Oh, che bel castello!

E’ un vero castello delle meraviglie la location che ospiterà dal 15 al 17 ottobre il Festival della Cucina Italiana, un matrimonio di sapori, piaceri e cultura del palato, giunto alla undicesima edizione che si svolgerà in un antico agglomerato medievale: il borgo di Piobbico (PU) adiacente lo splendido  Castello Brancaleoni, “la fortezza del gusto” appunto. Alla manifestazion si sono dati appuntamento produttori, gastronomi, chef e giornalisti, per una tre giorni sulle eccellenze agroalimentari del tipico italiano. Svariate le proposte del Festival, come la Salumoterapia, un percorso in grado di fornire una conoscenza sensoriale attraverso il meglio dell’arte salumiera non solo italiana, fra culatelli, strolghini, prosciutti di Parma, San Daniele, Nero Calabrese e Casentino. Oppure Capolavori a tavola con il Bitto Storico Presidio Slow food, il Parmigiano Vacche Rosse e la Chianina IGP di Simone Fracassi. Ancora, un salotto dedicato al tipico sigaro toscano in abbinamento a distillati a cura di Stefano Fanticelli del Club Amici della Dolce Vita. Un angolo dedicato alla bionda per eccellenza: A Tutta Birra offrirà degustazioni di una birra tra le più prestigiose, l’Amarcord, prodotta ad Apecchio da Garrett Oliver, il più celebre birraio del mondo.
L’ingresso al Festival è libero e il parcheggio è gratuito, nel campo sportivo di Piobbico con servizio di navette. Info su www.festivaldellacucinaitaliana.it[email protected]

Vogliono il cambiamento? Martino al posto di Tremonti

Il ministro dell’economia Tremonti, a margine del solito, infruttuoso incontro sul debito greco, ha apparentemente elogiato la tenuta dei conti italiani ed ha attribuito la migliore quotazione dei titoli di stato spagnoli rispetto a quelli italiani con la convocazione delle elezioni anticipate.
La sua esternazione è stata interpretata, nonostante la sua immediata precisazione in contrario, come l’ennesimo siluro a Berlusconi, in ossequio agli ordini dei poteri forti internazionali che continuano a portare attacchi contro l’Italia, ultimo da parte dell’agenzia di rating Moody’s.
In sostanza la tesi di Tremonti è che il fatto stesso che si prospetti un cambiamento viene ad essere recepito positivamente come in una squadra di calcio, quando si cambia allenatore, risulta quasi sempre salutare la sferzata della novità.
A parte il fatto che in Spagna i sondaggi indicherebbero il Centro Destra come ampiamente in testa, mentre in Italia in caso di elezioni oggi vincerebbe il partito delle tasse, del debito pubblico e dell’assistenzialismo clientelare, la “speranza” del cambiamento poi non si traduce in concreto beneficio.
E ne sa qualcosa la Grecia che votò in massa la sinistra di Papandreu ed ora è tecnicamente fallita e, tardivamente, il Popolo nei sondaggi ha fatto marcare un sorpasso del Centro Destra contro la sinistra.
In Italia dobbiamo assolutamente evitare di azioni inconsulte consegnando l’Italia alla sinistra che già litiga, da opposizione minoritaria, al proprio interno facendo mancare i voti per l’elezione di un giudice costituzionale della loro stessa parte e con alcuni che pretenderebbero le dimissioni del segretario del pci/pds/ds/pd.
Figuriamoci cosa combinerebbero se riagguantassero il potere: per accontentare tutti ci massacrerebbero di tasse, spenderebbero a favore delle varie lobbies (dai nani e ballerine ai giornali, dagli industriali bisognosi di rottamazioni ai dipendenti pubblici, dagli enti locali spendaccioni ai trasferimenti di risorse al sud) rendendo inutile ogni sacrificio.
Berlusconi, Bossi, il Centro Destra, la Lega, il Pdl, devono solo guadagnare tempo.
La crisi finirà, perché tutte le crisi finiscono.
Siamo coinvolti in una situazione che prescinde dall’azione del Governo italiano e di nostro dobbiamo solo ridurre il debito pubblico, andando a toccare, sempre più pesantemente, le rendite di posizione essenzialmente concentrate nella pubblica amministrazione e vendendo, ma non svendendo, il nostro patrimonio.
L’insistenza con la quale la sinistra chiede il “passo indietro” di Berlusconi deriva dal timore che la crisi internazionale rientri con Berlusconi Premier, spuntando le sue armi polemiche.
Anche la recente sentenza assolutoria per Knox e Sollecito dimostra come la giustizia italiana abbia bisogno di subire un intervento più con la sciabola che con il bisturi, smontando indirettamente i teoremi contro il Cavaliere.
La percezione di un elettorato in maggioranza contrario alle tasse e alla sinistra e che adesso, stante l’offensiva mediatico giudiziaria, si rifugia nell’astensionismo cambierà con il cambiare delle prospettive internazionali.
Berlusconi, quindi, deve resistere a Palazzo Chigi, senza ascoltare le sirene di una fuga in avanti elettorale, suonate da consiglieri fraudolenti, nè le accattivanti prospettive di godersi gli ultimi anni della sua vita ai Caraibi.
Nel 2013 si faranno i conti e si vedrà come e con chi il Centro Destra si dovrà proporre per impedire la disgrazia di un governo della sinistra, cioè del partito delle tasse e della spesa pubblica.
Nel frattempo molta attenzione per l’economia, cercando per quanto possibile davanti alle resistenze corporative, di ridurre le spese pubbliche e anche le tasse, vendendo le proprietà pubbliche e le partecipazioni, ma anche depositando, come già si è fatto, ed accelerando l’iter parlamentare della riforma costituzionale e di quella della giustizia.
La sferzata tipo “cambio dell’allenatore” benefica per la percezione globale ?
Se proprio vogliamo, si sostituisca l’ormai inaffidabile e socialisteggiante Giulio Tremonti con il leale e liberale Antonio Martino.

