La legge elettorale non è un problema

La sinistra, appiattita sull’antiberlusconismo coatto, strilla in continuazione denunciando l’azione della Maggioranza su temi (intercettazioni, riforma giustizia, separazione delle carriere dei magistrati, ricondurre i magistrati nel loro alveo naturale senza invasioni di campo in politica) a suo dire, di non interesse per la nazione.
A me sembra che sia invece il referendum sulla legge elettorale a corrispondere a tale inutilità, anzi dannosità.
Le intercettazioni e la mala giustizia sono un danno per l’Italia (multata ripetutamente per gli errori e i ritardi) e per gli Italiani che non hanno un soggetto terzo cui affidarsi con fiducia per risolvere contrasti ed avere giustizia.
Ma la legge elettorale, per quanto determinante nella formazione e composizione del parlamento, è poco significativa per l’Italia e gli Italiani.
Tanto più che la legge attuale è una buona legge che, rispettando caratteristiche naturali del nostro Popolo, garantisce alcuni paletti che salterebbero con il referendum.
1 – Governabilità
Il premio di maggioranza concesso alla coalizione che ottiene anche un solo voto in più di un’altra, è una buona garanzia contro i governi semestrali tipici della prima repubblica che tanto danno, soprattutto per le spese clientelari disposte pur di restare a galla, ci hanno provocato e che oggi dobbiamo pagare.
Certo, si dovrebbe garantire il Premier contro i ribaltoni, vincolando gli eletti al mandato degli elettori e, quindi, facendoli decadere ove cambiassero partito per saltare il fosso tra maggioranza e opposizione.
Certo, ancora, bisognerebbe superare il veto allora apposto da Ciampi ed estendere il premio di maggioranza anche al senato e a livello nazionale.
2 – Coalizione
L’Italiano è per natura individualista.
Due italiani che si incontrano formano due partiti.
Ma tre italiani che si incontrano danno vita, pur restando ognuno della propria idea, ad una coalizione.
Così la legge elettorale vigente consente la governabilità grazie al premio di maggioranza, ma anche la massima libertà di associazione che si trasforma nel salvaguardare le identità ideali grazie al sistema della coalizione cui viene attribuito il premio.
3 – Preferenze
La sinistra ha mosso una gran caciara sulle preferenze, brandendole come lo strumento per far decidere agli elettori chi eleggere.
Ma chi mette in lista i candidati ?
La nomenklatura dei partiti.
Negli anni settanta – ottanta mi ricordo il caso di parlamentari eletti con valanghe di voti, sempre a rischio di esclusione dalle liste successive perché invisi alla burocrazia di partito (penso ad esempio ai democristiani De Carolis e Rossi di Montelera) oppure catapultati in circoscrizioni ostili.
E che dire del sistema delle preferenze per controllare l’espressione del voto ?
Soprattutto in zone infestate dalla criminalità organizzata coloro che più berciano di antimafia, con le preferenze aiuterebbero la mafia a controllare i voti come accadeva una volta quando bastava cambiare la combinazione dei voti per verificare se chi aveva promesso, manteneva e quanto “contava” in quella determinata zona.
Certo, sarebbe bello poter eleggere per scelta diretta, ma questo può accadere solo se si dividesse l’Italia in tante piccole circoscrizioni, dove chiunque potesse candidarsi senza tante pastoie burocratiche (comitati per i finanziamenti, raccolta di firme, termini di presentazione, di ricorsi etc.).
Alla fine della storia, chi vuole il referendum tenta di restituire alle nomenklature dei partiti il controllo sugli eletti, per evitare il ripetersi di un “fenomeno Berlusconi”, esattamente come con la costituzione del 1948 si tolse al governo e al suo presidente ogni potere per evitare il ripetersi del ”fenomeno Mussolini, regalandoci, facendo così prevalere la paura sul buon senso: ingovernabilità, governi della durata di sei mesi, debito a 1900 miliardi di euro che corrispondono all’incirca a 3.800.000 di miliardi di lire.
Sono certo che tutto questo i coatti dell’antiberlusconismo che sono accorsi a firmare non solo non l’hanno valutato, ma rifiuterebbero anche di considerarlo, essendo così schiumanti verso il loro obiettivo che è unicamente quello di eliminare il Premier, indipendentemente dalle nefaste conseguenze.
Ma noi che sappiamo ragionare, dobbiamo farlo anche per loro e opporci al ritorno al passato, operando semmai per il miglioramento di una legge già buona che consente governabilità, pluralismo e segretezza del voto.
Ma vi sono altri interventi, in campo economico e sulla giustizia, che hanno la precedenza, come giustamente osserva il Premier.

