo ci anima, e ci dice che l’unica via d’uscita è riprendere fra le mani il carattere del popolo, la sua cultura, le sue qualità frustrate. Senza illusioni ma con seria motivazione.

Quella intorno ai valori è dunque la battaglia centrale che dobbiamo combattere: abbiamo infatti urgente bisogno di una sostanziosa riforma morale (non moralistica, stiamo bene attenti: “Moralità è tensione a una coerenza fra valori e comportamento; e coscienza del disaccordo. Diventa politica, ne è il nome privato. Moralismo è il nome di chi nega debbano o possano esistere valori e comportamenti  altri da quelli che la moralità ha presente in un momento dato”  Franco Fortini).

Recuperare certezze significa anche eliminare paure sotterranee e timori palesi; essere più forti ed accoglienti di fronte all’invasione di culture estranee o credenze religiose, ad oggi più salde delle nostre.

Individuare nuovi valori e nuove parole per indicarli. Questo, oggi, è uno dei nostri compiti supremi.

Maurizio Gregorini

(nella foto: Couture – La decadenza del popolo romano)