Entra ne

Le balle sono tante…

Il titolo dell’articolo seguente riporta subito alla mente la pubblicità della Negroni, e del suo salame tipico cremonese, del Carosello di qualche decennio fa; un programma televisivo amato e rimpianto dai meno giovani di oggi. Il motivetto, diventato celebre, diceva: Le stelle sono tante, milioni di milioni, // La stella di Negroni vuol dire qualità.
Traslando stelle in balle, lascio ai lettori indovinare chi ritengono siano gli eventuali ballisti.
Il Giornale.it
La Rapina al Cavaliere 564.000.000 di balle
di Alessandro Sallusti
Cinquecentosessantaquattro milioni di euro sborsati per una sentenza che potrebbe contenere un trucco. Dopo il danno, la beffa. Che però non fa ride­re. I fatti. Per condannare Berlusconi a pagare la cifra record nella causa intentata da De Benedet­ti sul caso Mondadori ( l’acquisto del gruppo edi­toriale da parte di Fininvest nel 1991 dopo un braccio di ferro concluso con una spartizione) i giudici del Tribunale civile di Milano hanno fat­to riferimento a una vecchia sentenza della Cor­te costituzionale, applicando la quale, De Bene­detti avrebbe diritto al risarcimento.
Ma le cose non stanno così, anzi stanno all’esatto opposto. Proprio quella sentenza, se letta integralmente, dà infatti ragione a Berlusconi. Soltanto che i giu­dici milanesi ne hanno trascritto solo la prima parte, omettendo la seconda. In sintesi: è stato preso un precedente che non esiste, e lo si è cen­surato e distorto guarda caso su misura per puni­re Berlusconi. Un errore, una dimenticanza o qualche cosa di più?
La cosa non è sfuggita ai lega­li della Mondadori, il cui presidente, Marina Ber­lusconi, ieri ha presentato un esposto al ministro della Giustizia. Non sarebbe la prima volta che nei processi contro Berlusconi leggi e diritto vengono calpe­stati pur di raggiungere l’obiettivo della con­danna. È successo nel caso Mills (postdatazio­ne di un reato, testimoni a difesa negati), nelle inchieste di Napoli e Milano (intercettazioni te­lefoniche illegali e mancanza di competenza territoriale).
La legge insomma non sarebbe uguale per tutti. Per Berlusconi e le sue aziende i codici vengono scritti di volta in volta a secon­da della necessità. Che è sempre una: distrugge­re il premier, se è il caso azzoppando anche il suo gruppo usando sentenze sbianchettate al­la bisogna.
Ma quanto deve andare avanti questo accani­mento? Quanto dovremmo aspettare per vedere inchieste serie e super partes sugli abusi di pm e giudici? La risposta alla prima domanda è bana­­le: fino a che Silvio Berlusconi non si arrenderà. Quella alla seconda è semplice: mai. Io non so per quanto ancora il premier avrà la forza fisica, psicologica e finanziaria per resistere. L’uomo non è di quelli che si tirano indietro e infatti, a quel che mi risulta, non ha intenzione di farlo.
Me lo auguro,perché non saremo all’apicedelle nostre possibilità, aspettiamo che alcune pro­messe siano mantenute, ma mille volte meglio così che in mano a una banda di illiberali, truffa­tori e mascalzoni.

Contro l’usura – un canto di Ezra Pound

INTRODUZIONE AL CANTO XVL (dai Cantos di Ezra Pound)

Pound avvertì che una caratteristica del sistema industriale sta nell’accentuarsi della dicotomia tra economia naturale ed economia finanziaria.  Ora, dal 1931, occupandosi febbrilmente della politica del suo paese, e seguendo un costume tipico della democrazia americana, Pound aveva preso a scrivere a senatori e membri del Congresso, per indurli a convincersi che l’uso innaturale e scorretto della ricchezza produceva sulla nazione un’influenza perversa.
Indicando in Jefferson, il presidente degli Stati Uniti che aveva redatto la Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776, il “principe giusto d’America”, vedeva, al contrario, in Rooswelt, che riteneva influenzato negativamente dall’alta finanza, il campione d un regime politico – economico corrotto: “L’ordine civico sorge dall’ordine etico”, ribadirà nel 1944, e citerà ancora una volta Confucio: ” Il tesoro di una nazione è la sua onestà”.
Pound combatteva l’idea che la moneta fosse trattata come merce, criticava la sua tesaurizzazione.