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Attualità di Ugo La Malfa

Quando pubblicai questo post – il mio secondo post – era il 24 febbraio 2006. Era un elogio alla mitica figura di Ugo La Malfa, intransigente controllore dei conti dello stato, un fustigatore. E quando, nel 1980, tuonava  contro chi perseguiva l’allentamento dei cordoni della borsa, facendo così lievitare la spesa pubblica a più di quanto ci si sarebbe potuto permettere, c’era chi lo denigrava, e lo metteva in cattiva luce agli occhi degli italiani, dicendo che lui aveva in mente solo il debito pubblico. Ed è bene ricordare che in quegli anni, intorno al 1980, il debito pubblico era di “appena” circa 200.000 miliardi di lire, circa 100.000 milioni di euro. Dopo tutto quello che sta avvenendo all’euro, a causa dei debiti pubblici degli stati dell’EU, credo che quel post sia stato profetico. Lo riesumo, quindi, ripubblicandolo integralmente.
Nei prossimi venti anni l’Italia dovrà dire addio al sogno tanto perseguito da Berlusconi, quello dell’aliquota unica o doppia. Questo avvenimento dovrà comunque essere vissuto con giusta rassegnazione e con grande rispetto per chi ha perseguito quel sogno senza riuscire a realizzarlo.
Nei prossimi venti anni dovranno essere spese energie per la lotta all’evasione fiscale preceduta però dal controllo assolutamente rigoroso della spesa pubblica e dovrà inoltre essere messo ancora maggior impegno nella ricerca di meccanismi di equità nell’imposizione fiscale: condizioni assolutamente indispensabili che daranno un senso e uno stimolo significativo a chi combatterà la lotta all’evasione ma anche per chi ne subirà consapevolmente le conseguenze. Ciò che, bisogna ammetterlo, piaccia oppure no, ha già iniziato a fare questo governo col segnale dato mediante il taglio del finanziamento della spesa pubblica.

Ero ragazzo e sentivo parlare e discutevamo tra coetanei delle epiche battaglie parlamentari di Ugo La Malfa, intransigente critico e controllore dei conti dello Stato. Fu proprio negli anni di sua permanenza in Parlamento e nel Governo che avvenne il “Miracolo Economico Italiano” e che l’Italia vinse il premio simbolico della moneta più stabile e più forte d’Europa, primato che si mantenne, seppure con inizio di incrinature, per ricorsi sempre maggiori al debito estero, fin quasi alla fine degli anni ’70. Ma tutto questo era plausibile e ampiamente condiviso dalla maggior parte: era avvenuta la ricostruzione, si dovevano finanziare le grandi opere e l’Italia era nel frattempo diventata la settima potenza industriale del mondo: per i ragazzi consapevoli di allora, tutto questo era motivo di grande orgoglio e amor di patria.

Il venir meno della forza di contrasto di Ugo La Malfa, e la minore efficacia dei suoi compagni di partito, dalla fine anni ’70 segnò l’inizio dei conti pubblici fuori controllo per l’Italia e con esso le svalutazioni a ripetizione della lira sulle altre monete i cui effetti sono evidenti a tutti. Un esempio fra i tanti: se per un buon appartamento ci volevano 15 milioni nel ’75, ora ce ne vogliono 500.

Nell’ultimo ventennio del secolo scorso, l’Italia ha fatto molto, soprattutto in campo sociale, ma ha anche sprecato e sperperato molto: ce lo dice la storia analizzando fatti ed effetti e l’infallibilità del senno di poi. Non era mai accaduto prima, dall’Unità d’Italia, che il debito pubblico decuplicasse in 20 anni: si è voluto fare il passo più lungo della gamba. Ora per raddrizzare i conti, se vogliamo risalire lentamente la china, dobbiamo rassegnarci a un ventennio di rigore pubblico: quali governi potranno assicurarcelo?
Ecco perché l’addio all’aliquota unica dovrà essere considerata con rispetto per chi non è riuscito e non potrà realizzarla.
E saranno proprio i più ricchi con le loro aliquote marginali, e le altre misure necessarie che ho citato sopra, a rimettere a posto i conti dissestati dello Stato e con essi le sorti del suo futuro.

Marchionne Ramsete II lascia la Marcegaglia

In pratica la Confindustria e i sindacati con l’accordo stipulato tra loro a Settembre avevano sconfessato la linea di Marchionne e del governo che gli va dietro. I due soggetti avevano convenuto che l’articolo 8 della manovra approvata dal governo – che tanto piace all’amministratore della Fiat, per intenderci quello che prevede quelli che ormai […]