In pratica si richiamava all’idea aristotelica di usura, fatta propria anche dalla tradizione cristiana, secondo la quale l’interesse sui prestiti di denaro sarebbe un peccato contro natura, pur senza spingersi all’estremo di condannare ogni attività finanziaria. Per lui l’usura è “una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività”, e sovente senza riguardo persino alla possibilità di produzione, come dice nel Canto XLV (45).

CONTRO L’USURA

Con usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà staccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio
CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo
non si fe’ con usura
Duccio non si fe’ con usura
nè Piero della Francesca o Zuan Bellini
nè fu “La Calunnia” dipinta con usura.
L’Angelico non si fe’ con usura, nè Ambrogio de Praedis,
nessuna chiesa di pietra viva firmata :”Adamo me fecit”.
Con usura non sorsero
Saint Trophine e Saint Hilaire,
usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio, nessuno
apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane amante
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra giovani sposi
CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
carogne crapulano
ospiti d’usura.

Ezra Pound

Copyright:

www.francocenerelli.com/antologia/pound.htm


Se il vero popolo (della libertà) scendesse in campo

Ho incontrato un’amica di vecchia data, radici missine, poi iscritta ad An e al PdL, una persona convita delle proprie opinioni. “Hai visto – mi dice – i manifesti per  la campagna di tesseramento del Popolo della Libertà ? Qualcuno mi ha anche telefonato per chiedermi di rinnovare la tessera…gli ho sbattuto il telefono in faccia…con me hanno chiuso…troppe delusioni…troppe falsità…”.

Difficile, in linea di principio, non comprendere questo “scatto d’ira”, peraltro molto diffuso tra gli iscritti “storici” del PdL. La gente, la gente del centrodestra, è stanca e confusa. “Non è questa l’Italia che sognavamo” – incalza l’amica. Difficile non darle ragione…andando a scavare nella memoria, tra le pieghe di quelle  speranze “alternative” che accompagnarono intere generazioni,  dalla giovinezza all’età adulta.

Non ho lo spirito del “piazzista politico” … non cerco di convincere nessuno… provo solo  a  riannodare  il filo del discorso, partendo dall’odierna realtà del  PdL…da quel tesseramento che ha irritato l’amica e che invece rimane, in fondo, ancora come un’ipotesi di lavoro, a patto che quel “popolo” (della libertà)  ritrovi l’orgoglio dell’appartenenza e della mobilitazione. Sono un illuso – lo confesso. Ma l’idea di riprendere, dalla base, dagli iscritti, quel progetto mi sembra ancora tutt’altro che irrealizzabile.

E’ intanto una concreta opportunità partecipativa, in un’Italia che sembra avere fatto dell’antipolitica il suo vessillo e dell’attendismo la  sua ideologia ricorrente.

E’ ancora una sfida nei confronti delle pseudo alternative offerte dall’altra parte, dal trio Bersani-Vendola-Di Pietro. Ma è soprattutto un richiamo alla responsabilità proprio nei confronti degli amici, vecchi e nuovi, e di una politica che va ricostruita dalla base, da quel “popolo” che deve ritrovare il senso del proprio dovere e  l’orgoglio dell’appartenenza.

Rispetto a  che cosa ?  Rispetto a quei valori che rimangono comunque alla base di una scelta di campo: la Nazione, la solidarietà, la meritocrazia, l’onestà, la coerenza. Certo, i valori da soli non bastano. Troppo spesso sono stati enunciati e non praticati. Ma è proprio partendo da questa consapevolezza che il PdL, il popolo del centrodestra, può giocare una partita nuova per dare piena realizzazione, al suo interno, a queste linee guida.

Vogliamo provare a dirne qualcuna ? Intanto più partecipazione (con i congressi che,ai vari livelli, si terranno nei prossimi mesi). E poi migliore selezione della classe dirigente (smettendola con la politica delle cooptazioni), largo ai  giovani, limite dei mandati a tutti i livelli, più spazio alle competenze, più radicamento organizzativo sul territorio e nelle categorie produttive, più onestà (chi sbaglia paghi, senza facili giustificazionismi).

Sulla base di questi indirizzi, che rispondono alle più profonde aspettative della gente del PdL, la rotta può essere ripresa ed una nuova stagione politica ipotizzata. Per farlo occorre però stare all’interno di questo “progetto”, partecipare alla sua costruzione, prendere,insomma,  una tessera e dire la propria. Gli assenti hanno sempre torto e lamentarsi non basta.

Mario Bozzi Sentieri

Storia e propaganda delle liberalizzazioni in Italia

Recentemente il ministro Tremonti ha presentato il suo piano per salvare l’Italia dal debito, principalmente, svendendo i beni pubblici. Questa ricetta apparentemente innovativa ha in realtà origine ben precise che tenterò di spiegare, facendo menzione di alcuni eventi internazionali che influirono sull’economia italiana.

Lo sviluppo dell’economia dopo la Seconda guerra mondiale

Nel 1944 i potenti della terra si riunirono nella cittadina americana di Bretton Woods per istituire e regolare il mercato e per evitare il disastro della grande depressione del ‘29. Gli accordi prevedevano l’istituzione del dollaro come moneta di riferimento (a scapito della sterlina) e la sua convertibilità con l’oro, in modo che fosse garantita da un bene materiale universalmente riconosciuto. Ovviamente tutte le altre valute nazionali dovevano adeguarsi a questo parametro di riferimento. Suddetto sistema dava la possibilità di regolare la convertibilità delle singole valute nazionali con un sistema di cambio che non permettesse grandi oscillazioni. Ciò consentì alle economie più deboli di emergere e in l’Italia si assistette, com’è noto, al grande boom economico. Ben presto però gli Stati Uniti cominciarono a non rispettare i patti di stabilità della convertibilità della loro moneta con l’oro. Infatti solo dopo due decadi le riserve auree dello stato americano erano arrivate ad un quinto della moneta circolante. In questo contesto l’ amministrazione Nixon decise con un atto unilaterale, il 15 agosto del 1971, di sopprimere la convertibilità dell’oro in dollari, decretando così la caduta di uno dei pilastri di Bretton Woods; ciò permise all’apparato industriale e multinazionale americano di agire con maggiore libertà nell’economia mondiale. Le conseguenze di questo atto sono ben spiegate dall’analisi di Noam Chomsky:

“Gli accordi di Bretton Woods miravano a controllare il flusso dei capitali. Nel secondo dopoguerra, quando Stati Uniti e Gran Bretagna hanno creato questo sistema, c’era un gran desiderio di democrazia. Il sistema doveva preservare gli ideali sociali democratici, in sostanza lo Stato previdenziale. Per farlo occorreva controllare i movimenti di capitali. Se li si lascia andare liberamente da un paese all’altro, arriva il giorno in cui le istituzioni finanziarie sono in grado di determinare la politica degli Stati. Costituiscono quello che viene chiamato “Parlamento Virtuale”: senza avere un’esistenza reale, sono in grado di incidere sulla politica degli Stati con la minaccia di ritirare i capitali e con altre manipolazioni finanziarie.[…] Così in tutto il mondo, si assiste da allora a un declino del servizio pubblico, alla stagnazione o al calo dei salari, al deterioramento delle condizioni di lavoro, all’aumento delle ore lavorative.” (1)

Questo evento fu probabilmente origine delle liberalizzazioni, che sotto l’egida di una maggior efficienza, produsse innumerevoli cambiamenti specialmente nello stato italiano. Difatti a partire dagli anni 80 si diede avvio ad una crescente privatizzazione delle imprese pubbliche e le prime smobilitazioni sono quelle riguardanti le banche. Dal 1936 esse conservavano un assetto di separatezza tra istituti bancari e industria costituendo anche l’ importante funzione di controllo dell’economia privata e delle banche ad indirizzo commerciale e privatistico. La smobilitazione della Banca d’ Italia avviene precisamente nel 1981 quando, a seguito del mancato rispetto degli accordi di Bretton Woods, il paese rientra nella sfera di influenza del Fondo Monetario Internazionale, promotrice di una politica scellerata contrassegnata da una riduzione della spesa pubblica e dalla apertura delle frontiere per la circolazione dei capitali.(2).

In tal contesto la banca nazionale italiana viene nettamente separata dal tesoro, ministero adibito al controllo pubblico della moneta e in questo modo i tassi di sconto non sono più decisi dallo Stato ma dalle leggi di mercato. Siffatto evento sarà propedeutico alla trasformazione della Banca in società per azioni (SPA) nella seconda metà degli anni ‘90 e il successivo abbandono della moneta Italiana a favore dell’euro.

Dalla fine degli anni ‘80 cominciano lo smantellamento dei beni pubblici maggiori, considerati dei carrozzoni insostenibili per l’ economia comune, che faranno rientrare (seppur nel breve periodo) consistenti somme di capitale, anche se, venduti a prezzi di ribasso. Infatti la motivazione principale di tale atto era l’enorme esposizione statale verso il debito pubblico. Per i proponenti vi sarebbe stata una maggiore liberalizzazione, con la possibilità per diversi gruppi imprenditoriali di partecipare all’acquisto di imprese, determinando una conseguente diminuzione dei prezzi. Con tale favola si lasciava intendere come i piccoli imprenditori potessero essere parte attiva all’acquisto e generando un processo di ricchezza maggiormente diffusa. La promessa non ebbe gli effetti sperati. Se è pur vero che nel breve periodo, a seguito delle dismissioni, vi siano state entrate piuttosto consistenti , nel medio periodo invece non si rilevarono significativi incrementi. Anzi, a seguito di un rincaro dei prezzi, i servizi apportati sono continuamente e inesorabilmente peggiorati mentre le assunzioni hanno assunto l’aspetto di una chimera irraggiungibile.