Assad? Gheddafi? No, un ministro del governo Cameron

Una regola non scritta della politica europea dice che se un governo di destra vuol recuperare consensi e mandare nel caos la sinistra deve puntare il dito sull’immigrazione, da circa due decenni tallone d’Achille e piaga purulenta dei progressisti dell’Europa Occidentale. Sul tema dell’immigrazione infatti, è noto, i partiti di sinistra del nostro continente sono abbastanza deboli e completamente scollegati dalla società, specie da quei ceti più bassi di cui un tempo dicevano essere i rappresentanti, quei ceti bassi che oggi subiscono maggiormente i danni di un’immigrazione priva di freni e di controlli e che alle sinistre ormai preferiscono sempre più le destre populiste. E forse in quest’ottica va vista l’uscita del ministro degli interni del governo Cameron, lady Theresa May, la quale ha dichiarato al Sunday Telegraph che se fosse per lei la Gran Bretagna dovrebbe recedere unilateralmente dalla convenzione europea dei diritti dell’uomo. La lady di ferro dell’esecutivo conservatore dice che il suo dicastero è fortemente danneggiato dalla religione laica dei diritti umani, che ostacolano il rimpatrio di terroristi e criminali stranieri, criminali stranieri che rappresentano oltre il 30% della popolazione carceraria britannica (pur essendo il 10% della popolazione) e che nella capitale britannica commettono oltre il 50% dei “delitti di strada” (furti; rapine, spaccio di droga etc. etc.). Ora, al netto del fatto che lady May da un certo punto di vista ha ragione da vendere, e che la si ringrazia vivamente per avere aperto una breccia nella religione laica dei diritti umani, una breccia che magari possa in seguito aprire una discussione più ampia sul come il culto dell’umanitarismo spesso si riveli oppressore dei nostri diritti, come il diritto alla sicurezza, o delle nostre libertà, come quella di parola, rileviamo però una contraddizione abbastanza palese tra le parole della May e l’agire del governo Cameron su Libia e Siria. L’esecutivo di Cameron ha infatti giustificato le bombe su Gheddafi e le sanzioni ad Assad proprio con l’infrazione dei diritti umani da parte di questi ultimi. Ora però un ministro del governo Cameron dice, a ragione, che i diritti umani sono un intralcio alla sicurezza dei cittadini. Vorremmo capire di grazia, se ora Cameron ha intenzione di bombardare o porre sanzioni economiche, al collegio elettorale della sua ministra, che afferma di volere buttare nel cestino i diritti umani. Vorremmo capire se per il tirapiedi dello spione Murdoch i diritti umani sono una iusta causa per una guerra o per pesanti sanzioni, o se sono invece un intralcio allo svuotamento delle carceri di sua maestà.

L’evasore è un eroe o un parassita?

Ormai da qualche tempo un spot si aggira per l’etere di mamma Rai…gli scatti di una macchina fotografica, le immagini di alcuni simpatici animaletti si posano sul video e poi compare lui, il parassita: l’evasore. Faccia da galeotto, occhio da furbetto del quartierino. L’incarnazione del male. E poi la lezioncina finale: se tutti pagassero le tasse, più servizi per tutti e tutti pagherebbero meno. Questo è lo spot realizzato dall’Agenzia delle Entrate contro il quale Confcontribuenti ha presentato denuncia all’Agcom per pubblicità ingannevole: infatti, il parassita non è l’evasore, ma il burocrate, il politico, il nullafacente pubblico che da anni saccheggiano la parte produttiva del paese, paralizzandolo.

Per capire la colossale mistificazione operata dalla pubblicità di regime occorre chiedersi: chi lo stato? Per F. Bastiat è quella “grande illusione in virtù della quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”. Il francescano Ockham chiariva che concetti quali “stato”, “società”, “umanità” ecc sono mitologia dal punto di vista teorico ma vengono per lo più utilizzati come strumento di oppressione politica. Per Ockham solo l’individuo, la persona umana esiste. La personificazione dello stato, dice ancora Bastiat, è “la più umiliante delle mistificazioni”. Lo stato dunque non esiste ma è solo la maschera dietro la quale si nascondono i governanti, questi sì, fin troppo reali, che ormai quotidianamente infilano le mani nelle tasche dei cittadini.

Questa spoliazione legalizzata operata dallo stato si chiama tassazione. Le tasse sono il pane quotidiano dello stato. Adam fa notare che sinonimo di tassazione è esazione, che letteralmente significa “tirar fuori con la forza”. Anche la parola “imposta” chiarisce che non si tratta di un obolo volontario! Infatti, ricorda L.Spooner, “il governo come un bandito ti punta la pistola alla tempia e ti intima “O la borsa o la vita””. Sotto questa costante minaccia vengono pagate le tasse. Che cos’è la tassazione si chiede M.N. Rothbard se non “furto su scala gigantesca e incontrollata?” E’ chiaro dunque che il sistema delle tasse “è una forma di servitù volontaria”. Perchè un individuo dovrebbe lavorare per lo stato per più di metà dell’anno? Ha ragione Nozick, quando definisce l’imposizione fiscale “una forma di lavoro forzato”.

Leonardo Facco, amministratore delegato del Movimento Libertario, nel suo “Elogio dell’evasore fiscale” quindi conclude: “se le tasse sono un furto non pagarle è legittima difesa”. Il parassita è servito.

Parassita è colui che vive alle spalle di qualcun altro diceva Miglio. Può essere costui l’evasore? No, l’evasore è il produttore di ricchezza per definizione, colui che rivendica il sacrosanto diritto di tenersi ciò che è suo, il frutto del proprio lavoro.