Quest’effetto, è stato provocato dall’instaurarsi di regimi monopolistici o al massimo oligopolistici non interessati a recitare una parte di reale concorrenza. Un rapporto del ministero dell’economia e della finanza del 2006 dimostrava un inesorabile fallacia della prospettiva paventata dalle liberalizzazioni come panacea di tutti i mali. La propaganda dei minori costi si scontra poi con i dati ufficiali del ministero:

2002 2003 2004 2005 2006

Aumento tariffe

+0,1 +0,9 +0,9 +1,5 +1,6

Aumento beni e servizi liberalizzati

+3,8 +3,6 +2,6 +2,0 +1,9

Prezzi al consumo

+2,5 +2,7 +2,2 +1,9 +2,1 2 (3).

Anche la Corte dei Conti, in uno dei rapporti annuali redatto nel 2010, ha evidenziato come tali denazionalizzazioni abbiano prodotto, oltre che uno svuotamento delle casse sociali, un’ aumento dei prezzi in numerosi settori come le tariffe legate all’ acqua, al gas, alla luce e ai pedaggi autostradali (3).

Il progetto, approvato dal consiglio dei ministri il 30 dicembre del 1992, prevedeva lo smantellamento di storici cartelli pubblici dell’impresa italiana; tra questi basti citare fra gli altri, IRI, ENI, ENEL, IMI, BNL, INA, autostrade e il complesso dell’industria siderurgica. La seconda fase invece prevedeva, ancor’oggi in fase d’ attuazione, la dismissione di importanti settori di interesse pubblico: ferrovie, sanità, previdenza sociale, gas luce e per ultima l’ acqua. L’ ultimo atto approntato dal governo Berlusconi riguarda proprio il settore delle municipalizzate proprietarie delle condotte acquifere, che, col decreto Ronchi approvato alla camera il 19 dicembre 2009, hanno intaccato uno dei settori di maggior importanza per il bene comune, fortunatamente abrogato grazie al recente referendum popolare (4).

Analizzando la situazione industriale delle imprese pubbliche nel lungo periodo si nota, come fino agli anni settanta (quando è decaduta l’ economia legata ai parametri di Bretton Woods) queste potevano vantare un esposizione al debito pubblico poco rilevante.

Altresì l’assunto di mobilitare un azionariato diffuso tra i piccoli risparmiatori non regge di fronte alla logica dei fatti. In realtà solo un terzo delle proprietà rientra in questo contesto. Per inciso la propaganda riguardante il debito pubblico statale, non ha riscontri nei fatti; realtà produttive come l’ IMI che poterono vantare un’ attivo perdurante da almeno 60 anni furono svendute svuotando così le casse statali di importanti entrate (5). L’ IMI svolgeva un’ importante funzione sociale. Se durante la guerra si è adoperata nel finanziare e nel riattivare l’ economie distrutte del mondo, in cooperazione con altre realtà mondiali, nel dopoguerra è stato finanziatore delle grandi industrie, piccole e medie imprese e sostegno, sotto forma di prestiti, alla vacillante economia del mezzogiorno. Questa realtà, oltre a garantire un indotto considerevole per l’ economia pubblica italiana, dava lavoro a moltissime famiglie. In quel caldo periodo contrassegnato dalla vicenda di “mani pulite” si consolidarono eventi di rivoluzionari in grado di ribaltare la scena politica. Alcuni politici elevatisi alla ribalta nazionale, come il due volte premier Prodi, decretarono assieme a speculatori internazionali il destino dell’ Italia. E’ poco nota la vicissitudine assurta agli onori della cronaca come l’affaire Britannia, dal nome del panfilo, sede della riunione di capi di stato, economisti e capitalisti dove, a largo delle coste siciliane il 2 giugno del 1992, si decretò la fine dello stato sociale e l’ avvio alle privatizzazioni. Oltre a Prodi, c’ erano personaggi del calibro di Mario Draghi e Ciampi, rappresentanti di famiglie molto influenti come i Warburg, banche d’ affari come Barclays e Goldman Sachs. La storia dai contenuti spesso frammentari si é esplicitata soprattutto grazie a fonti indirette. Difatti gli organi di stampa ufficiali l’hanno si menzionata ma rivelando ben poco, specificandola tuttalpiù come un fenomeno avvolto da un alone di mistero. Tangibilmente, inerente alla vicenda, vi sono state interrogazioni parlamentari di personalità congiunte agli schieramenti più disparati, sia di destra sia di sinistra, così come parlamentari legati alla vecchia DC. Tali appelli improntati a gettar luce su vicende d’essenziale interesse pubblico, rimasero sempre inascoltati dalla controparte governativa e contrassegnarono ciò che sarebbe diventata la condotta del potere da li a poco. Anche negli ultimi anni la vicenda è stata riabilitata dal vituperato Brunetta che, in un convegno del Pdl a Cortina D’ Ampezzo, esterna le seguenti affermazioni: “Ve lo ricordate il Britannia? Se non ve lo ricordate”, dice Brunetta, “ve lo ricordo io. Il Britannia è una nave, appartenuta già alla casa reale inglese, che navigò davanti alle coste italiane […], ospitando dentro banchieri, grand commis dello Stato, esponenti vari della burocrazia… in cui si svolse un lungo seminario, durato un paio di giorni, in cui si trassero le linee della svendita delle aziende di stato italiane”.

Non è da meno l’ autorevole opinione di Sergio Romano che nel 2009, attraverso Il corriere della sera, rende manifesto il suo pensiero legato alla vicenda: “ La crociera fu breve e pittoresca, con una orchestrina della Royal Navy che suonava canzoni nostalgiche degli anni Trenta e un lancio di paracadutisti da aerei britannici che si staccarono in volo da un incrociatore e scesero come stelle filanti intorno al panfilo di Sua Maestà. Fu anche utile? È difficile fare i conti. Ma non c’è privatizzazione italiana degli anni seguenti in cui la finanza anglo-americana non abbia svolto un ruolo importante.” Verso Mario Draghi, altro personaggio dei poteri finanziari anglo- americani e attuale governatore della Banca d’ Italia, si scagliò contro uno di quei personaggi della prima repubblica discusso per vicende spesso oscure della storia italiana: Francesco Cossiga. Egli dichiarò in diretta televisiva, di fronte ad un esterrefatto Luca Giurato,riguardo a Draghi “Un vile. Un vile affarista”, (ha detto Cossiga riferendosi ad una sua eventuale nomina a premier) “Non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana. E male, molto male – ha aggiunto – io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura a Silvio Berlusconi; male molto male. È il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro. Immaginati – ha concluso Cossiga – cosa farebbe da Presidente del Consiglio: svenderebbe quel che rimane, Finmeccanica, l’Enel, l’Eni”. Queste parole scioccanti inducono a pensare come, sotto un apparente piano di salvataggio dei governi tecnici, vi fosse una strategia ben precisa condotta a svendere pezzi dell’Italia nelle mani di pochi speculatori. La cosiddetta prima repubblica che tanto scalpore suscitò con la vicenda giudiziaria legata alle tangenti, è stata soppiantata nella sua fase iniziale, dai cosiddetti “governi tecnici.” Da quell’incontro nel panfilo inglese diventarono protagonisti della scena politica principalmente personaggi italiani compiacenti ai poteri forti della finanza internazionale. Chi malediva la prima Repubblica come il male assoluto non si rese conto che, con tutte le malefatte, quei personaggi possedevano un senso dello stato e delle istituzioni che i politici successivi non poterono vantare. Per questo il 1992 è stato uno degli anni peggiori per la storia dell’Italia e purtroppo solo adesso cominciamo a prenderne coscienza. Infatti con “mani pulite” che portò alla ribalta Di Pietro, su l’ onda del coinvolgimento emotivo, gran parte della comunità civile si illuse che un nuovo corso politico e sociale potesse esserci. Come abbiamo visto c’ era chi, sfruttando la suggestione di quel periodo, ordiva un piano malefico per indebolire l’Italia dalle sue proprietà pubbliche. Non solo, il governo guidato dall’ex governatore della Banca d’ Italia Carlo Azeglio Ciampi, rappresentante del mondo finanziario internazionale, (che come abbiamo visto spingevano per le liberalizzazioni dei beni pubblici) ebbe la brillante idea di sottoscrivere il cosiddetto “protocollo” assieme alle tre sigle sindacali di maggior rilievo, decretando la fine della scala mobile e instaurando la pratica della concertazione. Il risultato fu che la paga base non venivano adeguate in maniera automatica, su base annuale, ma grazie agli accordi sottoscritti da CGIL CISL UIL, una tantum.

Gli strascichi relativi a questa vicenda si sono propagati anche sul piano dialettico,con un stravolgimento del significato della parola. Nel tempo si è sviluppato un repertorio oratorio da far impallidire Orwell, autore del celebre romanzo 1984. Oramai è prassi sentire pronunciare frasi paradigmatiche, di questa paradossale situazione, quali “aumentare la produttività” che nella neo- lingua odierna significa dovete lavorare di più e meglio,“ tagliare la spesa pubblica” che nell’accezione moderna è: sempre meno servizi e conseguente riduzione dei diritti.

Capitan Nessuno

Fonti

1. Www.Movisol.org
2.http://www.homolaicus.com/storia/oro/bretton_woods.htm
3.Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, L’economia italiana nel 2006, pag.35
4.Http//:www.economiaefinanza.it/cortedeiconti.html
5.http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/11/acqua-privatizzazione-decreto-ronchi.shtml
6. Libro bianco sulle privatizzazioni, Ministero del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica, 2001, pag. 3

Nonciclopedia e l’idiozia del "bobolo di Feisbuk"