E’ grazie all’operosità dei produttori, tutti i lavoratori del privato, ossia artigiani, operai, professionisti, imprenditori, che i parassiti prosperano e si mantengono.

Chi sono invece costoro? Tutti gli “occupanti” un posto pubblico i quali non solo consumano le risorse di chi produce, di chi lavora veramente, ma ogni giorno ostacolano i produttori nelle rispettive attività, ne rallentano le transazioni; a costoro non basta vivere saccheggiando sistematicamente le risorse generate da altri, ma si prendono pure la licenza di diffamare i produttori a reti unificate.

Non ci si può sbagliare, i parassiti si riconoscono dalla coda. Non per i caratteri somatici zoomorfi, ma perché la lentezza del loro pseudolavoro genera ritardi e quindi lunghe code in uffici zozzi, caldi e sgarruppati.

E’ clamoroso dunque il capovolgimento della realtà da parte dello spot. Nella propaganda di stato, il profitto diventa saccheggio mentre si assiste alla beatificazione dell’estorsione legalizzata di stato dove magicamente all’evasore viene appiccicata la lettera scarlatta del parassita.

Tra l’altro, come fa notare Facco, in Italia l’evasore è una specie estinta già da tempo. Chiunque, anche il più povero senzatetto, paga tasse, imposte, gabelle: hanno i nomi più svariati, ICI, IRAP, IRES, IVA, canone RAI (altra truffa linguistica, se fosse un canone si potrebbe disdire), bollo auto, ecc. Insomma basta prendere un caffè, fare il pieno di benzina, guardare la tv, comprare le sigarette, chiedere un permesso in comune…qualunque gesto quotidiano è accompagnato da un’imposta. Anche il quieto vivere. L’ultima trovata del più socialista dei governi Berlusconi è tassare anche il riposo! Oggi, il titolare di una partita IVA, se smette di lavorare per tre anni o dovrà chiuderla o incapperà in una sanzione per sanare l’”irregolarità”. In Italia è dunque impossibile evadere. Il Leviatano Italico è stato tanto vorace da inghiottirsi pure l’evasore!

Passiamo ora alla seconda mistificazione dello spot: se tutti pagassero le tasse, le tasse diminuirebbero per tutti. Niente di più falso.

Se tutti pagassero le tasse, si aggraverebbe l’obesità dello stato, già abbondantemente in sovrappeso! Reagan amava ripetere: “lo stato è come l’apparato digerente di un neonato: insaziabile in entrata, irresponsabile in uscita”. I parassiti pubblici avrebbero altre provviste per sfamarsi e si moltiplicherebbero a dismisura. I governanti avrebbero maggiori risorse per aumentare le prebende alle proprie clientele, per assumere ulteriori burocrati, per espandere la regolamentazione. Insomma più tasse a disposizione dei politici vorrebbe dire armare i propri aguzzini. Vorrebbe dire consegnare allo stato anche quel 30% delle risorse che oggi ci rimane in tasca: saremmo al socialismo reale.

Grazie a coloro, invece, che riescono a sottrarre le proprie risorse al furto legalizzato operato dal fisco, i ceti parassitari si devono accontentare. Non riescono a riprodursi come vorrebbero e così aumentano i margini di libertà per l’individuo.

L’evasore fiscale dunque è un eroe moderno, una specie di Robin Hood. Sottrae risorse ai ricchi, le burocrazie parassitarie degli stati, per distribuirle volontariamente ai “poveri”, ossia tutti coloro che operano sul mercato, o attraverso lo scambio di beni e servizi o attraverso donazioni volontarie. Facendo shopping o lasciando l’offerta al sacerdote distribuiamo ricchezza. Ma senza alcuna imposizione.

Non vi è nulla di più equo e solidale del libero mercato. Non vi è nulla di più criminale del prelievo coercitivo, violento, forzoso sulle proprietà dell’individuo ad opera di quella banda di briganti che si fa chiamare stato.

Roberto Enrico Paolini

Pregiudizi e servitù – Vendola e Berlusconi

Questa la voglio raccontare. Ieri incontro un amico, orientato a sinistra e molto critico verso il centrodestra. L’amico nutre una grande passione per Vendola (passione politica!). Lo ritiene, al momento, il vero leader della sinistra italiana. Può anche essere così, ma francamente della sinistra e delle sue beghe infinite non sono interessato. La sinistra non è nelle mie ipotesi di scelta. Non che la destra lo sia per partito preso, ma, se chiamato a scegliere, la mia preferenza va sempre verso chi propone un modello di società liberale, con uno Stato minimo e con la gente che fa il proprio dovere, senza pensare che si possa vivere alle spalle degli altri, con diritti e doveri in equilibrio, senza privilegi, con meno protagonismi. Una società meno rigida, più giusta e più responsabile, ovvero uno Stato in cui ci siano più certezze sociali e più opportunità, ed ancora più libertà e più sicurezza: uno Stato che la sinistra italiana, per il suo retroterra culturale, non potrà mai realizzare. L’amico mi saluta e deciso a dire la sua, introduce la conversazione con una domanda che non è proprio tale. Mi dice: “hai visto che Berlusconi sapeva che le zoccole che partecipavano alle sue feste erano escort e che le pagava?”. In verità la sua frase è stata ancor più colorita, ma la sostanza era questa. Una domanda che era già una conclusione, di certo un pregiudizio. All’istante penso che questa sia disinformazione. E penso che nell’immaginario molti abbiano già raggiunto questa conclusione. Penso che lo scopo di alcune inchieste sia, giusto, questo, e che sia persino evidente che l’obiettivo sia stato raggiunto. Una di quelle domande, stile La Repubblica con la penna della buon’anima di D’Avanzo, come se si volesse far sorgere il dubbio, ben sapendo che spesso il solo dubbio si rivela già sufficiente a far passare per acquisita una certezza che invece non c’è. Naturalmente io tutta questa certezza non l’ho mai avuta. A dire il vero, tutto ciò che è sin qui conosciuto sembra avvalorare il contrario. Mi viene il dubbio che l’amico volesse parlarmi del suo ultimo sogno in cui, stranamente, mi comprendeva come protagonista, come se in questo sogno avessimo avuto insieme la possibilità di valutare fatti e circostanze, nella realtà inesistenti, che inducessero al formarsi di questa asserita convinzione. Sorridendo, e per sdrammatizzare, gli chiedo di escludermi dai suoi sogni, consigliandogli finanche di dedicarli a soggetti più gradevoli di me e di Berlusconi. Gli rispondo così, con pacatezza, riferendogli che la questione si è fatta così fitta e che le ipotesi sono diventate così contraddittorie e intriganti da lasciar più di un dubbio che questa inchiesta non costituisca una grande messa in scena che qualcuno ha voluto montare e di cui ben s’intuiscono le finalità. Tutt’altro che un servizio alla Giustizia. Gli contesto che mi sembra più una cosa studiata a tavolino, persino con alcune modalità che sembrano così simili a quelle che adottano quei prepotenti che sono presi dalla voglia irrefrenabile di mollare a tutti i costi un pugno sul naso a chi gli sta sulle palle. Nelle storie giudiziarie le responsabilità sono personali e, così, naturalmente, anche in questa ci sono i soggetti coinvolti. Alcuni si trovano a dover rispondere dinanzi alla magistratura delle contestazioni mosse con riferimento ai propri pensieri riportati a persone con cui dialogavano in amicizia. Alcuni si sono visti pubblicare sui giornali le proprie faccende personali, comprese quelle che riguardavano la propria intimità, benché prive di qualsiasi interesse giudiziario. Se penso alle volte con cui al telefono ho raccolto, e fatto, confidenze con la preghiera di non farne cenno a nessuno, mi sale persino l’angoscia. Su ciò che è stato detto in privato, i magistrati fanno congetture e domande, ma come si fa a ricostruire a posteriori sensazioni private e le preoccupazioni più intime di un momento della propria vita? Come si fa a ritrovarsi su cose astratte, spesso su illusioni, o su millanterie, oppure su timori e sfoghi in un momento di rabbia? Come se ti chiedessero perché hai alzato la voce contro uno che ti ha chiamato alle tre del mattino per parlarti delle sue faccende private. Le risposte restano sempre racchiuse nella reazione emotiva del momento: sono un tutt’uno con il pensiero che, in quel momento, si è formato in modo istintivo. Sono, comunque, tutte incursioni che sottraggono scorci di vita privata alla condizione civile di persone libere. La gente vive in un personale che è fatto di luci e di ombre, in cui possono alternarsi momenti di frustrazione ad altri di grande esaltazione. La vita è un palcoscenico in cui ciascuno, in coscienza o meno, interpreta il proprio copione. Su quel palcoscenico va in scena il diritto degli uomini a vivere la propria vita secondo la propria coscienza, senza doverne dar conto a nessuno se non alle persone coinvolte nella propria vita privata. Su queste relazioni private, però, c’è chi ci ride sopra e chi ci ricama i propri pregiudizi. Come se ci fosse un diritto che lo consenta. Nessuno, invece, avrebbe il diritto di umiliare e mortificare il suo prossimo, soprattutto se si tratta di presunti imputati e di presunte vittime, quindi individui già in uno stato di prostrazione. La Giustizia non è ridere sulle disgrazie o sulle colpe degli altri. Il mio amico, così, per tutta risposta, mi riempie d’invettive contro il premier e mi chiama “servo”. Servo della libertà e della verità, si! E nella convinzione che ciò che si percepisce oggi in Italia non possa essere, affatto, un buon servizio alla democrazia.