In queste ore su “Feisbuck” vengo a conoscenza di un orrido caso di censura. Vasco Rossi si sarebbe azzardato a chiedere ai redattori di Nonciclopedia di cancellare l’articolo a lui dedicato, articolo che sarebbe diffamatorio secondo il rocker progressista. Al netto del fatto che di Vasco Rossi non me ne frega nulla, non l’ho mai ascoltato, anzi ho sempre ritenuto piuttosto patetico un 60enne che s’atteggia a 20enne, però non so se qualcuno di voi è mai capitato su quel sito. Allora, Nonciclopedia vorrebbe essere una presa in giro di Wikipedia e contiene una lunga serie di articoli dedicati alle più disparate materie dello scibile umano in tono satirico. Come Wikipedia anche Nonciclopedia è libera e permette agli utenti della rete di modificare il contenuto degli articoli. Chiunque abbia dato un’occhiata a quel sito però può concludere che “Nonciclopedia” non è un sito di satira, ma un sito demenziale di chiacchere da bar la cui volgarità fa sembrare i cine-panettoni di Boldi e De Sica delle opere di Molière. Immagino che nella pagina dedicata a Vasco Rossi ci fossero effettivamente delle calunnie piuttosto serie, visto il tono degli articoli che ho letto su quel sito demenziale. Si può discutere sul fatto che la rockstar progressista abbia molto tempo da perdere e sull’incoerenza dei progressisti come Vasco Rossi che urlano alla censura ogni 3×2, salvo poi diventare censori DOC quando la diffamazione li colpisce in prima persona, ma conoscendo quel sito non dubito che il Blasco abbia avuto ottimi motivi per la querela. La redazione di “Nonciclopedia” ha quindi annunciato la chiusura del sito come forma di protesta e subito l’ineffabile “bobolo di Feisbuc” s’è scandalizzato gridando alla censura di Vasco. Peccato però che

1-la censura non è mai avvenuta dato che ancora non c’era stato un processo e non era stata emessa una sentenza al riguardo. La chiusura non era imposta ma solo una forma di protesta
2-vorrei vedere i miei “amici” che hanno lamentato la censura su Feisbuk cosa farebbero se fossero protagonisti di uno di quei simpatici articoli
Inoltre vorrei ricordare all’ineffabile “bobolo di Feisbuk” che in questi giorni è avvenuto un vero caso di censura rossa. Poche settimane fa Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga, è stato costretto a ritirare dal commercio il suo libro “Falce e Carrello”, dedicato agli intrecci tra le COOP, che nelle regioni rossi controllano quasi il 90% della grande distribuzione, e le giunte di sinistra. Questo, un vero e serio caso di censura, è passato nel silenzio del “bobolo di Feisbuk” la cui imbecillità non finirà mai di sorprendermi.

Avidità e Pentimento (Greed and Repentance)

Ho letto con piacere un’intervista  di Repubblica sui nuovi progetti di George Soros per la sua vecchiaia, tra i quali chiudere il suo famoso Quantum fund .
Certi loschi figuri non smettono mai di voler rimanere sulla scena e più che sete di “beneficienza” hanno sete di delirante protagonismo e di autocompiacimento.
Mai sentito parlare di SLIDING DOORS ovvero porte girevoli? Bene, questi cattivi soggetti, animati da  delirio di onnipotenza, dopo aver fatto il Diavolo, si propongono poi come Acqua Santa; dopo aver fatto gli avidi speculatori, vogliono fare i liberatori dei popoli. Dopo essere stati degli strozzini, fanno i filantropi. E sovente ciò avviene contemporaneamente.
Nel loro impero non tramonta mai il sole, pertanto trovano sempre la stampaglia compiacente pronta a dar loro spazio nelle loro interviste in ginocchio come quella su citata (e del resto è azionista di non so quanta stampa “liberal” americana, oltre ai network).
Poi hanno le ong, le società in outsourcing come Open Society Institute per “l’esportazione della democrazia” (la loro, si intende).
Il suo “ultimo sogno” (hanno sempre un ultimo sogno che gli allunga la vita da coltivare) è quello di rovesciare Putin e di “esportare” un po’ della sua stramaledetta finanza (democratica, si intende) in Russia.
Non prima però, di aver aiutato il popolo viola in Italia a liberarsi di Bunga il Tiranno. Però…che benefattore, che filantropo, che grande umanitario questo zio George!
Difatti Prodi, lo insignì della laurea Honoris Causa, per favori resi alla nazione: la speculazione della Lira del ’92 con relativo strozzinaggio ai danni del popolo italiano.
Ci tocca rivalutare perfino uno stato canaglia come la Malaysia che ha avuto un po’ di quegli attributi che noi occidentali rammolliti abbiamo perduto: la sua condanna a morte in contumacia.

A proposito, mi aspetto che a Hollywood-Babilonia, si faccia un bel film celebrativo e agiografico della sua vita. Una  trama da action movie finanziario il cui titolo potrebbe essere “Avidità e Pentimento” (GREED AND REPENTANCE). Insommma, la storia di un novello Dostoevskij dell’hedge fund. L’interprete potrebbe essere un Michael Douglas debitamente invecchiato e con gli occhi spiritati per l’uopo.