Vito Schepisi

Se lo dice il Sole, allora è Britannia 2

C’era una volta un piccolo grande naviglio di reale schiatta, il Britannia. Correva l’anno 1992 e quel panfilo reale si trovava a navigare nelle acque al largo di Civitavecchia. Da lì, nacquero i propositi di (s)vendere molto del nostro patrimonio industriale, propositi messi poi in atto nei modi che sappiamo.   
E quei pochi coraggiosi che ne parlavano sul web, nel silenzio assoluto della stampa, si beccavano pure la nomina di “complottisti” e “cospirazionisti”. Termini che francamente mi hanno sempre fatto sorridere, tenuto conto che per chi ha studiato un po’ di storia,   i complotti di una nazione ai danni di un’altra e le cospirazioni politiche di una classe sociale o di un gruppo politico, rispetto ad altri sono sempre stati all’ordine del giorno. Così va la Storia…. Perciò non vedo le ragioni per rifilare comode lettere scarlatte.

 Dunque ricapitoliamo. Ora corre l’anno 2011, esattamente 19 anni dopo. Quasi un ventennio dopo, salta fuori un articolo del Sole 24 ore, il quotidiano della Confindustria e cosa scrive?  Leggete voi stessi:  Tremonti sdogana il piano Britannia 2.  del 13 settembre scorso. Confesso che a suo tempo questo articolo m’era sfuggito. Ma se lo scrive il Sole, dev’essere vero. Anzi… chiaro come il Sole.

Caspita, ma allora il Britannia esiste! E  quei coraggiosi complottisti hanno detto il vero, tant’è  che ora si replica sullo stesso  soggetto. Se lo chiede anche il blog APPUNTIAMO.

Resta da capire una cosa: perché quelli del Sole  ora escono così allo scoperto. E allora azzardo tre ipotesi:
  • Si sentono ormai inattaccabili perciò  fanno gli smargiassi e parlano chiaro
  • Si vuole legare il nome di Tremonti a una solenne nuova iniquità per bruciarlo e toglierlo dalla scena.
  • E’ in atto una guerra tra consorterie: quelle legate alla Ue contro quelle legate ad ambienti d’Oltreatlantico, laddove Tremonti apparterrebbe alle prime.
Altro non saprei dire. Dirò solo che si replica la svendita all’incanto del nostro Paese, pezzo per pezzo. E allora ecco l’EVENTO: patrimonio immobiliare, utilities locali, allertando per l’uopo Comuni e Regioni, Il tutto  sotto la supervisione delle principali banche commerciali e d’affari nazionali (si fa per dire). Ma soprattutto internazionali . Non ultime, le compagnie di assicurazioni.  Il nobile scopo? L’abbattimento  (l’ennesimo) del debito pubblico. Beato a chi ci crede!