E chissà, l’irriducibile nonno Soros prima di rassegnarsi a portare i nipotini ai giardinetti per nutrire i pesciolini rossi nella vasca, potrebbe tentare di promuovere  uno di quei movimenti anti-Wall Street, allo scopo di  prendere il grosso toro per i testicoli, fingendo di operare un cambiamento per salvare in blocco tutti i suoi compari  della Fed. L’ultima buona azione.

Knox e Sollecito:assolti per non aver commesso il fatto

A Perugia ai primi di novembre 2007, fu atrocemente assassinata una giovane studentessa inglese.

Ieri la corte di assise di appello di Perugia ha assolto “per non aver commesso il fatto Amanda Knox, studentessa americana e compagna di appartamento della vittima e Raffaele Sollecito, studente (ora laureato in ingegneria) pugliese e fidanzato dell’americana.
In primo grado i due erano stati condannati all’ergastolo e la pena dell’ergastolo era stata richiesta a conferma dalla procura.
Già la semplice esposizione dei fatti farebbe dire ad un marziano che scendesse oggi sulla Terra: ma come, prima l’ergastolo e adesso non hanno commesso il fatto e tutto sulla base degli stessi indizi ?
Ecco il punto: indizi, non prove.
Vaghe tracce, smentite da una perizia terza, di dna, ipotesi di morbose serate tra studenti, teoremi costruiti su fondamenta esili.
Pubblicando questo intervento anche nel blog dedicato principalmente alla pena di morte  è evidente che ritengo che il delitto di Perugia sarebbe meritevole, per la sua efferatezza, sadismo, inutilità, della pena di morte, ove contemplata dal nostro ordinamento.
Comminata, però, a chi risultasse veramente colpevole, secondo la formula statunitense, “al di là di ogni ragionevole dubbio”.
Io mi ricordo all’inizio degli anni novanta un atroce delitto ai primi di gennaio a Bologna, in cui furono trucidati tre carabinieri.
La procura indagò alcuni cittadini immigrati dal sud considerati “mafiosi”.
Si scoprì poi che gli autori della strage erano stati i banditi della “uno bianca”.
Ma il processo contro i primi indiziati continuò fino alla ovvia assoluzione.
Ecco, a Perugia si è ripetuta la stessa storia, con l’aggravante che il vero colpevole non è ancora stato scoperto, a meno di credere tale il solo Rudy Ghedè condannato a sedici anni con il rito abbreviato.
Sedici anni per quel che avrebbe commesso sono troppo pochi, anche perchè sarà fuori dopo meno di dieci.
Ma il punto resta sempre quello: è veramente colpevole ?
Visto l’esito dell’appello contro Knox e Sollecito i dubbi sul modo di condurre le indagini sono forti.
E qui veniamo ad una seconda considerazione in ordine alla sentenza di Perugia.
Ma che razza di giustizia abbiamo che condanna, sulla base di labili indizi all’ergastolo ed i cui procuratori insistono, per convinzione personale non suffragata da prove, per il massimo della pena ?
E, sempre per convinzione personale, che razza di giustizia abbiamo o possiamo aspirare ad ottenere quando chi assolve non propone neppure un minimo dubbio.
Certezze assolute che confliggono in modo assoluto con l’amministrazione della giustizia e agevola le critiche dall’estero per i nostri ritardi sanzionati anche con multe (a carico della collettività, ma andrebbero poste a carico dei magistrati) e con risarcimenti, anche quelli accollati al pubblico bilancio.
Knox e Sollecito, dopo quattro anni di carcere, ora che sono stati dichiarati del tutto innocenti, senza alcun dubbio, avrebbero ben diritto ad un congruo risarcimento milionario (in euro) nei confronti di chi ha sottratto loro quattro anni di vita, per di più a venti anni !
La sfiducia che qui ho sempre manifestato verso la giustizia italiana viene così prepotentemente confermata e, questa volta, nessuno può imputare il mio atteggiamento allo schieramento politico cui appartengo.
Anzi, la stessa battaglia di Berlusconi assume contorni più netti e sicuramente più popolari perchè le sue ragioni sono comprovate da processi estranei alla politica.
Se si trattasse solo di questo processo, si potrebbe anche dire: eccezione che conferma la regola.
Ma quale giudizio si può dare quando è un continuo di incertezze, processi indiziari, teoremi arditi e, alla fine dei conti, di convinzioni personali.
La lista è lunga, a memoria: piazza Fontana, stazione di Bologna, Olgiata, Simonetta Cesaroni, fino ai recentissimi casi di Anna Maria Franzoni, Salvatore Parolisi, la ragazzina di Avetrana ….
Non sono le convinzioni personali che ci si aspetta da un magistrato, ma buon senso e applicazione della legge.
Soprattutto ci si aspetta che, nell’incertezza, si applichi il sano, vecchio principio “in dubio pro reo” perchè è nella nostra cultura giuridica e civile ritenere che sia meglio un colpevole “fuori” di un innocente “dentro”.
E troppi sono quelli incarcerati prima ancora di aver subito una condanna definitiva.
Com’è che diceva Bartali ?
E’ tutto da rifare.

Pubblicato in Blacknights eNon si abbia timore di punire Caino

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