Auff…

DUNEDIN (Nuova Zelanda) – Poteva essere una giornata da sogno. Invece, è stato un incubo. Contro l’Irlanda, nella partita che valeva l’accesso ai quarti di finale, l’Italia si è liquefatta dopo un tempo (chiuso in svantaggio rimediabile, 9-6) per naufragare nella ripresa e cedere 36-6 sotto i colpi incessanti dei verdi. L’Irlanda, nella travolgente ripresa, ci ha segnato tre mete e ha meritato in pieno la qualificazione ai quarti di finale, dove affronterà i cugini celti del Galles. Gli azzurri salutano invece il Mondiale di Nuova Zelanda e tornano a casa: si fermano ancora una volta, per la settima volta su sette partecipazioni, al girone eliminatorio, senza fare quel passettino in più, che tanto vorrebbe dire in termini di considerazione internazionale e di prestigio (e di soddisfazione dei tifosi).
ALTRO RUGBY – A dire la verità, qui in Nuova Zelanda nessuno ma proprio nessuno – tra giornalisti, addetti ai lavori e appassionati – ci concedeva grande fiducia, al di là della scontata simpatia per l’outsider. E forse, in tutta sincerità, malgrado gli evidenti progressi, è ancora troppo presto per far fuori dal mondiale un colosso del rugby come il Trifoglio. L’ha ammesso, subito dopo il match, anche il ct Mallett, che con il ko dell’Otago Stadium chiude la lunga (4 anni) avventura in azzurro: “In Irlanda si gioca un altro rugby rispetto all’Italia”. E forse un po’ di anni in più di gavetta (non è mai abbastanza) e qualche Celtic League in più ci regaleranno un’altra Italia nei tempi a venire.
L’USCITA DI CASTRO – Tornando al match di Dunedin, le partite si vincono in prima linea, recita un vecchio adagio del rugby. E anche Italia-Irlanda non è sfuggita alla regola: è stata una partita equilibrata, addirittura giocata punto a punto, finché è rimasto in campo Martin Castrogiovanni, il nostro uomo migliore lì davanti, dove i pacchetti si scontrano e la pressione sale alle stelle. Purtroppo per gli azzurri il barbuto pilone del Leicester, idolo dei tifosi e incubo degli avversari, è rimasto in campo poco meno di 35’, fatto fuori da una contrattura al flessore. Uscito lui, la nostra mischia – fino a quel momento praticamente impeccabile, preziosissima nel collezionare punizioni ben sfruttate da Mirco Bergamasco (alla fine per lui 2/3 dalla piazzola) – ha cominciato a faticare e a concedere metri e punizioni. Di fatto, con la nostra arma migliore spuntata, la partita è finita lì.
LA GRINTA IRLANDESE – Dopo le difficoltà della prima frazione, i trequarti irlandesi hanno preso fiducia al ritorno in campo: con gli azzurri in campo con Bocchino all’apertura al posto di Orquera (in stato confusionale dopo una colpo duro rimediato in un placcaggio) hanno segnato una meta dopo 7’ grazie all’efficace taglio di Bowe e al sostengo del capitano O’Driscoll, abile a schiacciare in meta. Cinque minuti dopo è stato Earls, la piccola ma scattante ala in verde, a punirci di nuovo. Incoraggiati da un pubblico caldissimo (su 28 mila paganti all’Otago Stadium c’erano almeno 20 mila irlandesi, accorsi anche dalla vicina Australia per sostenere il XV del Trifoglio) e gestiti alla perfezione dal solito vecchio O’Gara (alla fine per lui 6/7 dalla piazzola e 16/19 dal torneo: titolare inamovibile), la squadra di Declan Kidney è sembrata irresistibile.
LA REAZIONE MANCATA – Per fortuna, a un quarto d’ora dalla fine, i verdi hanno rallentato un attimo e messo in campo tutta la panchina per far rifiatare i titolari. L’Italia ha cercato disperatamente la meta che avrebbe salvato l’onore, ma gli irlandesi non sono tipi da commuoversi. Non solo non l’hanno concessa ma si sono anche presi lo sfizio di andare a segnare la terza meta con un plastico tuffo del solito Earls, praticamente allo scadere, dopo averne sfiorate un altro paio. Tra i verdi, detto di O’Gara, grande la prestazione della terza linea e in particolare del flanker Sean O’Brien, giustamente scelto come “man of the match”.
I SALUTI DI MALLETT – Non è cambiata molto la squadra di Nick Mallett dall’esordio di North Harbour alla serata di Dunedin: anche con l’Australia l’Italia giocò un buon primo tempo (6-6) e crollò nel finale (36-6, guarda caso lo stesso punteggio). Insomma, per dirla con una battuta, se le partite durassero un tempo soltanto sarebbe un’altra musica. “Ma stavolta è stato diverso – ha spiegato Malllett subito dopo il match – con l’Australia abbiamo commesso errori nel piazzamento difensivo davanti ai loro trequarti velocissimi. Qui a Dunedin ci è venuta a mancare la mischia dopo l’uscita di Castrogiovanni e tutto è diventato più difficile”. Anche perché, ammette Mallett, errori individuali non sono mancati: “Prima cosa, loro hanno vinto perché hanno giocato una grande partita. Noi gli siamo stati vicini solo nel primo tempo. Poi, non siamo più stati in grado di fermarli. E’ vero che le due mete irlandesi nella parte decisiva del match – ha detto il ct – sono arrivate per due errori di Bocchino nei placcaggi. Non voglio accusare Ricky di non placcare, sia chiaro. Voglio solo dire che a questo livello non possiamo commettere errori. Con un’Irlanda così lanciata era chiaro che a ogni sbaglio sarebbe arrivata una meta”.
RIPARTIRE SUBITO – L’immagine della serata nera degli azzurri è il capitano Sergio Parisse, con il volto insanguinato, costretto dall’arbitro a lasciare il campo con un sopracciglio rotto a pochi minuti dalla fine: una resa amara, come ha detto lo stesso numero 8: “E’ triste uscire così, abbiamo dato tutto ma non è bastato. Non riesco a trovare le parole per esprimere la delusione mia e dei ragazzi”. Le parole giuste, anche in questo caso, le trova Mallett: “Questi ragazzi sono eccezionali. L’ho già detto e lo ripeto. Sono stati la mia famiglia per quattro anni e mi hanno sempre abituato a ripartire più forte dopo ogni delusione. Anche questa volta faranno di tutto per migliorarsi”. Già. E a novembre si ricomincia, con una guida tecnica tutta nuova. E in panchina il francese Jacques Brunel.

Napolitano elogia i giovani carcerati di Nisida: e gli onesti ?

No, non ci siamo proprio, qualcuno dovrebbe parlargli, spiegargli le cose, ed anche consigliarlo meglio. Ma come si fa ad andare al Carcere Minorile di Nisida a dire, dopo un loro concertino in …

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La strana coppia

Mentre anche lo scarpaio fiorentino Della Valle si iscrive alla lunga lista dei pretendenti alla successione di Berlusconi cercando, pur se in modo molto ruspante, di ripercorrerne le orme (nel calcio come nel messaggio pubblicitario prodromico alla “discesa in campo”) si profila una strana coppia al comando delle operazioni antiberlusconiane: Giorgio Napolitano ed Emma Marcegaglia.
Vecchio comunista lui, sostenitore della invasione sovietica in Ungheria, pessimo ministro degli interni tanto da essere sostituito – per volontà dei suoi stessi compagni – dalla Iervolino (ed è tutto un programma !), meridionale, alla senile, tardiva e non credibile scoperta del Tricolore e della Patria.
Figlia non più giovanissima di un magnate industriale lei che, dopo aver trascorso praticamente tutta l’esistenza negli uffici del sindacato degli imprenditori, tanto da meritarsi l’inclusione ad honorem nella schiera dei funzionari di partito e di sindacato, è in cerca di una nuova collocazione per quando scadrà il mandato da presidente della confindustria.
Ambedue protesi ad eliminare dal gioco Silvio Berlusconi cui, con ogni evidenza, i poteri forti internazionali hanno ormai dichiarato guerra totale con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’Italia e riportare, tramite un governo “amico”, questa nazione nel circuito degli affari lucrosi per loro, ma dannosi per gli Italiani.
Ecco che mentre Napolitano attacca la Lega dimostrando una paura manifesta del Popolo, per attaccarsi ai formalismi ed evitare un democraticissimo voto sulla secessione delle regione (o di singole regioni) del Nord, Marcegaglia partorisce un topolino di programma dopo aver passato un mese a strombazzare ai quattro venti l’annuncio delle proposte delle associazioni datoriali.
Le banalità di Napolitano (non a caso enunciate a Napoli) ci dicono che:
i comunisti cambiano nome, ma non la mentalità (veggasi il Napolitano che nel 1956 elogiava l’intervento sovietico che reprimeva l’anelito di libertà dell’Ungheria e il Napolitano che minacciosamente proclama l’inesistenza della Padania e ricorda come altri movimenti secessionisti furono colpiti dalla repressione e dalla galera per i loro capi);
i comunisti non hanno ancora capito che una legge, per quanto “costituzionale” è solo una legge, il Popolo è invece la fonte assoluta della legittimità di uno stato e rifiutarsi di chiamarlo a votare sulla base di sofismi giuridici dimostra solo una mentalità da politburo;
i comunisti sono il partito delle tasse per uno stato spendaccione e assistenzialista, che toglie a chi produce, per elargire, con finalità elettorali a chi si limita a spendere;
i comunisti hanno ben capito che per vincere devono agire sulla legge elettorale che trasformi artificiosamente una minoranza in una maggioranza.
Il topolino partorito da Marcegaglia, invece, è stato bruciato dal Ministro Brunetta quando ha detto che è in gran parte condivisibile, tanto che il Governo ne ha già realizzati alcuni punti.
Marcegaglia, dopo tanti annunci, ha proposto cinque striminziti punti, ben al di sotto del programma suggerito dal proprio quotidiano Sole 24 ore.
La patrimoniale e la solita liturgia sulla lotta contro l’evasione rappresentano il contentino alla sinistra, tanto che il pci/pds/ds/pd ha già aperto alla discussione.
Liberalizzazioni, privatizzazioni, vendita degli immobili dello stato, rinnovamente del mercato del lavoro, riduzione della burocrazia amministrativa, sono tutti progetti già contemplati dal Governo.
Con la cautela (doverosa) di non svendere i beni dello stato sotto costo, aspetto non secondario che sembrerebbe invece non essere preso in considerazione nel compitino confindustriale.
La riforma fiscale con meno tasse sui lavoratori e sulle imprese è l’essenza stessa dell’impegno politico di Berlusconi che, pure, aveva iniziato a ridurre le aliquote (2003 e 2005) salvo poi Prodi e Visco aumentarle con la controriforma del 2006.
Il capitolo pensioni, poi, rappresenta la ciliegina dell’insipido compitino di Marcegaglia.
Per lei tutto si riduce a mandare in pensione a 65 dal 2012 le donne anche nel privato e iniziare sempre da tale data ad adeguare l’età alla aspettativa di vita.
Con quale maggioranza di proporrebbe di realizzare tale riforma ?
La Lega ha già detto di no (sennò sarebbe già legge perchè è nelle corde del Pdl) e la sinistra vi si oppone strenuamente, perchè se non lo facesse il pci/pds/ds/pd scomparirebbe per far crescere a dismisura chi ancora si proclama comunista e non ha neppure il buon gusto di cambiare almeno il nome visto che la testa risulta impossibile modificarla in meglio.
Così si forma una strana coppia (il vecchio comunista e la capitalista di seconda generazione) che traina una opposizione senza idee e senza leaders all’assalto del Palazzo d’Inverno.
Ancora una volta si dimostra che l’alternativa a Berlusconi è peggio di quello che abbiamo.
E non potranno certo essere le firme raccolte per l’ennesimo referendum (da fissare a giugno 2012 e vedere se riesce a fare il quorum senza una Fukushima che ne spiani la strada) che vorrebbe riportare l’Italia indietro di venti anni a far cambiare l’unica strategia possibile che è quella del sostegno a questo Berlusconi che c’è, per evitare di perdere tempo ad inseguire farfalle e ritornare ad un passato da compromesso storico che ha saputo solo regalaci 1900 miliardi di euro di debito pubblico.

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